sabato 2 maggio 2009

Somalia, perchè da pescatori a pirati?


La pirateria somala è il risultato dei decenni di caos che hanno afflitto la Somalia, ed è la reazione ad altrettanti decenni di sfruttamento selvaggio ed illegale delle acque somale da parte delle flotte della pesca internazionale.

In mezzo all’attuale frenesia mediatica attorno ai pirati somali, è difficile non immaginarli come protagonisti di qualche orribile versione del film “Waterworld” adattata al Corno d’Africa. Ci immaginiamo astuti corsari vestiti di stracci che sciamano fuori dalle loro inafferrabili navi masticando erba e consultando i loro telefoni GPS. Non sono banditi disperati, dicono gli esperti, ma piuttosto astuti opportunisti nell’angolo più fuorilegge del pianeta. Ma i pirati non sono mai stati i soli a sfruttare le vulnerabilità di questo problematico stato fallito – e sono, in parte, un prodotto dell’incuria del resto del mondo.




Fin da quando una guerra civile rovesciò l’ultimo governo funzionante della Somalia nel 1991, i 3.330 km di coste del paese – la maggiore estensione costiera per un paese dell’Africa continentale – sono stati saccheggiati dalle navi straniere. Un rapporto delle Nazioni Unite, nel 2006, affermava che, in assenza della (un tempo efficiente) guardia costiera del paese, le acque somale sono divenute il teatro di una “rissa” internazionale, con le flotte di pescherecci di tutto il mondo  che hanno illegalmente depredato le riserve somale escludendo i pescatori scarsamente equipaggiati del paese. In base ad un altro rapporto dell’ONU, una quantità di pesce del valore di circa 300 milioni di dollari viene sottratta alle acque costiere del paese ogni anno. “In qualunque contesto”, dice Gustavo Carvalho, ricercatore residente a Londra di Global Witness, una ONG ambientalista, “si tratta di una somma sbalorditiva”.

Di fronte a ciò, i somali impoveriti che vivono vicino al mare sono stati obbligati nel corso degli anni a difendere le proprie spedizioni di pesca che partivano da porti come Eyl, Kismayo e Harardhere – tutti attualmente considerati covi di pirati. I pescatori somali, la cui industria è sempre stata di piccola scala, non disponevano delle imbarcazioni progredite e delle tecnologie dei loro rivali (intrusi in quelle acque), e si sono anche lamentati di essere presi di mira dai pescatori stranieri con idranti ed armi da fuoco. “Le prime bande di pirati fecero la loro comparsa negli anni ’90 per difendersi dai motopescherecci a strascico”, dice Peter Lehr, docente di studi sul terrorismo presso l’Università di St. Andrews in Scozia e curatore di “Violence at Sea: Piracy in the Age of Global Terrorism”. I nomi delle attuali flotte di pirati, come la Guardia Costiera Volontaria Nazionale della Somalia, o i Marines Somali, sono indicativi delle motivazioni iniziali dei pirati.

Le acque che essi cercavano di proteggere, afferma Lehr, erano un “Eldorado per le flotte da pesca di molti paesi”. Uno studio pubblicato su “Science” nel 2006 prevede che l’attuale tasso di pesca commerciale esaurirà virtualmente le riserve oceaniche mondiali entro il 2050. Malgrado ciò, i mari della Somalia offrono ancora banchi particolarmente ricchi di tonni, sardine e sgombri, ed altre redditizie specie di pesci, inclusi aragoste e squali. In altre parti dell’Oceano Indiano, come il Golfo Persico, i pescatori ricorrono alla dinamite e ad altre misure estreme per ottenere quantità di pescato paragonabili a quelle che si ottengono al largo del Corno d’Africa.

I pescherecci d’alto mare di paesi lontanissimi come la Corea del Sud, il Giappone e la Spagna hanno operato lungo le coste somale, spesso illegalmente e senza licenza, per quasi due decenni, secondo quanto afferma l’ONU. Essi spesso battono bandiere di comodo di paesi che offrono vantaggi e facilitazioni per la navigazione, come il Belize ed il Bahrein, e che aiutano ulteriormente le navi a eludere i regolamenti internazionali e ad evadere i controlli dei loro paesi di appartenenza. Tsuma Charo, dell’ East African Seafarers Assistance Programme di Nairobi, che monitora gli attacchi dei pirati somali e fa da collegamento con i sequestratori degli equipaggi, afferma che “la pesca a strascico illegale ha alimentato il problema della pirateria”. Nei primi tempi della pirateria somala, coloro che sequestravano i pescherecci senza licenza potevano contare su un rapido pagamento del riscatto, dato che i proprietari dell’imbarcazione e le compagnie che supportavano quei vascelli non volevano attirare l’attenzione sulle loro violazioni della legge marittima internazionale. Questo – riconosce Charo – ha permesso ai pirati di sviluppare le loro reti logistiche ed ha stimolato il loro appetito di ulteriori bottini.

Al di là della pesca illegale, le navi straniere sono state anche accusate dai pescatori locali di scaricare rifiuti tossici e nucleari al largo delle coste somale. Un rapporto del 2005 dello United Nations Environmental Program ha riferito di depositi di uranio radioattivo e di altri depositi pericolosi che hanno provocato un’ondata di disturbi respiratori e di malattie della pelle nei villaggi lungo le coste somale. Secondo l’ONU, all’epoca del rapporto, scaricare questo tipo di materiali al largo del Corno d’Africa costava ad una compagnia europea 2,5 dollari a tonnellata, contro i 250 dollari a tonnellata che comportava un corretto smaltimento in Europa.

Monitorare e combattere questi crimini è quasi impossibile – l’attuale governo somalo si regge a mala pena in piedi, a seguito dell’invasione etiopica del 2006, appoggiata dagli Stati Uniti. E molti somali, assieme ad alcuni osservatori stranieri, sospettano che alcuni responsabili locali a Mogadiscio e nei porti del semi-autonomo Puntland più a nord accettino tangenti dai pescatori stranieri così come dai pirati più anziani. I controllori dell’ONU nel 2005 e nel 2006 hanno suggerito un embargo sul pesce pescato in acque somale, ma la loro proposta è stata bloccata da alcuni membri del Consiglio di Sicurezza.

Nel frattempo, la pirateria somala si è riprodotta per metastasi, diventando l’unica industria di successo del paese. La maggior parte dei pirati, dicono gli osservatori, non sono ex pescatori, ma solo povera gente che cerca di fare fortuna. In questo momento, essi tengono in ostaggio circa 18 navi da carico e 300 marinai – il risultato di una serie di operazioni sofisticate e ben finanziate. Alcuni pirati hanno offerto la loro testimonianza alla stampa internazionale – un titolo apparso alcuni giorni fa sul Times di Londra recitava: “Rubano le nostre aragoste: Un pirata somalo racconta la sua versione della storia” – ma Lehr ed altri esperti della Somalia esprimono i loro dubbi. “Attualmente”, dice Lehr, “questo tipo di cose è solo una scusa a buon mercato”. L’eredità di quasi vent’anni di inazione e di abusi, in ogni caso, ha dei costi ben più pesanti.

di Ishaan Tharoor 

Ishaan Tharoor è un giornalista indiano residente a Hong Kong

Titolo originale:

How Somalia’s Fishermen Became Pirates

Traduzione: http://www.medarabnews.com/

Link: http://www.medarabnews.com/2009/04/27/come-i-pescatori-della-somalia-divennero-pirati/ 

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