venerdì 3 aprile 2009

Fiat - Chrysler tra rischi e opportunità


L'accordo di Fiat con Chrysler non è privo di rischi, ma si inserisce in un piano coerente di sviluppo di lungo periodo, in una fase di profonda ristrutturazione del settore. Se funziona, permetterà alle due imprese di sfruttare le economie di scala di R&S e di condividere le reti distributive. Se non funziona, i costi per la casa italiana saranno limitati, a patto che la partnership non duri a lungo. Ma per Fiat rappresenta solo un passo, seppur importante, del processo di riposizionamento. Che richiederà altri capitali, finanziari e manageriali.Difficile nascondere la sorpresa e l’orgoglio. Non succede tutti i giorni di sentire il presidente degli Stati Uniti che elogia un’impresa italiana e ne richiede esplicitamente l’intervento per salvarne una americana: “Recently, Chrysler reached out and found what could be a potential partner -- the international car company Fiat, where the current management team has executed an impressive turnaround.Fiat is prepared to transfer its cutting-edge technology to Chrysler and, after working closely with my team, has committed to build -- building new fuel-efficient cars and engines right here in the United States”.Chrysler e Fiat hanno ora un mese di tempo per negoziare un accordo di partnership che tenga conto delle molte e dettagliate osservazioni della Casa Bianca (fra le quali, un ingresso di Fiat nel capitale Chrysler scaglionato nel tempo e vincolato al rispetto di determinate condizioni). Passata la sorpresa, ma non l’orgoglio, è utile riflettere sui termini di questo accordo.

LA SITUAZIONE DI CHRYSLER

Il punto di partenza è lo stato di salute di Chrysler. Il documento della Casa Bianca al riguardo non lascia dubbi: Chrysler è un’impresa che, allo stato attuale, non ha nessuna prospettiva di sopravvivenza senza una partnership industriale. (1) Il problema principale è che Chrysler non ha una scala adeguata per investire a sufficienza in ricerca e sviluppo e ammortizzare i costi fissi sempre più rilevanti che caratterizzano il settore. Di conseguenza, negli ultimi anni la qualità dei veicoli Chrysler è peggiorata rispetto ai competitori, il mix di prodotti è sbilanciato verso automobili di grandi dimensioni e poco efficienti da un punto di vista energetico, le tecnologie di produzione sono obsolete. Last but not least, la situazione finanziaria non le permette di offrire adeguato credito ai potenziali acquirenti, un aspetto cruciale nella fase attuale di recessione. La quota di mercato di Chrysler negli Stati Uniti è diminuita dal 16,2 per cento del 1998 all’11 per cento attuale, con prospettive di ulteriori riduzioni. È quindi chiaro che riportare Chrysler a generare profitti sarà un’impresa molto difficile.

PERCHÉ FIAT?

La seconda questione è perché Obama si sia sbilanciato a indicare Fiat come partner per Chrysler, invece di tenere una posizione più aperta. Il messaggio al management Chrysler è chiaro: o raggiungono un accordo con Fiat o l’impresa sarà liquidata. Così facendo, ha notevolmente accresciuto il potere negoziale della casa torinese nella stipula dell’accordo. Una prima ragione, la più ovvia, è tecnologica. Fiat unisce una tradizione secolare nella produzione di automobili medio-piccole a tecnologie “verdi” di avanguardia. Nel 2007 le vetture del gruppo Fiat presentavano un valore medio di emissioni di CO2 pari a 137 g/km, collocandosi al primo posto nella classifica di tutti i produttori che operano sul mercato europeo. Le tecnologie per la riduzione dell’impatto ambientale delle automobili, sviluppate soprattutto per il mercato europeo, sono diventate un asset formidabile anche per quello americano dopo l’elezione di Obama, che fa dell’ambiente uno dei punti qualificanti del suo mandato e un segno di netta rottura con l’amministrazione Bush. Tuttavia, Fiat non è l’unico produttore di automobili ad avere tecnologie “verdi”. C’è dunque qualche altro motivo: l’esperienza recente del management Fiat. Solo cinque anni fa anche Fiat si trovava sull’orlo della bancarotta, in una situazione per alcuni versi simile a quella di Chrysler oggi. Il “turnaround” messo in atto dal management Fiat ha impressionato molti, inclusa l’amministrazione Obama. Il gruppo dirigenziale, e in particolare Sergio Marchionne, rappresenta un asset cruciale nella trattativa. La speranza dell’amministrazione Usa è che il rilancio Fiat possa ripetersi con successo per Chrysler. È anche possibile che nessun altro pretendente si sia fatto avanti, dato lo stato comatoso in cui versa Chrysler. In ogni caso, considerati i tempi stretti della ristrutturazione, appare improbabile che qualche altra impresa sia in grado di fornire un piano alternativo.

