martedì 14 aprile 2009

Il terremoto e la voracità del profitto


Il terremoto che ha colpito l'Aquila e provincia nella notte tra il 5 e il 6 aprile era stato preceduto da scosse sempre più forti, fin dai mesi precedenti e fino a poche ore prima. Un sismologo locale aveva cercato, invano, di avvisare la protezione civile e le autorità che si stava profilando un evento disastroso, ma per tutta risposta è stato denunciato per ... procurato allarme.

Gli irresponsabili della protezione civile hanno sbandierato ai quattro venti che i terremoti sono imprevedibili, assecondati dai scienziati di regime. Di contro, si sono schierati tutti i sismologi che da anni conducono ricerche sulla prevedibilità dei terremoti, e che hanno dichiarato che il problema è solo di finanziamenti: prima o poi ci si può arrivare, ma non ci si arriverà mai finché continueranno a mancare i fondi per la ricerca. E i fondi, guarda caso, arrivano sempre dopo i disastri, mai prima, e solo per la "ricostruzione", cioè a favore dei profitti dei costruttori (i quali continuano a costruire i palazzi con cemento disarmato e fregandosene delle norme antisismiche del 1974).(1)

In ogni caso, la protezione incivile si dovrebbe occupare di prevenire i disastri non di intervenire a cose disfatte. Dove sono i piani di emergenza? Perché non sono stati messi in atto? Senza creare panico, la popolazione andava avvisata, con le dovute maniere, che qualcosa stava bollendo in pentola: allestendo campi di emergenza, attuando prove di evacuazione, consigliando chi aveva una seconda casa sulla costa o altrove di andarci, ecc.

I morti (circa 300) gridano vendetta, non solo pietà. Idem, per i feriti (1.500), gli sfollati (28.000 secondo i dati ufficiali, ma molti di più in realtà, pare intorno ai 100.000) e per chi ha perso il lavoro (più di 10.000). La voracità del profitto non ha limiti né remore: tanto meno quella dei profittatori, i veri sciacalli di questa ennesima tragedia italiana annunciata.

(1) Guarda caso Berlusconi ha subito colto la palla al balzo dicendo che, anche grazie al suo piano casa, si poteva procedere alla costruzione di "new town", cioè piccole città artificiali, create a tavolino, al posto di quelle colpite dal terremoto. Che pacchia per i Caltagirone, Pirelli Real Estate, Zunino, ecc.! 

di Sami Behare

Fonte: http://www.contropiano.org/

Link: http://www.contropiano.org/Documenti/2009/Aprile09/14-04-09DisastriDelProfitto.htm

Cuba. Fidel Castro: "Gli USA devono decidere sulla fine del blocco non sull'elemosina"


L'ex presidente cubano Fidel Castro ha richiesto al presidente americano Barack Obama la fine del "blocco" contro il suo paese, indicando nel contempo che sarà rifiutata qualunque "elemosina", dopo l'annuncio da parte di Obama della revoca di una serie di restrizioni nei confronti di Cuba. Fidel Castro ha commentato la decisione presa da Washington in un articolo pubblicato sul sito ufficiale Cubadebate. Il presidente degli Stati Uniti, Barack Obama, ha infatti annunciato di revocare una serie di restrizioni nei confronti di Cuba, agevolando tra l'altro i viaggi degli americani chehanno famiglia sull'isola. Lo ha annunciato la Casa Bianca.
Il portavoce di Obama, Robert Gibbs, ha dichiarato che "il presidente ha chiesto ai responsabili della diplomazia, del Tesoro e del Commercio di prendere le misure necessarie per revocare tutte le restrizioni sui movimenti individuali per visitare familiari a Cuba ed inviare loro" somme di denaro o regali di altro tipo.
Un'altra decisione di spicco è quella di autorizzare le compagnie Usa di telecomunicazioni a partecipare a gare per le licenze a Cuba, per i servizi televisivi e di telefonia mobile, ma, come ha spiegato un esperto della Casa Bianca, la questione riveste aspetti diversi. Se da un lato non sarà difficile offrire copertura per i telefoni cellulari americani e per le trasmissioni tv via etere, diverso sarà il discorso se le compagnie americane vorranno operare a Cuba. In questo casp ci vorrà il permesso delle autorità dell'Avana.

