giovedì 16 aprile 2009

Fidel e "l'indispensabile sommario sulla attuale crisi del capitalismo”


Fidel Castro propone un “indispensabile sommario sulla attuale crisi del capitalismo”, un illuminante documento ricevuto dal suo amico sociologo argentino Atilio Borón, che consente di capire la crisi senza precedenti che attualmente fa tremare il capitalismo. 

 “Appena concluso il Congresso de L’Avana sulla mondializzazione e lo sviluppo (2-6 marzo 2009), a cui hanno partecipato più di millecinquecento economisti, personalità scientifiche di fama e rappresentanti di organizzazioni internazionali, ho ricevuto una lettera ed un documento da parte di Atilio Borón, dottore in scienze politiche, professore titolare di cattedra di teoria politica e sociale, direttore del  Programma latino-americano di tele-insegnamento in scienze sociali (PLED), oltre ad essere responsabile di altri importanti incarichi scientifici e politici.

Venerdì 6 marzo 2009, Atilio, un amico valido e leale, aveva partecipato alla tavola rotonda televisiva a fianco di altre eminenti personalità internazionali che assistevano al Congresso.   

Ho appreso che sarebbe partito alla domenica e l’ho invitato ad un incontro per sabato 7 marzo alle ore 17. Mi ero proposto di scrivere delle riflessioni sulle idee contenute nel suo documento, che vado a sintetizzare utilizzando le sue stesse parole.”


“...Ci troviamo davanti ad una crisi generale del capitalismo, la prima a raggiungere un’ampiezza paragonabile a quella che è scoppiata nel 1929 e a quella che era stata battezzata come la “Lunga Depressione” del 1873-1896. Una crisi integrale, di civilizzazione, multidimensionale, di cui80p tuw la durata, la profondità e la portata geografica saranno sicuramente superiori a quelle delle precedenti.

“Si tratta di una crisi che va ben oltre gli ambiti finanziari e bancari e che tocca l’economia reale in tutti i suoi settori. Questa crisi colpisce l’economia mondiale e si estende molto al di là delle frontiere Statunitensi.

“Queste le sue cause strutturali: si tratta di una crisi di sovrapproduzione affiancata da una crisi di sottoconsumo. Non è un caso che sia scoppiata negli Stati Uniti, dato che questa nazione, da oltre trent’anni, vive artificialmente del risparmio estero e sul credito estero, due condizioni che non possono durare all’infinito: le imprese si sono indebitate oltre le loro possibilità; anche lo Stato si è indebitato ben oltre le sue per far fronte non a una guerra, ma addirittura a due, e questo non solamente senza aumentare la tassazione, ma perfino riducendo le imposte, in modo tale che i cittadini sono stati sistematicamente indotti dalla pubblicità ad indebitarsi per sostenere un iperconsumo sfrenato, irrazionale e sprecone.  

“Ma, a queste cause strutturali bisogna aggiungerne altre: la finanziarizzazione accelerata dell’economia e la irresistibile tendenza alle scorribande in operazioni speculative sempre più rischiose. Una volta scoperta la “fontana della giovinezza”, grazie alla quale il denaro procura sempre più denaro, non tenendo più conto della valorizzazione procurata al denaro dallo sfruttamento della forza lavoro, e constatando il fatto che è possibile ottenere masse enormi di capitali fittizi nel giro di qualche giorno o al più di qualche settimana, il capitale, come un tossicodipendente, arriva a rinunciare a qualsiasi valutazione e a non avere più alcuno scrupolo.

“Comunque, altre circostanze hanno favorito l’esplosione della crisi. Le politiche neoliberiste di deregolamentazione e di liberalizzazione hanno consentito agli attori più potenti che pullulano sui mercati di imporre la legge della giungla.

