sabato 21 marzo 2009

Russia - Stati Uniti, un limbo a due uscite principali e alcune secondarie


Lo stato dei rapporti tra Russia e Stati Uniti è, in questo momento, qualcosa di simile a un limbo a due uscite principali e alcune secondarie. Da dove usciranno le novità dipende da cosa esce. Prima uscita: il prezzo del petrolio, cioè in primo luogo, l'andamento della recessione mondiale. Se il petrolio rimane basso a lungo, ai livelli attuali, le chances di una Russia "assertiva" e poco trattabile saranno basse. Minori entrate valutarie, maggiori pressioni sociali interne, spingeranno Mosca a occuparsi più dei fatti propri che di quello che accade all'esterno. Salvo che nelle sue immediate vicinanze. Ma su questo tornerò tra poco. 
Petrolio crescente, Russia crescente: questo è ovvio per un paese che ha il 30% delle riserve energetiche mondiali di idrocarburi. 
La seconda uscita dal limbo è quella del livello del dollaro. Non è un'uscita del tutto sconnessa dall'altra, ma ha un alto grado di autonomia. Finora Putin ha scommesso su un dollaro che "tiene", e non ha cambiato le sue riserve in valuta. In questo (mal) consigliato dalla parte pro-americana del suo entourage, che continua a esistere. Ma se il dollaro dovesse andare verso il basso, come diversi segnali indicano, contrariamente al sentire comune delle borse e degl'investitori, allora Mosca potrebbe diventare molto "assertiva". 
In termini meno diplomatici: non dateci troppo fastidio o risponderemo per le rime. Quanto sia alta questa probabilità lo ha fatto capire il recente discorso all'America di Wen Jabao. In sostanza: «Ci auguriamo che gli Stati Uniti siano in grado di fare fronte ai loro impegni mondiali». Evidentemente, a Pechino, i 300 miliardi di dollari investiti in Fanny Mae e Freddy Mac, hanno fatto venire i sudori freddi. Poi Paulson ha mantenuto gl'impegni. La questione è che Obama sta sul filo. E la Cina, pur avvinghiata all'America sull'orlo del precipizio, potrebbe trovare più pericoloso tenere i miliardi di dollari del debito americano che venderli.
Mosca ne ha molti meno. E adesso li ha pure dimezzati, ma segue con la stessa spasmodica attenzione le mosse della Federal Reserve. 
Ma credo sia utile avvertire gli analisti occidentali, che sperano molto in una divisione a breve scadenza tra i due Dioscuri che guidano la Russia. Quali che siano le varianti di uscita dal limbo resteranno uniti. Non è tempo di divisioni interne mentre le bufere si addensano all'orizzonte. 
Anche perché, per ora, la coppia Obama-Clinton non ha offerto molto di nuovo su nessuno dei punti "al contorno". E questi sono appunto le uscite secondarie cui accennavo. 
Primo la Georgia. I sorrisi di Hillary non hanno chiarito nulla delle intenzioni di Washington, mentre Saakashvili continua a ricevere armi e a riorganizzare il suo esercito con l'aiuto di decine di consiglieri militari (non solo americani, per la verità, ma adesso anche francesi e, di nuovo, israeliani). E l'ala pro-americana (maggioritaria) del Parlamento Europeo, che sicuramente non agisce senza coperture, ha approvato recentemente una risoluzione in cui addirittura chiede alla Russia di ritornare sulla sua decisione di riconoscere come stati indipendenti l'Ossetia del Sud e l'Abkhazia. 
Irrealismo pericoloso. Medvedev e Putin non faranno passi indietro su questo fronte. Il rischio, insistendo, è di creare una brusca reazione. E incentivare Saakashvili è operazione anch'essa ad alto rischio. Altro punto acuto: estensione della Nato a Georgia e Ucraina. Non Obama ma addirittura il pregresso George Bush ha preso una pausa di riflessione. Perché non potevano fare altrimenti, sia dopo la scoppola georgiana, sia in presenza di una crisi senza rimedio al vertice di Kiev, dove non si trovano nemmeno i denari per pagare la bolletta del gas e dove la rivoluzione arancione è ormai sbiadita definitivamente. 
Ma organismi come la Nato hanno una vitalità prolungata. Centinaia di funzionari e di militari continuano a lavorare sulla base dei vecchi ordini e non cambiano direzione fino a che non arriva un segnale chiaro. E non è arrivato. 
Né è arrivato, limpido, sulla faccenda dei missili in Polonia e del radar in Repubblica Ceca. Tutto è fermo, in attesa che qualcuno trovi il bandolo della matassa. Hillary Clinton ha regalato al ministro degli esteri russo, Sergej Lavrov, un tasto simbolico di "reset". Simpatico gesto per dire ricominciamo d'accapo. Lavrov ha accettato il regalino, ma il bottone non sembra collegato a un computer. Ha fatto, per adesso, solo click. E la Russia di Putin e di Medvedev non è più quella di Boris Eltsin, che ballava a comando.
di Giulietto Chiesa

