domenica 19 aprile 2009

CHI E' L'EX GENERALE MARIO MONTOYA?


Il Generale Mario Montoya Uribe, nato nel 1949 a Buga, dipartimento del Valle del Cauca, titolare di un master in Alta Direzione, ex addetto militare presso l'Ambasciata colombiana a Londra, è stato Comadante dell'Esercito Nazionale della Colombia fino al 4 novembre 2008, quando ha dovuto dimettersi per via dello scandalo dei “falsi positivi”.
Nella carriera di Montoya i legami con i paramilitari iniziano presto. 
Secondo un documento inviato nel 1979 dall'ambasciata di Washingtone a Bogotá, successivamente desecretato, “un battaglione d’intelligence dell'esercito colombiano legato a Montoya ha creato in segreto una unità clandestina terrorista fra il 1978 e il 1979”. Il gruppo, denominato AAA (Azione Americana Anticomunista), secondo quanto riferisce il giornalista Sean Donahue, aveva “preso parte ad una serie di bombardamenti effettuati nel 1978 e 1979.
I bersagli dei bombardamenti includevano gli uffici del Partito Comunista, un giornale ed una rivista. Molti attivisti di spicco ed accademici furono sequestrati ed uccisi.  Un disertore raccontò successivamente ad uno dei principali quotidiani di Bogotá che l’AAA era comandata da ufficiali dell’esercito.”

