sabato 28 marzo 2009

Manu Chao, "Clandestino" in Messico


Manu Chao, famoso cantante francese che tanto piace ai giovani, rischia l'espulsione dal Messico.
Il noto interprete di "Clandestino" è accusato dalle autorità di Città del Messico di aver tenuto dei discorsi a sfondo politico tanto da essere considerati come un'ingerenza nella vita politica del Paese centroamericano.
Uno dei portavoce del ministero dell'Interno messicano ha fatto sapere che un'indagine sarebbe stata già avviata "per sapere ciò che ha detto il cantante e in quale contesto".
Invitato al festival di Guadalajara Manu Chao ha annullato per motivi privati il concerto già organizzato da diverso tempo.
Probabilmente le polemiche sarebbero partite dal fatto che il cantante avrebbe definito "terrorismo di Stato" l'intervento della polizia messicana a Salvador de Atenco nel 2006 dove gli agenti in tenuta anti sommossa avevano attaccato dei venditori ambulanti di fiori che volevano protestare contro lo sgombero del loro mercato che avrebbe fatto posto a un nuovo aeroporto, causando la morte di due di loro.
La frase incriminata "Ciò che è successo a Atenco è in un certo modo terrorismo di Stato" ora è al vaglio degli inquirenti. L'articolo 33 della Costituzione messicana, infatti, prevede che i cittadini stranieri presenti nel Paese non possano esprimere giudizi e pensieri sulla situazione politica.
Una vicenda simile aveva riguaradato anche l'ex premier spagnolo Aznar che in un comizio a sostegno dell'attuale presidente Calderon aveva espresso molti pensieri sulla politica nazionale messicana. Dall'entourage del cantante fino a questo momento non sono giunte dichiarazioni.

Link: http://www.youtube.com/watch?v=DcxhlJHAN4U

Lavoro e immigrazione: l'esempio Kostadina Kuneva


Kostadina Kuneva ce la farà, ma la chiamano già martire. Una donna europea trattata da schiava da altri europei, poi deturpata e quasi ammazzata per aver provato a rialzare la testa e per averla fatta rialzare alle sue colleghe. Una storia di eccezionale eroismo e violenza, che i media dell’“emergenza immigrazione” hanno scelto di ignorare del tutto o quasi, perfino dopo essere stata sottolineata dalle migliaia di donne scese a manifestare per le strade di Atene l’8 marzo scorso, nel percorso tra la sede del Parlamento e l’ospedale Evanghelismos, dov’è ricoverata.
È bulgara, ha quarantaquattro anni, e da sette vive in Grecia. Ci arrivò dalla città portuale di Silistra, al confine con la Romania, portando con sé la madre ultrasessantenne e un figlio con seri problemi cardiaci che non aveva i mezzi per mantenere e curare adeguatamente. Una donna bella e affascinante, raccontano tra l’altro gli amici, costretti ora a parlare al passato. Una donna schietta e colta, comunque, col bagaglio di una laurea in storia.

Un bagaglio inutile, naturalmente, specie trattandosi di un’immigrata. Trovò lavoro come addetta alle polizie per una ditta, l’Oikomet, che lavora in subappalto su commissioni pubbliche, come si usa in questi tempi. Si chiama Isap, gestisce tra l’altro la ferrovia elettrica della linea metropolitana Pireo – Kifissia, ed è di proprietà di un vecchio quadro del Pasok, il partito socialista greco. Il background politico è irrilevante, gli affari sono affari, poco importa il calpestamento dei diritti fondamentali dei lavoratori.

Kostadina allora non si limitò a lavorare, si adoperò anche a invocare quei diritti. Era ovviamente precaria, lavorava sei ore al giorno ma era pagata per quattro e mezzo, in modo da evitare che raggiungesse le trenta settimanali, riconosciute a quella professione come lavoro usurante coi relativi benefici contributivi. Dopotutto, aveva dovuto firmare un contratto in bianco, senza poi riceverne copia. E senza naturalmente straccio di altri diritti riconosciuti, quali la tredicesima, al di fuori di qualche risibile elemosina.

