mercoledì 8 aprile 2009

I CRIMINI SISTEMATICI DEI REPARTI ANTIGUERRIGLIA DI URIBE


«Ero soldato del battaglione di controguerriglia N.31 – continua Luis -, ci trovavamo in un paesino afoso chiamato San Juan da 15 giorni e non c’era molto da fare, né combattimenti né pattuglie. I comandanti iniziarono a preoccuparsi di non avere risultati da portare ai superiori, quindi niente ricompense, niente licenze per passare l’otto maggio – la festa della mamma - con le nostre famiglie. Fu allora che cominciammo a parlare di legalizzare qualcuno, la cosa non mi sorprese molto, del resto, le legalizzazioni sono un fatto piuttosto comune».
Secondo il Movice - Movimiento de Victimas de Crìmines de Estado - da quando il presidente è Àlvaro Uribe, sono state legalizzate almeno 1400 persone. L’Onu ne riconosce 1170.
Cosa sia una legalizzazione dipende a chi lo si chiede. Secondo la stampa sono falsos positivos, cioè falsi risultati. Secondo le Nazioni Unite sono esecuzioni extragiudiziarie, secondo i familiari sono i propri figli fatti sparire, vestiti da guerriglieri, uccisi e sepolti in fosse comuni come NN, in cambio di ricompense e licenze.
Quel 30 Aprile Luis Esteban Montes era finito in un paradosso, il suo battaglione voleva legalizzare suo fratello: «Non potevo crederci. Gli raccontai tutto. Che ero suo fratello, quel bambino che non vedeva da tanti anni, ci abbracciammo, gli dissi che lo avrebbero ucciso e fatto passare come guerrigliero, gli dissi di scappare, ma non mi credette. Era diventato molto amico di due militari che lo avevano invitato nella loro tenda. Era sicuro che non gli avrebbero fatto nulla. Si sbagliava. Quando lo hanno ucciso e gli hanno messo una vecchia pistola in mano, ho preso la decisione di denunciare lo Stato. Da allora vivo sotto protezione».

Uribe ammette
Il sistema di ricompense è parte integrante della politica di seguridad democratica, simbolo dell’Uribismo. Il presidente Uribe eletto per battere definitivamente la guerriglia delle Farc (Fuerzas armadas revolucionarias de Colombia) ha fondato tutto sul concetto di sicurezza abbellito dall’aggettivo democratico, dove questo si riferisce al coinvolgimento dei civili nel conflitto. Si recuperano le strade in mano a bande criminali, guerriglie e paramilitari; si armano i soldati; s’investe in guerra. Per motivare i soldati, si elargiscono premi per chi uccide i nemici: soldi, licenze premio e rapide carriere nell’esercito. Improvvisamente arrivano i risultati, ovunque si contano a centinaia i guerriglieri morti. Felici i soldati, felice il ministro della difesa Santos, felice il presidente che sciorina i risultati ai quattro venti.
I problemi arrivano quando ci si accorge che alcuni dei morti non sono affatto banditi o guerriglieri, ma ragazzini o barboni attirati con la scusa di un lavoro, portati in regioni lontane e isolate, uccisi, vestiti e armati come banditi e buttati in fosse comuni, sicuri che nessuno li cercherà mai. 
Lo stesso presidente Uribe ha ammesso l’enormità dei fatti: «Alcune persone sono coinvolte in crimini commessi in collusione tra delinquenti e militari dell’esercito. Assassinavano degli innocenti per dare la sensazione di star combattendo dei criminali in quelle regioni, mentre i veri criminali erano in combutta con l’esercito per commettere questi crimini».


