venerdì 17 aprile 2009

Terremoto e censura: "anche una piccola crepa diventa una voragine se attraversa il piccolo schermo"


Due buone notizie: la satira è viva e l'informazione può risultare insopportabile. Ce lo dicono i massimi garanti del pluralismo del servizio pubblico censurando una vignetta di Vauro e rifiutando i contenuti di alcuni interviste rilasciate, a Annozero, da medici e studenti, sulla mancata prevenzione in Abruzzo. L'ordine di sospendere il nostro Vauro e di «riequilibrare immediatamente i servizi andati in onda sul terremoto», sono il biglietto da visita della coppia Masi-Garimberti, appena nominata al vertice della Rai. Gli stessi che nulla hanno avuto da obiettare alla indecorosa lettura delle percentuali di share, sbandierate dalla conduttrice del Tg1 per esaltare la performance delle edizioni sul terremoto. Forse è così che si rispettano i morti.Nonostante la pornografia del dolore trasmessa da reti e testate, l'applauso scrosciante e ininterrotto all'imbarazzante sfilata dei ministri nelle tendopoli, è sufficiente che una voce non rispetti l'intonazione del coro per scatenare una reazione violenta nei toni e censoria nella sostanza. Tanto più eloquente se confrontata con la forza di un centrodestra che controlla la comunicazione di massa in Italia. La ragione di una pressione così sproporzionata è semplice. Un regime mediatico, connotato da una strutturale, panoptica rappresentazione della realtà, nutrito dalla sovrapposizione tra istituzioni e audience, si può difendere solo annullando ogni elemento dissonante. Anche una piccola crepa diventa una voragine se, come in questo caso, attraversa il piccolo schermo parlando a milioni di persone, a quella stessa platea che si vorrebbe assopita e ormai neutralizzata dalla cultura del regimetto. L'obiettivo della censura, con Vauro e Santoro, siamo noi, telespettatori, cittadini di destra e di sinistra, tutti con lo stesso diritto (negato) di vivere in una democrazia aperta e forte.

di Norma Rangeri

Thailandia, l'alba di una guerra civile?




E' stato un agguato in stile mafioso: un centinaio di colpi sparati da uomini armati a bordo di un pick-up, fuggiti poi nelle prime luci del mattino oggi a Bangkok. All'interno del veicolo colpito non c'era però un boss ma Sondhi Limthongkul, il leader delle "camicie gialle" thailandesi protagoniste del blocco degli aeroporti della capitale lo scorso novembre. Dato inizialmente ferito in modo leggero, Sondhi è stato operato d'urgenza in mattinata, per rimuovere un proiettile dal cranio; i medici hanno assicurato che la sua vita non è in pericolo, aggiungendo che il ferito riesce a parlare. Ma anche in caso di pronta guarigione, l'episodio ha il potenziale di scatenare una guerra civile in Thailandia.
All'alba di stamattina, Sondhi era diretto verso gli studi di Astv, la tv satellitare da lui fondata e vicina alle "camicie gialle". Vicino a una stazione di servizio, secondo un conducente di autobus che ha assistito alla scena, il furgoncino che trasportava il leader del Pad è stato crivellato di colpi da uomini che viaggiavano su un pick-up senza targa. Dopo aver messo fuori uso i pneumatici, hanno sparato contro il furgone un centinaio di colpi di kalashnikov e M-16, ferendo Sondhi, il suo autista (in modo grave) e una guardia del corpo. Un altro veicolo - presumibilmente la scorta di Sondhi - ha ingaggiato uno scontro a fuoco con gli assalitori, che sono però riusciti a dileguarsi.
Sondhi è il leader dell' "Alleanza del popolo per la democrazia" (Pad), il movimento extraparlamentare monarchico che propone una "nuova democrazia", con  il 70 percento dei deputati nominati dall'alto e non eletti. Con le sue azioni - oltre al blitz negli aeroporti, lo scorso autunno occupò per tre mesi e mezzo la sede del governo a Bangkok - il Pad contribuì a far salire la pressione contro due governi vicini all'ex premier Thaksin Shinawatra, che dal suo esilio volontario continua a essere il punto di riferimento delle "camicie rosse". Le proteste dei "gialli" terminarono all'inizio di dicembre, quando la Corte costituzionale costrinse allo scoglimento il governo di Somchai Wongsawat, cognato di Thaksin, ponendo le basi per il ribaltone parlamentare che due settimane dopo portò alla formazione del governo di Abhisit Vejjajiva, gradito al Pad. Durante le recenti manifestazioni dei rivali, degenerate negli scontri che lunedì hanno causato due morti e oltre 120 feriti, il Pad era rimasto in silenzio.
A parte alcuni episodi isolati durante la crisi degli aeroporti, "rossi" e "gialli" non sono mai venuti davvero in contatto. L'ipotesi che i sempre più radicalizzati gruppi si scontrassero per le vie di Bangkok è lo scenario peggiore. Sebbene la maggioranza degli attivisti siano normali cittadini che manifestano con i loro caratteristici batti-mani di plastica (i "gialli"), o batti-piedi e batti-cuori (i "rossi"), entrambi i movimenti hanno delle teste calde al loro interno: gli accampamenti del Pad, che i thaksiniani accusano di essere appoggiato segretamente dall'esercito nonché dagli ambienti monarchici, erano difesi da scagnozzi col passamontagna armati di spranghe e mazze da golf, e nei giorni scorsi si è visto come i sostenitori di Thaksin non disdegnino l'uso di bombe molotov o la difesa dietro barricate costruite anche con bus dati alle fiamme.

