lunedì 4 maggio 2009

Strasburgo, una speranza per i profughi di Patrasso



La Corte europea per i diritti umani, con sede a Strasburgo, ha ritenuto ammissibili i ricorsi presentati da 35 profughi afghani e sudanesi. Le controparti chiamate in causa per la violazione dei diritti fondamentali di queste persone sono il governo italiano e quello greco.
Questi migranti, infatti, si trovano a Patrasso, in Grecia, dove hanno subito detenzioni arbitrarie e violenze e non sono riusciti, come era loro diritto, a inoltrare richiesta di asilo politico. Gli stessi migranti, inoltre, sono tutti accomunati dal fatto di aver tentato di raggiungere l’Italia imbarcandosi dal porto di Patrasso, di nascosto, a bordo dei tir in transito verso le frontiere dell’Adriatico. In qualche modo, anzi, si può dire che l’Italia l’abbiano tutti raggiunta, anche se per poche ore, prima di venire respinti dalla polizia di frontiera, rinchiusi in una cabina attrezzi della stessa nave con la quale erano arrivati. Questi respingimenti sono tutti avvenuti “senza formalità”, non rispettando alcuna delle leggi che dovrebbero regolare il comportamento dei rappresentati dello Stato di fronte alla presenza di persone che richiedono asilo o, in ogni caso, di esseri umani che devono comunque vedersi riconosciuti, in ogni circostanza, i propri diritti fondamentali.









Dopo un lungo periodo di silenzio, in cui porti come quello di Venezia sono rimasti zone extraterritoriali all’interno delle quali tutto questo avveniva senza suscitare alcuna reazione, nell’invisibilità, la situazione sembra oggi finalmente cambiata.Il lavoro delle associazioni veneziane della rete Tuttiidirittiumanipertutti, nell’arco di un anno, ha avuto infatti la capacità e la costanza di denunciare costantemente queste prassi, di spingere a riflettere intorno ai dati riferiti dall’autorità portuale, 850 persone respinte nei primi otto mesi del 2008 di contro ai soli 110 migranti incontrati dal Cir nello stesso periodo, interrogandosi su chi fossero questi ’respinti’ e sui loro diritti violati.
Quando nel dicembre del 2008 Zaher, un ragazzino afghano di 13 anni è morto schiacciato sotto il tir dentro il quale si era nascosto, la rete ha chiesto a tutti di porsi una domanda sola, che andasse oltre la commozione di un momento: perché un minore in fuga dalla guerra si nascondeva dalla polizia italiana? La risposta veniva da sé: perché la polizia italiana, spesso, respinge i minori in fuga dalla guerra senza neppure chiedere quanti anni abbiano, esattamente come respinge i profughi in cerca di rifugio senza permettere loro di raccontare il motivo della fuga.
Eppure, che in Grecia non si debbano più rimandare potenziali richiedenti protezione internazionale, che lì i diritti di queste persone siano calpestati quotidianamente, lo hanno affermato l’Acnur e Amnesty International, Human Rights Watch e Pro Asyl. Di recente, inoltre, persino il rapporto Hammemberg, della Commissione europea, ha denunciato le gravi violazioni greche in materia di asilo e tutela dei migranti. Nonostante questo, i respingimenti, come confermato da attivisti antirazzisti greci e dagli stessi migranti, non si sono fermati: l’unica differenza è stata che a Venezia, dopo le denunce delle associazioni, i convegni, i dibattiti, le manifestazioni, la polizia di frontiera ha smesso di rendere pubblico il quotidiano bollettino di violazione, fino a poco tempo prima accettato da tutti come fosse una cosa normale e perfettamente legale: "oggi respinti al porto tre, cinque, dieci clandestini". Difficile continuare a rilasciare simili dichiarazioni di fronte ad un lavoro di inchiesta e studio giuridico che ha messo a nudo l’illegalità di queste prassi.
La rete di associazioni veneziane ha allora compreso che era arrivato il momento di percorrere a ritroso il viaggio delle persone respinte per riuscire a ridare loro un nome e una storia, e la possibilità di difendere i propri diritti. Per questa ragione, nel febbraio del 2009, una delegazione si è recato a Patrasso e, in un clima irrespirabile, nella situazione di estrema difficoltà in cui sono costretti a vivere i profughi che hanno raggiunto quella città, ha raccolto le loro storie, i loro nomi, le loro immagini.Questo lavoro è confluito nei 35 ricorsi che hanno raggiunto qualche giorno dopo la Corte, elaborati e firmati dagli avvocati Alessandra Ballerini e Luca Mandro, grazie anche all’esperienza e alla collaborazione di Fulvio Vassallo Paleologo.
Il governo italiano e il governo greco sono ora sotto inchiesta. Qualcuno dovrà rispondere di tutto quello che sta avvenendo in Grecia ai danni di profughi in cerca di asilo, e in Italia quando queste persone, stremate, cercano di chiedere protezione e vengono illegalmente respinte.
Tra i ricorrenti ci sono moltissimi minorenni, bambini che hanno attraversato cinque paesi e sono stati detenuti due,tre, quattro volte. Bambini che, come gli adulti che si trovano con loro a Patrasso, rischiano ogni giorno la deportazione verso la Turchia e da lì indietro in Afghanistan, dove li aspetta la violenza fanatica e senza limiti dei Taliban, le persecuzioni del governo karzai che li considera dei traditori perché sono stati avvicinati dai Taliban, o la morte sotto il fuoco occidentale che da anni non abbandona quel paese. Respingere dall’Italia può voler dire respingere direttamente verso la morte o la tortura.
Il lavoro di poche persone che hanno creduto di poter cambiare le cose ’dal basso’, che non hanno accettato che tutto questo avvenisse a un passo da loro, ha portato a disvelare una realtà che si voleva lasciare sommersa.
Durante l’assemblea cittadina del 31 marzo, lo stesso giorno in cui un editoriale di Gian Antonio Stella denunciava la pratica di questi respingimenti anche ai danni dei bambini, lo stesso sindaco Cacciari ha dichiarato, di fronte alle immagini girate dalla delegazione a Patrasso, che "la situazione al porto di Venezia, come è stato documentato, è chiaramente illegale e fuori controllo"."Servono però risorse per accogliere queste persone", ha poi aggiunto. Ma il diritto alla vita può davvero essere subordinato alla quantità di risorse disponibili? E verso quali obiettivi orientare le risorse è o no un problema prettamente politico? Ci sono diritti inviolabili, imprescrittibili, inalienabili. Pena la rinuncia definitiva ad un mondo occidentale che, dal secondo dopoguerra ad oggi, ha voluto costruire la propria legittimità autoproclamandosi il luogo dei diritti umani e conducendo, in nome di quei diritti, le stesse guerre che oggi stanno portando alle frontiere d’Europa queste persone in cerca di rifugio.
La Corte europea ha ritenuto necessario procedere per accertare la verità. È solo l’inizio ma, almeno per oggi, è possibile essere ottimisti.