Un personale dizionario della resistenza


Quello che segue è un tentativo di presentare il mio personale dizionario di quelli che sembrano essere i termini e i concetti più pregnanti che ricorrono quando si parla di solidarietà con il popolo palestinese e di opposizione alla guerra.
Palestina – un pezzo di terra sulla costa orientale del Mediterraneo. Per molti anni la Palestina è stata la casa del popolo palestinese: musulmani, cristiani ed ebrei che hanno vissuto in pace e armonia per centinaia di anni. Alla fine del XIX secolo, con l'emergere del nazionalismo europeo, pochi ebrei decisero che gli ebrei non dovevano restarne esclusi. Si inventarono allora i concetti di “popolo ebraico”, “storia ebraica” e “nazionalismo ebraico”. Decisero di insediare la maggioranza degli ebrei del mondo in Palestina. Con il passare del tempo il progetto nazionale ebraico, cioè il sionismo, divenne sempre più feroce e sinistro. Nel 1949 il 70% della popolazione palestinese autoctona era già stata etnicamente epurata. Oggi la maggioranza dei palestinesi vive dietro il filo spinato in uno stato di terrore sotto la vigilanza dei soldati israeliani.
Ebrei – il popolo che si trova a identificarsi come ebrei. Gli ebrei non sono una razza, non seguono neanche un unico sistema di convinzioni. Mi sono dato una regola. Mi rifiuto categoricamente di trattare “gli ebrei” come una collettività o un gruppo etnico. Mi limito a criticare la politica, l'ideologia e l'identità ebraiche.
Ebraismouna delle tante religioni praticate dagli ebrei (Ebrei per Gesù, Ebrei per Buddha, Ebrei per Allah e così via). Benché l'Ebraismo contenga alcuni aspetti e precetti non-etici, l'unico gruppo autenticamente alla ricerca della pace nel popolo ebraico è di fatto una setta religiosa ortodossa, cioè gli Ebrei della Torah. Questo fatto basta a rendermi molto prudente quando critico l'Ebraismo in quanto religione. Trattando dell'Ebraismo, mi limiterei alla critica di interpretazioni del razzismo talmudico e della spoliazione genocida orientata biblicamente della Palestina.
Ebraicità – Ideologia ebraica, le interpretazioni di ciò che significa essere ebreo da parte di coloro che si considerano ebrei. L'ebraicità è il fulcro dell'identità ebraica, è una nozione dinamica. È difficile metterla a fuoco. Pur astenendosi dal criticare gli ebrei (il popolo) e l'Ebraismo (la religione), elaborare sul concetto di ebraicità è doveroso, soprattutto tenendo conto dei crimini commessi dallo Stato ebraico nel nome del popolo ebraico. Finché lo Stato ebraico colpisce la popolazione civile con il fosforo bianco, è nostro dovere morale chiederci: Chi sono gli ebrei? Cosa rappresenta l'Ebraismo? Cos'è l'ebraicità?
Palestina contro Israele – la Palestina è un paese, Israele è uno stato.
Palestinesi – attualmente le vittime che hanno sofferto più a lungo dell'abuso coloniale razzista e del terrorismo di stato. I palestinesi sono i soli veri abitanti indigeni della Palestina. Nel Medio Oriente sono sparsi 4.300.000 palestinesi. Ci sono palestinesi che sono riusciti a conservare la loro terra ma si vedono negati i diritti civili, mentre altri vivono sotto occupazione militare. La causa palestinese è essenzialmente la richiesta etnicamente fondata del popolo palestinese di fare ritorno alla propria terra. Terra che appartiene a loro e a loro soltanto. La causa palestinese è la richiesta di smantellare lo Stato ebraico e di costituire al suo posto uno Stato dei suoi Cittadini.
Sionismo – l'interpretazione pratica, nazionale e coloniale dell'ideologia ebraica. Afferma che gli ebrei hanno diritto a una casa nazionale a Sion (Palestina) a scapito del popolo palestinese. Il sionismo è una filosofia razzista coloniale che pratica tattiche genocide. È un precetto orientato biblicamente. Benché il Sionismo si sia inizialmente presentato come un movimento laico, fin dalle origini ha trasformato la Bibbia da testo religioso a libro del catasto.
