lunedì 16 marzo 2009

Messico, una guerra sempre più violenta


La polizia messicana ha scoperto almeno nove corpi non identificati, alla periferia di Ciudad Juarez, vicino al confine con gli Stati Uniti.
I corpi, che sono stati ritrovati in una località semideserta, chiusi in un sacco e parzialmente bruciati, presentano evidenti segni di tortura.Nonostante il massiccio invio di soldati da parte del governo centrale, Ciudad Juarez è la città più violenta del Messico. La lotta per il controllo delle rotte che portano la droga negli Stati Uniti ha portato alla morte di 1600 persone durante il 2008, mentre più di mille sono già state uccise in Messico dall'inizio dell'anno, un terzo delle quali in Ciudad Juarez.
Sparatorie in club o ristoranti sono all'ordine del giorno in alcuni parti del Paese.
Martedì scorso, nello stato centrale di Jalisco, sono state ritrovate 5 teste in frigo box, con dei messaggi indirizzati al cartello rivale.
Secondo quanto dichiarato dal governo, l'escalation di violenza a cui si si sta assistendo in Messico sarebbe la riprova della validità della politica repressiva seguita fino ad ora. Secondo altri invece, i cartelli della droga sono oramai talmente potenti da controllare intere zone del Paese.

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Disertare in nome della verità