Sri Lanka, un massacro che non conosce tregua



La diaspora mondiale tamil si è mobilitata nei giorni scorsi, in Europa e in America, per chiedere alla comunità internazionale di fermare il massacro dei loro compatrioti civili in Sri Lanka. Lunedì hanno manifestato in 25 mila a Bruxelles davanti ai palazzi dell'Unione Europa, in 10 mila a Ginevra di fronte alla sede delle Nazioni Unite, in 120 mila a Toronto, in Canada. Proteste e appelli. Una mobilitazione senza precedenti che ha indotto Onu, Ue e Croce Rossa a denunciare una situazione umanitaria sempre più drammatica. Ieri l'agenzia delle Nazioni Unite per l'infanzia (Unicef) ha dichiarato che tra i 2.800 civili tamil uccisi negli ultimi due mesi (fonte Ohchr) ci sono "centinaia di bambini" e che "altre migliaia rischiano di morire per mancanza di cibo, acqua e medicine" se non verrà "urgentemente garantito il regolare accesso delle agenzie umanitarie alla zona dei combattimenti". "La situazione umanitaria dei civili tamil peggiora di giorno in giorno", ha dichiarato sempre ieri la Croce Rossa Internazionale (Icrc). "La 'zona di sicurezza' è bombardata quotidianamente, non c'è cibo e la mancanza di acqua e igiene rischia di provocare epidemie". Per poter assistere ed evacuare i civili tamil, Benita Ferrero-Waldner, commissaria per le relazioni esterne dell'Unione Europea, ha chiesto una tregua umanitaria immediata. Ma la guerra continua. Il governo dello Sri Lanka, per bocca del ministro degli Esteri Palitha Kohona, ha respinto ieri ogni ipotesi di tregua: "Un cessate il fuoco verrebbe usato dall'Ltte per riarmarsi e raggrupparsi". Con la stessa motivazione il governo di Colombo aveva rifiutato a fine febbraio la tregua chiesta dall'Ltte. Il portavoce del ministero della Diefsa, Keheliya Rambukwella, ha inoltre risposto oggi alle dichiarazioni dell'Onu e della Croce Rossa accusando le "organizzaizoni internazionali" di essere "infiltrate da simpatizzanti dell'Ltte" e di dare, per questo, "false informazioni" sulla situazione del conflitto. Quindi l'artiglieria governativa continua a bombardare: secondo la radio dei ribelli, Voce delle Tigri, almeno 189 civili tamil sono morti sotto le bombe solo negli ultimi tre giorni, tra domenica e martedì. Chi non muore subito, rimanendo ferito, ha poche speranze di salvarsi negli ospedali governativi, dove - come denunciano le stesse autorità sanitarie del governo - da mesi non arrivano più medicine: "Gli oltre 500 civili tamil che da gennaio sono deceduti nei nostri ospedali per mancanza di cure adeguate si sarebbero salvati se solo avessimo avuto i medicinali di base", hanno scritto a Colombo i direttori sanitari regionali di Kilinochchi e Mullaitivu, dottor T. Varatharajah e dottor T. Saththiyamoorthy.

di Enrico Piovesana

Link: http://it.peacereporter.net/articolo/14723/Sri+Lanka,+una+mattanza+senza+tregua%0D%0A%26nbsp;

Articoli correlati su Nuovediscusssioni (qui)

Articoli correlati su SudTerrae (qui)

Brasile,"Raposa Serra do Sol" al grido di "Ana Pata, Ana Yan"


