giovedì 2 aprile 2009

Rivolta e conflitto di classe


"La chiamano in vari modi, ma le dico io cos'è. E' una rivolta. Questa è una rivolta popolare non coordinata, spontanea. E molto pericolosa". In una intervista a Repubblica, Jean Paul Fitoussi, economista francese, battezza il nuovo nome di quello che stiamo vivendo nelle ultime settimane. La mappa dello scontento, della Rivolta, appunto è globale. Interessa l'Est europeo, corre sul protezionismo, dettato dallo stato di necessità, dei lavoratori britannici anti-italiani delle piattaforme di estrazione in mare, gira a mille fra le ondate di studenti, in Francia, come anche quelle più nostrane che ripetono in coro: "La vostra crisi non la paghiamo".Ma qui, ormai, non è più solo tempo di slogan. Il sequestro dei dirigenti di azienda, i fantocci impiccati fuori dai cancelli, il sentimento di disperazione e di ingiustizia di fronte ai bonus dei grandi quadri aziendali, della finanza tossica che riesce a riciclarsi con iniezione di denaro pubblico. È il crash del capitalismo, dicono gli esperti. Ma la consapevolezza anche di chi ha strumenti umili per comprendere cosa stia accadendo sta nella cruda realtà della sopravvivenza quotidiana, di un posto di lavoro che si perde, dell'orizzonte senza speranza che sta diventando un denominatore-dinamite a tutte le latitudini. Le ideologie del Novecento sono in parte sorpassate; per questo la Rivolta vive di quella che viene definita 'spontaneità'. Jean-Paul Fitoussi lo dice chiaro: "La gente ha avuto la sensazione di essere stata presa in giro". "Le fondamenta della democrazia sono in pericolo".

I tempi cambiano, sono passati decenni da quando i vecchi termini dei sacri libri di interpretazione del conflitto sociale tenevano banco. Ma c'è un'espressione antica e tremendamente attuale che utilizza un grande studioso del lavoro, il sociologo torinese Luciano Gallino. In una intervista a PeaceReporter parla di 'conflitto di classe'.

"Siamo di fronte a una situazione che un tempo si chiamava conflitto di classe. 
C'è stata negli ultimi anni una colossale redistribuzione del reddito dal basso verso l'alto. Mi appoggio per questa analisi ad autori che vengono dagli Usa, dove si può trovare il peggio della finanza ma anche il meglio della ricerca e della riflessioni, superiori a quelle che si trovano in Europa per non parlare dell'Italia, che in questo monmento è un vero e proprio deserto".

Conflitto di classe, per arrivare a cosa?
Siamo di fronte a un problema di redistribuzione di potere. Bisogna vedere se è possibile ridurre il potere assoluto di cui dirigenti, corporation, banche, finanza globale hanno goduto negli ultimi venti anni, rispetto a politiche che cercano solo di mettere delle pezze qui e là, aspettando solo la prossima caduta del tetto, che potrebbe esere ancora peggio di quello che abbiamo sperimentato.

Cosa dovrebbe fare la politica?
La politica dovrebbe avere la forza di porsi di fronte a temi e problemi di questo genere. Le cose stanno diventando talnmente drammatiche da spingere in quella direzione: ma anche le controforze sono grandi, quindi resta da vedere come si dipanerà il conflitto.

Proprio sul conflitto: siamo in un periodo diverso rispetto agli anni delle ideologie, ma vediamo che lo stato di necessità e l'indebolimento delle classi sociali sta portando a quella che è stata definitia la Grande Rivolta.
La crisi sta incidendo in modo molto forte e pesante sulle condizioni di lavoro e di vita di milioni di famiglie non solo in Italia, ma anche in altri Paesi. La situazione è difficile e tesa. Non può restare così. O si trovano delle politiche che diano un respiro alle condizioni di lavoro e di vita per le famiglie, oppure le tensioni, con annesse manifestazioni e scontri, le vertenze sindacali molto dure, non faranno che moltiplicarsi. C'è da sperare che, come è accaduto talvolta nella storia, la gravità del momento storico faccia nascere una personalità o soggetto politico che sia capace di proporre a breve termine - questo è il problema, il breve termine - qualche tipo di soluzione per far sì che la distribuzione della ricchezza dal basso verso l'alto sia in modo di fermarsi. O che si riesca addirittura a invertire questo meccanismo.