Si è assistito ad una enorme distruzione di capitali su scala mondiale, una sorta di “distruzione creatrice” che, a Wall Street, è sfociata in un deprezzamento delle società quotate in borsa di quasi il 50 per 100: una società che deteneva un capitale di 100 milioni oggi se ne ritrova uno di 50! Ci si trova in presenza di una caduta della produzione, delle borse, dei salari, del potere d’acquisto. Il sistema finanziario nel suo insieme è sul punto di andare in frantumi. Le perdite bancarie ammontano a più di 500 miliardi di dollari e fra poco sono attese perdite che superano i 1000 miliardi di dollari.

Oltre una dozzina di banche hanno fatto fallimento e centinaia di altre corrono il medesimo rischio.  Per adesso, la Riserva Federale ha trasferito al cartello bancario più di un bilione di dollari, ma ce ne vorranno in più 1,5 bilioni per mantenere la liquidità delle banche nei prossimi anni. Noi stiamo vivendo la fase iniziale di una lunga depressione, e la parola recessione, tanto alla moda di recente, non traduce in tutta la sua drammaticità ciò che l’avvenire riserva al capitalismo. 

“Le azioni ordinarie di Citicorp hanno perso il 90 per cento del loro valore nel 2008. Nell’ultima settimana di febbraio, a Wall Street sono state quotate a 1,95 dollari!

Questo processo non è assolutamente neutro, in quanto verranno favoriti gli oligopoli più importanti e meglio organizzati che spiazzeranno dal mercato i loro rivali. La “selezione darwiniana dei più capaci” aprirà la strada a nuove fusioni e ad alleanze fra le imprese, avviando le più deboli alla bancarotta.

“Si constata una accelerazione progressiva della disoccupazione. Il numero dei disoccupati nel mondo (circa 190 milioni nel 2008) potrebbe aumentare di 51 milioni nel 2009. I lavoratori in povertà (quelli che guadagnano al massimo due euro al giorno) ammonteranno a 1,4 miliardi, ossia al 45 per cento della popolazione attiva del pianeta. Negli Stati Uniti, la recessione ha già distrutto 3.600.000 posti di lavoro. Nell’Unione Europea, i disoccupati sono circa 17.500.000, vale a dire 1.600.000 in più nel giro di un anno. Viene prevista per il 2009 la perdita di 3.500.000 di impieghi. Molti Stati del Centro-America, come il Messico e il Perù, saranno duramente colpiti dalla crisi a causa dei loro legami stretti con l’economia Statunitense.  

“Si tratta di una crisi che colpisce tutti i settori dell’economia: le banche, le assicurazioni, l’edilizia, ecc., e provoca metastasi nell’insieme del sistema capitalistico internazionale. Decisioni assunte nelle centrali mondiali, e che si riversano nelle filiali periferiche, ingenerano licenziamenti massicci, l’interruzione dei pagamenti dei salari, la caduta della domanda di nuove assunzioni, ecc.   Gli USA hanno deciso di appoggiare i Tre Grandi di Detroit (Chrysler, Ford, General Motors), ma unicamente per salvare le industrie del paese. La Francia e la Svezia hanno annunciato che condizioneranno gli aiuti alle loro industrie automobilistiche: potranno beneficiarne solamente le industrie situate negli stessi paesi.

La ministro francese dell’Economia, Christine Lagarde, ha dichiarato che il protezionismo potrebbe essere “un male necessario in tempi di crisi”. Il ministro spagnolo dell’Industria, Miguel Sebastián, spinge a “consumare prodotti spagnoli”. Per parte mia, aggiungo che Barack Obama promuove l’ “Acquistare Americano!”.

“Possiamo citare altre fonti del propagarsi della crisi verso la periferia: la caduta dei prezzi dei prodotti di base che vengono esportati dai paesi latino-americani e caraibici, con la conseguenza di strascichi recessivi e la relativa crescita della disoccupazione. Le rimesse di denaro degli emigrati latino-americani e caraibici dai paesi sviluppati verso le loro famiglie diminuiscono brutalmente. (In certi casi, le rimesse alle famiglie costituiscono la fonte più importante delle rendite dei paesi, al punto da essere superiori alle entrate dalle esportazioni). Il ritorno degli emigrati deprime ancora di più il mercato del lavoro.