Il Supremo Tribunale Federale, dopo due giorni di consiglio, ha decretato una storica vittoria per la causa indigena in Brasile: con dieci voti a uno, ha riaffermato che il territorio "Raposa Serra do Sol", nello stato di Roraima, dovrà essere restituito alle 194 comunità native, confermando la validità del decreto emesso nel 2005 dal presidente Luiz Inacio Lula da Silva. Già allora infatti, Lula intimò ai coloni presenti in quell'area (un gruppo di grandi produttori di riso e 50 famiglie di agricoltori) di sgomberare le terre illegalmente occupate, ottenendo però soltanto un violento no, a cui è seguito una serie di attacchi alle comunità indios, alcuni finiti nel sangue.
La festa. "Le terre indigene sono inalienabili e i diritti su di esse sono imprescrittibili" hanno ribadito i giudici del Tribunale. Una dichiarazione che è stata accolta al grido di "Ana Pata, Ana Yan" (nostra terra, nostra signora), intonato dalle tante organizzazioni indigene in festa a Brasilia e Boa Vista, capitale di Roraima.
"Senza quelle terre - ha dichiarato il giudice Celso de Mello nel motivare il suo voto a favore - i nativi sarebbero esposti al rischio gravissimo della disintegrazione culturale, della perdita della propria identità, della dissoluzione dei loro vincoli storici, sociali e antropologici, e infine dell'erosione della propria coscienza".

Gli antefatti. Si tratta di un'area di 1,7 milioni di ettari tra la frontiera con Venezuela e Guyana, il cui perimetro venne evidenziato per la prima volta nel 1998 durante il governo di Fernando Cardoso. La lotta indigena per riappropriarsi delle terre ancestrali, però, inizia molto prima raggiungendo fasi acute già negli anni Settanta, quando comincia il processo di riconoscimento. Il primo ostacolo da superare sono, appunto, i coloni che intrecciano i loro interessi con quelli delle multinazionali che in quest'area intraprendono grandi affari. Il groviglio di relazioni pericolose che da sempre minacciano il lieto fine della questione indigena lo aveva spiegato a PeaceReporter, Silvia Zaccaria, un'antropologa esperta della vicenda: "Dietro coloro che a Roraima si oppongono al riconoscimento delle terre, dei diritti indigeni e alla riforma agraria, ci sono parlamentari locali che però godono di notevole rappresentatività a Brasilia - raccontava - Essi vedono nella risicoltura e in altre attività intensive il futuro di Roraima per cui non hanno nessun interesse alla regolarizzazione delle terre, perchè ciò significherebbe un controllo più diretto sul loro uso, che invece non è mai esplicitamente dichiarato". Da qui l'assurdo: "L'amministrazione locale di Roraima preferisce che non si realizzi il passaggio delle terre federali allo Stato regionale e che, piuttosto, rimangano indefinite, consentendo così che tali terre cadano nelle mani dei grileiros (invasori illegali di terre federali), la mano lunga dei todos poderos (potentati) locali, i quali, a loro volta, rappresentano gli emissari delle multinazionali che stanno "internazionalizzando" il Brasile".

E così è stato, fino a oggi. L'omologazione decisa dal governo Lula del maggio 2005, infatti, per i fazendeiroslocali non significò restituire la terra ai legittimi proprietari con sgombero immedato, bensì guerra legale. Subito dopo la firma del decreto Lula, infatti, il governatore dello Stato di Roraima chiese l'immediata sospensione del decreto, sostenuto da 54 deputati del parlamento federale. Ne nacque un conflitto di carte e ricorsi arrivato fin qui, fino a un processo federale e alla sua sentenza finale. Anni che hanno registrato gravi momenti di tensione, con attacchi violenti alle comunità, proteste, occupazioni di edifici e strade da parte di entrambe le parti in causa, fino al suo momento clou, quando dieci indios vennero uccisi a colpi di pistola in una fattoria.