Nel 1983 Montoya  fu scelto per essere addestrato nella famigerata “Scuola delle Americhe” (SOA) degli USA, che aveva sede a Panama. Nel corso degli anni ‘90, quando le multinazionali degli idrocarburi come la Occidental Petroleum “incoraggiavano” le violenze dell'esercito e si registrava un alto numero di “esecuzioni extragiudiziarie”, Montoya venne promosso colonnello e posto al comando dell'Operativo n. 2 della Brigada XVIII dell'esercito, i cui soldati si sono macchiati di orrendi crimini e sono coinvolti nell'assassinio di molti contadini, che l'esercito sosteneva fossero guerriglieri uccisi in combattimento.   Nel 2000, ormai Generale di Brigata,  Mario Montoya prese il comando della Joint Task Force South, assumendo la leadership degli aspetti militari del Plan Colombia, creato su iniziativa dell’amministrazione Clinton. La Task Force ha  il compito di proteggere gli aerei da fumigazione e di cacciare le FARC dalla Colombia meridionale. I paramilitari erano parte integrante della strategia per cacciare le FARC dal Putumayo. Nel Dicembre 2000, Robert Collier, del San Francisco Chronichle, scriveva: “Dall’inizio dello scorso anno, cioè da quando ha iniziato una graduale offensiva per riprendersi il Putamayo, dominato dalle forze ribelli, l’esercito è stato appoggiato dalle forze paramilitari, con cui lavorava di nascosto in tandem. I paramilitari sono arrivati a La Hormiga nel gennaio 1999.  Mentre le truppe militari della vicina Brigada XXIV bloccavano le strade dietro di loro, uomini armati hanno selezionato 26 persone, prevalentemente giovani, e li hanno giustiziati in quanto sospettati di essere guerriglieri. Nel novembre 1999, le squadre della morte hanno massacrato altre 12 persone ad El Placet, a dieci miglia di distanza. E nell’ultimo anno, almeno 100 civili sono stati uccisi nella provincia, la maggior parte individualmente. Attivisti per i diritti umani a Bogotá ed a Washington hanno protestato, sono stati inviati investigatori e sono state scritte delle relazioni. Nessuno però è stato arrestato”. Nel suo rapporto annuale del 2002, Human Right Watch affermava: ”Sono emerse per esempio delle prove inconfutabili, in particolar modo sui legami tra i paramilitari e le unità dell’esercito colombiano impiegate nella campagna statunitense anti-droga nella Colombia meridionale. Ciò ha dimostrato che truppe finanziate, addestrate e selezionate dagli USA si mescolavano liberamente con delle unità che mantenevano uno stretto legame con i paramilitari.  Questo è accaduto nel caso dei Battaglioni Antidroga I e II. Nel corso del loro primo spiegamento congiunto nel dicembre 2000, questi due battaglioni dipendevano completamente dalla Brigada XXIV dell’esercito, in particolare per quel che riguardava le informazioni riservate, i legami tra i militari ed i civili, ed operazioni di tipo psicologico. Eppure c’erano prove abbondanti e credibili che mostravano come il Battaglione XXIV lavorasse regolarmente e supportasse i gruppi paramilitari nel dipartimento del Putumayo. Anzi, il Battaglione XXIV ospitò le truppe dei battaglioni antidroga alla sua base di La Hormiga, una città dove, secondo testimoni, il paramilitari e le truppe dell’esercito colombiano erano praticamente indistinguibili.”  A partire dal 28 dicembre del 2001, Montoya assunse il ruolo di comandante della IV Brigata dell'Esercito, incarico ricoperto per due anni, realizzando diverse operazioni militari contro l'insorgenza colombiana, le maggiori delle quali furono la Mariscal, la Meteoro, la Marcial e l’Orión. Descritte come operazioni contro gruppi armati, sono state in realtà effettuate con attacchi indiscriminati contro la popolazione civile. Il Cinep (Centro di Ricerca e di Educazione Popolare) denuncia infatti che i militari, sotto la direzione di Montoya, nell'operazione Mariscal hanno attaccato “indiscriminatamente la popolazione civile, utilizzando mitragliatrici M60, fucili, elicotteri e cecchini [...] casuando la morte di 9 civili, fra i quali alcuni minorenni, ed almeno 37 feriti, ed arrestando arbitrariamente 55 persone”.  Una nota informativa della Procura Generale della Nazione, datata 17 giugno 2002, sollecitó un’inchiesta per questi fatti ai generali Montoya e Gallego, quest'ultimo comandante della polizia metropolitana della Valle di Aburrá. Le denunce delle diverse organizzazioni sociali e le confessioni di ex paramilitari delle Autodefensas Unidas de Colombia (Auc) segnalano che l'operazione Orión, iniziata il 16 ottobre 2002 e conclusasi tre giorni dopo, ha evidenziato gravi violazioni del diritto internazionale umanitaro e le alleanze con i paramilitari. Più di mille militari ed informatori a volto coperto, accompagnati da membri della magistratura, sono arrivati alla Comuna 13, un quartiere di Medellín, a bordo di camion e carri blindati. Durante l'operazione sono stati attaccati ancora civili, danneggiando diverse abitazioni e causando la morte di un civile, 38 feriti e trecento arresti di civili. Secondo diverse confessioni rilasciate da ex AUC, l'operazione doveva servire a far restare i gruppi paramilitari nella zona, dopo averli aiutati dal punto di vista logistico e riforniti di armi.  Citando informazioni della Cia, il quotidiano nordamericano  Los Angeles Times riferiva, in un articolo in prima pagina del 25 marzo 2007, che il generale Montoya “avrebbe collaborato con un gruppo paramilitare per pianificare e realizzare congiuntamente nel 2002, nella cosiddetta “Operazione Orión”, l'eliminazione di 14 presunti guerriglieri a Medellín. Luis Adrián Palacio Londoño, ex paramilitare soprannominato “Diomedes”, affermó di aver ricevuto sette fucili ed un fuoristrada dalle mani dello stesso generale Montoya, come regalo destinato a Carlos Mauricio García, alias “Doble Cero”, comandante del Blocco Metro dei paracos di Córdoba ed Urabá.  L'operazione di repressione contro la Comuna 13, considerata un bastione dell'insorgenza (in realtà era solo un luogo dove il progetto paramilitare non era riuscito a penetrare) era stato decisa dopo un accordo sottoscritto dal generale Montoya ed il paramilitare Fabio Jaramilla, con il beneplacito del potente paramilitare-mafioso Murillo Bejarano, conosciuto col soprannome di “Don Berna”. In base alle denunce della piattaforma di ONG “Coordinamento Colombia-Europa-Stati Uniti”, fra il 2002 ed il 2006 sono giunte notizie di 110 vittime di esecuzioni estragiudiziarie commesse da membri della IV Brigata dell'Esercito, durante le operazioni Marcial Norte (2003), Espartaco (2004)  Ejemplar (2005) e Falange I (2006). Secondo queste organizzazioni, “le denuncie per esecuzioni extragiudiziarie sono aumentate in coincidenza con la proposta di riprendere il controllo perduto nella regione di Antioquia [...], a partire dalla formula della ‘sicurezza democratica’ ”. Secondo dati dell'Osservatorio per la Pace e la Riconciliazione dell'Oriente di Antioquia, solo nel 2003, in pieno sviluppo dell'operazione Marcial, furono portati dall'Esercito al cimitero del municipio di Rionegro 88 cadaveri classificati come NN, dopo presunti combattimenti con gruppi guerriglieri. Infine, per concludere questa sintetica rassegna dei crimini del generale Montoya, occorre ricordare che durante le operazioni per la liberazione di Ingrid Betancourt “a sangue e fuoco”,  l'esercito utilizzó l'emblema della Croce Rossa, pratica ovviamente vietata dalle convenzioni internazionali. Nel novembre 2008, in seguito allo scandalo dei “falsi positivi”, il sistema per il quale vengono uccisi civili successivamente vestiti con uniformi da guerriglieri per ottenere premi e licenze, il Generale è stato costretto a rassegnare le sue dimissioni. Come premio per la sua fedeltà al governo colombiano, è stato nominato ambasciatore della Colombia nella Repubblica Domenicana.  Il generale Montoya è stato per altro denunciato dal dirigente comunista dominicano Narciso Isa Conde perché, in visita nel paese caraibico, aveva orchestrato un piano per assassinarlo in combutta con l'ex ambasciatore Chaux Mosquera, ricercato dalla giustizia colombiana per i suoi vincoli col paramilitarismo. Siamo certi che, nel compiere il suo nuovo incarico diplomatico, non resterà con le mani in mano.