LE OPPORTUNITÀ DELL’ACCORDO

L’accordo rappresenta una opportunità importante per Fiat, oltre che l’unica alternativa alla bancarotta per Chrysler. In primo luogo, l’integrazione delle piattaforme produttive permetterebbe di accrescere le economie di scala che oggi sono l’elemento cruciale nell’industria automobilistica. Le due imprese hanno una scala dimensionale simile, di poco superiore ai due milioni di autoveicoli prodotti. Un raddoppio della scala produttiva su cui “spalmare” i costi fissi di R&S rappresenta quindi un salto dimensionale importante. Ma siamo ancora lontani dal traguardo delle 5,5-6 milioni di autovetture indicate da Marchionne come scala minima. Ulteriori operazioni sono quindi all’orizzonte. Oltre alle economie di scala di R&S, l’accordo permetterebbe anche di utilizzare la rete commerciale di Chrysler per vendere prodotti Fiat in America e viceversa. Costruire una rete distributiva richiede molto tempo e investimenti notevoli. L’accesso a una rete già esistente rappresenta quindi un asset di grande valore.
Vi sono anche chiare economie “di marchio”. Pur se appannato, il marchio Chrysler è sicuramente più vendibile agli americani, particolarmente del Mid-West e del Sud, rispetto a uno europeo. Il “rivestimento” Chrysler rende la tecnologia Fiat più appetibile sul mercato americano. Chrysler possiede anche il prestigioso marchio Jeep, segmento sul quale Fiat è carente. Jeep si gioverebbe della rete di distribuzione Fiat nel mercato europeo e del Sud America.
Vi è infine un effetto di immagine: se l’operazione andasse in porto e avesse successo, il capitale di reputazione del management Fiat salirebbe alle stelle. Questo fornirebbe un biglietto da visita molto importante per permettere al gruppo di negoziare ulteriori aggregazioni da una posizione di forza.

I RISCHI DELL’ACCORDO

Il rischio fondamentale sta nella situazione molto critica di Chrysler: le probabilità che il salvataggio non funzioni sono alte. Un fallimento produrrebbe un danno in termini di reputazione, limitato dal fatto che le condizioni di Chrysler sono note a tutti. Bene ha fatto Fiat a porre la condizione di nessun esborso di capitale: le garantisce di non essere coinvolta in un eventuale fallimento di Chrysler. Se il piano ha successo, Fiat valorizza la sua partecipazione, altrimenti non ci rimette, se non in termini di reputazione. Questo schema funziona nel breve periodo, diciamo da qui a fine anno. Più a lungo l’accordo dura, più difficile sarà per Fiat chiamarsi fuori. Se tra un anno Chrysler fosse ancora in attività, è difficile escludere un coinvolgimento finanziario e manageriale diretto dei torinesi. La ristrutturazione sarà lunga e costosa. Difficilmente i sei miliardi di dollari promessi, in prestito, dal governo americano saranno sufficienti. Valutare come e quando aumentare il coinvolgimento di Fiat in Chrysler costituisce il punto chiave in una prospettiva di medio periodo. A Fiat conviene spingere per una prima fase di negoziazione “dura” con tutti i soggetti coinvolti (creditori, azionisti, fornitori), anche a rischio di fallimento dell’accordo, e quindi di Chrysler, per massimizzare le probabilità di un  successo nel medio periodo. Un fallimento di Chrysler nei prossimi sei mesi sarebbe per Fiat molto meno problematico di un fallimento fra due anni a quel punto, l’accordo potrebbe diventare una zavorra molto pesante per Fiat stessa.
L’accordo di Fiat con Chrysler non è dunque privo di rischi, ma si inserisce in un piano coerente di sviluppo di lungo periodo in una fase di profonda ristrutturazione del settore. Se funzionasse, permetterebbe alle due imprese di sfruttare le economie di scala di R&S e di condividere le rispettive reti distributive. Se non funzionasse, i costi per Fiat sarebbero limitati, a patto che la partnership non duri a lungo. In una prospettiva più ampia, l’accordo rappresenta per Fiat solo un passo, seppur importante, di un processo di posizionamento in un settore in forte evoluzione. Sia per potenziare Chrysler sia per eventuali altre fusioni e partnership saranno necessari ulteriori capitali finanziari e manageriali. Speriamo che la famiglia Agnelli abbia imparato la lezione dell’ultima crisi. Solo un adeguato apporto di capitale di rischio e un management indipendente e selezionato con criteri meritocratici possono garantire lo sviluppo. L’obiettivo del mantenimento del controllo a tutti i costi, che ha spesso dettato le scelte strategiche nella storia dell’azienda, finirebbe per soffocare un progetto con grandi possibilità, e diverse incognite in un mercato difficile e molto competitivo.