Ben presto iniziò a denunciare gli abusi e a convincere le colleghe a fare altrettanto. Ne riunì addirittura millesettecento, fondando e dirigendo il “Sindacato delle addette alle pulizie dell’Attica”, che definiva “schiave moderne”. Non cedette ai ricatti dei suoi superiori, e subì ritorsioni quali il trasferimento al turno di notte, incompatibile con le esigenze di cura del figlio.

Poi è arrivata la notte del 23 dicembre scorso. Mentre rincasava dal lavoro, un gruppo di uomini – forse due, forse quattro, forse ancor di più – l’ha immobilizzata, per poi gettarle del vetriolo sul volto e infine facendoglielo ingerire. Risultato, un occhio perso, l’altro gravemente ferito, e seri danni agli organi interni, a cominciare dai polmoni e dallo stomaco. E non riesce a parlare, il che era probabilmente l’obiettivo primario della violenza.

Lotta tra la vita e la morte con l’ausilio di una colletta lanciata sul web dalle colleghe assieme ad associazioni di immigrati, municipalità, gruppi di sinistra e anarchici, a compensare l’assenza di sostegno economico dallo Stato greco. Degli aggressori nessuna traccia. La polizia ha fermato un sospetto, uno straniero guarda caso, albanese, per poi rilasciarlo per assoluta mancanza di prove e indizi. È allora entrato in azione un ignoto gruppo sovversivo, “per vendicare Kostadina Kuneva”, dando fuoco ad alcuni vagoni di quella linea metropolitana e rivendicandosi come “banda della coscienza rivoluzionaria”.

Lei è però donna non violenta e schiva, non vuole né vendette né commiserazioni mediatiche. Ha rifiutato tra l’altro una candidatura parlamentare offertale dallo stesso Pasok spiegando: «La accetterei solo se in assemblea sedessero anche i miei capi». Alcuni commentano: è un no a una sinistra che si ricorda di lei solo ora che è ferita. Kostadina è sindacalista, punto, e a capo: vuole continuare. Qualche settimana fa ha abbozzato anche un sorriso. Le colleghe di Oikonet, dopo aver spinto la protesta fino a occupare gli uffici della compagnia, hanno ottenuto ciò che lei chiedeva. Un regolare contratto, con tanto di assunzione a tempo indeterminato.
di Alessandro Cisilin - da «Galatea European Magazine», aprile