Tutto questo si coniuga ad una profonda crisi energetica che esige la sostituzione dell’attuale modello basato su una irrazionale utilizzazione predatrice dei combustibili fossili. Questa crisi coincide con la crescente presa di coscienza della portata catastrofica dei mutamenti climatici.

Aggiungiamo la crisi alimentare, aggravata dalla pretesa del capitalismo di conservare il suo modello di consumi senza senso e di riconvertire terreni adatti alla produzione alimentare in terreni destinati alla produzione di agrocarburanti.  

“Obama ha riconosciuto che non abbiamo ancora toccato il fondo, ed ecco cosa ha scritto Michael Klare (Michael Klare insegna “peace and world security studies” [studi sulla pace e sulla sicurezza mondiale] all’Hampshire College). qualche giorno fa: “Se la catastrofe economica attuale si trasforma in quello che il presidente Obama ha qualificato come “decennio perduto”, il risultato potrebbe presentarsi come un panorama mondiale gravido di convulsioni provocate dall’economia.” Nel 1929, negli USA la disoccupazione aveva raggiunto il 25 per cento, mentre i prezzi dei prodotti agricoli e delle materie prime scendevano precipitosamente. Dieci anni dopo, malgrado le politiche radicali messe in atto da Franklin D. Roosevelt (il New Deal), la disoccupazione rimaneva estremamente elevata (17 per cento) e l’economia non riusciva ad uscire dalla depressione. Solo la Seconda Guerra mondiale aveva messo fine a questa fase. Perché questa crisi dovrebbe oggi essere più breve? La depressione fra il 1873-1896  è durata la bellezza di ventitré anni!

Tenuto conto di questi precedenti, perché dovremmo uscire dalla crisi attuale in qualche mese, come pronosticano i comunicatori pubblicitari e i “guru” di Wall Street ?

“Non usciremo da questa crisi grazie ad una o due riunioni del G-20 e del G-7. Se si vuole una prova dell’incapacità radicale del sistema a regolare la crisi, è sufficiente osservare la risposta delle principali borse valori del mondo a qualsiasi segnale o provvedimento di legge tendenti all’autorizzazione di nuovi salvataggi: la risposta dei “mercati” è stata immancabilmente negativa.  

Secondo George Soros, “l’economia reale subirà gli effetti secondari che stanno sempre più manifestandosi. Poiché, in tali circostanze, il consumatore statunitense non può più servire da locomotiva dell’economia mondiale, è l’amministrazione degli Stati Uniti che deve stimolare la domanda. E dato che noi dobbiamo affrontare problemi sulle minacce del riscaldamento del pianeta e sulla nostra dipendenza energetica, l’amministrazione entrante dovrebbe lanciare un piano mirante ad incoraggiare le economie energetiche, a sviluppare fonti di energia alternative e a posizionare infrastrutture ecologiche.”    

“Si sta aprendo un lungo periodo di sollecitazioni in varie direzioni e di negoziazioni per definire in quale modo si potrà uscire dalla crisi, quali ne saranno i beneficiari  e chi sarà a farne le spese.

Gli accordi di Bretton Woods, concepiti nel quadro della fase keynesiana del capitalismo, avevano coinciso con la stabilizzazione di un nuovo modello di egemonia borghese, con nello sfondo, in modo nuovo ed inatteso, conseguenza della guerra e delle lotte antifasciste, il rafforzamento del peso dei sindacati operai, dei partiti della sinistra e della capacità di regolamentazione e di intervento dello Stato. 