(1) Si veda http://www.whitehouse.gov/assets/documents/Chrysler_Viability_Assessment.pdf.

di Fabiano Schivardi 

Link: http://www.lavoce.info/articoli/pagina1001042.html

Il declino del petrolio minaccia il governo del Sudan


Khartoum, Sudan – Se chiedete ad un cittadino sudanese cosa lo preoccupa di questi tempi, quest’ultimo potrebbe non citare nemmeno il Darfur o il mandato di arresto emesso dalla Corte Internazionale di Giustizia contro il suo presidente. Per molte persone, qui, è l’economia che non li fa dormire la notte.

Un tempo, l’economia del Sudan era fondata sulla disponibilità di denaro liquido, fatto che ha rappresentato un motivo di orgoglio nazionale negli ultimi cinque anni. Ora l’economia è a rischio di paralisi, a causa dei prezzi del petrolio in caduta libera. Con il bilancio dello stato (dipendente dal petrolio) ormai in rovina, i dipendenti pubblici devono affrontare tagli di stipendio. Gli hotel di lusso di nuova apertura stanno abbattendo i prezzi, e persino i supermercati avvertono la crisi.

“La gente è a corto di soldi”, afferma il proprietario di una drogheria, Nassir Al-Din, che ha aggiunto che le sue vendite sono calate del 50% dall’anno scorso. Un tempo Al-Din riusciva a vendere i Kellog’s Corn Flakes, considerati un bene di lusso in Sudan, per 12 dollari a scatola. Ora il prezzo è sceso a 9 dollari, e nessuno comunque li compra.

Per il governo del Sudan, che è in guerra e si trova ad affrontare il crescente isolamento internazionale dovuto al mandato di cattura per crimini di guerra emanato dalla Corte Internazionale di Giustizia contro il presidente Omar Hassan Ahmed Bashir, la crisi finanziaria rappresenta il più recente sviluppo di una situazione già critica – sviluppo che potrebbe avere una forte ricaduta a livello politico.

Per anni il governo ha sfruttato le crescenti entrate derivanti dal petrolio per finanziare il potenziamento dell’esercito e per assicurarsi il sostegno politico – inclusa la pratica di liquidare con il denaro i leader dell’opposizione e di armare milizie private come i Janjaweed nella regione del Darfur. “Il petrolio è ciò che li ha tenuti al potere”, afferma Mohamed Ibrahim Nugud, segretario generale del Partito Comunista in Sudan.

Gli economisti prevedono che, se il prezzo del petrolio non tornerà ai livelli precedenti, la rabbia popolare scatenata dai problemi economici potrebbe provocare molta più frustrazione interna che non il Darfur o il mandato di arresto della Corte Internazionale di Giustizia. Nel 1985, le proteste contro i prezzi crescenti di gas e generi alimentari avevano contribuito a far cadere il governo.

“Tutto ciò alimenta la rivoluzione”, sostiene Elhaj Hamed M.K. Haj Hamed, economista politico presso il Social and Human Development Consultative Group a Khartoum. Il Sudan ha avuto una delle economie a più elevato tasso di crescita in tutta l’Africa, da quando ha iniziato a esportare il petrolio nel 1999. Le rendite petrolifere rappresentano circa il 65% del bilancio nazionale e il 97% di quello della regione autonoma del sud.

A partire dal 2006, l’aumento dei prezzi del greggio ha contribuito a trasformare questa capitale arida in una città moderna che nutriva l’ambizione di costruire uno skyline in grado di competere con quello di Dubai. Tale crescita è stata accolta ancora più positivamente da molti sudanesi, poiché essa è stata possibile nonostante le sanzioni statunitensi imposte come conseguenza del massacro in Darfur e del sostegno del governo sudanese nei confronti di organizzazioni i cui nomi compaiono nella lista dei gruppi terroristici stilata da Washington.