Lei è ottimista oppure no?
No.

di Angelo Miotto

Link: http://it.peacereporter.net/articolo/14982/Rivolta+e+conflitto+di+classe


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Medveded apre ad Obama


Alla vigilia del vertice del G-20 a Londra, il presidente russo Dimitri Medvedev lancia, in una lettera pubblica apparsa in contemporanea su «Le Figaro» e «The Washington Post», un appello di apertura e collaborazione al presidente americano Barack Obama. Un atto con pochi precedenti che apre una nuova stagione nelle relazioni bilaterali tra le due superpotenze, sintomo di un vero dialogo e delle trattative in corso tra Mosca e Washington.

Sarebbe difficile negare che il bilancio delle relazioni russo-americane fosse assai pessimistico alla fine del 2008. Queste relazioni si sono sfortunatamente degradate sotto l’influenza dei progetti della precedente Amministrazione americana, in particolare il suo progetto di installazione di uno scudo antimissile in Europa orientale, gli sforzi di allargare ad est la Nato, e il rifiuto di ratificare il trattato sulle forze convenzionali in Europa. Tutte queste prese di posizione hanno nuociuto agli interessi russi e, se fossero state messe in opera, avrebbero inevitabilmente chiamato una risposta da parte nostra.
 
Nell’interesse dei nostri due paesi e del mondo, sono convinto che bisogna far scomparire questi ostacoli dalle nostre buone relazioni, in qualche modo sbarazzarci di questi “titoli tossici”, per rendere positivo un bilancio finora negativo. Questo necessiterà di sforzi congiunti. La corrispondenza che il presidente Obama ed io abbiamo intrattenuto quest’anno, mostra che siamo entrambi disposti a sviluppare, in un modo pragmatico e professionale, relazioni bilaterali sotto il segno della maturità.
 
Come riferimento che ci guidi in questa direzione abbiamo già la dichiarazione strategica che i nostri paesi hanno firmato a Soci (Russia) nel 2008. È importante che le idee positive contenute in quella dichiarazione abbiano seguito. Da parte nostra siamo pronti ad operare in questo senso.
 I campi di possibile collaborazione non mancano. Così, sono d’accordo col presidente Obama sul fatto che la ripresa del processo di disarmo debba diventare la nostra priorità immediata. L’idea di una pratica unilaterale per garantire la sicurezza è una illusione pericolosa. Sono lieto che i nostri nuovi amici americani ne abbiano piena coscienza.
 
Allo stesso modo mi pare che entrambi comprendiamo il bisogno di ricercare soluzioni collettive, che implicano la partecipazione di tutti gli attori interessati, per i problemi che incontra l’Afghanistan. Con questo spirito, Mosca ha organizzato una conferenza sull’Afghanistan sotto gli auspici della Organizzazione di Cooperazione di Shanghai. Sullo stesso tema salutiamo l’iniziativa americana di una conferenza delle Nazioni Unite in Olanda. È cruciale che Russia e Stati Uniti considerino queste conferenze come complementari e reciprocamente benefiche, non in concorrenza. Le relazioni tra Russia e Stati Uniti non possono soffrire né distacco né indifferenza.
 
Lo scorso novembre ho parlato a Washington del bisogno di mettere fine a questa crisi di fiducia. Per cominciare, dobbiamo accordarci sul fatto che superare il nostro pesante passivo non sia possibile se non assicurandoci reciproci benefici su un piano di uguaglianza, e tenendo conto delle rispettive posizioni. Sono pronto a mettermi al lavoro con Barack Obama sulla base di questi principi, e spero di poter cominciare fin da oggi, dal momento del nostro primo incontro a Londra prima del vertice del G20.
 
Lo stato dell’economia mondiale è per tutto il mondo fonte di preoccupazione. Potremo assicurare la vitalità del nostro sistema finanziario mondiale a condizione che si possa rendere la sua architettura mutuamente complementare e che riposi su un sistema diversificato di monete regionali di riserva e di centri finanziari. In occasione di questo vertice, Russia e Stati Uniti possono contribuire a far avanzare gli sforzi per stabilire regole universali e una disciplina che si applichi a tutti senza eccezioni. Allo stesso modo dobbiamo valutare insieme la possibilità di una nuova moneta di riserva, mondiale e sopranazionale, eventualmente sotto l’egida del Fondo monetario internazionale. Nelle nostre relazioni bilaterali dobbiamo più di tutto parlare di progetti d’investimento comuni, di ricerca, di sviluppo di imprese, così come accrescere il commercio di prodotti di nuove tecnologie.
 