Il soldato d'inverno e' colui che si erge a difesa della nazione nel tempo piu' cupo e nelle ore piu' desolate, secondo la definizione dello scrittore britannico Thomas Paine, che aveva preso a cuore la causa indipendentista dei futuri Stati Uniti d'America. Fu coniata nel 1776, quando gli americani avevano appena eletto George Washington comandante in capo della guerra per l'indipendenza dagli inglesi, considerati invasori di una terra che sarebbe stata fondata sugli ideali di liberta' e democrazia. Duecento anni dopo, quando gli invasori divennero gli americani, 'Winter Soldier fu il nome dato dai veterani del Vietnam a un incontro che si tenne a Detroit nel 1971, un mese dopo il massacro di Mi Lai. In quella occasione, 100 reduci raccontarono le atrocita' e i crimini di guerra che videro o commissero nel Paese del sud-est asiatico.
I veterani contro la guerra. Oggi i veterani sono quelli della guerra in Iraq, e sotto il nome di Winter Soldier si riuniscono dallo scorso anno per far sapere al mondo che gli esiti della 'guerra per la democrazia' sono stati disastrosi: per il Paese nel quale hanno combattuto, per quello per il quale hanno combattuto, e per loro stessi. A Friburgo, In Germania, questo fine-settimana, sette di loro hanno testimoniato le loro esperienze in uno dei tanti incontri organizzati dall'Ivaw (Iraq Veterans Against the War), organizzazione fondata nel 2004 che annovera tra le sue finalita' la richiesta di ritiro immediato di tutte le forze di occupazione nel Paese mediorentale, il risarcimento per la devastazione umana e materiale provocata dal conflitto e la piena assistenza economica e sanitaria per chi ritorna dalla guerra.
Il trauma. Chi ritorna spesso si ammala, o torna gia' malato di una malattia ormai nota. E' il Ptsd (Post traumatic stress disorder), un acronimo sotto il quale si celano le piu varie psicosi: depressione, ansia, nevrosi, tendenza al suicidio. Ne soffre il 15 percento dei soldati di ritorno dall'Iraq. Ne hanno sofferto, o tuttora ne soffrono, anche Chris Capps, David Cortelyou, Lee Kamara, Andre Shepherd, Martin Webster, Chris Arendt, Zack Baddorf, Eddie Falcon: tutti hanno prestato servizio in Iraq, e da mesi girano il mondo per portare il loro contributo alla causa antimilitarista. Se il loro Paese, siano gli Stati Uniti o la Gran Bretagna, li considera disertori, incontrandoli si rivelano individui la cui statura morale e il cui coraggio civile rappresentano qualita' ormai introvabili negli uomini che li hanno mandati a combattere, e che quei Paesi li governano. Impegnandoli in guerre che ne hanno gravemente minato la credibilita' e l'autorita' morale.
L'artigliere secondino. "Abu Ghraib e Guantanamo sono i simboli della disfatta del nostro Paese. Posso dirlo perche' io a Guantanamo ci ho lavorato". A parlare e' Chris Arendt, arruolatosi a 17 anni nella Guardia Nazionale e chiamato nel 2003 a lavorare a Guantanamo come secondino. "Un artigliere della Guardia nazionale di 19 anni che va a fare il secondino a Guantanamo, pensate un po'. Nell'addestramento preparatorio ci insegnavano come ammanettare la gente. Una cosa ridicola. Assurda. Mettere le manette a un altro essere umano e' una cosa goffa, disumana. Io dovevo nutrire i detenuti, assisterli se avevano bisogno di qualcosa e... dare loro la carta igienica. A volte, durante gli interrogatori, li tenevano un giorno intero in una stanzetta, fermi, senza consentire loro nemmeno di andare al bagno. Musica a massimo volume, temperatura tra i 10 e i 20 gradi. Altre volte i trattamenti erano peggiori, come l'utilizzo di spray al peperoncino, ma di tortura a Guantanamo e altrove si e' parlato in abbondanza. A mio parere, vorrei sapere se stare cinque anni in un carcere, lontano dalla propria famiglia e dai propri amici, senza avere la piu' pallida idea del perche' si e' li', non e' considerato tortura. Per me si''". Christopher ha trovato il modo per superare il ricordo dei mesi passati a Guantanamo dedicandosi all'arte. Ricicla uniformi militari trasformandole in carta. Piccoli quaderni artigianali sui quali pubblica disegni o poesie scritte a mano, oppure ne fa segnalibri decorati e li vende agli incontri. Da settimane e' in giro per l'Europa dormendo da chi lo ospita perche', dice, "non ho davvero un soldo per pagarmi un albergo".