Israele – lo Stato ebraico è un concetto politico razzista. È un luogo in cui si celebra istituzionalmente la supremazia ebraica. Israele è un luogo dove il 94% della popolazione appoggia l'uso di fosforo bianco su civili innocenti. Israele è il luogo in cui gli ebrei possono riversare la loro vendetta sui gentili.
Resistenza palestinese – l'esercizio del diritto etico di resistere a un invasore che pratica la pulizia etnica e il razzismo.
Bomba demografica – Israele possiede molte bombe, bombe a grappolo, bombe molotov, bombe atomiche, armi di distruzione di massa, ecc. I palestinesi ne hanno una sola, quella demografica. I palestinesi costituiscono la maggioranza della popolazione tra il Mediterraneo e il Giordano. Questo fatto di per sé definisce la qualità temporale dell'Idea di Stato ebraico in Palestina.
Sionismo contro ebraicità – è difficile e forse impossibile determinare dove finisce il sionismo e inizia l'ebraicità. Il sionismo e l'ebraicità formano un continuum. A quanto pare, il sionismo è diventato l'identificatore simbolico dell'ebreo contemporaneo. Ciascun ebreo viene identificato da se stesso e dagli altri facendo riferimento alla bussola sionista (sionista, anti-sionista, indifferente al sionismo, ama il sionismo ma odia Israele, ama Israele ma odia i falafel e così via).
Ebraismo laico e fondamentalismo ebraico laico – negli ultimi due secoli il laicismo è stato un precetto molto popolare presso gli ebrei. La forma ebraica di laicismo è molto simile all'ebraismo rabbinico. È fondamentalmente monoteista, crede in una sola verità (Dio è morto fino a nuovo avviso). Pratica la supremazia razziale, è estremamente intollerante verso gli altri in generale e verso i musulmani in particolare, promuove guerre in nome dei lumi, del liberalismo, della democrazia e perfino in nome delle vittime future.
Sindrome da Stress Pre-Traumatico – lo stato mentale che porta il 94% della popolazione israeliana ad appoggiare i bombardamenti della popolazione civile. Nella condizione di Sindrome da Stress Pre-Traumatico (Pre-TSD), lo stress è l'esito di un evento immaginario, un episodio di fantasia inserito in un contesto futuro; un evento che non ha mai avuto luogo. Nella Pre-TSD, un'illusione anticipa la realtà e la condizione in cui la fantasia del terrore diventa essa stessa realtà. Se portata agli estremi, neanche la guerra totale contro il resto del mondo è una reazione impensabile. Diversamente dalla paranoia, nella quale il paziente è vittima dei propri sintomi, nel caso della Pre-TSD il paziente celebra i propri sintomi mentre gli altri vengono relegati al ruolo di pubblico o di vittima. I malati di Pre-TSD nel mondo della stampa e dei media premono per il conflitto globale. Quando vanno al potere si limitano a spargere morte tutt'attorno. Riescono a vedere minacce praticamente ovunque. Chi è affetto da Pre-TSD chiederà che si rada al suolo l'Iran e difenderà la campagna militare dell'esercito israeliano perché teme per la propria esistenza. Il paziente che soffre di Pre-TSD è alquanto prevedibile e per una ragione o per l'altra sposa sempre cause non-etiche.
Jihad – la lotta per migliorare se stessi e la società. Il Jihad è il tentativo di conquistare un'armonia tra sé e il mondo. Serve a colmare il divario tra l'amore di sé, il sé che ama e l'amore per gli altri. La Jihad è la risposta al concetto di popolo eletto.
Olocausto – un capitolo assolutamente devastante del recente passato ebraico. Sarebbe difficile immaginare la creazione dello Stato ebraico senza gli effetti dell'Olocausto. È tuttavia impossibile negare il fatto che i palestinesi hanno finito per pagare il carissimo prezzo di crimini commessi contro gli ebrei da un altro popolo (gli europei). Dunque avrebbe senso affermare che se gli europei si sentono in colpa per l'Olocausto dovrebbero avere ancora più a cuore le sue vittime ultime, cioè i palestinesi.