La fine della guerra fredda e il processo di mondializzazione che ne è seguito ha cambiato il contesto geopolitico delle nostre relazioni e ha considerevolmente accresciuto l’importanza della leadership. Oggi una leadership efficace ha la necessità di essere collettiva, fondata sul desiderio e la possibilità di trovare denominatori comuni per gli interessi della comunità internazionale e dei gruppi di paesi regionali. I vertici dei G20 sono un passo fondamentale in questa direzione. Sono convinto che la Russia e gli Stati Uniti possono offrire molto al mondo, mantenendo allo stesso tempo le nostre particolari responsabilità negli affari mondiali.
 
Queste opportunità sono più visibili sulle questioni della stabilità strategica e della sicurezza nucleare. La natura delle relazioni Russia - Stati Uniti determina in larga misura la politica transatlantica, che potrebbe utilizzare come pilastro une cooperazione trilaterale tra l’Unione europea, la Russia, e gli Stati Uniti. Questo bisogno di tornare a una cooperazione più stretta si esplica in gran parte della storia delle nostre relazioni, che comprende anche momenti emozionalmente forti, come ad esempio il sostegno diplomatico della Russia agli Stati Uniti nei momenti cruciali del suo sviluppo, la nostra lotta comune contro il fascismo o il periodo della distensione.
 
Nel suo discorso di investitura il presidente Obama ha espressamente menzionato il fatto che gli Stati Uniti devono cambiare, allo stesso tempo, con tutto il resto del mondo. Mi ha profondamente impressionato per la valutazione imparziale dei problemi dell’America. Sono d’accordo nel dire che la grandezza non è mai innata, deve essere acquisita. Molto tempo fa Alexis de Tocqueville ha predetto un grande avvenire a due nazioni. Fino ad oggi, ciascuno dei nostri due paesi ha cercato di dimostrarlo, sia a se stessi che al mondo, ma agendo da soli. Credo fermamente che a questo tornante della storia noi dobbiamo lavorare insieme.
 
Il mondo attende che Russia e Stati Uniti prendano misure energiche per stabilire insieme un clima di fiducia e buona volontà in tema di governo mondiale, non che ci culliamo nell’inazione e nel disimpegno. Non possiamo permetterci di non rispondere a queste aspettative.
 
I campi di possibile collaborazione non mancano. Così, sono d’accordo col presidente Obama sul fatto che la ripresa del processo di disarmo debba diventare la nostra priorità immediata. L’idea di una pratica unilaterale per garantire la sicurezza è una illusione pericolosa. Sono lieto che i nostri nuovi amici americani ne abbiano piena coscienza.
 
Allo stesso modo mi pare che entrambi comprendiamo il bisogno di ricercare soluzioni collettive, che implicano la partecipazione di tutti gli attori interessati, per i problemi che incontra l’Afghanistan. Con questo spirito, Mosca ha organizzato una conferenza sull’Afghanistan sotto gli auspici della Organizzazione di Cooperazione di Shanghai. Sullo stesso tema salutiamo l’iniziativa americana di una conferenza delle Nazioni Unite in Olanda. È cruciale che Russia e Stati Uniti considerino queste conferenze come complementari e reciprocamente benefiche, non in concorrenza. Le relazioni tra Russia e Stati Uniti non possono soffrire né distacco né indifferenza.
 
Lo scorso novembre ho parlato a Washington del bisogno di mettere fine a questa crisi di fiducia. Per cominciare, dobbiamo accordarci sul fatto che superare il nostro pesante passivo non sia possibile se non assicurandoci reciproci benefici su un piano di uguaglianza, e tenendo conto delle rispettive posizioni. Sono pronto a mettermi al lavoro con Barack Obama sulla base di questi principi, e spero di poter cominciare fin da oggi, dal momento del nostro primo incontro a Londra prima del vertice del G20.
 