“L’URSS non esiste più, e la sua semplice presenza, accompagnata alla paura dell’Occidente di vedere diffondersi il suo esempio, nel caso di trattative faceva pendere la bilancia in favore della sinistra, dei settori popolari, dei sindacati, ecc. La Cina dei nostri giorni gioca un ruolo incomparabilmente più importante nell’economia mondiale, ma senza conseguire un peso equivalente nell’arena politica mondiale. Malgrado la sua debolezza economica, l’URSS era per contro una formidabile potenza militare e politica. La Cina è una potenza economica, ma la sua presenza militare e politica negli affari mondiali è debole, benché si accinga ad intraprendere nella politica mondiale un percorso di riaffermazione in maniera molto accorta e graduale. La Cina può finire per giocare un ruolo positivo per la strategia di ricomposizione dei paesi della periferia del mondo.

Pechino intende riorientare gradualmente le sue enormi energie nazionali verso il mercato interno. Per molteplici ragioni, che sarebbe impossibile discutere in questo documento, la sua economia deve obbligatoriamente crescere dell’8 per cento ogni anno, in risposta sia agli incentivi dei mercati mondiali sia a quelli che provengono dal suo mercato interno immenso, ma ancora solo parzialmente sfruttato. Se venisse confermata questa svolta, possiamo prevedere che la Cina continuerà ad avere la necessità di tantissimi prodotti provenienti dai paesi del Terzo Mondo, come il petrolio, il nickel, il rame, l’alluminio, l’acciaio, la soia, e altre materie prime e derrate alimentari.  Durante la Grande Depressione degli anni Trenta, l’URSS era per contro inserita in modo molto debole nei mercati mondiali. La Cina si trova in una situazione differente: potrà continuare a giocare un ruolo molto importante e, allo stesso modo della Russia e dell’India (benché in misura minore) acquistare all’estero le materie prime e i generi alimentari di cui ha bisogno, contrariamente all’URSS durante la Grande Depressione.

“Negli anni Trenta, la “soluzione” alla crisi era stata trovata nel protezionismo e nella guerra mondiale. Ai nostri giorni, il protezionismo urterà contro numerosi ostacoli per effetto della compenetrazione dei grandi oligopoli nazionali nelle differenti aree del capitalismo mondiale.  Tenuto conto dell’esistenza di una borghesia mondiale, ancorata alle gigantesche compagnie che, nonostante la loro base nazionale, operano in una grande quantità di paesi, l’opzione protezionistica nel mondo sviluppato sarà poco efficace per quel che concerne i rapporti commerciali Nord/Nord, e le politiche tenderanno, almeno per il momento e non senza tensioni, a rispettare i parametri stabiliti dall’Organizzazione Mondiale per il Commercio. La carta favorevole del protezionismo dovrebbe con larga probabilità venire giocata, e lo si farà sicuramente, contro il Sud nel suo insieme.

Praticamente risulta impossibile che le “borghesie nazionali” del mondo sviluppato si prestino a lottare fra loro per il dominio dei mercati, scatenando una guerra mondiale, perché questo genere di borghesia è stata isolata ed eliminata dall’ascesa e dal consolidarsi di una borghesia imperiale che si riunisce periodicamente a Davos (questa località Svizzera è nota in tutto il mondo perché da qualche tempo ospita l'annuale Forum Economico, un incontro fra i principali dirigenti politici ed i principali esponenti economici del mondo), e per la quale la scelta di uno scontro militare costituisce una monumentale idiozia. Ciò non significa che questa borghesia mondiale non appoggi, come ha fatto fino ad ora, tramite gli interventi degli eserciti degli Stati Uniti in Iraq e nell’Afghanistan, le numerose operazioni militari alla periferia del sistema, indispensabili alla preservazione della redditività del complesso militar-industriale Statunitense e, indirettamente, di quello dei grandi oligopoli degli altri paesi alleati.