Quando la stretta creditizia a livello internazionale cominciò a farsi sentire l’anno scorso, i funzionari sudanesi inizialmente se ne fecero beffe, sostenendo che le sanzioni statunitensi, che avevano isolato il paese, lo avevano risparmiato dalle nefaste conseguenze della crisi. Ma nel momento in cui i prezzi del petrolio sono crollati dagli oltre 140 dollari al barile della scorsa estate al recente minimo di 35 dollari, essi hanno smesso di scherzare.

“L’era della dipendenza petrolifera è terminata”, ha affermato quest’anno il Ministro delle Finanze Awad Ahmed Jaz rivolgendosi ai governatori. Oggi la rendita petrolifera mensile è la metà di quella dell’anno scorso. In febbraio, le autorità hanno affermato di essere riuscite a raccogliere solamente l’indispensabile per coprire le spese.

Il governo sta lottando per tagliare le spese ed aumentare le entrate. Lo scorso mese, i dipendenti statali del sud non sono stati pagati. A Khartoum, i medici del settore pubblico hanno scioperato per protestare contro il loro mancato pagamento. L’imposta sulla vendita dei prodotti ha subito un aumento del 20%; le chiamate da telefoni cellulari e le importazioni di auto hanno visto un incremento delle imposte.

Il governo del Sudan meridionale ha ordinato un taglio del 10% sui salari dei propri alti funzionari ed ha approvato la prima tassa sul reddito nei confronti dei propri cittadini, che sono tra i più poveri di tutta l’Africa.

“Ma aumentare le tasse non è la soluzione”, dice Abdulla Mursi, direttore delle vendite di una nuova concessionaria Nissan a Khartoum. Le imposte più elevate sulle importazioni hanno provocato l’aumento del prezzo di una Nissan Tiida compact, conosciuta con il nome di Versa negli Stati Uniti, da 33.000 a 41.000 dollari. Mursi dice che le vendite sono calate a tal punto che anche le entrate derivanti dalle tasse sono diminuite negli ultimi due mesi.

I valori degli immobili e degli affitti stanno crollando, soprattutto nei quartieri ricchi, ha affermato Sayman Osman, un agente di Khartoum. Egli ha puntato il dito contro la sentenza della Corte Internazionale di Giustizia, che ha fatto temere ad alcuni stranieri il pericolo di possibili rappresaglie, affermando che “gli stranieri costituivano circa la metà del nostro business degli affitti, ma si sono spaventati a causa della Corte Internazionale di Giustizia”.

Oltre alle rendite petrolifere, gran parte del recente sviluppo è stato reso possibile dall’aiuto dei paesi arabi e della Cina, la quale acquista la maggior parte del petrolio sudanese. La diga di Merowe di recente apertura è stata costruita grazie a circa 2 miliardi di dollari di aiuti stranieri. Il calo dei prezzi del petrolio sta danneggiando anche i partner mediorientali del Sudan. Inoltre, la sentenza della Corte Internazionale di Giustizia, che asserisce che Bashir ha orchestrato una brutale azione per soffocare la rivolta in Darfur, potrebbe aumentare la pressione internazionale a favore del boicottaggio del paese.

Secondo alcuni, il Sudan sarà spinto a cercare di ottenere un salvataggio da parte della Banca Mondiale o del Fondo Monetario Internazionale, poiché il paese è venuto meno agli obblighi derivanti dal suo attuale debito di 30 miliardi di dollari. Hamed sostiene che “il denaro proveniente dal petrolio ha permesso al governo di ignorare le istituzioni finanziarie internazionali nel corso degli anni”.

Il governo del Sud, guidato dall’ex gruppo ribelle conosciuto con il nome di Sudan People’s Liberation Movement (SPLM), potrebbe ricevere un’accoglienza più calorosa dai creditori internazionali. Tuttavia la crisi sarà probabilmente più grave nel Sud.

Il recente crollo dei prezzi del petrolio sta obbligando il governo del sud a sopravvivere con un quarto del denaro che aveva preventivato. Ciò sta rallentando gli sforzi del Sud di trasformare il proprio esercito di ribelli in un esercito professionista costituito da 150.000 soldati.

I funzionari del Sud sono già stati criticati duramente dai propri cittadini, i quali si chiedono dove siano andati a finire i 6 miliardi di dollari derivanti dalle rendite petrolifere, da quando il Sud ha iniziato a ricevere il 50% dei profitti nazionali nel 2005. Strade, scuole ed elettricità sono ancora rare in gran parte del Sudan meridionale.