Fonte: http://www.nuovacolombia.net/Joomla/

Link: http://www.nuovacolombia.net/Joomla/index.php?option=com_content&view=article&id=213:chi-e-lex-generale-mario-montoya&catid=38:parapoliticistato&Itemid=17

Balcani e Abruzzo, storie di vite intrecciate


Di fronte al terremoto in Abruzzo, i Balcani si riscoprono vicini all'Italia. Le storie delle vittime e dei sopravvissuti, le dichiarazioni di solidarietà e le offerte di sostegno viste attraverso i media della regione.
Gli effetti del trauma dell'Aquila continuano a riverberare attraverso l'Adriatico. Nel corso della settimana, il terremoto ha occupato un ruolo centrale nei media balcanici. Questi ultimi hanno seguito la cronaca e dato ampio rilievo al coinvolgimento diretto di persone provenienti dai Balcani: è stato confermato il decesso di 6 cittadini macedoni, e i media romeni parlano di 5 vittime. Un'altra si segnala da Tirana, mentre da Croazia, Bosnia, Serbia e Montenegro si racconta di chi è rimasto ferito e di chi è scampato alla tragedia. 

I governi balcanici si sono affrettati ad esprimere le proprie condoglianze e offrire assistenza. 
"Vi prego di accettare le mie più profonde condoglianze per il disastroso terremoto che ha colpito il vostro paese. Il popolo serbo partecipa al vostro dolore per l'immenso numero di vittime e gli enormi danni materiali causati dal sisma," recita un telegramma del presidente serbo Boris Tadić a Giorgio Napolitano. Ivica Dačić, vice presidente del Consiglio e ministro degli Interni, ha telefonato alla controparte Roberto Maroni offrendo di mandare squadre di soccorso. 