“La situazione attuale non è quella degli anni Trenta. Lenin affermava che “il capitalismo crolla solo se una forza sociale lo fa crollare”. Di questi tempi, questa forza sociale non esiste nelle società del capitalismo metropolitano, fra cui gli Stati Uniti.  In precedenza, erano gli Stati Uniti, la Gran Bretagna, la Francia e il Giappone a comporre le loro controversie per l’egemonia imperiale sul terreno militare. Adesso, l’egemonia e il dominio sono chiaramente nelle mani degli USA, l’unico garante del sistema capitalistico su scala mondiale. Se gli USA crollassero, ne risulterebbe un effetto “domino” che trascinerebbe il cedimento della quasi totalità dei capitalismi metropolitani, senza parlare delle conseguenze per la periferia del sistema. Nel caso in cui  Washington venisse minacciata da insurrezioni popolari, tutti correrebbero in suo soccorso perché gli USA sono il puntello cardine del sistema e il solo che può, all’occorrenza, soccorrere gli altri.  

“Gli USA costituiscono un attore non rimpiazzabile e il centro incontestato del sistema imperialista mondiale: essi dispongono di per sé soli in circa centoventi paesi di più di settecento missioni e basi militari che costituiscono la riserva finale del sistema. Dovessero fallire le altre opzioni, la forza farebbe la sua comparsa in tutto il suo splendore. Solo gli USA sono in grado di dispiegare le loro truppe e la loro panoplia di guerra per mantenere l’ordine su scala planetaria. Loro sono, come affermava Samuel Huntington, “lo sceriffo solitario”.

“Questo “puntellamento” del centro imperialista beneficia della collaborazione eccezionale degli altri alleati imperiali o dei concorrenti sul terreno economico, perfino della maggior parte dei paesi del Terzo Mondo che accumulano le loro riserve in dollari USA. Né la Cina, né il Giappone, né la Corea, nemmeno la Russia, per parlare solamente dei principali detentori di dollari sul pianeta, non possono liquidare le loro riserve in questa moneta perché si tratterebbe di un movimento suicida. Ben inteso, ci sono ancora alcune considerazioni da fare con ogni precauzione.

Il comportamento dei mercati e dei risparmiatori del mondo intero rafforza la posizione degli USA: la crisi si aggrava, i salvataggi si rivelano insufficienti, l’indice Dow Jones di Wall Street crolla al disotto del limite psicologico dei 7.000 punti, ossia inferiore della aliquota del 1997! – e tuttavia le persone cercano rifugio nel dollaro, mentre saltano le parità dell’euro e dell’oro! 

“Zbigniev Brzezinski ha dichiarato: “Sono preoccupato perché noi ci incamminiamo ad avere milioni e milioni di disoccupati  ed un mucchio di gente che si ritrova per davvero in una situazione decisamente sgradevole. E questa situazione è destinata a procrastinarsi prima che le cose acquisiscano un eventuale miglioramento.”

Ci troviamo in presenza di una crisi che va ben oltre ad una crisi economica o finanziaria. Si tratta di una crisi integrale di un modello di civilizzazione insostenibile sia dal punto di vista economico che politico, se non si ricorre una volta di più alla violenza contro i popoli; tanto più insostenibile dal punto di vista ecologico, dato che distrugge, talvolta in maniera irreversibile, l’ambiente; e ancor più insostenibile sul terreno sociale in quanto degrada la condizione umana fino a limiti inimmaginabili e degrada la trama stessa della vita sociale.

Dunque, la risposta a questa crisi non può essere solamente economica o finanziaria. Le classi dominanti si azioneranno esattamente in questa direzione: utilizzare un vasto arsenale di risorse pubbliche per socializzare le perdite e rimettere a galla i grandi oligopoli. Avvinghiate alla difesa dei loro interessi più immediati, le classi dominanti non sono proprio in grado di prendere in considerazione una strategia più integrale.”