Va detto che a causa di una legislazione che limita il libero studio accademico dell'Olocausto, quest'ultimo non viene più trattato come un capitolo storico. Viene invece considerato da molti studiosi come un racconto religioso (la religione dell'Olocausto). Chi non ubbidisce alla religione e non segue le sue restrizioni viene cacciato, escluso e rinchiuso. L'incapacità di far sì che l'Olocausto restasse un vivido capitolo storico ha trasformato la storia ebraica in un vaso di Pandora sigillato da proibizioni, restrizioni legali e varie forme di minaccia. In un ideale “mondo libero” ci sarebbe consentito di studiare l'Olocausto, di considerarlo un capitolo storico e di trarne alcune lezioni. Ciò significherebbe anche discutere del suo significato. In un mondo (libero) ideale, ci sarebbe anche consentito di chiederci come mai, volta per volta, gli ebrei hanno sempre finito per essere disprezzati e detestati dai loro vicini. In un mondo (libero) ideale gli ebrei avrebbero la possibilità di imparare dai loro errori del passato. Per ora, se vogliamo rimanere liberi, è meglio se evitiamo di mettere in discussione il passato.
Il significato dell'Olocausto – l'Olocausto fornisce agli ebrei e agli altri due ovvie lezioni. Una è universale e quasi semplicistica, e dice: “NO al razzismo”. Come predissero alcuni intellettuali ebrei dopo la guerra, ci si aspettava che gli ebrei guidassero la lotta contro il razzismo. A quanto pare non è successo. Non solo non è successo, ma lo Stato ebraico è diventato l'estrema forma di pratica razzista. Tre anni dopo la liberazione di Auschwitz il neonato Stato ebraico epurò etnicamente con ferocia la grande maggioranza dei palestinesi autoctoni. Ormai lo Stato ebraico non tenta neanche più di mascherare il suo programma razzista, cioè lo Stato per soli ebrei.
La seconda lezione che può essere tratta dall'Olocausto è molto meno astratta, è anzi molto pragmatica. Suggerisce agli ebrei di “essere consapevoli delle loro azioni”. Suggerisce agli ebrei di “agire moralmente o almeno fingere di farlo”. A quanto pare questa lezione viene totalmente ignorata. Nello Stato ebraico giovani soldati dell'esercito indossato magliette che raffigurano donne palestinesi incinte al centro di un mirino, con l'inquietante scritta “1 shot 2 kills” [un colpo, due morti: due piccioni con una fava, N.d.T.]. Nello Stato ebraico i civili sono stati colti a fare picnic mentre guardavano il loro esercito che sganciava armi non convenzionali sulla vicina popolazione palestinese. La realtà israeliana e l'energico lobbismo ebraico nel mondo descrivono il rigetto totale di qualsivoglia giudizio etico o condotta morale. Che si tratti della pratica genocida contro il popolo palestinese o delle pressioni a favore di un numero sempre maggiore di conflitti globali. Se il significato dell'Olocausto fosse stato interiorizzato, i diversi aspetti di questo comportamento inumano avrebbero dovuto essere affrontati e debellati.
Tuttavia, pur con il divieto di rivisitare la nostra storia, abbiamo ancora il diritto di riflettere sulla brutalità nazista nei confronti degli ebrei alla luce dei crimini dello Stato ebraico in Palestina. Pare che non esista ancora alcuna legislazione che ci proibisca di farlo.
Hamas – partito politico eletto nel 2006 dal popolo palestinese di Gaza e della Cisgiordania. Da allora Israele ha bloccato i pagamenti dovuti a Gaza, causando il crollo dell'economia palestinese. Ha messo sotto assedio Gaza per mesi, affamando la popolazione civile. E tuttavia Hamas ha dimostrato ancora una volta la capacità di resistenza del popolo palestinese. Malgrado le tattiche genocide di Israele, malgrado l'IDF abbia preso di mira bambini, donne e anziani, la popolarità di Hamas aumenta di giorno in giorno e tanto più dopo l'ultimo conflitto di Gaza. È ormai evidente che Israele non ha i mezzi per combattere la resistenza islamica. In altre parole, Israele ha i giorni contati.
I guardiani – per molti anni le istanze di solidarietà con la Palestina sono state fatte a pezzi da chi affermava di sapere ciò che è giusto e ciò che è sbagliato. Queste persone dicevano anche di sapere cosa fosse degno oggetto di discussione e quali argomenti dovessero invece essere lasciati cadere. Inizialmente questi guardiani cercarono di reclutare il movimento palestinese per combattere l'antisemitismo. Un'altra idea bizzarra era usare il popolo palestinese come una cavia da laboratorio per un esperimento di socialismo dogmatico.
