sabato 4 aprile 2009

UN FUTURO «AFGHANO» PER LE DONNE IRACHENE


La condizione drammatica delle donne nel paese dilaniato da guerre, occupazione, leggi tribali e interpretazioni religiose fondamentaliste. La lotta per l'abolizione dell'articolo della costituzione che potrebbe sostituire il codice di famiglia progressista con la sharia.
Le donne irachene rischiano di vedersi imporre una legge come quella che è appena stata firmata dal presidente Karzai in Afghanistan e che, tra l'altro, legalizza lo stupro in famiglia. Le donne irachene lo sanno bene. Ad insinuare pesantemente il loro futuro è l'articolo 41 della costituzione, di cui chiedono l'abolizione. L'articolo in questione, legalizzando tutte le pratiche religiose, apre la strada alla regolazione delle questioni personali (codice della famiglia) sulla base dell'appartenenza confessionale. In questo modo verrebbe vanificata la parità dei sessi prevista dalla costituzione. Peraltro, essendo molte delle famiglie irachene miste sia dal punto di vista confessionale che etnico, è facile prevedere che in caso di conflitto prevarrebbe l'appartenenza religiosa del marito. La «confessionalizzazione» del diritto di famiglia prevista dall'articolo 41 abolirebbe il codice della famiglia in vigore dal 1959, uno dei più progressisti del mondo musulmano, frutto delle lotte delle donne irachene degli anni 50. Certo è un codice che non soddisfa le richieste delle donne, soprattutto dopo le modifiche introdotte negli ultimi anni dal regime di Saddam (come il divieto delle donne di andare all'estero da sole), ma si tratta di un buon punto di partenza. 
L'adozione delle pratiche religiose e tribali più conservatrici condannerebbe le donne alla rinuncia dei loro diritti e la società civile irachena ad accettare una divisione etnico-confessionale. Nonostante gli scontri religiosi ed etnici provocati, secondo diversi esponenti della società civile irachena, da «pressioni politiche» interne ed esterne che negli ultimi anni hanno cercato di favorire la divisione, «l'Iraq è uno», sostengono. Il rifiuto della spartizione dell'Iraq è stato ribadito da diversi esponenti di associazioni (sindacalisti, attivisti dei diritti umani, donne, studenti) che hanno partecipato dal 25 al 30 marzo a Velletri alla Conferenza in solidarietà con la società civile irachena. All'incontro organizzato da «Un ponte per» erano presenti anche ong asiatiche, europee e statunitensi. 
Se le insidie per il futuro delle donne irachene è rappresentato dall'articolo 41, il presente non è certo meno drammatico.
«Quando una società attraversa una crisi la prima vittima è la donna. Le guerre che si sono succedute e che hanno coinvolto l'Iraq dall'80 ad oggi hanno provocato un grande numero di vedove, orfani e dopo il 2003 la diffusione della violenza a sfondo etnico ha aggravato la situazione: ancora più morti, più vedove, più orfani e una situazione preoccupante a livello sociale ed economica», dice Fayza al Bayati della Iraqi turkmen women's society. Fayza vive a Kirkuk, una delle zone più turbolente in questo momento, il cui status non è ancora stato definito essendo la città rivendicata sia dai kurdi che dagli arabi. Fayza fa parte di quella minoranza turcomanna che subisce maggiori discriminazioni in questo momento, ma mette al primo posto le difficoltà che condivide con le donne di altre etnie. «Per effetto dell'uccisione dei maschi della famiglia le donne si trovano ad essere l'unico sostegno, spesso oltre a mantenere i propri figli, queste vedove devono farsi carico anche della famiglia del marito. E oltre a tutto questo la donna deve subire pesanti pressioni, violenze, pratiche tribali che erano state superate. Da tre anni le donne non guidano più la macchina, è stato vietato da alcuni gruppi. Sono stati diffusi volantini non firmati, potevano essere di al Qaeda, di gruppi religiosi o politici. Anche uscire senza velo è diventato pericoloso. Ovunque», conclude Fayza.
«Le violenze contro le donne hanno anche delle specificità regionali, aggiunge Salama As Soghban di Justice women organization, ma paradossalmente questa situazione ha aiutato le donne. Costrette ad assumersi responsabilità, a sostenere la famiglia, le donne sono diventate molto più attive, autonome, hanno preso coscienza di essere in grado di risolvere i propri problemi e anche di assumere un ruolo di leadership».