In aereo sul Medio Oriente. Anche Lee Kamara ha trovato nell'espressione artistica una forma di terapia. Impegnato nelle forze speciali britanniche a Bassora nel 2004, oggi lavora a un progetto chiamato Voci di Guerra, un Dvd sulla sua esperienza al fronte nel quale sono contenute anche canzoni da lui scritte. "Ho trovato insensato tutto quello che facevo a Bassora, l'ho trovato disumano, mostruoso. Non potevo piu' sopportare la vista dei civili massacrati e l'ingiustizia di una guerra inutile e assurda. Sono tornato a casa, in Cornovaglia. Ho lasciato l'esercito e ho ricominciato a vivere da civile". Eddie Falcon era il pilota dei C-130 che partivano dalla base di Manas, in Kirghizistan. Trasportava equipaggiamento, truppe, senatori, forze speciali, medici, veicoli militari. Successivamente e' stato impiegato in Kuwait e nel servizio aereo di spola tra Baghdad e la prigione di Bassora. "Gli aerei erano completamente privi di posti a sedere, in quanto le poltroncine erano state rimosse. I prigionieri erano accovacciati, legati e con un cappuccio in testa. Le bocche erano chiuse con nastro adesivo. Una o due ore in queste condizioni, a cui erano sottoposti numerosi civili innocenti. Molti di loro, la maggior parte, venivano rilasciati senza alcuna accusa. Un bel viaggetto in aereo sui cieli del Medio Oriente senza alcun motivo". Eddie, di origini messicane, porta con se le medagliette del servizio militare. "Le ho tempestate di falsi diamanti, e ora le uso come ricordo. L'ho fatto per esorcizzare il periodo in cui queste medagliette rappresentavano la mia identita' di soldato. Ora non sono altro che un gioiello di bigiotteria, per me".
"Abbiamo ucciso un civile innocente". Chi non ha superato il trauma della guerra e' David Cortelyou. Di ritorno da Ramadi, Iraq, dove ha prestato servizio come autista, radio-operatore e mitragliere, e' stato colpito da una profonda depressione e ha tentato il suicidio piu'volte. Curato con farmaci, adesso vive in Germania con la moglie. Durante l'incontro non ha retto allo stress e ha rinunciato a raccontare la sua esperienza. Poco prima aveva ricordato con noi uno dei momenti piu' terribili della missione in Iraq. "Eravamo impegnati in un'operazione di controllo, ma eravamo rilassati. Il mio superiore stava parlando di musica, avevamo fatto una festa la sera prima. Si avvicina un veicolo. Eravamo troppo vicini per seguire le normali regole d'ingaggio, usando i fari, agitando le mani sparando in aria. Abbiamo sparato contro l'auto. Due-trecento colpi. Abbiamo ucciso il guidatore. Nel posto dietro c'era un bambino. Vivo. Gli abbiamo ucciso il padre. Abbiamo preso il bambino, l'abbiamo portato davanti alla porta di una casa e l'abbiamo lasciato li'. Non abbiamo mai riportato l'accaduto. Dopo, ci abbiamo persino riso su, dicendo che tanto anche il bambino sarebbe diventato un terrrorista". David torna in America, dove riceve trattamento a base di farmaci in attesa di essere inviato di nuovo in Iraq. Ma rifiuta, e diventa Awol (Absent without leave, assente dal proprio reparto senza autorizzazione), che e' il preludio alla diserzione. Dopo 30 giorni un Awol diventa infatti tecnicamente disertore. "Sarei tornato in missione, ma solo per morire. Volevo morire. Tornare in guerra e morire". David non partecipera' alla fine della conferenza. Accompagnato dall'ex commilitone Chris Arendt, tornera' all'albergo, portando con se' i fantasmi della propria traumatica esperienza.
di Luca Galassi