Chavez, tra opposizione e sogno di giustizia sociale per tutti


Dopo il referendum che permette a Chavez di presentarsi indefinitivamente agli elettori per sapere se lo rivogliono - e se rivogliono il sindaco di ogni città, governatori di stati e province del Venezuela - ecco che in Europa se ne appende il ritratto nella galleria dei dittatori. Chavez accanto a Kim Jong Il - despota Corea del Nord -, a Gheddafi-Libia, a Mugabe - orribile signore Ziumbabwe -, Kabila del Congo e Nazarbayev – Kazakistan - da 38 anni al potere: 25 come segretario del partito comunista, 13 da presidente ultraliberista. Gli sceicchi che hanno ereditato i troni del petrolio, passano poi come “tolleranti”, dittatori morbidi, tolleranti.  Chavez è un mostro “marxista narcisista”, figlio spirituale di Castro, minaccia del mondo civile col ricatto un po’ afflosciato dell’oro nero. 
Ma nei paesi democratici la possibilità per un politico di proporsi agli elettori quando vuole, viene rispettata senza polemiche e che Uribe di Colombia ha già allungato la costituzione al secondo mandato e ne prepara un terzo con la possibilità di un quarto. Ma Uribe era la colonna della politica di Bush in America Latina. Obama la riceve in eredità – impossibile, per il momento, capire cosa ne farà.  Il problema con Chavez e altri come lui è una opposizione aggrappata ai privilegi di un passato ormai sepolto: Venezuela colonia economica dell’altra America, multinazionali padrone, classe dirigente e sindacati talmente corrotti e disperatamente incapaci da sfinire un paese che da dieci continua a scegliere Chavez per disperazione. Non ha altre alternative. Nel ’98 il ricco Venezuela non aveva costruito un metro di ferrovia; vendeva in nero un quarto del suo petrolio, non si sa a chi e chi intascava i miliardi. Sui soldi facili è cresciuta una borghesia ipercompradora: casa Miami, conti a Panama e Zurigo. Fra gli arricchiti tanti italiani che adesso piangono il paese dei balocchi invocando “democrazia”. Teodoro Petkoff – è un intellettuale che giudica Chavez dal suo passato di guerrigliero e teorico di una rivoluzione impegnata a tagliare le unghie “alle rapine delle multinazionali con alle spalle i loro governi”. L’opposizione a Chavez  “va dalla sinistra moderata (tragicamente corrotta ndr ) alla destra dei colpi di stato e della violenza”. Petkoff non sopporta il presidente, ma non sopporta gli uomini che hanno organizzato il colpo di stato 2002 per rovesciarlo armi in mano: “La gente lo aveva votato, andava stimolata con l’intelligenza del dialogo” e non gli insulti quotidiani dei due grandi giornali e delle Tv proprietà dei golpisti. Petkoff si annuvola quando gli ricordo la serrata petrolifera organizzata dagli antichavisti per inginocchiare Chavez: se il paese finiva in stracci, pazienza, la loro “democrazia” era salva. 
Ma ecco la prima scommessa che Chavez al momento sta perdendo: ripulire la corruzione. Dopo i presidenti socialdemocratici in fuga con le valige d’oro e funzionari della burocrazia di rapina, l’apparato chavista non ha saputo fare molto meglio. Vizio endemico che ripropone le ingiustizie del passato. Ma non tutti gi uomini dell’apparato presidenziale volano in prima classe con mogli e figli o guidano fuoriserie Usa. Il nucleo dei primi compagni di viaggio dell’ex colonnello mantiene il sogno della giustizia sociale per tutti. [...]
di Maurizio Chierici

Lavoro e sicurezza, il colpo di spugna


Colpo di mano di Berlusconi e Sacconi contro il Testo Unico su salute e sicurezza nei luoghi di lavoro è arrivato. Chi si era immaginato un possibile slittamento del decreto, per effetto delle polemiche della settimana scorsa in seguito alle fughe di notizie sulle modifiche alla legge medesima, aveva sottovalutato la tenacia del governo. Il quale straparla di sicurezza dei cittadini (e perciò si accanisce sugli immigrati) e se ne infischia di quella dei lavoratori.

Il vergognoso cambio di rotta rispetto all'impianto normativo approvato nell'aprile 2008 era stato annunciato dai precedenti colpi di piccone. Come definire diversamente l'abolizione dei libri "matricola" e "paga", decisa dal governo pochi mesi dopo l'insediamento a palazzo Chigi? E' evidente che esentare un datore di lavoro dalla gestione quotidiana di quei registri avrebbe maledettamente complicato l'attività degli ispettori: decaduto l'obbligo di dover esibire quei due libri durante un controllo a sorpresa, l'imprenditore poco avvezzo a rispettare i diritti avrebbe potuto agilmente dare disposizioni in un secondo tempo al proprio commercialista per provvedere frettolosamente alla messa in regola.

La seconda picconata era stata scagliata direttamente contro il sistema dei controlli, un paio di mesi fa: il 4 febbraio, per l'esattezza, il ministero del Welfare - nel Documento di programmazione dell'attività di vigilanza - aveva messo nero su bianco la previsione, per il 2009, di 138mila ispezioni nei luoghi di lavoro. Vale a dire il 17% in meno rispetto all'anno scorso.
Nello stesso tempo, il cittadino più attento al dibattito politico ha assistito ad un profluvio di prese di posizione della Confindustria improntate all'indignazione nei confronti di chi varò misure troppo "punitive" nei confronti del sistema delle imprese. Il quale, spesso e volentieri, vorrebbe fare il bello e il cattivo tempo senza doversi far carico della salute dei dipendenti.