Grazie al crescente successo della resistenza palestinese e islamica, il potere dei Guardiani è ora ridotto a zero. Benché insistano nell'esercitare i loro poteri, la loro influenza è limitata a cellule essenzialmente ebraiche.
Antisemiti – in passato gli antisemiti erano quelli a cui non piacevano gli ebrei, oggi gli antisemiti sono quelli che non piacciono agli ebrei. Dato il crescente divario tra lo Stato ebraico e le sue lobby da una parte e il resto dell'umanità dall'altra, abbiamo buone ragioni per ritenere che presto l'umanità intera verrà denunciata come antisemita da una qualche lobby ebraica.
Antisemitismo – un significante fuorviante. Benché si riferisca a sentimenti anti-ebraici, dà l'impressione che questi sentimenti siano motivati od orientati etnicamente. Dev'essere chiaro che gli ebrei non sono una razza e non costituiscono un continuum razziale. Dunque nessuno odia gli ebrei per la loro razza o la loro identità razziale.
Ricordando i crimini israeliani e l'attività delle lobby ebraiche nel mondo, i sentimenti anti-ebraici dovrebbero essere visti come una reazione politica, ideologica ed etica. È la reazione a uno stato criminale e all'appoggio incondizionato che riceve dagli ebrei in tutto il mondo. Benché il risentimento nei confronti del sionismo, di Israele e delle lobby ebraiche sia alquanto razionale, l'incapacità di distinguere tra gli “ebrei” e il sionismo è invece molto problematica e pericolosa soprattutto in considerazione del fatto che molti ebrei non hanno niente a che fare con il crimine sionista. Tuttavia, a causa del vasto appoggio istituzionale fornito a Israele, è tutt'altro che facile determinare dove finiscono gli “ebrei” e dove inizia il sionismo. Di fatto non c'è una chiara linea di demarcazione o un punto di transizione. La conseguenza è evidente, gli ebrei sono collettivamente coinvolti nei crimini del loro progetto nazionale. Una soluzione ovvia per gli ebrei è quella di opporsi al sionismo come individui, un'altra opzione è quella di opporsi al sionismo nel nome della Torah, ed è anche possibile per gli ebrei rifuggire l'ideologo tribale che hanno in sé.
Amore di sé – la convinzione che di avere in sé qualcosa di fondamentalmente e categoricamente giusto, morale e unico. È l'interpretazione laica della condizione di eletto.
Odio di sé – la convinzione di avere in sé qualcosa di fondamentalmente e categoricamente sbagliato, immorale e ordinario. Questa condizione può anche costituire il punto di partenza per una ricerca etica spirituale.
Brodo di pollo – è quello che resta quando si toglie all'identità ebraica il giudaismo, il razzismo, lo sciovinismo, il fosforo bianco, la supremazia, le bombe a grappolo, il laicismo, il sionismo, l'intolleranza, il reattore nucleare di Dimona, il cosmopolitismo, la tendenza genocida, ecc. L'ebreo può sempre tornare al brodo di pollo, l'identificatore simbolico iconico dell'affiliazione culturale ebraica. Ben venga l'ebreo che dice: “Non sono religioso né sionista, non sono un banchiere, non mi chiamo Madoff, non sono un 'amico laburista di Israele' né un Lord né assomiglio a un bancomat. Sono solo un piccolo ebreo innocente perché la mia mama’le mi dava il brodo di pollo quando non mi sentivo bene”. Ammettiamolo una volta per tutte, il brodo di pollo non è poi così pericoloso (se non si è polli). Mia nonna mi ha insegnato che fa molto bene. Infatti l'ho provato nell'inverno del 1978, ché allora avevo l'influenza. È servito, adesso mi sento meglio.
di Gilad Atzmon - da mirumir.altervista.org Originale: Lexicon of resistance
Articolo originale pubblicato il 30/3/2009
Traduzione di 
Manuela Vittorelli Manuela Vittorelli è membro di Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguistica. Questo articolo è liberamente riproducibile, a condizione di rispettarne l'integrità e di menzionarne autori, traduttori, revisori e la fonte. URL di questo articolo su Tlaxcala: http://www.tlaxcala.es/pp.asp?reference=7354&lg=it