E qual è la realtà delle donne nel sud dell'Iraq, chiediamo a Salama che viene da Diwaniya.
«Nel sud dell'Iraq continuiamo a subire le pressioni di sempre: l'imposizione del velo, matrimoni precoci e forzati, delitti d'onore. Mentre le mutilazioni genitali femminili al sud non sono diffuse come in Kurdistan. Le donne spesso, in passato, hanno avuto l'opportunità di studiare, ma questo non ha impedito loro di dover sottostare alle regole tribali. La nostra associazione lavora molto nelle zone rurali, dove la situazione è peggiore, e abbiamo trovato giovani insegnanti universitarie costrette a sposare cugini che non avevano studiato. Molto spesso per poter lavorare nelle zone rurali dobbiamo chiedere il permesso dei maschi - mariti, padri, fratelli o anziani - che ci permettono di sensibilizzare le donne sui loro problemi ma non di mettere in discussione il ruolo di comando dell'uomo».
«La colpa non è solo dei capi tribali ma anche del governo iracheno che, per esempio, vuol rimettere in vigore una legge annullata nel 2003, secondo la quale la donna non può viaggiare se non è accompagnata dal marito, aggiunge Fayzia. Anche per poter lavorare le donne spesso devono chiedere il permesso al marito o al padre. Questo viene presentato come una protezione della donna ma in effetti è solo controllo».
Quanto questa situazione è da attribuire a leggi in vigore e quanto a tradizioni tribali o leggi religiose?
«Sicuramente assistiamo a un ritorno di vecchie pratiche tribali che non erano più in uso, ma la legge non fa nulla per combatterle: il delitto d'onore è una legge tribale ma per chi lo commette la legge prevede al massimo una pena di sei mesi. Vi è un'alleanza tra religione, usanze tribali e interpretazioni religiose che non vengono contrastate dalla legge».
Il delitto d'onore, che esisteva anche prima dell'occupazione, dopo il 2003 ha subito una impennata. In tutto il paese.
«Anche nel nord sono previste attenuanti per il delitto d'onore, ma occorre sottolineare che vengono riconosciute solo agli uomini. Inoltre, la pena non viene quasi mai scontata, quando una donna viene uccisa la sua morte viene archiviata come incidente o suicidio e su questo concordano le autorità politiche, religiose e giudiziarie», osserva Fayza.
Ad aggravare la condizione delle donne è stata anche la costrizione ad abbandonare le proprie case e a rifugiarsi all'estero o nei campi profughi all'interno del paese, abbandonando scuola e lavoro. E come sempre succede nei campi profughi la violenza è molto diffusa.
«Da quando abbiamo concentrato la nostra attività sulla violenza contro le donne abbiamo scoperto un mondo fino ad allora sconosciuto, racconta Salama. Abbiamo deciso di andare a verificare la situazione e raccontarla attraverso storie di cui non si parla mai: di violenze, uccisioni, stupri che la società nasconde. In un campo profughi a Baghdad abbiamo scoperto un ragazzo che ha ucciso una sorella e ha ferito l'altra solo perché qualcuno aveva detto di averle viste in atteggiamento sospetto. Il fratello naturalmente gira libero». 
Che cosa si può fare per evitare i delitti d'onore e aiutare le donne che subiscono violenze?
«Stiamo premendo sul governo perché vengano varate delle leggi a protezione delle donne. Nello stesso tempo stiamo cercando di costruire delle case-rifugio per ospitare donne che hanno subito violenza o che sono minacciate e anche per le donne che escono dal carcere e hanno bisogno di un aiuto per il loro reinserimento sociale», sostiene Salama.
Il problema è la mancanza di risorse, quindi una solidarietà internazionale potrebbe essere di grande aiuto. Ma il ruolo delle donne va oltre la denuncia delle violenze che subiscono e la solidarietà, il superamento delle divisioni etnico-confessionali fa parte della loro pratica quotidiana. «La nostra associazione di donne turcomanne lavora con le donne arabe e kurde per promuovere la pace a Kirkuk, perché le donne possono essere un fattore di pacificazione lottando contro la cultura della violenza», conclude Fayza al Bayati.
di Giuliana Sgrena

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