Ecco, dunque, la risposta del governo utile a tranquillizzare la signora Marcegaglia e a restituire la tanto desiderata deregulation alla parte peggiore del microcosmo aziendale. Il ministro Sacconi ha spiegato bene che occorre "proporzionare le sanzioni tenendo conto del rischio di impresa", razionalizzando il ricorso ad esse e mantenendo la possibilità di utilizzo delle misure penali soltanto per "violazioni gravi". 
Inoltre, che la necessità di stravolgere la normativa a tutela della salute dei lavoratori tragga origine dal rancore dell'attuale compagine di governo nei confronti della sinistra e delle sue ragioni, lo si evince da una delle prime dichiarazioni pronunciate oggi dallo stesso Sacconi: "Il Testo unico - ha sostenuto - fu prodotto in un contesto di contrapposizione tra le organizzazioni dei lavoratori da un lato e quelle dei datori di lavoro dall'altro".

Così parlando, il ministro ha messo già le mani avanti rispetto agli esiti della consultazione delle parti sociali annunciata poco dopo: in sostanza, ha auspicato un'altra spaccatura tra la Cgil e le altre organizzazioni sindacali. Nel tentativo di allargare il solco tra i rappresentanti del mondo del lavoro e abbandonare sempre più quest'ultimo al suo destino.

Per provare vanamente a rendere potabile il decreto, a palazzo Chigi si sono rimangiati (rispetto alle anticipazioni della vigilia) la revoca della possibile misura dell'arresto del titolare dell'azienda in caso di gravi irregolarità. Ma il disegno complessivo è rimasto intatto: riduzione della sanzioni e dei controlli perché il Testo Unico sarebbe "pieno di eccessi formalistici". Al posto della "reiterazione" di una inadempienza verrà punita la "plurima violazione": dunque, per chiudere un cantiere, non basterà che al secondo controllo rimangano delle irregolarità bensì sarà necessaria una terza (nella migliore delle ipotesi) ispezione e solo se l'impresa non avrà sanato le contestazioni scatterà il sequestro. Niente male per un Paese nel quale 5mila ispettori dovrebbero controllare 5 milioni di aziende.

Un altro capitolo riguarda la cosiddetta "cartella rischio personale", quel documento che racchiude la storia sanitaria di un lavoratore. Con il Testo Unico qualora, ad esempio, se un interinale fosse passato da un cantiere all'altro, l'impresa sarebbe stata obbligata a tener conto di quella cartella prima di impiegare un lavoratore in una determinata funzione pericolosa per la sua salute. Con la cancellazione della norma, questo non accadrà più e il rischio-incidenti aumenterà.

Inoltre, è previsto l'ampliamento del potere degli enti bilaterali, ai quali viene conferito il potere di certificare i modelli di organizzazione della sicurezza in azienda. Così, nei fatti, è stato svuotato l'esercizio del controllo da parte del Pubblico.

Insomma, stiamo commentando un capolavoro politico-legislativo a vantaggio di chi vuole mettere freni e lacci agli interventi di prevenzione oltre che a quelli di repressione. 
E' necessario, dunque, che i democratici, i militanti della sinistra e comunisti manifestino in ogni sede la loro indignazione. Che rappresenta l'altra faccia dell'impegno profuso negli anni scorsi per porre un freno alla strage quotidiana nei luoghi di lavoro. Perciò è necessario che il Presidente della Repubblica Napolitano intervenga a salvaguardia di una legge dello Stato approvata nell'aprile 2008 a tutela della salute di chi opera nelle fabbriche, nei cantieri, negli scali portuali. Per fermare, prima che sia troppo tardi, uno scempio legislativo che verrà pagato a carissimo prezzo da decine di migliaia di lavoratori.

di Gianni Pagliarini*

*Responsabile Lavoro Pdci, Presidente della Commissione Lavoro  della Camera nella scorsa legislatura

Fonte: http://www.aprileonline.info/

Link: http://www.aprileonline.info/notizia.php?id=11599

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