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Saviano nella terra del sisma e del nuovo business della camorra


"Non permetteremo che ci siano speculazioni, scrivilo. Dillo forte che qui non devono neanche pensarci di riempirci di cemento. Qui decideremo noi come ricostruire la nostra terra...". Al campo rugby mi dicono queste parole. Me le dicono sul muso. Naso vicino al naso, mi arriva l'alito. Le pronuncia un signore che poi mi abbraccia forte e mi ringrazia per essere lì. Ma la sua paura non è finita con il sisma.

La maledizione del terremoto non è soltanto quel minuto in cui la terra ha tremato, ma ciò che accadrà dopo. Gli interi quartieri da abbattere, i borghi da restaurare, gli alberghi da ricostruire, i soldi che arriveranno e rischieranno non solo di rimarginare le ferite, ma di avvelenare l'anima. La paura per gli abruzzesi è quella di vedersi spacciare come aiuto una speculazione senza limiti nata dalla ricostruzione.
Qui in Abruzzo mi è tornata alla mente la storia di un abruzzese illustre, Benedetto Croce, nato proprio a Pescasseroli che ebbe tutta la famiglia distrutta in un terremoto. "Eravamo a tavola per la cena io la mamma, mia sorella ed il babbo che si accingeva a prendere posto. Ad un tratto come alleggerito, vidi mio padre ondeggiare e subito in un baleno sprofondare nel pavimento stranamente apertosi, mia sorella schizzare in alto verso il tetto. Terrorizzato cercai con lo sguardo mia madre che raggiunsi sul balcone dove insieme precipitammo e io svenni". Benedetto Croce rimase sepolto fino al collo nelle pietre. Per molte ore il padre gli parlava, prima di spegnersi. Si racconta che il padre gli ripeteva una sola e continua raccomandazione "offri centomila lire a chi ti salva".

Gli abruzzesi sono stati salvati da un lavoro senza sosta che nega ogni luogo comune sull'italianità pigra o sull'indifferenza al dolore. Ma il prezzo da pagare per questa regione potrebbe essere altissimo, ben oltre le centomila lire del povero padre di Benedetto Croce. Il terrore di ciò che è accaduto all'Irpinia quasi trent'anni fa, gli sprechi, la corruzione, il monopolio politico e criminale della ricostruzione, non riesce a mitigare l'ansia di chi sa cosa è il cemento, cosa portano i soldi arrivati non per lo sviluppo ma per l'emergenza. Ciò che è tragedia per questa popolazione per qualcuno invece diviene occasione, miniera senza fondo, paradiso del profitto. Progettisti, geometri, ingegneri e architetti stanno per invadere l'Abruzzo attraverso uno strumento che sembra innocuo ma è proprio da lì che parte l'invasione di cemento: le schede di rilevazione dei danni patiti dalle case. In questi giorni saranno distribuite agli uffici tecnici comunali di tutti i capoluoghi d'Abruzzo. Centinaia di schede per migliaia di ispezioni. Chi avrà in mano quel foglio avrà la certezza di avere incarichi remunerati benissimo e alimentati da un sistema incredibile.

