mercoledì 25 marzo 2009

Francia: rabbia operaia


Per l’Europa l’11 marzo evoca l’incubo del più grave attentato terroristico del dopoguerra, cinque anni fa a Madrid. Per la Francia la stessa data rimarrà probabilmente nella storia come l’emblema del cataclisma economico e dell’esplosione della rabbia sociale. In quel giorno i vertici della tedesca Continental annunciavano la chiusura dello stabilimento di Clairoix, nel nord-ovest della Francia, ossia il licenziamento entro un anno di tutti i suoi millecentoventi lavoratori, che si aggiungeranno ai settecentottanta messi in strada ad Hannover. La risposta operaia è stata di una virulenza inedita, espressione del resto prevedibile di chi versa nell’assoluta disperazione.
Molti di loro sono giovani, sotto i quarant’anni, e la maggioranza rifiuta etichette ideologiche. Tutti sono arrabbiati, e “pronti a tutto”. Perfino a impiccare i manichini di due dirigenti, quelli del capo della fabbrica e della società, non senza il rogo di decine di pneumatici – di cui la multinazionale è il quarto produttore mondiale - e copiosi lanci di scarpe e di uova. Le stesse uova sono state anche protagoniste di assalti verso dirigenti in carne e ossa.
In un caso gli operai hanno così messo in fuga il direttore dello stabilimento nell’atto del terribile annuncio. In un altro, qualche giorno più tardi, si sono recati in trasferta nella vicina Reims, riuscendo a penetrare nell’albergo dove i delegati della società stavano a colloquio coi rappresentanti dell’amministrazione locale.
La rabbia tra i “Conti” (così apostrofati i dipendenti Continental) è alimentata anche dal senso del tradimento. Solo pochi mesi fa avevano accettato un compromesso che prevedeva l’allungamento dell’orario lavorativo e altri sacrifici contrattuali in cambio della rassicurazione scritta del mantenimento del posto almeno fino al 2012. L’impresa si difende illustrando il calo del trenta per cento della domanda nei primi due mesi dell’anno, correlata al crollo del settore auto.
Il vicepresidente della Continental Bernhard Trilken aggiunge poi che «la sovrapproduzione è arrivata alla fine del 2008 a sette milioni e mezzo di pneumatici» e che Clairoix è «la fabbrica meno competitiva al mondo», in quanto eroga salari da almeno millesettecento euro, superiori a quelli degli altri stabilimenti. Cifre rilevanti, non meno tuttavia di quella, riferita da «Le Monde», di un utile netto, generato l’anno scorso da Clairoix stessa, di ben ventisette milioni.
La solidarietà verbale agli operai sembra essere quasi unanime, ma raramente è gradita. Gelida è stata la risposta alle dichiarazioni in ordine sparso dei socialisti. Peggio ancora nei confronti di alcuni deputati dell’Ump, il partito di Sarkozy (“il presidente del potere d’acquisto”), allontanati a spintoni dalla fabbrica, dove si erano presentati per esprimere la loro vicinanza.
La novità dell’azione dei ‘Conti’ sta in effetti proprio nella loro esplicita minaccia di un “conflitto violento”. «Non abbiamo nulla da perdere, e la polizia lo sappia: non siamo infermiere, non ci faremo fregare», ha detto ai media un operaio anziano, nonostante la prossimità della pensione. I sindacati, offesi dal dietrofront della multinazionale, stavolta appoggiano. «Hanno avuto il nostro sudore, vogliono il nostro sangue, non avranno il nostro culo», è il colorito monito di Xavier Mathieu, vertice della Cgt. E secondo il segretario di Force Ouvrière Jean-Claude Mailly «questa violenza è legittima difesa». Una violenza che esce dai confini di Clairoix.
A Pontnox-sur-l’Adour, l’amministratore delegato di Sony France Serge Foucher è stato trattenuto in ostaggio per una notte all’interno dell’impianto, anch’esso prossimo alla chiusura, e rilasciato solo dopo aver accettato riaprire la trattativa sulla cassa integrazione.
Ed è un paese intero a schierarsi a fianco degli operai. Lo si è visto nello sciopero generale del 19 marzo scorso, indetto per protesta contro il piano anticrisi dell’Eliseo – sbilanciato sulle banche e paragonabile per esiguità, nei paesi industrializzati, solo alle misure del governo italiano – con una partecipazione quasi senza precedenti dei lavoratori privati. E col sostegno, secondo i sondaggi, di tre francesi su quattro.
di Alessandro Cisilin – da «Galatea European Magazine»

