martedì 7 aprile 2009

Tragedia abruzzese, un Paese e una politica dai piedi d'argilla



Sono crollati ospedali, edifici pubblici e scuole costruiti di recente. Dovevano rispettare rigorose norme antisismiche, ma il terremoto ha tragicamente svelato una realtà che viene sistematicamente occultata: siamo il paese delle regole scritte con solennità e violate con estrema facilità. Siamo il paese in cui le funzioni pubbliche di controllo sono state cancellate o messe nella condizione di non nuocere. Di fronte a questa realtà, il “piano casa” della Presidenza del Consiglio liberalizzava ulteriormente ogni intervento edilizio che poteva iniziare attraverso una semplice denuncia di inizio attività, e cioè in modo che la pubblica amministrazione perdesse per sempre ogni residua possibilità di controllo. Dappertutto, in zona sismica o in zona di rischio idrogeologico.
Sono poi crollate in ogni parte anche le case private. Antiche, della prima o della seconda metà del novecento. Segno evidente che anche esse sono state costruite senza gli accorgimenti che ogni paese civile richiede. Invece di avviare questo processo, il piano casa del governo autorizzava aumenti automatici di cubatura (fino al 20%) senza contemporaneamente costringere i proprietari a rendere più efficienti le strutture. Chiunque chiude un balcone o una veranda, pur aumentando i pesi le case devono sopportare, non interviene sulle fondazioni o sulle strutture principali. E’ noto che questa anarchia e disorganicità è alla base di molti crolli e di molte vittime.
La tragedia dell’Abruzzo mostra dunque di quale cinismo e arretratezza culturale fosse stato costruito il provvedimento tento reclamizzato da Berlusconi. Cinismo perché faceva balenare in ciascuno la possibilità di incrementare la proprietà senza tener conto dell’esistenza di equilibri più complessivi, senza cioè dover rispettare i beni comuni per eccellenza: le città.
Arretratezza culturale perché il terremoto ha dimostrato ancora una volta che il vero problema del nostro paese è quello di avere i piedi di argilla. In un paese ad alto e diffuso rischio sismico, infrastrutture, servizi e abitazioni non sono in grado di resistere ai terremoti. Invece di agevolare la sistematica messa in sicurezza del territorio e del patrimonio edilizio, questo governo ha in mente una sola cultura: “aggiungere”. Nuove grandi opere, ad iniziare dal ponte sullo stretto e dalle centrali nucleari, nuove espansioni edilizie. Invece di consolidare l’enorme patrimonio edilizio esistente e rendere sicura la vita degli italiani, si continua con lo scellerato meccanismo della rendita speculativa.
Stavolta la colpa non è di esclusiva responsabilità politica. E’ evidente in ogni settore un consenso esplicito ed entusiasta della Confindustria e della cosiddetta “classe dirigente”. Quella, per intenderci, di cui fa parte Claudio De Albertis, per molti anni presidente dei costruttori italiani e oggi presidente di quelli milanesi. In un recentissimo dibattito nella rete televisiva di La Repubblica ha avuto il coraggio di dire che in Italia mancano case popolari perché vengono costruite con troppa lungimiranza e durano troppo nel tempo. Ci dobbiamo abituare, ha aggiunto, a programmarne la vita in venti anni per poi rottamarle. Mentre tutti i paesi ad economia avanzata si interrogano su come ricostruire su basi solide un futuro possibile dopo la crisi, da noi governo e imprenditori del mattone pensano esclusivamente a nuovi affari senza farsi carico degli interessi generali.
Sono così miopi da non vedere che c’è invece un altro modo per rilanciare la macchina dell’edilizia. Basterebbero tre mosse. Prendere atto che il nostro patrimonio abitativo è fatiscente e lo Stato ha il dovere di favorirne la messa in sicurezza, attraverso norme e finanziamenti. E se ci fosse qualcuno che afferma che in questo modo si spendono soldi pubblici, si potrebbe rispondere che stiamo spendendoli per acquistare i fondi tossici delle banche. Perché non potrebbero essere utilizzati anche per non veder morire intere famiglie? Eppoi, gli interventi dentro una nuova concezione dell’edilizia favorirebbero la nascita di nuove industrie in grado di realizzare e gestire sistemi di risparmio energetico. In pochi anni i benefici complessivi supererebbero le spese di investimento iniziale: basta soltanto dare il colpo di grazia alla rendita immobiliare, come fanno in Europa.
Secondo. Prendere atto che nell’ultimo decennio si è costruito troppo e che è venuto il momento di dire basta ad ogni ulteriore consumo di suolo agricolo. Da qualche mese è nata su iniziativa del sindaco di Cassinetta di Lugagnano la rete “stop al consumo di territorio” e sono molti i primi cittadini che vogliono voltare pagina. La popolazione italiana non cresce più ed è economicamente molto più conveniente riqualificare l’esistente.
Terzo. La definizione di un grande (stavolta sì) programma di messa in sicurezza degli edifici pubblici. Il volto dello stato si vede da come si presentano le scuole dell’obbligo. L’ottanta per cento di esse è fatiscente o non rispetta le norme di sicurezza. Stesso discorso vale per gli ospedali e per gli altri servizi. Una grande opera di ricostruzione del volto dei luoghi pubblici e delle città, che sono gli elementi portanti della convivenza civile di ogni paese civile. E se qualcuno obiettasse spudoratamente che in questo modo si spendono soldi pubblici, basterebbe mostrargli i volti dei giovani che in Abruzzo hanno perso la vita soltanto perché l’ideologia liberista ha imposto in questi anni la distruzione di ogni funzione pubblica.
di Paolo Berdini

La crisi economica e lo slittamento degli equilibri mondiali


E’ opinione diffusa che l’attuale crisi economica mondiale aprirà la strada a un mondo sicuramente diverso da quello che conosciamo. Tuttavia, nessuno sa dire con esattezza in che modo si evolverà il sistema economico globale, e quali saranno le caratteristiche dell’era che scaturirà da questa grave fase di recessione.