Nessuno pensava che la crisi thailandese fosse finita con la sospensione della protesta antigovernativa delle "camicie rosse", martedì scorso. Mentre a Bangkok non è ancora stato revocato lo stato di emergenza, il governo di Abhisit sta cercando di fare terra bruciata attorno a Thaksin: accusandolo di aver sobillato i suoi sostenitori, gli ha ritirato il passaporto dopo che un tribunale aveva già emesso un mandato di arresto contro l'ex premier e 12 suoi collaboratori. Per  il vero leader dell'opposizione cambia poco, anche perché il Nicaragua gli ha già dato un altro passaporto. Ma anche se nella capitale la situazione sta tornando alla normalità, le divisioni alla base della crisi - il risentimento dei "rossi" contro un'élite che accusano di voler eliminare Thaksin politicamente, le idee dei "gialli" secondo cui i più poveri non hanno i mezzi intellettuali per votare in modo degno - nonché gli oscuri giochi di potere all'opera dietro le due masse colorate, rimangono in piedi. E l'ultima cosa di cui il Paese aveva bisogno era che la parola passasse alle armi.

L'intervento al quale è stato sottoposto il leader dell'opposizione thailandese Sondhi Limthongku é riuscito e l'uomo politico é stato dichiarato fuori pericolo.

di Alessandro Ursic

Link: http://it.peacereporter.net/articolo/15218/Thailandia,+agguato+contro+il+leader+dei+'gialli'

Bangkok, i sostenitori di Thaksin smobilitano


Nelle strade semivuote di Bangkok ci sono ancora carcasse di bus carbonizzati, alberi spezzati per farci le barricate, pietre lanciate dai manifestanti contro i soldati. Ma le "camicie rosse", i sostenitori dell'ex premier Thaksin Shinawatra, hanno smesso di combattere per manifesta inferiorità numerica.. Questa mattina, al termine di 48 ore da guerra civile nella capitale thailandese, i loro leader hanno esortato le poche migliaia di attivisti rimasti a disperdersi, abbandonando l'accampamento intorno alla sede del governo presidiato dal 26 marzo. Oltre alle casse d'acqua e ai sacchi di rifiuti già marci sotto il cocente sole d'aprile, rimangono due morti e oltre 120 feriti, nonché divisioni ancora più marcate tra la popolazione.
La situazione è degenerata sabato mattina, quando le proteste dei manifestanti a Pattaya hanno costretto il premier Abhisit Vejjajiva a cancellare il vertice di 16 Paesi asiatici previsto nella località turistica per il fine settimana. Uno smacco per Abhisit, che in cinque mesi di governo - nato grazie a un ribaltone parlamentare - aveva coltivato un'immagine da leader pacato e disposto a venire incontro alle richieste dell'opposizione. Così, domenica il primo ministro ha perso la pazienza: stato di emergenza a Bangkok e in cinque province limitrofe, soldati nelle strade della capitale. I "rossi" l'hanno presa come una dichiarazione di guerra: incitati dal loro idolo Thaksin, che dall'esilio li esortava a combattere, si sono sparpagliati per la capitale bloccando strade, attaccando il convoglio di Abhisit, in sostanza abbandonando l'atteggiamento pacifico tenuto finora.
La battaglia più intensa si è verificata all'alba di lunedì presso un incrocio stradale occupato dai "rossi", armati di bombe molotov e bastoni: le truppe hanno sparato lacrimogeni e proiettili veri in aria, e gli scontri hanno causato 70 feriti. Gruppi di dimostranti, ormai decisi a seminare il caos, hanno continuato a erigere barricate dando alle fiamme bus e pneumatici, in due casi difendendosi dietro autocisterne di gas liquido. I militari hanno progressivamente liberato le strade, costringendo i manifestanti a ritirarsi nel loro bivacco intorno all'ufficio di Abhisit. Ma proprio lì, nelle aree popolari abitate da persone che non si identificano né con loro né con i "gialli" monarchici, le "camicie rosse" hanno trovato un nemico che non si aspettavano: i residenti del posto, esasperati dalla violenza vicino alle loro abitazioni. E' qui, in scontri tra civili, che sono morte due persone.
Circondati da sempre più soldati, calati di numero perché molti di loro hanno preferito festeggiare l'anno nuovo thailandese in famiglia, incolpati ormai da tutti i media thailandesi (che accusano di parzialità), forse sorpresi dalla fermezza dimostranta da Abhisit, e probabilmente orfani di molti simpatizzanti che non condividevano la virata violenta del movimento, i sostenitori di Thaksin hanno quindi detto basta. "Per evitare vittime", hanno detto i loro capi. Fino a ieri promettevano di resistere con la forza dei numeri alle armi dei soldati; ora, mentre gli abitanti della zona applaudono i militari che muoiono di caldo nelle loro divise, stanno già smontando il bivacco all'esterno della sede del governo.
All'esterno, appunto, simbolo del fallimento della protesta. Lo scorso autunno, per tre mesi e mezzo i "gialli" avevano creato una loro cittadella anche nel cortile di complesso, dove i "rossi" non sono mai riusciti a penetrare. Che siano stato merito loro, o del blocco giudiziario-militare che si sospetta li appoggiasse dietro le quinte, il risultato non cambia. La protesta gialla è riuscita a far cadere il governo nemico, quella rossa no. E ora, dopo aver adottato tattiche anche più violente dei tanto odiati rivali, sembra aver perso quell'immagine di simpatica genuinità che aveva guadagnato con mesi di manifestazioni pacifiche.
di Alessandro Ursic