"Più il danno si fa grave in pratica, più guadagni", mi dice Antonello Caporale. Arrivo in Abruzzo con lui, è un giornalista che ha vissuto il terremoto dell'Irpinia, e la rabbia da terremotato non te la togli facilmente. Per comprendere ciò che rischia l'Abruzzo si deve partire proprio da lì, dal sisma di 29 anni fa, da un paese vicino Eboli. "Ad Auletta - dice il vicesindaco Carmine Cocozza - stiamo ancora liquidando le parcelle del terremoto. Ogni centomila euro di contributo statale l'onorario tecnico globale è di venticinquemila". Ad Auletta quest'anno il governo ha ripartito ancora somme per il completamento delle opere post sisma: 80 milioni di euro in tutto. "Il mio comune ne ha ricevuti due milioni e mezzo. Serviranno a realizzare le ultime case, a finanziare quel che è rimasto da fare". Difficile immaginare che dopo 29 anni ancora arrivino soldi per la ristrutturazione ma è ciò che spetta ai tecnici: il 25 per cento del contributo. Ci si arriva calcolando le tabelle professionali, naturalmente tutto è fatto a norma di legge. Costi di progettazione, di direzione lavori, oneri per la sicurezza, per il collaudatore. Si sale e si sale. Le visite sono innumerevoli. Il tecnico dichiara e timbra. Il comune provvede solo a saldare.

Il rischio della ricostruzione è proprio questo. Aumenta la perizia del danno, aumentano i soldi, gli appalti generano subappalti e ciclo del cemento, movimento terre, ruspe, e costruzioni attireranno l'avanguardia delle costruzioni in subappalto in Italia: i clan. Le famiglie di camorra, di mafia e di 'ndrangheta qui ci sono sempre state. E non solo perché nelle carceri abruzzesi c'è il gotha dei capi della camorra imprenditrice. Il rischio è proprio che le organizzazioni arrivino a spartirsi in tempo di crisi i grandi affari italiani. Ad esempio: alla 'ndrangheta l'Expo di Milano, e alla camorra la ricostruzione in subappalto d'Abruzzo.

L'unica cosa da fare è la creazione di una commissione in grado di controllare la ricostruzione. Il presidente della Provincia Stefania Pezzopane e il sindaco de L'Aquila Massimo Cialente sono chiari: "Noi vogliamo essere controllati, vogliamo che ci siano commissioni di controllo...". Qui i rischi di infiltrazioni criminali sono molti. Da anni i clan di camorra costruiscono e investono. E per un bizzarro paradosso del destino proprio l'edificio dove è rinchiusa la maggior parte di boss investitori nel settore del cemento, ossia il carcere de L'Aquila (circa 80 in regime di 416 bis) è risultato il più intatto. Il più resistente.

I dati dimostrano che la presenza dell'invasione di camorra nel corso degli anni è enorme. Nel 2006 si scoprì che l'agguato al boss Vitale era stato deciso a tavolino a Villa Rosa di Martinsicuro, in Abruzzo. Il 10 settembre scorso Diego Leon Montoya Sanchez, il narcotrafficante inserito tra i dieci most wanted dell'Fbi aveva una base in Abruzzo. Nicola Del Villano, cassiere di una consorteria criminal-imprenditoriale degli Zagaria di Casapesenna era riuscito in più occasioni a sfuggire alla cattura e il suo rifugio era stato localizzato nel Parco nazionale d'Abruzzo, da dove si muoveva, liberamente. Gianluca Bidognetti si trovava qui in Abruzzo quando la madre decise di pentirsi.
L'Abruzzo è divenuto anche uno snodo per il traffico dei rifiuti, scelto dai clan per la scarsa densità abitativa di molte zone e la disponibilità di cave dismesse. L'inchiesta Ebano fatta dai carabinieri dimostrò che alla fine degli anni '90 vennero smaltite circa 60.000 tonnellate di rifiuti solidi urbani provenienti dalla Lombardia. Finiva tutto in terre abbandonate e cave dismesse in Abruzzo. Dietro tutto questo, ovviamente i clan di camorra.

