giovedì 9 aprile 2009

Cosa sta succedendo in Kuwait?


La recente crisi politica kuwaitiana riporta in primo piano la fragilità di un paese in cui il senso di appartenenza tribale e confessionale sembra spesso prevalere tuttora sul senso di appartenenza alla nazione

Fermenti parlamentari, un pubblico annoiato, uno scontro verbale vergognoso e un saggio intervento da parte dell’emiro; questa è la semplice descrizione dell’attuale scena politica in Kuwait.
La situazione politica in Kuwait soffre di un difetto di base che minaccia l’unità del paese. Questo è ciò che ha detto l’emiro del Kuwait in un discorso che ha tenuto alla nazione, in cui ha anche annunciato lo scioglimento del parlamento attuale e la convocazione di nuove elezioni parlamentari.

La situazione del Kuwait può essere ridotta ad una semplice rivalità tra correnti politiche diverse? La questione è molto più complessa. I cittadini del Kuwait sono stati afflitti da ansia, rabbia e confusione a più livelli. Possiamo affermare con certezza che le ripercussioni dell’invasione dell’Iraq sono ancora visibili nelle strutture politiche, economiche e sociali del Kuwait.

Il Kuwait, che è sempre stato il miglior esempio di interazione politica positiva, di libertà di stampa, di estro artistico, culturale e letterario, così come di creatività economica e di investimenti, ha fatto un passo indietro in tutti questi ambiti. L’interazione politica si è trasformata in agitazione e il parlamento kuwaitiano –una volta prestigioso – ha cominciato ad assomigliare più al parlamento taiwanese o italiano. La storica trasparenza dei suoi mezzi di informazione è ormai diventata solamente uno strumento per saldare i conti e per sfruttare le varie posizioni. La qualità delle arti del Kuwait si è deteriorata in modo spaventoso e la sua economia pionieristica è decaduta in favore delle sempre più potenti tigri del Golfo. Inoltre, il rendimento degli investimenti del primo fondo sovrano della regione, la Kuwait Investment Authority, è calato radicalmente in seguito ad una serie di scandali finanziari che sono stati rivelati qualche tempo fa.

In Kuwait vi è stata una forte “reazione” alla corrente anti-democratica. Qui, affiliazioni tribali, confessioni religiose e sette sono molto più potenti rispetto alla fedeltà alla patria. In Kuwait, i retaggi sociali sono di gran lunga più importanti della costituzione, così come l’estremismo e il radicalismo sono di gran lunga più importanti dei valori umani, dei sistemi e delle leggi.
Fino ad ora il Kuwait non è stato in grado di risolvere i suoi problemi con i beduini, che rappresentano una questione molto delicata. Inoltre, non è stato in grado di garantire alle donne una partecipazione politica che fosse sufficientemente equilibrata e paritaria. Il Kuwait è tradizionalmente noto per essere un paese moderato; di recente, tuttavia, sembra che l’intransigenza sia entrata a far parte del discorso religioso, come se i kuwaitiani stessero scoprendo la religione per la prima volta.

Il Kuwait è un paese relativamente piccolo in termini di popolazione. Ciononostante, il livello di settarismo, di fanatismo e di conflitto presente nel paese è sconcertante. A partire dal tifo per squadre di calcio diverse (come ad esempio per la Qadsia piuttosto che per l’Arabi), fino al fatto di essere sunniti o sciiti. Persino all’interno della stessa comunità sunnita, vi sono i salafiti e i Fratelli Musulmani. Il tessuto sociale del Kuwait è composto da arabi, non arabi, beduini e così via.

Il Kuwait è di fronte ad una sfida enorme, cioè il passaggio dal concetto di tribalismo al concetto di cittadinanza, che garantisce parità di diritti davanti alla legge. Deve essere fatto qualcosa di importante all’interno della stessa famiglia al potere, essa deve assumere una posizione unitaria in modo da non contribuire alla divisione delle masse. Assieme alla costituzione, è la famiglia al potere che può riunire il paese e risolvere le eventuali controversie.

Se il Kuwait non prende una decisione definitiva andando alle urne, se non determina il tipo di democrazia che vuole, e se non accetta le condizioni richieste dall’esercizio di tale democrazia, i problemi che verranno saranno di gran lunga più pericolosi e più complessi dell’invasione dell’Iraq. Qualsiasi futuro problema sarebbe infatti auto-inflitto, e ciò farebbe molto male.

Hussein Shobokshi è un editorialista e uomo d’affari saudita; conduce il programma “al-Takreer” sul canale satellitare al-Arabiya; scrive abitualmente sul quotidiano al-Sharq al-Awsat

Titolo originale:

What is Happening in Kuwait?

Fonte: Medarabnews

Link: http://www.medarabnews.com/2009/04/05/cosa-sta-succedendo-in-kuwait/

CI SONO ANCHE I DISOCCUPATI INVISIBILI


I dati sulle forze di lavoro relativi agli ultimi due trimestri del 2008 non segnalano solo l'aumento della disoccupazione. Evidenziano una crescita della sotto-occupazione e del tasso di inattività, soprattutto al Sud e anche fra gli uomini. Un fenomeno destinato a peggiorare nei prossimi mesi, ma nessuno ne parla. Il rischio è che l'abbassamento ulteriore del tasso di attività marginalizzi ancora di più proprio le regioni più povere e con più basso tasso di occupazione rispetto a politiche orientate esclusivamente a contrastare la disoccupazione.