Una storia sconosciuta: la rivolta delle truppe Usa dopo la seconda guerra mondiale


Ci sono fatti storici che rimangono sconosciuti al largo pubblico. Uno di questi è stata la ribellione delle truppe USA appena finita la seconda guerra mondiale. Una delle poche eccezioni in Italia che ha descritto questi avvenimenti, per quanto ne sappia, è stato il libro di F. Gaja, Il secolo corto, Maquis Editore.(1)

   Appena finito il conflitto, la rivoluzione soffocata nelle metropoli imperialiste (grazie anche agli accordi di Yalta) tornava a premere nella periferia dell’area storico-politica dei popoli coloniali e semicoloniali dominati e controllati dall’imperialismo. Anche in assenza delle condizioni soggettive di giuntura tra metropoli e periferia (mancanza dell’Internazionale, del Partito mondiale della rivoluzione socialista) la ribellione dei popoli coloniale e semicoloniali, faceva comunque parte dello scontro di classe tra borghesia e proletariato internazionale. In primo luogo perché essa faceva entrare nel circolo vitale della lotta di classe masse sterminate di oppressi, in secondo luogo questo processo in atto dei popoli coloniali e semicoloniali è un fattore destabilizzante dell’ordine borghese e in terzo luogo la lotta dei popoli oppressi è destinata a reimpostare l’antagonismo di classe all’interno delle metropoli imperialiste.

   A mettere in moto questo processo, sono stati diversi meccanismi tra i quali:

1)    I soldati coloniali chiamati a partecipare alla guerra che era stata spacciata come guerra per la libertà e la democrazia, a guerra finita rivendicano, verso i paesi colonialisti per i quali avevano combattuto, la libertà per i loro paesi e democrazia.

2)    I partigiani che avevano combattuto le guerre di guerriglie in Asia contro i giapponesi, a guerra finita rifiutarono di farsi disarmare.

3)    Sempre in Asia, i giapponesi a guerra perduta consegnarono il potere locale nelle mani delle borghesie indigene, che proclamarono i loro paesi indipendenti (Sukarno in Indonesia).

   Appena finita la guerra, la maggior parte dei paesi coloniali e semicoloniali, in Africa e in Asia, era, come prodotto innescato dalla guerra imperialista appena finita, in rivolta.

   Davanti a questo enorme rivolgimento, gli USA all’epoca erano gli unici possessori dell’arma atomica, che ha funzionato come elemento di dissuasione sia nei confronti dell’URSS (che solo nel 1949 possedette l’arma atomica), che nei confronti dei ceti dirigenti dei paesi coloniali e semicoloniali.

Riportateci a casa: la rivolta delle truppe USA

   La rivolta delle sue truppe privò gli Stati Uniti della possibilità di mettere le mani su tutto il bottino di guerra su cui la borghesia USA aveva messo gli occhi. Un pamphlet pubblicato nelle Filippine dal Comitato dei Soldati di Manila nel momento culminante delle dimostrazioni proclamava: “Secondo un portavoce del ministero della Guerra, la smobilitazione sta procedendo “con una rapidità allarmante”. Allarmante per chi? Allarmante per i generali e i colonnelli che vogliono continuare a giocare alla guerra e non vogliono ritornare a essere capitani e maggiori? Allarmante per gli uomini di affari che hanno intenzione di fare soldi facendo fruttare i propri investimenti a spese dell’esercito? Allarmante per il Dipartimento di Stato, che vuole un esercito per sostenere il suo imperialismo in Estremo Oriente?”.

   Quando il 2 settembre 1945 il governo giapponese si arrese, la guerra in Europa era già finita da 118 giorni. Tanto in Europa che in Estremo Oriente i soldati americani si aspettavano di essere riportati rapidamente negli Stati Uniti. Non vedevano la ragione per cui 15 milioni di uomini dovevano essere mantenuti in armi se la guerra era terminata.