Lo stato dell’economia mondiale è per tutto il mondo fonte di preoccupazione. Potremo assicurare la vitalità del nostro sistema finanziario mondiale a condizione che si possa rendere la sua architettura mutuamente complementare e che riposi su un sistema diversificato di monete regionali di riserva e di centri finanziari. In occasione di questo vertice, Russia e Stati Uniti possono contribuire a far avanzare gli sforzi per stabilire regole universali e una disciplina che si applichi a tutti senza eccezioni. Allo stesso modo dobbiamo valutare insieme la possibilità di una nuova moneta di riserva, mondiale e sopranazionale, eventualmente sotto l’egida del Fondo monetario internazionale. Nelle nostre relazioni bilaterali dobbiamo più di tutto parlare di progetti d’investimento comuni, di ricerca, di sviluppo di imprese, così come accrescere il commercio di prodotti di nuove tecnologie.
 
La fine della guerra fredda e il processo di mondializzazione che ne è seguito ha cambiato il contesto geopolitico delle nostre relazioni e ha considerevolmente accresciuto l’importanza della leadership. Oggi una leadership efficace ha la necessità di essere collettiva, fondata sul desiderio e la possibilità di trovare denominatori comuni per gli interessi della comunità internazionale e dei gruppi di paesi regionali. I vertici dei G20 sono un passo fondamentale in questa direzione. Sono convinto che la Russia e gli Stati Uniti possono offrire molto al mondo, mantenendo allo stesso tempo le nostre particolari responsabilità negli affari mondiali.
 
Queste opportunità sono più visibili sulle questioni della stabilità strategica e della sicurezza nucleare. La natura delle relazioni Russia - Stati Uniti determina in larga misura la politica transatlantica, che potrebbe utilizzare come pilastro une cooperazione trilaterale tra l’Unione europea, la Russia, e gli Stati Uniti. Questo bisogno di tornare a una cooperazione più stretta si esplica in gran parte della storia delle nostre relazioni, che comprende anche momenti emozionalmente forti, come ad esempio il sostegno diplomatico della Russia agli Stati Uniti nei momenti cruciali del suo sviluppo, la nostra lotta comune contro il fascismo o il periodo della distensione.
 
Nel suo discorso di investitura il presidente Obama ha espressamente menzionato il fatto che gli Stati Uniti devono cambiare, allo stesso tempo, con tutto il resto del mondo. Mi ha profondamente impressionato per la valutazione imparziale dei problemi dell’America. Sono d’accordo nel dire che la grandezza non è mai innata, deve essere acquisita. Molto tempo fa Alexis de Tocqueville ha predetto un grande avvenire a due nazioni. Fino ad oggi, ciascuno dei nostri due paesi ha cercato di dimostrarlo, sia a se stessi che al mondo, ma agendo da soli. Credo fermamente che a questo tornante della storia noi dobbiamo lavorare insieme.
 
Il mondo attende che Russia e Stati Uniti prendano misure energiche per stabilire insieme un clima di fiducia e buona volontà in tema di governo mondiale, non che ci culliamo nell’inazione e nel disimpegno. Non possiamo permetterci di non rispondere a queste aspettative.
 
 
Traduzione a cura di Simone Santini  - www.clarissa.it
 
di Dimitri Medvedev  - «Le Figaro»; «Washington Post»