Secondo Pagan Amum, segretario generale dell’SPLM, la crisi è “molto grave”. Tuttavia egli ha notato che i sudanesi del Sud sono abituati alle difficoltà, e che solo pochi anni fa l’SPLM era costretto a sopravvivere nella savana. “Rispetto alla situazione dalla quale proveniamo, stiamo molto meglio oggi”, dice.

Ali Abdalla Ali, analista economico e co-fondatore della Borsa di Khartoum, sostiene che le rendite petrolifere avrebbero dovuto essere utilizzate per dar vita ad altre attività, come quella del cotone, della gomma arabica, delle noccioline e dell’agricoltura.

“Non siamo stati in grado di diversificare le nostre risorse petrolifere”, ha affermato. “Il problema con il petrolio è che, una volta che ce l’hai, pensi che durerà per sempre. Questo ci servirà di lezione”.

Molti sudanesi si lamentano che la festa del petrolio sia finita prima che qualunque beneficio abbia potuto raggiungere la popolazione. Mike Abadi, ingegnere elettronico di 35 anni, in coda con altri disoccupati di fronte al compound delle Nazioni Unite a Khartoum, ammette che ci sono nuove strade, illuminazione e grattacieli di uffici intorno a lui. Tuttavia lui dice che la sua vita non è cambiata per niente. Negli ultimi dieci anni ha trovato una sola occupazione, con un imprenditore cinese che, una volta terminato il lavoro, ha chiuso.

“Davvero le cose vanno peggio?”, chiede. “E quando andavano meglio? Per me ogni giorno è sempre stata la stessa cosa. Non ho mai visto nulla provenire dal petrolio. Alcuni di noi addirittura non hanno mai saputo che il Sudan avesse del petrolio”.

di Edmund Sanders

Edmund Sanders è direttore degli uffici di Nairobi del Los Angeles Times; è responsabile per l’Africa centrale e orientale, occupandosi di paesi come la Somalia, il Darfur, e la Repubblica Democratica del Congo; in precedenza è stato corrispondente da Baghdad

Traduzione: http://www.arabnews.it/

Link: http://www.arabnews.it/2009/04/01/il-declino-del-petrolio-minaccia-il-governo-del-sudan/

Titolo originale:

Oil’s decline threatens Sudan government

Link: http://www.arabnews.it/2009/04/01/il-declino-del-petrolio-minaccia-il-governo-del-sudan/

La crisi economica nei Balcani


Il livello di indebitamento estero deprime il rating internazionale della Croazia, ma la diminuzione della spesa pubblica può scatenare l'opposizione di ampie categorie sociali. Le forme della crisi nell'analisi di Jutarnji List
Standard & Poor’s ha ridotto il rating creditizio alla Croazia a causa del livello di indebitamento nella sua valuta (kuna), e ha presentato delle previsioni negative, parlando di una possibile ulteriore caduta del rating. Recentemente anche Moody’s ha messo in allerta sul pericolo di diminuzione del rating. Fitch, la più grande agenzia di rating, non ha parlato di riduzione, ma avverte del rischio i potenziali investitori.

Ciò è avvenuto nel momento peggiore, proprio quando il paese si prepara all’emissione di euro bond da cui avrebbe ricavato qualche miliardo di kune. Con parole diverse, tutte le agenzie di rating fanno notare la vulnerabilità della Croazia a causa dell’alto debito estero e il deficit della bilancia dei pagamenti. Consigliano quindi una politica fiscale restrittiva.

In altre parole, consigliano un forte risparmio. Non è troppo presto per dire al premier Sanader di risparmiare miliardi di kune del bilancio, ma il problema è che il governo non sa come fare.

L’analisi degli economisti fa capire che non è sufficiente ridurre le spese di bilancio di 10,4 miliardi di kune [circa 1,3 miliardi di euro, ndt], dato che quest’anno ci saranno guadagni inferiori, ma bisognerà ridurle di qualche miliardo in più, così da permettere al paese di usarli lì dov’è più necessario, per salvare qualche fallimento, aiutare l’esportazione, stimolare il turismo in difficoltà e così via.