  Contrariamente alle loro attese, il comando dell’esercito cominciò a trasferire truppe di combattimento dall’Europa al Pacifico. La spiegazione ufficiale era che servivano a disarmare i Giapponesi. In realtà, oltre al Giappone vinto, i comandi americani vagheggiavano di presidiare tutti i territori conquistati dai giapponesi fra il 1938 e il 1945. I giapponesi avevano trasformato questi territori in colonie di sfruttamento e il capitale americano era attratto dall’idea di sostituirsi a loro.

   Il Congresso fu sommerso da petizioni e lettere di soldati che protestavano per il prolungamento del servizio. La Casa Bianca annunciò, di aver ricevuto il 21 agosto 1945, un telegramma di protesta della novantacinquesima divisione di fanteria di stanza a Camp Shelby, nel Missisipi. La novanticinquesima, che aveva operato in Europa, era stata assegnata al Pacifico. Durante il tragitto attraverso gli Stati Uniti i soldati esposero nei finestrini dei treni, cartelli che dicevano: “Arruolati con forza per il Pacifico”, “Siamo stati venduti”.

   Per tutto l’autunno del 1945 la campagna per il ritorno delle truppe andò aumentando d’intensità. Manifestazioni di massa si moltiplicavano in tutti gli Stati Uniti. I soldati invitavano la popolazione a partecipare alle loro assemblee.

   Prima della fine di dicembre il movimento nella truppa aveva raggiunto proporzioni esplosive. Il giorno di Natale del 1945 a Manila 4.000 soldati raggiunsero in corteo il quartier del 21° Centro Rincalzi con cartelli su cui si leggeva: “Vogliamo le navi”. La dimostrazione era stata originata dalla cancellazione di un trasporto di truppe previsto per il ritorno di un certo numero di uomini negli Stati Uniti, e durò soltanto pochi minuti. Ma la tensione si riaccese quando il comandante del Centro, il colonnello Campbell tuonò irosamente contro i manifestanti gridando: “Dimenticate che non lavorate per la General Motors. Siete ancora nell’esercito”. Il riferimento era alla lotta che negli Stati Uniti, stavano conducendo i lavoratori della General Motors per gli aumenti salariali. Nell’esercito americano, in particolare nella fanteria era costituita in gran parte da operai che sentivano come propria la battaglia che stavano conducendo i lavoratori della General Motors. Le proteste dei soldati americani venivano a coincidere con la più grande agitazione operaia della storia degli Stati Uniti.

Gli scioperi negli Stati Uniti

   Con lo scoppio della guerra, i dirigenti dell’A.F.L. e quelli della C.I.O. richiesero la completa sospensione degli scioperi. Assunsero la funzione di amministratori delle decisioni governative che interessavano i luoghi di produzione, cercando di disciplinare la forza-lavoro e aumentare la produttività. Philip Murray, del C.I.O., parlando alla radio incitò i lavoratori “Lavorare! Lavorare! Lavorare! Produrre! Produrre! Produrre! Chi si opponeva alla guerra come i dirigenti della sezione 544 dei General Drivers di Mineapolis e i membri del Socialist Workers Party furono arrestati e internati.(2)

   Davanti al fronte compatto formato dal Governo, dagli industriali e dai sindacati, i lavoratori svilupparono la tecnica dei piccoli scioperi, improvvisi e illegali, indipendenti e a volte contrastanti rispetto alle direttive e alle strutture sindacali, su una scala molto più ampia di quanto non avessero mai fatto prima. Jerome Scott e George Homans, due sociologi di Harvard che studiarono gli scioperi selvaggi,(3) resero noto che responsabili dirigenti sindacali erano in difficoltà quanto i padroni di fronte a questi scioperi, e il Governo lo era altrettanto. Essi descrissero in uno studio dettagliato 118 fermate della produzione nelle fabbriche dell’auto di Detroit, avvenute tra il dicembre del 1944 e gennaio 1945: “Solo quattro scioperi … possono essere attribuiti a rivendicazioni salariali e più specificamente attribuiti all’organizzazione sindacale. La maggior parte derivata da proteste contro la disciplina, contro provvedimenti presi dalla compagnia, o contro i licenziamenti di uno o più lavoratori”.(4)

   Il senso di solidarietà era tale, che spesso gli scioperi selvaggi aggiungevano notevoli proporzioni. Nel febbraio 1944, 6.500 lavoratori delle miniere di antracite in Pennsylvania scioperarono contro il licenziamento di un compagno. 10.000 operai della Briggs Manufacturing Company di Detroit scioperarono per una giornata di riduzione dell’orario di lavoro.

   Nel periodo che va Pearl Harbor alla vittoria sul Giappone, ci furono 14.471 scioperi, una cifra mai raggiunta in tutta la storia americana. Solo nel 1944 scioperarono 369.000 operai dell’industria siderurgica, 389.000 dell’auto, 363.000 delle industrie produttrici di altri mezzi di trasporto e 278.000 minatori.