testo di Simone Bruno

http://www.galatea.ch/ppg.asp?navp=2c&IDP=1037

L'impresentabile Ministro degli esteri Lieberman


Non è stato un discorso rituale quello di insediamento del neo ministro degli Esteri di Israele, Avigdor Lieberman, leader del partito populista e ultra-nazionalista Israel Beiteinu (Israele Casa Nostra). In pochi minuti "ha rivoluzionato la diplomazia di Israele degli ultimi anni", ha scritto la stampa dello stato ebraico.
Non solo Lieberman si mostra battagliero come sempre, dimostrando che la nuova carica non lo ha né ammorbidito né istituzionalizzato (il politico è noto per i suoi modi rudi e la dialettica tagliente), ma sembra avere intenzione di seguire le orme di un leader scomparso per malattia dalla scena pubblica e di cui la destra israeliana sente molto la mancanza. Un editoriale del Jerusalem Post ha titolato: "L'eco di Sharon nella voce di Lieberman", sottolineando un ritorno alla politica pre-disimpegno. 
"Cosa ha detto in sostanza Lieberman? Ha detto che il disimpegno è stato un fallimento, come lo è stato Annapolis e come lo sono state tutte le generose concessioni che l'ex primo ministro Ehud Olmert dice d'aver offerto ai palestinesi negli ultimi due anni. Lieberman ha detto che nulla di tutto ciò ha minimamente avvicinato la pace, ed anzi l'ha allontanata ancora di più", scrive l'editorialista Herb Keinon.
Dunque Lieberman affossa definitivamente il processo di pace di Annapolis, ma non la cosiddetta Road Map. Spiega Danny Ayalon, vice ministro degli Esteri, in una intervista al Washington Times: "La conferenza di Annapolis ha preso la Road Map è l'ha ribaltata a testa in giù. Questo non solo è contro la logica intrinseca della Road Map, ma si è anche dimostrato un approccio non costruttivo, anzi dannoso: non ne è venuta nessuna soluzione ed è solo aumentata la violenza".
Lieberman non ha rinnegato la soluzione "due popoli, due stati" come previsto dalla Road Map, ma vuole l'integrale attuazione di quel documento e non il suo annacquamento uscito dalla conferenza di Annapolis, nel 2007. Il titolo del documento conosciuto come Road Map, infatti, era "una Road Map, imperniata sui risultati, verso una soluzione a due-stati del conflitto israelo-palestinese".
Dunque la Road Map prevedeva l'acquisizione di alcuni pre-requisiti che portassero al negoziato, un negoziato sullo status finale dei due stati (Israele-Palestina) inteso come fase ultimativa di un processo. I pre-requisiti erano l'abbandono da parte dei palestinesi del terrorismo ed il riconoscimento di Israele, che da parte sua prometteva il congelamento degli insediamenti e la rimozione di quelli illegali nei territori occupati. La Road Map, però, non prese mai significativamente il via, nessuna delle due parti ha mai attuato i pre-requisiti, e ad Annapolis, pertanto, si cercò di passare direttamente ai colloqui sulle questioni centrali del futuro accordo per lo status finale. Ora questa logica è stata completamente sepolta.
Dice Lieberman nel suo discorso: "Non accetteremo di scavalcare tutte le clausole [della Road Map] e passare ai negoziati finali [...] Non c'è paese al mondo che abbia fatto tante concessioni quanto Israele: dal 1967 abbiamo ceduto territori tre volte più grandi del nostro paese, il processo di Oslo è iniziato nel 1993 ma non vedo la pace. Chi pensa che fare grandi concessioni porti pace e simpatia si sbaglia: al contrario, esse portano più guerra. Pronunciare la parola pace venti volte al giorno non porta alla pace. Per avere il rispetto del mondo bisogna innanzitutto rispettare se stessi".
Questa è la "voce" di Sharon, sottolinea il Jerusalem Post, anche se le parole sono state pronunciate da Avigdor Lieberman. E non c'è stupore in questa constatazione, perché il giornale ricorda che i due maggiori consiglieri di Lieberman sono appunto il suo vice Danny Ayalon, già "fidato" ambasciatore negli Usa di Sharon, e Dov Weisglass, il consigliere diplomatico più vicino a Sharon.
Ma Lieberman nel suo discorso ha delineato anche i contorni dei rapporti coi paesi arabi confinanti, indicando con precisione sia gli amici che i nemici. L'Egitto in particolare è visto come un importante partner strategico e un fattore di stabilità nella regione. "Sarei lieto di recarmi in visita in Egitto - ha detto Liberman - e sarei lieto che il ministro degli esteri egiziano venisse in visita in Israele. Li rispetto e desidero che ci rispettino. Io sono per la reciprocità".
Al contrario nessuna concessione alla Siria, a cui il primo ministro uscente Ehud Olmert aveva ventilato la possibilità di restituire le alture del Golan, occupate da Israele, condizione ritenuta indispensabile da Damasco per un negoziato di pace. Ma Lieberman è stato netto: "Non accetteremo di ritirarci dal Golan [...] ci sarà solo pace in cambio di pace". E il presidente siriano Bashir Assad gli ha risposto prontamente in una intervista al quotidiano Al Sharq: "Verrà il giorno in cui libereremo il Golan, con la pace o con la guerra [...] Israele sta agendo in modo contrario ai propri interessi e la popolazione araba sta diventando sempre più ostile nei suoi confronti [...] Nell'attuale situazione, la resistenza è l'unica opzione con un nemico che non vuole la pace".
Il quotidiano israeliano progressista Haaretz ha mostrato tutta la sua preoccupazione per la svolta nella politica diplomatica del paese sostenendo che "Israele pagherà un alto prezzo per gli errori di Lieberman". In un editoriale si prevede che il nuovo indirizzo plasmato sul motto latino "se vuoi la pace preparati per la guerra", spingerà Israele verso l'isolamento internazionale. E si chiede al primo ministro Benjamin Netanyahu di chiarire "se è impegnato nel processo di pace o si sta semplicemente preparando per la guerra".

di Simone Santini

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