Facile per le agenzie straniere di rating, così come per gli economisti croati, parlare di taglio delle spese. Facile dire che è necessario tagliare gli stipendi dei dipendenti statali, che quest’anno “pesano” per 23,5 miliardi di kune [circa 3 miliardi di euro, ndt], quando però si è già iniziato a permettere che queste paghe vengano aumentate. In questa voce si potrebbero risparmiare da 1,3 a 1,7 miliardi di kune [da 174 a 228 milioni di euro circa, ndt], ma come togliere a queste persone ciò che hanno già ricevuto? Oltre a questo, i sindacati hanno fatto sapere chiaramente che sapranno reagire a questa mossa.

Facile dire che è necessario ridurre gli investimenti. Cosa ne sarà delle imprese che si sono già impegnate nella costruzione del ponte di Peljesac, con i loro operai che, per questo lavoro, dovrebbero essere pagati il prossimo anno, e di tutti coloro che hanno collaborato al progetto, oltre che dei fornitori delle grandi quantità di materiale necessario alla edificazione del ponte? Che ne sarà delle persone impiegate nei lavori di tutti i vari ponti, strade, scuole, asili, reti idriche, viadotti, tunnel, case e uffici? Cosa diranno agli elettori che attendono questi ponti, queste strade, queste scuole e gli acquedotti in questi luoghi?

Facile calcolare quante persone ottengono una pensione dal bilancio non avendola guadagnata con il loro lavoro ma perché sono veterani di guerra o membri della famiglia dei veterani, perché la loro fabbrica in seguito alla privatizzazione è stata chiusa per lasciare spazio ad un immobile esclusivo, perché avevano più di 40 anni quando la ditta è stata privatizzata e non rientravano più negli standard moderni... Come togliere ora a queste persone i soldi che ricevono già da anni?

Facile affermare che 6,9 miliardi di kune [circa 900 milioni di euro, ndt] di sovvenzioni è una cifra esagerata, ma coloro che li ricevono sostengono a gran voce il contrario. Da tempo i contadini cercano di sopravvivere con qualche ettaro di terra, o con qualche capra, quindi ovviamente non hanno i soldi per un nuovo trattore o una stalla moderna; i pescatori si muovono con imbarcazioni troppo vecchie e ogni pescatore italiano può sottrarre loro il pesce quando vuole, mentre le imprese navali non sono capaci di costruire navi che portino profitto. Se tutti costoro resteranno senza sovvenzioni, di cosa vivranno?

Facile affermare che le amministrazioni locali di 429 comuni, 126 città, 20 contee e la città di Zagabria sono troppo costose per un paese di 4,44 milioni di abitanti. Questi comuni, però, città e contee, hanno i loro sindaci, vice-sindaci, capi e segretarie, e si tratta di un buon numero di persone che si sono assicurati l’esistenza, almeno con l’aggiunta di 76 milioni di kune [circa 10 milioni di euro, ndt] di aiuti diretti previsti dal bilancio.

Ai tagli dei governanti seguiranno i “tagli” dei voti. I sindacati hanno affermato chiaramente di essere loro stessi i primi elettori che sapranno punire e premiare in base allo stato dei loro bilanci. Così i pensionati. La gente voterà per chi diminuisce le paghe o toglie la pensione? Voterà per chi non può assicurare una strada o una scuola oppure finanziare un’impresa che fa vivere gli abitanti di un'intera città?

Nessuno in questo paese ha ancora vinto le elezioni con un programma di risparmio, in particolare scegliendo di togliere alla gente ciò che ha già ottenuto o che le è già stato promesso. Il governo può appellarsi al Fondo Monetario Internazionale che, come afferma il ministro delle Finanze croato, taglierà tutte le transazioni, lasciando intendere quindi che non ha danneggiato volontariamente i suoi elettori, bensì lo hanno fatto i cattivi poliziotti finanziari mondiali. Ciò nonostante, perderà le elezioni. Alle persone in fondo non interessa il motivo per cui restano senza stipendio o senza pensione, ma cercano i colpevoli che gliele hanno tolte. Per questo sono vani tutti gli inviti al risparmio radicale e ai tagli delle spese. La tattica croata nella lotta alla crisi sarà quella di rimandare alle elezioni. Dopo di che saranno possibili la carenza di liquidità, la crisi dei debiti, la pressione sul cambio, l'inflazione ecc. Oppure, lasciare il destino nelle mani del FMI. Almeno i voti saranno stati numerosi.

di Branka Stipić, per Jutarnji List,(tit. or.: Do izbora neće biti drastične štednje)

Traduzione: Maria Elena Franco

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