Paesi Baschi, tra lotta armata e lotta politica


Eta in basco significa “e”. Nel mondo invece sta per Euskadi Ta Askatasuna (paese basco e libertà). I giovani che la fondarono nel dicembre 1958 sapevano che, da quel momento, la parola sarebbe echeggiata in ogni conversazione, nei comizi, nelle chiacchiere da bar, nei dialoghi amorosi. Così come oggi gli attuali etarras, nonostante quelli liberi siano forse non più di un centinaio, sanno di condizionare con i loro attentati l’oggi e il domani delle province basche: Vizcaya, Guipúzcoa e Álava, e la Navarra. Se non fosse per la scelta di Madrid di fare di ogni erba un fascio, associando ad Eta la sinistra basca e ogni movimento di protesta locale, le sue tracce sarebbero quasi invisibili a Bilbao o a San Sebastian (Bilbo e Donosti): l’ombra di vecchi graffiti sui muri dei quartieri operai, delle scritte a pennarello dove meno te l’aspetti, nei bagni di un bar o sul lampione di fronte alla sede della ertzaintza, la polizia basca.

Appena fuori dalle grandi città, moderne, funzionali e ben tenute, tutto è diverso. Non tanto perché Eta sia rifugiata nelle foreste o sulle montagne come i partigiani nella Resistenza o i guerriglieri di ogni continente, ma perché nei piccoli centri lo scontro politico su chi è a favore e chi è contro l’indipendenza da Madrid è più evidente. E così capita che si assista ad una manifestazione serale, nervosa e decisa, della sinistra nazionalista (la izquierda abertzale considerata dallo stato spagnolo il “braccio politico” di Eta), che confluisce in una piazza del centro antico di Mondragón-Arrasate, tappezzata con le gigantografie di veri o presunti prigionieri etarras. E che tutti intonino l’Eusko Gudarriak, la canzone di lotta più famosa e militante con un testo che dice: “Siamo i combattenti baschi, arrivati per liberare Euskadi, generoso è il sangue, che verseremo per lei” e ancora “Si ode un grido dalla collina. Contro i fascisti, Euskadi si alza in piedi, andiamo tutti a liberare la nostra patria!”. E poi, al ritorno, capita ancora che si venga informati da chi ci accompagna che la ragazza bionda che riscuote il pedaggio nel solitario gabbiotto del casello autostradale sia la figlia del penultimo morto ammazzato da Eta: Isaías Carrasco, ucciso a colpi di rivoltella il 7 marzo 2008. Carrasco non era un torturatore e nemmeno un’importante pedina di chissà quale criminale progetto politico o economico da realizzare in zona, ma un ex consigliere comunale di Mondragón. Socialista, rappresentante di un partito di Madrid e quindi un nemico. Da una parte un uomo solo, disarmato, senza scorta che non immagina di crepare in quel modo. Dall’altra due assassini che agiscono a colpo sicuro. Vittima e carnefici, bene e male, democrazia e terrorismo. È questo che dobbiamo dire? Solo questo?

L’anomalia basca
Se la fotografia del conflitto della terra basca (o di Euskal Herria) fosse solo questa, Eta sarebbe già scomparsa da tempo, com’è capitato a tutti i gruppi terroristici, isolati e ripudiati anche dalla gente comune. Piaccia o no, non è così. L’anomalia basca nel cuore dell’Europa è destinata non solo a perdurare, ma anche a crescere, rischiando ragionevolmente di contagiare altri paesi. E non perché questa terra verde, protetta dai Pirenei e affacciata sull’Atlantico, sia ammalata di violenza. Tutt’altro. In un modo o nell’altro, persino coloro che sono accusati di collaborare con Eta, mettono in discussione la validità, oggi, della lotta armata. “Bisogna mantenere il confronto con lo stato spagnolo  sul terreno nel quale siamo più forti, quello degli argomenti politici” afferma Arnaldo Otegi, figura carismatica del disciolto movimento Herri Batasuna, uscito otto mesi fa dal carcere. E ancora: “nonostante gli sforzi di Madrid di spingerci verso la clandestinità, sapremo combattere per i nostri obiettivi alla luce del sole con la penna, la scheda e la voce” hanno ripetuto i candidati di “Askatasuna” e “D3m” (Demokrazia 3 milioi, tre milioni, quanti sono i baschi), dopo la decisione politico-giudiziaria di mettere fuorilegge le loro liste alle elezioni regionali del primo marzo impedendo, per la prima volta dalla caduta di Franco, la partecipazione alle urne della sinistra basca.

di Guido Piccoli

Link: http://www.galatea.ch/ppg.asp?navp=2c&IDP=1032

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