Da oggi, dunque, per gli indigeni brasiliani si rinnova la speranza. Nel paese, secondo i dati della Fondazione nazionale indigena (Funai), ci sono ancora 488 territori in fase di demarcazione, per un totale di 105.673.003 ettari. Altri 123 aree ancestrali sono, invece, ancora in via di identificazione. La strada è lunga, ma il primo tratto, finalmente, è stato percorso.
di Stella Spinelli

Rasman, un processo contro l'impunità


Sono stati condannati per omicidio colposo, i poliziotti che il 27 ottobre 2006 fecero irruzione nella stanza di Riccardo Rasman e nel corso della loro azione cruenta se lo videro morire in mezzo al sangue. Non accade spesso che questo tipo di responsabilità venga riconosciuta, anzi quasi mai. Perciò siamo di fronte a una sentenza importante, sebbene silenziata dai media. Chi era Riccardo Rasman?
Era una sorta di bambinone di 34 anni, due occhi chiarissimi, una stridente ingenuità goffamente incastonata lungo i suoi 185 centimetri e 120 chili di peso. Aveva 34 anni e viveva a Trieste. Non faceva male a una mosca. Dopo il servizio militare prestato in aeronautica, durante il quale fu vittima di episodi di nonnismo molto penosi, gli fu diagnosticata una “sindrome schizofrenica paranoide”. Quel che temeva di più erano le uniformi. Col senno di poi, dagli torto,,. Sebbene la sua sindrome richiedesse un costante monitoraggio dei servizi psichiatrici, poteva vivere tranquillamente da solo: La sua scheda era nota, non era un pericolo per nessuno. Non lo era nemmeno quel giorno in cui fu in balia di quattro agenti di polizia, tre uomini e una donna, e morì per “asfissia da posizione”.
Rivediamo la scena terribile. La sua esistenza avara di momenti allegri gli ha appena regalato un raro giorno di gioia. Ha finalmente un lavoro. È stata accolta la sua domanda. D’ora in poi sarà un netturbino. Domani sarà il suo primo giorno nel nuovo posto. Non sa nemmeno come festeggiare, la gioia è un fenomeno inesplorato o quasi. Si affaccia senza vestiti sul balcone e balla con la musica a palla, lancia qualche petardo in cortile, balla ancora. I vicini, sbalorditi dal chiasso, si rivolgono alla polizia. Ecco le uniformi che tanto terrorizzano Riccardo bussare alla sua porta. Il ballo finisce, non è il caso di stare nudi. Non apre alla pattuglia e si raggomitola sul letto tremante.  Arrivano anche i pompieri con un piede di porco e la porta viene in qualche modo aperta. 
Nell’ottica di Riccardo è un pericolo estremo. Si difende, butta giù la poliziotta. Sulla testa di Riccardo, in particolare sul volto, si abbattono il manico del piccone e il piede di porco. Sulle pareti sangue ovunque. La bestia ferita è infine imbavagliata, ammanettata, legata con fil di ferro. Gli uomini in divisa si appoggiano sulla sua schiena. Non ce la fa a respirare. Arriva l’asfissia, ma nulla si ferma. Si ferma il suo cuore. Forse si sente solo lo sgocciolare del sangue dai muri. 
La strada dell’archiviazione, come in tanti simili casi, stavolta non c’è stata. Il PM ci ha ripensato. Al processo si arriva alla condanna dei capi pattuglia e dell’assistente, gli uomini intervenuti. Sei mesi con la condizionale. Un piccolo passo contro l’impunità.
di Redazione - Megachip

Il Video
Prima parte

Link: http://www.youtube.com/watch?v=zhRIqjl7Yyc
Seconda parte

Link: http://www.youtube.com/watch?v=iMQL75yUIuk

Video montato da Paolo Bertazza

Cerca nel Blog

FeedBurner FeedCount

Questo blog non rappresenta una testata giornalistica, in quanto viene aggiornato senza alcuna periodicità. Pertanto non può considerarsi un prodotto editoriale ai sensi della legge n. 62 del 7.03.2001. L'autore, inoltre, non ha alcuna responsabilità per il contenuto dei siti "linkati” né dei commenti relativi ai post e si assume il diritto di eliminare o censurare quelli non rispondenti ai canoni del dialogo aperto e civile. Salvo diversa indicazione, le immagini e i prodotti multimediali pubblicati sono tratti direttamente dal Web. Nel caso in cui la pubblicazione di tali materiali dovesse ledere il diritto d'autore si prega di avvisare via e-mail per la loro immediata rimozione.

Gli autori