“La crisi non ha toccato il fondo”, afferma Atilio. “Noi ci troviamo di fronte ad una crisi generale del capitalismo…nessuna è stata peggiore. Quella che è durata dal 1873 al 1896, ossia ventitré anni, è stata definita come la Grande Depressione. L’altra crisi molto grave è avvenuta nel 1929 ed è durata, anche questa, almeno vent’anni.  La crisi attuale è “integrale, di civilizzazione, multidimensionale”. Si tratta di una crisi che supera di molto i domini finanziari e bancari e tocca l’economia reale in tutti i suoi settori.”

Chiunque farà scivolare questo ristretto sommario nella sua tasca, e di tanto in tanto andrà a leggerlo o lo manderà a mente come una piccola bibbia sarà meglio informato su quello che avviene nel mondo, visto che il 99 per cento della popolazione mondiale viene randellato di continuo da innumerevoli messaggi propagandistici e saturato da infiniti momenti informativi, da romanzi, da film e da fiction, veri o falsi.”

di Atilio Borón 
Traduzione di 
Curzio Bettio di Soccorso Popolare di Padova 

Fonte: socio13.wordpress.com (blog di Danielle Bleitrach)

Comparso su http://www.sottolebandieredelmarxismo.it/

Link: http://www.webalice.it/mario.gangarossa/sottolebandieredelmarxismo_dossier/2009_03_atilio-boron_bibbia-tascabile-sulla-crisi.htm

Richard L. Scott? Il difensore della sanità privata americana?


Richard L. Scott, imprenditore americano, fondatore del gruppo Conservatives for Patients' Rights,  si oppone  a suon di dollari alla politica di sanità del presidente Barack Obama.
"Immaginate di svegliarvi un giorno e tutte le decisioni mediche sono fatte da un consiglio nazionale federale". Ecco cosa si sente in uno spot radiofonico che cerca di spaventare gli ascoltatori. Si chiarisce che in un sistema del genere tutte le decisioni mediche personali come la scelta del dottore non verrebbero fatte dal paziente come avviene adesso. Chi parla è Richard L. Scott, un imprenditore americano, fondatore del gruppo Conservatives for Patients' Rights, un'associazione che si oppone alla politica di sanità del presidente Barack Obama.

La riforma della sanità è ancora agli inizi e fino ad ora si ignorano i dettagli del programma di Obama. Ciononostante Scott crede di sapere che si tratterà di una visione socialistica alla quale lui si oppone. Per combattere questa direzione Scott ha già fatto ricerche in altri Paesi per documentare i "mali" della sanità che non mette l'enfasi sul privato. Scott sa qualcosa della sanità privata. Fu fondatore e direttore esecutivo della Columbia Hospital Corporation (CHA) dal 1987 fino al 1997 quando fu licenziato dal consiglio della ditta per uno scandalo che includeva frode ai programmi di sanità governativa come Medicaid e Medicare. 
Ma il ricco imprenditore crede che il sistema di sanità privato funziona molto meglio di quelli governativi perché offre al paziente la possibilità di scelta e costi ridotti dalla concorrenza. In sintesi, si tratta del solito clichè di un'iniziativa privata che produce benessere mentre il governo non fa altro che sprecare soldi e ridurre la libertà dell'individuo. Poco importa a Scott che il sistema della sanità privata non copre quasi 50 milioni di americani.

Ora, il suo coinvolgimento con lo scandalo che gli fece perdere il lavoro di dirigente alla CHA, farebbe di lui un imprenditore da prendere con le molle. Ciononostante, e grazie al solido conto in banca, la sua intenzione è quella di comprarsi la credibilità che difficilmente gli sarebbe donata gratis. Scott vuole investire 5 milioni di dollari per combattere e mantenere il predominio della sanità privata negli Stati Uniti.
I suoi avversari - fra i quali spiccano i dirigenti della Healthcare for America Now (HCAN), un gruppo che secondo il loro sito Internet sostiene di rappresentare 30 milioni di individui e 190 membri del Congresso favorevoli ai principi generali sulla sanità del presidente Obama - ne approfittano per dipingerlo come l'icona della corruzione dell'iniziativa privata. Mentre a destra, l'iniziativa di Scott imbarazza non pochi dirigenti politici che pure ne condividono l'impianto politico generale. Persino coloro che hanno opposto con successo la politica di riforma della sanità di Bill Clinton nel 1994 vedono la possibile leadership di Scott come problematica. Altri però sono attratti dal fatto che Scott ha deciso di investire forti somme di denaro per silurare qualsiasi proposta di sanità che diminuisca il forte ruolo dell'iniziativa privata.