Il collasso delle prigioni italiane


C'è tutto: le piastrelle, i bagni. Belle toilette verde acqua, una per cella. In fondo ai corridoi luminosi, spezzati dalle cancellate di ferro, verdi anche quelle, larghi finestroni e scale di marmo che collegano i due piani dell'edificio. Ecco le telecamere a circuito chiuso. All'interno e all'esterno. Gli spazi sono umani; non gli otto metri cubi previsti (per ogni detenuto) dall'Unione europea - nessuna regione italiana è in regola - ma insomma, non si dovrebbe stare affatto male. Un padiglione nuovo di zecca. Ancora incellofanato. Una trentina di celle, quattro detenuti per ognuna. 
A vederlo così, il carcere Gleno, pare di essere tornati agli anni '80 quando lo chiamavano "Grand Hotel", e chi veniva spedito qui sembrava dovesse andare in vacanza dietro le sbarre. Peccato che nella nuovissima ala della casa circondariale di Bergamo (complessivamente 525 reclusi, posti regolari 340) non c'è un anima. Vuota. Pronta da un anno e mezzo ma disabitata. Come una ventina di carceri italiane. Alle quali se ne aggiungono almeno altre venti. Inutilizzate o sotto utilizzate. 
La mappa delle prigioni fantasma va da Pinerolo a Reggio Calabria, da Castelnuovo Daunia a San Valentino in Abruzzo: migliaia di celle lasciate marcire, impolverate. Addirittura occupate da senza tetto e sfrattati. Come a Monopoli, nel cuore della Puglia maglia nera dell'abbandono dell'edilizia carceraria. Il tutto mentre le carceri italiane scoppiano: in nove mesi siamo passati da 52.992 detenuti (fine aprile 2008) ai 60.570 attuali. A questo ritmo - il flusso è di 700 nuovi detenuti al mese - entro marzo si supererà nuovamente il livello pre-indulto (60.710 detenuti al 31 luglio 2006). 
Una bomba pronta a deflagrare, e che oltre al danno conterrà anche la beffa. Perché alle attuali e precarie condizioni di detenzione - tra strutture fatiscenti, sovraffollamento e suicidi (48 nel 2008) - fa da sfondo uno scenario che rischia di essere imbarazzante per il ministero della Giustizia. Angelino Alfano ha annunciato che costruirà 75 nuovi penitenziari: 17 mila nuovi posti entro il 2012. Lo prevede il piano carceri (approvato dal Cdm il 23 gennaio scorso) la cui realizzazione è affidata al commissario straordinario Franco Ionta, già capo del Dap. 
Nei documenti ufficiali si parla di un programma di interventi "ampiamente di massima". In effetti la prudenza pare quanto mai opportuna. Per diversi motivi. Prima di analizzarli conviene dare un'occhiata a tutti quei penitenziari che, a fronte di un quadro esplosivo - con carceri tipo San Vittore (Milano) o l'Ucciardone (Palermo) dove i detenuti vivono uno sull'altro - restano deserti e in naftalina. 
Molti offrono lo stesso scenario, paradossale, del nuovo padiglione di Bergamo. A piano terra ci sono cataste di mobili impilati, tavolini, sedie, armadi, mensole, brande, materassi ancora confezionati. "In un giorno sarebbe tutto arredato", dice il guardiano. Per farlo funzionare manca solo una cosa: gli agenti di polizia penitenziaria. È uno dei punti dolenti del progetto Alfano. Le "guardie" sono già sotto organico: 5.250 in meno rispetto alle 44.406 previste dall'organico. 
Come se non bastasse, secondo le previsioni del ministero della Giustizia, quest'anno gli stanziamenti per il personale sono in diminuzione: da 1.276 milioni del 2008 a 1.184 milioni nel 2009 (-7,2%). Risultato: saranno tagliati da 500 a 1000 altri "secondini". 
Attacca il parlamentare Pd Antonio Misiani: "Come pensa il ministro Alfano di far funzionare le carceri che vuole costruire se taglia le risorse per gli agenti? Non gli basta vedere che ci sono almeno una decina di penitenziari vuoti proprio perché mancano le guardie? In generale, il piano carceri appare in gran parte come un libro dei sogni...". A una recente interrogazione di Misiani, proprio sul caso Bergamo, Alfano ha risposto così: "Allo stato, la situazione non permette di destinare presso l'istituto ulteriori risorse umane oltre le 9 unità recentemente assegnate". 
Magari il problema fossero soltanto le carceri fantasma. Il problema sono anche quelle nuove. Alfano le vuole "ecosostenibili", a energia solare. Ma prima di decidere con quali materiali tirarle su, bisogna capire dove trovare i soldi. Il piano prevede "nuovi interventi" per 1,1 miliardi: 356 milioni, stando a fonti del ministero, sarebbero coperti. Altri 200 sono stati stanziati una settimana fa dal Cipe. I restanti 460 sono da cercare. 
La prima ipotesi è il coinvolgimento dei privati con il project financing: peccato che a smontarlo sia proprio una relazione del Dap (2008), che definisce la soluzione "impraticabile in quanto non sostenibile per la parte finanziaria a carico dello Stato". La seconda è il ricorso alla Cassa ammende dell'amministrazione penitenziaria, i cui fondi, in teoria, sarebbero riservati a programmi di reinserimento dei detenuti. 
In tutto questo a Reggio Calabria c'è un carcere chiuso perché manca la strada per arrivarci. Finito nel 2005, è costato 90 milioni e potrebbe ospitare fino a 300 detenuti. La via d'accesso è un sentiero che passa tra i vigneti. Tra imbarazzi e fiumi di denaro pubblico sprecato (per custodirlo vuoto ci sono voluti finora 2,5 milioni), il provveditore regionale Paolo Quattrone dice che questa "è una telenovela infinita". 
Mille chilometri più su, a San Vittore, ci sono detenuti che dormono su materassi per terra. "Non c'è spazio per le brandine da campo", ammette Luigi Pagano, provveditore lombardo alle carceri. La prima prigione di Milano è datata 1872. Ogni giorno arrivano 50 nuovi detenuti ("È il risultato di un sistema giudiziario dove il carcere è visto come una discarica sociale", ragiona il deputato radicale Maurizio Turco). Potrebbe ospitarne 700, ce ne sono 1500. Alla faccia del grand hotel. 
di PAOLO BERIZZI - la Repubblica