   La tradizione e l’organizzazione degli scioperi selvaggi diede ai lavoratori un contropotere immediato ed effettivo contro le decisioni del padronato, come i ritmi di produzione, il numero degli addetti a una certa mansione, la scelta dei capi reparto, e l’organizzazione della produzione. I portavoce dell’industria lamentarono un calo di efficienza lavorativa dal 20 al 50% durante il periodo di guerra.(5) Il padronato, ovviamente era deciso a ristabilire e aumentare la produttività che i lavoratori avevano conquistato durante la guerra. A questo scopo gli industriali chiesero ai sindacati una garanzia contro gli scioperi selvaggi e il riconoscere il “diritto a dirigere” del padronato.  In questo periodo, i salari settimanali dei lavoratori delle industrie non direttamente coinvolte alla produzione militare, ebbero un calo di salario del 10% fra la primavera del 1945 e l’inverno del 1946; i lavoratori delle industrie belliche ebbero un calo di salario del 31%  e il potere di acquisto era calato dell’11% rispetto al 1941.

   Com’era previsto, alla fine della guerra cominciarono gli scioperi. Nel settembre del 1945, il primo mese di pace, il numero dei giorni di lavoro persi raddoppiò. 43.000 operai dell’industria petrolifera scioperarono in venti Stati il 21 settembre in sostegno della richiesta di contrattazione collettiva portata avanti dagli addetti al controllo. 44.000 taglialegna scioperarono nel Nord-Ovest, e lo stesso fecero 70.000 camionisti del Midwest e 40.000 macchinisti a S. Francisco e Oakland. I portuali della costa Est scesero in sciopero per diciannove giorni. E non era che l’inizio.

   Appena tre giorni dopo la vittoria contro il Giappone, l’United Auto Workers richiese un aumento salariale del 30%, ma contemporaneamente si pronunciò contro un aumento dei prezzi da parte della General Motors. La compagnia offrì un aumento del 10% e rispose al sindacato che lo stabilire i prezzi era una faccenda esclusiva dell’azienda. All’inizio di settembre erano già in sciopero circa 90 fabbriche dell’auto e il 21 novembre i lavoratori in sciopero erano 225.000.

   Agli scioperi degli operai dell’auto si aggiunsero presto quelli di altre categorie. Il 15 gennaio 1946 scioperarono 174.000 lavoratori delle aziende elettriche; il giorno dopo 93.000 dell’industria di conservazione delle carni; il 21 gennaio scioperarono 750.000 operai dell’acciaio. Il primo aprile si fermarono 340.000 minatori del carbone bituminoso, provocando un oscuramento parziale a livello nazionale; e uno sciopero nazionale ferroviario da parte dei macchinisti e dei ferrovieri, intrapreso per ottenere un cambiamento nelle condizioni di lavoro il 23 maggio, provocò il blocco quasi completo del commercio nazionale.

   Nei primi sei mesi del 1946 i lavoratori in lotta erano 2.970.000. Inoltre, l’ondata degli scioperi non rimase limitata agli operai dell’industria: scioperarono gli insegnanti, i lavoratori municipali e dei servizi. Alla fine dell’anno si raggiunse un totale di 4,6 milioni di lavoratori coinvolti negli scioperi.

   In mezzo quest’ondata di lotta, ci furono degli atti politici di collegamento con la protesta dei soldati. Il Consiglio della C.I.O. di Los Angeles convocò nel gennaio del 1946 una dimostrazione pubblica di fronte al consolato cinese a sostegno delle richieste dei soldati americani contrari all’appoggio al Kuomintang di Cian Kai-shek. I soldati di stanza nel Pacifico si opponevano all’impiego di unità militari statunitensi nella guerra contro la sollevazione rivoluzionaria che stava percorrendo la Cina. Il Consiglio della C.I.O. della città di Akron approvò una mozione, subito ripresa e fatta propria da altri sindacati, che diceva: “Premesso che comitati si soldati delle zone di occupazione hanno chiesto l’aiuto del movimento dei lavoratori per accelerare il ritorno alle loro case e alle loro famiglie, il Consiglio Sindacale Industriale di Akron si associa alle proteste contro il rallentamento della smobilitazione e da il suo appoggio ai milioni di lavoratori in uniforme che desiderano la pace e il ritorno alla vita normale. Il Consiglio Sindacale Industriale di Akron si dichiara assolutamente solidale con i soldati che protestano perché non vogliono essere usati per la proteggere le ricchezze e le proprietà all’estero di società private ostili ai lavoratori, come la Standard Oil e la General Motors”.

La protesta continua

   Il 13 gennaio 1946 il giornale di New York PM pubblicò un servizio dal suo corrispondente da Norimberga: “I soldati hanno la febbre dello sciopero. Ognuno di loro a cui rivolgo la parola si mostra pieno di risentimento, di umiliazione e di rabbia (…) Ora sentono di avere una legittima rivendicazione nei confronti del loro datore di lavoro, l’esercito. Che la rivendicazione non comprenda anche un aspetto salariale, è un fatto assolutamente marginale. Ai soldati non piacciono né le condizioni di lavoro, né il prolungamento della durata del contratto, né tantomeno gradiscono i loro capi, i generali”.