Certamente, però, questa crisi sembra essere accompagnata da un graduale slittamento degli equilibri mondiali, innanzitutto sotto il profilo economico. Si tratta di un’oscillazione che, secondo molti osservatori, è abbastanza chiaramente orientata: dall’Occidente ricco ma indebitato verso le potenze emergenti dell’Oriente, in particolare Cina e India.

Nell’ambito di questo spostamento di equilibri, il mondo islamico, ed il mondo arabo in particolare, rischiano ancora una volta di rimanere ai margini. Del G20, l’organismo che in questi giorni è al centro della scena mondiale, fanno parte solo tre paesi islamici, ed un solo paese arabo: l’Arabia Saudita.

Sebbene l’Occidente abbia dedicato notevole attenzione ai paesi produttori di petrolio del Golfo Persico, a causa delle imponenti riserve di liquidità da essi accumulate in questi anni di elevati prezzi petroliferi, non sembra che l’interesse economico nei confronti di questi paesi sia destinato a tradursi nella disponibilità a concedere loro un maggiore peso politico.

Per altro verso, agli enormi introiti petroliferi degli ultimi anni si contrappone il repentino crollo dei prezzi del greggio che ha determinato un drammatico calo degli utili per questi paesi. La crisi delle borse si è fatta sentire pesantemente anche nel Golfo, sebbene le riserve di liquidità accumulate negli ultimi anni permettano ai governi della regione di reagire a questa difficile congiuntura.

Infine, va rilevato che molti analisti hanno fino a poco tempo fa considerato i paesi arabi non produttori di petrolio relativamente al sicuro dalla crisi finanziaria, a causa della loro scarsa integrazione nell’economia globale. Tuttavia i primi effetti della recessione mondiale – in particolare la riduzione degli investimenti stranieri e del turismo, accompagnata dall’aumento della disoccupazione – si stanno avvertendo anche in questi paesi, già duramente provati lo scorso anno dalla crisi alimentare mondiale.

BOSNIA-ERZEGOVINA, quale futuro?



Un nuovo Alto Rappresentante per la Bosnia-Erzegovina arriva a Sarajevo in pompa magna, mosso da alti ideali di pace e convivenza multi-etnica e con la ferrea volontà di cambiare le cose e dopo qualche anno scappa dalla incapacità e litigiosità dei politici locali, dalla perenne paralisi istituzionale. 
L’Ufficio dell’Alto Rappresentante (OHR) viene istituito con gli accordi di Dayton (novembre 1995) con compiti di pace e coordinamento delle attività delle organizzazioni civili, con la possibilità di imporre decisioni e leggi. La Bosnia-Erzegovina è diventata così un vero e proprio protettorato della “Comunità Internazionale” impegnata nel paese. 
L’ultimo Alto Rappresentate è stato il giovane diplomatico slovacco Miroslav Lajčak insediatosi a Sarajevo a Luglio 2007. Il suo arrivo era stato accolto bene dall’opinione pubblica internazionale e locale. Un giovane, per di più proveniente da un paese che ha attraversato con discreto successo la fase di transizione post-comunista. Ma l’impossibilità di prendere le decisioni più insignificanti senza scontrarsi con la barriera degli equilibri e dei veti etnici sui quali si regge lo Stato logora anche la determinazione più cocciuta. 
Così, a fine gennaio, sorprendendo tutti, Miroslav Lajčak ha preso la decisione di lasciare il posto che gli era stato assegnato poco più di un anno prima. La motivazione ufficiale è stata la nomina a Ministro degli Esteri della Repubblica Slovacca. In realtà, è stato un gran sollievo per il diplomatico slovacco che ha trovato così una scappatoia elegante prima di dover dichiarare il fallimento della propria missione. Ha successivamente ammesso di aver lasciato il paese, non solo per la nuova nomina, ma perché ormai non vedeva nessun “spazio per poter realizzare gli obbiettivi per cui ero arrivato in Bosnia-Erzegovina” e non voleva più “cavalcare un cavallo morto”, precisando che il cavallo morto non era il paese balcanico, ma l’organo di governo internazionale che egli rappresentava che lo lasciava impotente di fronte agli antagonismi dei politici locali.                                       
Le cose si sono aggravate perché non è riuscito ad ammorbidire le posizioni radicali e le rivendicazioni del presidente della Republika Srpska Milorad Dodik, il quale, durante i circa 18 mesi di permanenza a Sarajevo, gli ha provocato continui grattacapi. Il più grande successo di cui il diplomatico slovacco si vanta è la firma dell’Accordo di Stabilizzazione e Associazione sotto il suo mandato, la quale, tuttavia, non ha accelerato di molto il cammino verso l’UE del paese che resta in coda tra i paesi balcanici pretendenti alla membership. 
Lajčak ed i suoi predecessori hanno dovuto scontrarsi, non solo con il nazionalismo dei principali attori politici del paese, ma soprattutto, con la complicata struttura istituzionale ideata a Dayton nel 1995 che non ha fatto altro che cristallizzare il sistema di equilibri tra i popoli costitutivi lasciando il paese in un immobilismo cronico e impedendogli di uscire da una logica etnica ormai consolidata e difficile da sradicare. Il potere di veto nazionale e la possibilità di bloccare ogni minima decisione che non valuti minuziosamente gli equilibri etnici hanno impedito alla Bosnia-Erzegovina di divenire un paese normale.
 
di Giuseppe Di Paola

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