Analogamente, il primo ministro croato Ivo Sanader ha espresso le proprie condoglianze a Silvio Berlusconi offrendo squadre di soccorso e unità cinofile, mentre la Croce Rossa croata ha aperto un conto, una linea telefonica e una pagina web per le donazioni. Anche la Croce Rossa macedone ha offerto il proprio sostegno, mentre le autorità del paese hanno mandato una nota ufficiale di condoglianze all'ambasciata italiana a Skopje. 

Anche gli altri governi della regione hanno prontamente offerto assistenza. In un telegramma all'ambasciatore italiano a Podgorica, Gzim Hajdinaga - sindaco della città costiera di Ulcinj - dice: “Non dimenticheremo mai l'aiuto ricevuto dal popolo italiano nel lontano 1979, quando la costa del Montenegro e la nostra città furono colpite da un disastro analogo”. Hajdinaga si è offerto di ospitare scolari dalla regione colpita per le vacanze estive, mentre si compirà la ricostruzione. I media hanno riportato di una donna ferita e altri tre cittadini montenegrini rimasti illesi. 

Il quotidiano belgradese Politika riporta la testimonianza di una donna serba che vive nella cittadina abruzzese di Lanciano – non direttamente colpita dal sisma ma abbastanza vicina alla zona critica per sentire la forza delle scosse. Secondo il suo racconto, il terremoto è stato di gran lunga più terrificante dei bombardamenti su Belgrado di dieci anni fa. 

La stampa macedone abbonda di storie delle vittime e dei loro parenti. Oltre alle 6 vittime confermate, si riportano almeno 10 feriti, alcuni già tornati in Macedonia. I corpi dovrebbero arrivare oggi in nave, via Bari e Durazzo. I media raccontano le storie dei sopravvissuti: l'anziano Xhevari Airuli aveva fatto ritorno dall'Italia solo pochi giorni prima del terremoto, ma la sua famiglia era rimasta. La sua nipotina di 11 anni è morta, mentre figlio e nuora sono rimasti gravemente feriti. Alla notizia della tragedia, ha avuto un arresto cardiaco e ora lotta per la vita all'ospedale di Tetovo. Un altro cittadino macedone, Velibor Siljanovski, aveva lasciato l'appartamento all'Aquila insieme alla famiglia pochi minuti prima dell'inizio delle scosse. 

Alcuni dei sopravvissuti hanno fatto ritorno in Macedonia proprio ieri. Tra loro c'è anche Madi Osmani, definito "l'eroe macedone" da Michele Placido in una reportage per La Repubblica. I resti della figlia tredicenne Valbona arriveranno oggi insieme agli altri. Ricoperto di lividi e graffi, racconta la propria storia ai giornalisti di Alfa TV, i primi a rintracciarlo. Lui stesso ha scampato d'un soffio la morte. Ha estratto dalle macerie la moglie e l'altra figlia, ma non è riuscito a salvare Valbona, completamente sepolta dal crollo. Poi ha aiutato a salvare altri bambini, forse cinque. Dice che tutti i soccorritori hanno mostrato grande solidarietà e impegno: “hanno dovuto sostituire il panico con l'umanesimo”. Le sepolture avranno luogo oggi. I villaggi dell'area di Polog (fra Tetovo e Gostivar, nella parte occidentale del paese), da cui provenivano le vittime, sono in lutto. 

Questa tragedia ricorda ai Balcani quanto sono vicini all'Italia e quanto intrecciate sono le nostre vite. E ci riempie il cuore il fatto che i nostri governi e i nostri migranti possano offrire un aiuto – anche se piccolo. Nessuno dovrebbe dimenticare quanto l'Italia ha fatto per noi negli anni Novanta, e quanto continua tuttora a fare. 

Forse la vera eroina di questo dramma rimane la vecchietta di 98 anni estratta dalle macerie. Dice che ha passato il tempo facendo l'uncinetto e chiede un pettine, imbarazzata dalle telecamere. E mentre il telegiornale della sera mostra le immagini dell'Aquila rasa al suolo, un graffito sul muro di una casa dice “Onna, ti voglio bene”. Ti vogliamo tutti bene. Tieni duro. 

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