   L’agitazione continuò a estendersi nel Pacifico. Subito dopo la grande dimostrazione di Manila il colonnello Krieger, l’ufficiale addetto al personale del comando generale delle Filippine, diede l’assicurazione a 15.000 uomini del Centro Rincalzi che sarebbero stati riportati negli Stati Uniti senza indugio. Ma a gennaio del 1946 sul Stars and Stripes il giornale dell’esercito letto dai militari americani in tutto il mondo, riproduceva un comunicato del ministero della Guerra secondo cui le smobilitazioni della zona del Pacifico sarebbero state ridotte da 800.000 a 300.000 al mese a causa d’imprecisate difficoltà.

   Tutto ciò nasceva dal fatto che gli USA non avevano un servizio militare obbligatorio prima del conflitto. Questo fu istituito all’inizio dell’entrata in guerra, ma si trattava di una coscrizione provvisoria, a termine, di cui la legge fissava la scadenza del marzo 1947. A quella data gli Stati Uniti, rischiavano di trovarsi senza esercito, il che contrastava con i programmi imperialisti dei gruppi dirigenti del paese. Era in discussione una legge che prevedeva un nuovo servizio militare obbligatorio che incontrava, però, forti resistenze all’interno del paese e difficoltà nel Congresso. Ritardando la mobilitazione, il Pentagono mirava a conservarsi sui vari fronti una capacità operativa adeguata d’intervento.  

   Cogliere i frutti della guerra per la borghesia americana voleva dire stabilire un solido controllo sulle risorse naturali dei paesi occupati ed eliminare le resistenze popolari sorte durante l’ultimo conflitto.

   Nelle Filippine nei giorni finali della seconda guerra mondiale, si passò direttamente, per ordine del generale MacArthur, ad arrestare i dirigenti del movimento Huk (abbreviazione di Hukbalahap, Esercito Popolare Antigiapponese) e del partito comunista delle Filippine, disarmando tutti i militanti su cui fu possibile mettere le mani, ed estromettendo tutti i militanti nei governi locali. In questa campagna anti-Huk, gli Stati Uniti utilizzarono molti filippini che avevano collaborato con i giapponesi, i proprietari terrieri e restituirono  loro le cariche a cui i giapponesi li avevano precedentemente posti. Le operazioni contro i giapponesi non erano ancora finite che unità dell’esercito americano avevano attaccato sistematicamente gli Huk. Non solo cominciarono ad addestrare, in funzione anti-huk, unità militari filippine.

   Quando una divisione di fanteria nelle Filippine ebbe l’ordine di riprendere l’addestramento al combattimento, cominciarono le proteste e dimostrazioni da parte dei soldati che volevano tornare a casa. Rivelava il New York Times dell’8 gennaio 1946 in un articolo dal titolo Proteste dei soldati americani nelle Filippine, che il ripristino dell’addestramento al combattimento “fu interpretato dai soldati e da alcuni giornali filippini come la preparazione della repressione di possibili sollevazioni da parte di gruppi di contadini scontenti”. Nei mesi che seguirono le elezioni politiche dell’aprile 1946 un’ondata di violenza da parte di militari, polizia e dalle squadracce dei proprietari terrieri si abbatté  nei villaggi degli Huk. Centinaia di contadini furono uccisi e migliaia arrestati. La resistenza filippina non ebbe altra scelta che riprendere le armi e trasformarsi in resistenza antiamericana.

   Era questa la situazione in cui si collocavano le agitazioni dei soldati americani

   Manila divenne il centro propulsore del movimento di protesta della truppa. Il 6 gennaio 1946 migliaia di militari manifestarono in punti diversi della città. Un gruppo venne disperso  dalla polizia militare mentre si avvicinava alla sede del quartier generale. Le dimostrazioni continuarono il 7 gennaio: più di 2.500 uomini in uniforme marciarono inquadrati fino al quartier generale portando striscioni che dicevano:  “Servizio sì, servitù mai” e “Siamo stanchi di promesse”. Nei volantini ciclostilati che i soldati distribuivano al passaggio del corteo, si diceva: “Il rimpatrio delle truppe viene deliberatamente rallentato in modo da forzare l’approvazione del nuovo servizio militare obbligatorio per il tempo in pace (…) Il Dipartimento di Stato vuole l’esercito per sostenere il suo imperialismo”.

   Il movimento andava via via assumendo un carattere più marcatamente politico, il 7 gennaio 1946, non meno di 20.000 soldati si accalcarono  all’interno del  palazzo del Congresso filippino di Manila per ascoltare oratori che denunciavano energeticamente l’aggressione degli Stati  Uniti contro la Cina (dall’inizio del 1946 più di 100.000 militari americani, operavano in Cina per sostenere Ciang Kai-shek).    

   Il fermento era vivo in tutto il Pacifico. Seimila soldati che si trovavano sull’isola di Saipan, nella Micronesia, inviarono a Washington una protesta contro il rallentamento della smobilitazione. A Guam 3.500 militari diedero inizio a uno sciopero della fame. Sempre a Guam 18.000 presero parte a due grandi raduni di protesta.