Mentre si discute delle stime della disoccupazione, è utile rileggere con attenzione i dati sulle forze di lavoro relativi agli ultimi due trimestri del 2008. (1) Segnalano un fenomeno che non potrà che peggiorare nei prossimi mesi e di cui tuttavia si parla poco o per nulla. Non è solo aumentata la disoccupazione. Èanche aumentata lasotto-occupazione, nella forma di part-time involontario.

FUORI DA OGNI CIRCUITO

Nel quarto trimestre 2008, il lavoro a tempo parziale è complessivamente cresciuto su base annua del 2,4 per cento, riguardando esclusivamente donne. Nella stragrande maggioranza queste persone dichiarano che non si tratta di una loro scelta. Soprattutto, nel Mezzogiorno è poi aumentato il tasso di inattività, tra le donne, ma anche tra gli uomini.
È vero che nel quarto trimestre 2008 il tasso di attività complessivo è rimasto invariato, un modesto 63 per cento, rispetto a un anno prima. E già non si tratta di una buona notizia per gli obiettivi di Lisbona. Ma la stabilità è l’esito di comportamenti diversi a livello territoriale e per genere. Mentre nel 
Nord e nel Centro vi è stato un complessivo aumento dei tassi di attività sia degli uomini che delle donne, al Sud si è registrata una diminuzione soprattutto per gli uomini. (2) Un fenomeno che aveva già incominciato a manifestarsi  nel terzo trimestre. (3)
Di conseguenza, il tasso di attività complessivo nel 
Mezzogiorno si è ulteriormente ridotto, e allontanato da quello delle altre regioni, attestandosi al 52 per cento: 11 punti in meno del tasso nazionale e 17,8 in meno di quello del Nord. Nel caso delle donne la distanza è molto più consistente: quasi 15 punti in meno del tasso nazionale e 24 in meno rispetto al Nord (vedi tabella 1).
L’aumento del tasso di inattività nel Mezzogiorno, tra le donne, ma ora anche tra gli uomini, per certi versi segnala una situazione ancor più grave dell’aumento del tasso di disoccupazione. Si tratta di forza lavoro
scoraggiata, fuori da ogni circuito di “attivazione” e persino fuori da ogni interesse e preoccupazione pubblica. In alcuni casi, gonfia la manovalanza della economia informale, in altri quella dei beneficiari “impropri” delle indennità di invalidità civile e, nel caso delle donne, del casalingato forzato in economie familiari spesso ridotte ai minimi. Non si tratta certo di rentier o di donne che “si sono sposate bene” e possono “fare le signore”. Piuttosto, si tratta sia di uomini sia di donne che, secondo quanto dichiarano, non cercano (più) un’occupazione perché pensano di non trovarla.Eppure, paradossalmente, il loro ritirarsi dalle forze di lavoro li rende invisibili come problema da affrontare. E infatti di loro non si parla in questi giorni, in cui tutta l’attenzione, nazionale e internazionale, è concentrata sulla contabilità, pure drammatica, dei disoccupati.
Quanto questa invisibilità pesi anche sul disegno delle politiche era già stato 
segnalato proprio su lavoce.info da Linda Laura Sabbadini, che ha mostrato le conseguenze perverse dell’utilizzo del solo tasso di disoccupazione, in particolare femminile, come indicatore di area svantaggiata e in un paese come il nostro, ove i tassi di attività femminile sono bassi, soprattutto al Sud.Èinfatti successo che la Calabria, che ha un basso tasso di disoccupazione femminile solo perché le donne hanno un bassissimo tasso di attività, sia stata esclusa dagli incentivi dell’Unione Europea destinati alle imprese che assumono donne nelle “aree svantaggiate” in cui il tasso di disoccupazione femminile sia stato superiore al 150 per cento del tasso di disoccupazione maschile nel corso di almeno due degli ultimi tre anni.
C’è ora il 
rischio che l’abbassamento ulteriore del tasso di attività, e il coinvolgimento nel fenomeno di una quota di uomini, marginalizzi ulteriormente proprio le regioni più povere e a più basso tasso di occupazione rispetto a politiche orientate esclusivamente a contrastare la disoccupazione e sostenere il reddito dei disoccupati (e neppure di tutti).
Nel nostro paese il problema del lavoro, con le sue conseguenze per la vita dei singoli e delle famiglie, non riguarda solo la disoccupazione, ma anche la sotto-occupazione e soprattutto l’inattività – delle donne, ma anche degli uomini, almeno al Sud.
Tabella 1. Tasso di attività della popolazione 15-64 anni, per sesso e ripartizione geografica. IV trimestre 2008

Ripartizioni geograficheValori percentualiVariazione percentuale su IV trim. 2007
Uomini e donneuominidonneUomini e donneuominidonne
Totale63,074,451,60,0-0,20,2
Nord69,878,561,00,30,00,6
Nord-Ovest69,578,260,60,50,40,6
  Nord-Est70,478,961,60,1-0,50,7
Centro67,077,057,10,80,61,1
Mezzogiorno52,067,536,9-0,9-1,0.0,8

Fonte: Istat, Indagine sulle forze di lavoro. IV trimestre 2008, 20 marzo 2009, tab. 3

(1) Istat, Indagine sulle forze di lavoro. IV trimestre 2008, 20 marzo 2009.
(2) Ma anche nel Nord Est si è registrata una diminuzione.
(3) Istat, Indagine sulle forze di lavoro. III Trimestre 2008, 1 dicembre 2008.

di Chiara Saraceno

Link: http://www.lavoce.info/articoli/pagina1001051.html

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