Sino ad oggi L'Aquila non ha avuto grandi infiltrazioni. Proprio perché mancava la possibilità di grandi affari. Ma ora si apre una miniera per le imprese. La solidarietà per ora fa argine ad ogni tipo di pericolo. Al campo del Paganica Rugby mi mostrano i pacchi arrivati da tutte le squadre di rugby d'Italia e i letti allestiti da rugbisti e volontari. Qui il rugby è lo sport principale, anzi lo sport sacro. Ed è infatti la palla ovale che alcuni ragazzi si lanciano in passaggi ai lati delle tende, che mi passa sulla testa appena entro. Ed è dal rugby che in questo campo sono arrivati molti aiuti. La resistenza di queste persone è la malta che unisce volontari e cittadini. È quando ti rimane solo la vita e nient'altro che comprendi il privilegio di ogni respiro. Questo è quello che cercano di raccontarmi i sopravvissuti.

Il silenzio de L'Aquila spaventa. La città evacuata a ora di pranzo è immobile. Non capita mai di vedere una città così. Pericolante, piena di polvere. L'Aquila in queste ore è sola. I primi piani delle case quasi tutti hanno almeno una parte esplosa.
Avevo un'idea del tutto diversa di questo terremoto. Credevo avesse preso soltanto il borgo storico, o le frazioni più antiche. Non è così. Tutto è stato attraversato dalla scossa. Dovevo venire qui. E il motivo me lo ricordano subito: "Te lo sei ricordato che sei un aquilano..." mi dicono. L'Aquila fu una delle prime città anni fa a darmi la cittadinanza onoraria. E qui se lo ricordano e me lo ricordano, come un dovere: presidiare quello che sta accadendo, raccontarlo. Tenere memoria. Mi fermo davanti alla Casa dello studente. In questo terremoto sono morti giovani e anziani. Quelli che a letto si sono visti crollare il soffitto addosso o sprofondare nel vuoto e quelli che hanno cercato di scappare per le scale, l'ossatura più fragile del corpo d'un palazzo.

I vigili del fuoco mi fanno entrare ad Onna. Sono fortunato, mi riconoscono, e mi abbracciano. Sono sporchi di polvere e soprattutto fango. Non amano che si ficchino i giornalisti dappertutto : "Poi li devo andare a pescare che magari cade un soffitto e rimangono incastrati" mi dice un ingegnere romano Gianluca che mi fa un regalo che avrebbe fatto impazzire qualsiasi bambino, un elmetto rosso fuoco dei Vigili. Onna non esiste più. Il termine macerie è troppo usato. È come se non significasse più nulla. Mi segno sulla moleskine gli oggetti che vedo. Un lavabo finito a terra, un libro fotocopiato, un passeggino, ma soprattutto lampadari, lampadari, lampadari. In verità è quello che non vedi mai fuori da una casa. E invece qui vedi ovunque lampadari. I più fragili, gli oggetti che per primi hanno dato spesso inutilmente l'allarme del terremoto. È una vita ferma e crollata. Mi portano davanti la casa dove è morta una bambina. I vigili del fuoco sanno ogni cosa. "Questa casa vedi, era bella, sembrava ben fatta, invece era costruita su fondamente vecchie". Si è fatto poco per controllare...

La dignità estrema di queste persone me la raccontano i vigili del fuoco: "Nessuno ci chiede niente. È come se per loro bastasse essere rimasti in vita. Un vecchietto mi ha detto: mi puoi chiudere le finestre sennò entra la polvere. Io sono andato ho chiuso le finestre ma alla casa mancano tetto e due pareti. Qui alcuni non hanno ancora capito cosa è stato il terremoto".
Franco Arminio uno dei poeti più importanti di questo paese, il migliore che abbia mai raccontato il terremoto e ciò che ha generato scrive in una sua poesia: "Venticinque anni dopo il terremoto dei morti sarà rimasto poco. Dei vivi ancora meno". Siamo ancora in tempo perché in Abruzzo questo non accada. Non permettere che la speculazione vinca come sempre successo in passato è davvero l'unico omaggio vero, concreto, ai caduti di questo terremoto, uccisi non dalla terra che trema ma dal cemento.
© 2009 by Roberto Saviano - Published by arrangement with Roberto Santachiara Literary Agency

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