   Via via che le notizie delle proteste di massa dei soldati dal Pacifico si diffondevano, l’ondata delle manifestazioni cominciò toccare i soldati americani in Europa. Il 7 gennaio 1946, nel secondo giorno di dimostrazioni di Manila, 2.000 di truppa diedero vita a un raduno di massa a Camp Boston, in Francia chiedendo un’accelerazione della smobilitazione in Europa. A Reims, 1.500 militari di truppa manifestarono contro le “spiegazioni illogiche” che i comandi fornivano per il rallentamento dei congedi. Sui muri di Parigi comparvero manifesti di solidarietà con i militari in rivolta a Manila. Partendo dall’Arco di Trionfo, più di un migliaio di soldati sfilò lungo i Campi Estivi. In Germania, un centinaio di soldati sottoscrisse un telegramma indirizzato a Washington chiedendo: “Si deve consentire agli ufficiali superiori di costruire imperi? Perché?”.

   Da Londra, 1.800 soldati e ufficiali chiesero una spiegazione per il rinvio della smobilitazione. La protesta continuò ad allargarsi: a Francoforte, in Germania, una dimostrazione di 5.000 soldati fu affrontata con le baionette in canna dalla polizia militare e furono compiuti arresti. Cinquemila soldati dimostrarono a Calcutta, in India e 15.000 a Honolulu nelle Hawaii. A Seul, in Corea, diverse migliaia di soldati resero pubblica una risoluzione in cui si affermava: “Non riusciamo a capire l’insistenza del ministero della Guerra a mantenere all’estero in tempo di pace un esercito sovradimensionato. A che deve servire?”.

   La protesta si fece più profonda anche all’interno degli Stati Uniti. I soldati nella posta che scrivevano a casa, nelle lettere inserivano slogan come: “Scrivi al tuo deputato: riportaci a casa”, “Niente navi, niente voti”. Il senatore Elbert D. Thomas, che era capo della Commissione per gli Affari Militari, si sfogò con la stampa: “Gli elettori incalzano giorno e note. La pressione è incredibile. La posta inviata dalle mogli, dalle madri e dalle fidanzate che chiedono che i loro uomini siano riportati a casa, sta arrivando a una media di 100.000 lettere al giorno” senza contare le lettere dei soldati.

   La protesta dei militari di truppa giunse infine a toccare una tematica allarmante per gli alti comandi. Il 1° gennaio 1946 a Parigi 500 militari fecero proprie una serie di rivendicazioni definite da un dispaccio dell’agenzia stampa United International come un ”programma rivoluzionario per la riforma dell’esercito”. “La magna carta degli arruolati”, come fu chiamato questo programma, reclamava l’abolizione delle mense ufficiali, l’apertura dei circoli per ufficiali di ogni caserma, campo o centro a tutti i sottoufficiali e soldati semplici senza distinzione, l’abolizione delle sezioni riservate agli ufficiali in occasione delle manifestazioni ricreative e l’abolizione degli alloggiamenti riservati agli ufficiali. Si avanzava inoltre la richiesta che tutti gli ufficiali dovessero trascorrere un anno nei ranghi come soldati semplici prima di ottenere i gradi, e si richiedeva la riforma della composizione delle giurie nelle corti marziali dell’esercito, includendovi anche soldati semplici. I soldati presentarono questo programma a una Commissione di inchiesta del Senato in visita a Parigi. Si costituì un Comitato per la liberazione dei soldati, che lanciò un invito a tutte le unità americane di stanza in Francia a organizzare ulteriori azioni di protesta. Avanti di questo passo, la macchina bellica statunitense minacciava di sgretolarsi. La rivolta dei soldati costituiva una seria interferenza nei piani dei Capi di Stato Maggiore.

   Il carattere di massa delle proteste, assunse tali proporzioni da rendere impossibile, per il momento, un intervento repressivo. Non esistevano le forze per reprimere centinaia di migliaia di militari. L’arresto dei responsabili della rivolta avrebbe potuto scatenare proteste più violente. Nel frattempo i graduati e i soldati semplici avevano cominciato a requisire aerei e camionette per condurre i rappresentati eletti della truppa a incontri con le commissioni d’inchiesta senatoriali per discutere sul come organizzare i trasporti verso casa.

   In un primo tempo la gerarchia militare usò metodi morbidi. Si limitò a ordinare che tutte lagnanze passassero attraverso i normali canali gerarchici e imposero alla censura alla stampa dei militari. Poi gli Stati Maggiori passarono alla repressione, il 17 gennaio 1946 l’allora Capo di Stato Maggiore D. Eisenhower emise un ordine che proibiva qualsiasi ulteriore dimostrazione da parte dei soldati. Un ordine analogo fu anche emesso dal generale J. McNarney, comandante delle forze statunitense in Europa. Il generale Robert Richardson jr. ordinò il deferimento alla corte marziale di qualsiasi soldato o ufficiale appartenente a unità di stanza nel Pacifico centrale che continuasse le agitazioni. Tre dei militari che avevano preso la testa del movimento di protesta a Honolulu furono inquisiti dalla polizia militare. Altre rappresaglie furono messe in atto principalmente sotto la forma di trasferimenti. Due giornalisti furono rimossi dalla redazione diStars and Stripes e trasferiti nell’isola di Okinawa considerata la “Siberia” dell’esercito americano per aver firmato una protesta contro l’imbavagliamento ufficiale del giornale.