Non sarà facile però fermare la riforma di Obama. Gli americani si sono resi conto che l'iniziativa privata senza controlli governativi conduce agli eccessi di Wall Street che poi dovranno essere sanati dai cittadini con le loro tasse. L'ira degli elettori, per esempio, contro i bonus offerti agli esecutivi di AIG (American International Group, assicurazione) rimane nella mente di molti.

Non è il momento propizio per cantare le lodi dell'iniziativa privata. Con ciò non si fa altro che ricolorare il quadro delle assicurazioni private che hanno come motivo principale il profitto e non la salute della gente. Viene subito in mente il costo esorbitante delle medicine, il fatto che non pochi anziani devono scegliere fra medicine e cibo, e coloro che vanno in Canada o Messico per comprare le medicine a prezzi ragionevoli. I quattro punti basilari della filosofia di Scott sulla sanità sono "la scelta, la concorrenza, la trasparenza e la responsabilità personale". Parla della sua responsabilità personale e dello scandalo che costrinse il consiglio della sua ditta a licenziarlo?

di Domenico Maceri

Link: http://www.aprileonline.info/notizia.php?id=11762


NESSUN COMPROMESSO SULLE MACERIE


Il Governo ha tempo fino a domani per decidere se tenere in un'unica consultazione, in un unico election day, elezioni europee, amministrative e referendum sulla legge elettorale. Lo stato risparmierebbe 173 milioni (stime, probabilmente per difetto, del Ministro Maroni che, più da esponente di un partito che da Ministro, si è speso molto per non fare l'election day), e i cittadini risparmierebbero altri 200 milioni di costi indiretti. In totale 373 milioni: uno spreco di risorse che non possiamo permetterci soprattutto dopo il terremoto in Abruzzo.
Un Governo responsabile dovrebbe prenderne atto, tenere conto del plebiscito che sul web c'è stato in questi settimane a favore dell'election day e, dunque, cambiare la data del referendum.
Eppure quello che si profila all'orizzonte è un "compromesso" molto costoso per i contribuenti e per chi ha bisogno di aiuto dallo Stato: il referendum sulla legge elettorale si dovrebbe tenere il 21 giugno con il secondo turno delle amministrative. E' un compromesso che costerebbe al contribuente circa 300 milioni, tra costi diretti e indiretti. Infatti, il ballottaggio in Italia, in genere, coinvolge un terzo dell’elettorato potenziale e solo i collegi in cui ci sono elezioni provinciali e in cui si vada al ballottaggio. Secondo le nostre stime, solo 21 delle 63 province potenzialmente coinvolte, torneranno a votare a due settimane dal voto alle europee. Le altre 88 province italiane (81 per cento del totale) saranno chiamate a votare unicamente per il referendum. Di qui lo spreco enorme di risorse che si avrebbe anche in questo caso.
Ma che razza di compromesso è questo? Qui stiamo barattando una soluzione che fa risparmiare soldi allo Stato e tempo e denaro alle famiglie con una soluzione che costa ai contribuenti e a chi va a votare - e che per giunta riduce la partecipazione al voto, uno dei valori conclamati nella nostra Costituzione - pur di fare un piacere a un partito. E perché gli italiani tutti devono subire il diktat di un partito, votato dall'8 per cento dei cittadini? E’ un compromesso inaccettabile soprattutto dopo il terremoto.
Di Tito Boeri

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