Il Comitato congiunto delle operazioni speciali, l’unità di assassinio in capo a Cheney. Un settore di operazioni 'extra-legali'


Il premiato reporter investigativo Seymour Hersh ha sganciato un'altra delle sue bombe questa settimana, quando ha rivelato che l'ex vice-presidente Dick Cheney disponeva di una sua unità di assassinio politico in stile SS che faceva capo direttamente a lui.
Martedì [10 marzo 2009] Hersh, dinanzi alla platea della University of Minnesota, ha affermato: «Non avevo ancora parlato di ciò dopo l’11/9, ma la CIA era profondamente coinvolta in attività all'interno della nazione contro persone ritenute nemiche dello Stato. Senza averne alcuna autorità giuridica. Non sono stati ancora chiamati a rispondere di questo».

Hersh poi è passato a descrivere in che modo il Comando congiunto delle operazioni speciali (JOSC) è stato un unità di assassinio politico che ha compiuto omicidi politici all'estero. «Si tratta di un braccio speciale della nostra comunità delle operazioni speciali che si muove in modo indipendente», ha spiegato. «Non devono fare rapporto a nessuno, tranne che nel periodo Bush-Cheney, quando riferivano direttamente all'ufficio di Cheney. Il Congresso non ha alcun controllo su di esso.»

La rivelazione che Cheney disponeva di una sua unità privata di assassinio non raffigura un quadro troppo lontano dalla famigerata SA (Sturmabteilung) di Hitler, la tanto temuta ala paramilitare del partito nazista, che fu utilizzata per colpire, torturare e uccidere gli oppositori politici del partito nazista nella Germania degli anni Trenta né dalle Waffen-SS, che successivamente furono utilizzate in guerra per compiere esecuzioni e crimini di guerra.

Le SA furono più avanti prese di mira da Hitler nel corso della Notte dei Lunghi Coltelli, una brutale purga volta a eliminare degli avversari politici sia all’interno che all’esterno del partito nazionalsocialista. Centinaia di persone furono liquidate a sangue freddo dalla Gestapo e dalle SS.

Significativamente, i tribunali e il governo tedeschi rapidamente spazzarono via secoli di leggi che proibivano le esecuzioni stragiudiziali per dimostrare la loro fedeltà a Hitler. Le Waffen-SS furono ritenute non perseguibili, nonostante fossero flagrantemente coinvolte in crimini di guerra patenti e in corso, così come in omicidi a livello interno. 

Il Comitato congiunto delle operazioni speciali, l’unità di assassinio in capo a Cheney, è anche descritto come un settore di operazioni 'extra-legali'. 

«Si tratta essenzialmente di un circuito esecutivo per gli assassinii, ed è andato avanti a oltranza», ha affermato Hersh. «Sotto l'autorità del Presidente Bush, si sono introdotti in certi paesi senza parlare con l'ambasciatore né con il capo della stazione CIA, e lì hanno rintracciato delle persone prese da un elenco, le hanno uccise e poi se ne sono andati. Questa cosa è continuata, in nome di tutti noi». 

Ed è ancora in corso. Nessuno dei capovolgimenti degli ordini esecutivi di Bush da parte di Obama dice nulla circa l'abolizione del Comitato congiunto delle operazioni speciali. Di fatto, l’unità speciale è parte integrante degli ampiamente intensificati bombardamenti di Obama e delle altre incursioni in Pakistan.

di Paul Joseph Watson - Prison Planet.com
Traduzione per Megachip a cura di Paolo Maccioni e Pino Cabras.


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