   A Okinawa furono deportati degli esponenti del movimento dei soldati di Manila.  Tra questi c’erano il sergente Emil Mazey ex presidente della sezione 212 dell’United Auto Workers (UAW)  sindacato aderente alla C.I.O. Mazey era un sindacalista combattivo che aveva guidato nel 1943 la lotta contro il divieto di sciopero in tempo di guerra e aveva lavorato per la creazione di un partito dei lavoratori negli Stati Uniti. Come Mazey altri ex sindacalisti ebbero una parte importante nell’organizzazione della protesta della truppa e contribuirono alla saldatura fra il movimento dei soldati e l’ala più radicale del movimento sindacale americano. Molti degli uomini inquadrati nelle forze armate statunitensi durante la seconda guerra mondiale avevano partecipato alle grandi lotte sindacali degli anni ’30 e ne erano stati profondamente influenzati. Migliaia e migliaia di loro avevano appreso i metodi e le tattiche della lotta di massa; avevano acquisito capacità di organizzazione e conoscevano il potere dell’azione unitaria. Queste lezioni furono utilizzate con grande efficacia per organizzare la truppa in agitazione. In quasi tutte le basi militari vi erano soldati che dimostravano, e si cominciavano ad organizzarsi. Le notizie che i soldati eleggevano i rappresentanti delegati a esporre le loro richieste o nominavano comitati per pianificare ulteriori azioni si succedevano senza posa. Il livello organizzativo più alto fu raggiunto senza dubbio dal Comitato dei Soldati di Manila come sviluppo dell’azione iniziata il 6 gennaio. Il 10 gennaio 1946, 156 delegati, ognuno eletto da un differente reparto della regione di Manila, in rappresentanza di 139.000 soldati tennero la loro prima riunione, elessero all’unanimità un presidente e un comitato centrale composto di otto membri.

   Le manifestazioni di massa da parte dei soldati con lo slogan “Riportateci a casa”, per quanto brevi siano state ebbero conseguenze di vasta portata. In primo luogo costrinsero il governo degli Stati Uniti a smobilitare le truppe, 15 milioni di uomini sotto le armi. Entro metà dell’estate del 1946 si ridussero a 3 milioni. Entro il giugno del 1947 scesero a un milione e mezzo. In secondo luogo, la rivolta fece comprendere in modo inequivocabile all’apparato militare che non sarebbe stato facile ottenere un esercito di leva disciplinato a tal punto da essere buono per tutti gli usi. La resistenza alla manovra dei vertici militari per imporre il servizio militare obbligatorio porto in evidenza che una grande maggioranza della popolazione degli Stati Uniti non voleva essere coinvolta in un programma i cui scopi erano nebulosi. In terzo luogo, le dimostrazioni all’insegna dello slogan “Riportateci a casa” fecero comprendere alla borghesia USA che sarebbe stata necessaria una grande opera di propaganda politica per convincere la popolazione degli Stati Uniti dell’esistenza di “minaccia comunista” a livello mondiale.

    Senza dubbio una delle conseguenze politiche più importanti della rivolta dei soldati americani, fu quella far intendere che i coscritti americani non potevano essere utilizzati né in guerre coloniali né in una guerra contro l’URSS.

1. Negli USA ne parlarono gli autori americani Hofstadter, Miller e Aaron nella loro opera The American Republic,  dove si legge: “Alla fine della guerra, si manifestò una forte pressione all’interno dell’esercito e tra i civili per un ritorno dei soldati americani da oltreoceano . Per un certo periodo sembrò addirittura che si potesse non essere in grado di occupare gli stessi paesi che avevano sconfitto” il che danneggiò, affermano gli autori “gli affari internazionali degli Stati Uniti”.

2. Il Socialist Workers Party (SWP) era la sezione statunitense della Quarta Internazionale, i suoi dirigenti come James C. Cannon furono arrestati per  loro opposizione alla guerra imperialista. Molti militanti del SWP, che si erano arruolati in marina,  morirono sulla rotta di Murmamsk  nei convogli che portavano rifornimenti all’URSS, nel tentativo di introdurre propaganda trotzkista in questo paese.

3. Reflections on Wildcat Strikes, in American Sociology Revivew , giugno 1947.

4. Reflections on Wildcat Strikes, in American Sociology Revivew , giugno 1947

5. Morris Bruce R., Industrial Relations in the Automobile Industry, in Warne.

di Marco Sacchi

Fonte: www.sottolebandieredelmarxismo.it

Link; http://www.webalice.it/mario.gangarossa/sottolebandieredelmarxismo_archivio/2009_04_marco-sacchi_una-storia-sconosciuta-la-rivolta-delle-truppe-usa-dopo-la-seconda-guerra-mondiale.htm

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