Londra cerca una via di uscita


Mano a mano che la crisi finanziaria ed economica globale si fa più profonda e grave tutti noi dobbiamo ripensare alcune questioni chiave, tra cui il ruolo dello Stato. Si può già prevedere che l’approccio al ruolo di governo che ha prevalso negli ultimi decenni si capovolgerà. 
L’assalto è cominciato più di trent’anni fa, con Margaret Thatcher e Ronald Reagan: economisti, uomini d’affari e politici puntarono il dito contro i governi come fonte di quasi tutti i problemi economici. Certo le critiche sulle interferenze dei governi erano solide e motivate: in quegli anni gli elettori avevano buone ragioni per sostenere i politici che promettevano di limitare il ruolo dei governi lasciando alle imprese una maggiore libertà di agire e quindi di crescere. Tuttavia, dietro le critiche c’erano anche altri interessi: quelli di chi, pur promettendo che l’ondata liberalizzatrice avrebbe dato vantaggi a tutti, era in realtà interessato soprattutto a spingere le grandi imprese, liberandole da obblighi pesanti nei confronti della società e smantellando la rete di sicurezza sociale che proteggeva i lavoratori.
La globalizzazione è stata accompagnata da una nuova fase di attacco contro lo Stato in favore della concorrenza assoluta su tutti i mercati: beni, servizi e lavoro. I principi del monetarismo, dell’irresponsabilità sociale e ambientale, del consumo eccessivo e dei superprofitti come motori dell’economia e della società sono diventati uno standard internazionale. Il cosiddetto «consenso di Washington» - che riflette questi principi - s’è diffuso ovunque con forza. Così sempre più spesso molti settori dell’economia e della finanza sono stati lasciati a se stessi, senza supervisione.
Inevitabilmente, una dopo l’altra sono esplose le bolle. Prima quella digitale, poi quella del mercato azionario, infine quella dei mutui. Finché il finanziamento globale, nel suo insieme, non è diventato a sua volta un’enorme bolla. Piccoli gruppi di persone hanno creato una ricchezza favolosa per se stesse, mentre il tenore di vita di gran parte della popolazione mondiale - nel migliore dei casi - è rimasto invariato. E gli impegni per aiutare i poveri del mondo sono stati quasi sempre dimenticati. L’indebolimento dello Stato ha consentito un’ondata selvaggia di frodi finanziarie e corruzione, ha permesso al crimine organizzato di infilarsi nell’economia di numerosi Paesi, e consegnato un’influenza sproporzionata alla lobby delle imprese, che fa leva sui finanziamenti alla politica. Ciò ha falsato il processo democratico e danneggiato gravemente il tessuto sociale.
Settembre 2008 ha segnato l’inizio di un crollo catastrofico dell’intera struttura. Sotto le macerie sono rimasti i risparmiatori, la produzione - scesa a un ritmo senza precedenti - e milioni di disoccupati in tutto il mondo. Non è esagerato dire che oggi è minacciata tutta l’economia mondiale.
E ancora oggi continuiamo a sentire i pareri di chi tuttora crede nella magia salvifica del mercato completamente libero. Solo che gli elettori non vanno più in caccia di soluzioni: si aspettano che siano i leader eletti ad agire. E sono questi a dover intervenire perché non ci sono altri strumenti.
In un momento in cui lo tsunami economico sta minacciando la sopravvivenza di centinaia di milioni di persone, dobbiamo riconsiderare la responsabilità dello Stato per la protezione e la sicurezza dei suoi cittadini. Abbiamo sentito argomenti contro lo «Stato bambinaia» e contro il concetto di assistenza «dalla culla alla tomba»: in effetti il governo non può curarsi di tutto in eterno. Però ha il dovere di proteggere le persone dalla rapina finanziaria cui abbiamo assistito negli ultimi anni.
I governi si sono ormai presi la responsabilità del salvataggio dell’economia. In questa sfida devono impedire che enormi somme di denaro dei contribuenti siano spese senza controllo. Il denaro non deve finire nelle mani e tasche di coloro che vogliono, come si dice, «privatizzare i profitti e nazionalizzare le perdite».
In un mondo globalizzato dobbiamo contemporaneamente ripulire la finanza e costruire strutture di governance internazionale più solide. Il primo incontro del G-20, nel novembre scorso a Washington, è stato solo un inizio. Ha mostrato una consapevolezza nuova del fatto che per riuscire bisogna mettere insieme una unione di forze senza precedenti nella storia mondiale.
Voglio sperare che i capi di governo del G-20 che si riuniscono a Londra saranno capaci - oltre che di risolvere i problemi - di gettare le basi per una governance che duri negli anni a venire. Le sfide sono davvero gigantesche: si tratta di dare un nuovo ruolo ai governi e agli organismi internazionali in materia di regolamentazione dell’economia. Di avviare la costruzione di economie meno militarizzate. Di non inseguire consumi eccessivi e superprofitti e di armonizzare le preoccupazioni ambientali con la crescita economica. Un compito di entità pari alla sfida che affrontammo nella seconda metà degli Anni Ottanta: scongiurare la minaccia di una catastrofe nucleare. Per vincere servono una cooperazione internazionale e una leadership collettiva che sappiano superare gli stereotipi obsoleti, mettendo al primo posto gli interessi comuni. 
di Mikhail Gorbaciov - da lastampa.it

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