di Alessandra Sciurba
Link: http://www.meltingpot.org/articolo14431.html

Congo, l'ONU nasconde la testa nella sabbia?


Secondo fonti della BBC, un ex leader dei ribelli, accusato di crimini di guerra, sta collaborando alla missione ONU nella Repubblica Democratica del Congo. Si tratterebbe del generale Bosco Ntaganda, soprannominato "Terminator", sul quale pende un mandato di arresto della Corte Penale Internazionale.
Pare che un documento dell'esercito congolese, risalente al 4 aprile scorso, presenti Ntaganda come vice coordinatore delle operazioni congiunte, riportando anche un suo intervento a un incontro tra i vertici militari. Inoltre, un alto ufficiale dell'esercito avrebbe confermato il coinvolgimento dell'ex ribelle, in qualità di consigliere del comandate delle operazioni.



Kevin Kennedy, portavoce della missione ONU in Congo (Monuc), ha smentito la notizia. "La missione è in stretto contatto con le autorità congolesi che collaborano con l'esercito. Esiste un documento condiviso che riguarda il comando delle operazioni congiunte dell'ONU e dell'esercito congolese. Il nome di Bosco Ntaganda non compare in quel documento, le nostre controparti congolesi ci hanno assicurato che non fa parte del comando".
Qualche mese fa, mentre il governo locale sosteneva che una collaborazione con l'ex ribelle poteva facilitare il processo di pace nel Congo orientale, i vertici della Monuc si rifiutarono di partecipare a qualunque operazione che coinvolgesse un criminale di guerra. Ora l'organizzazione americana Human Rights Watch accusa la missione: "Siamo molto preoccupati da queste notizie, e ci sembra che le Nazioni Unite stiano nascondendo la testa nella sabbia. E' ora di affrontare seriamente il problema. Invece di negare o ignorare il ruolo esercitato da Bosco Ntaganda, l'ONU dovrebbe darsi da fare per arrestarlo e portarlo a l'Aia."
In passato il generale Ntaganda ha fatto parte dello staff di Laurent Nkunda, capo dei ribelli arrestato pochi mesi fa nel vicino Ruanda. I giudici della Corte Penale Internazionale hanno accusato il generale Ntaganda di aver gestito sette campi di addestramento per bambini-soldato, e di aver utilizzato queste giovani milizie in diversi attacchi del suo gruppo ribelle.
di
 Marco Menchi

Link: http://www.clarissa.it/esteri_int.php?id=1160

Cerca nel Blog

FeedBurner FeedCount

Questo blog non rappresenta una testata giornalistica, in quanto viene aggiornato senza alcuna periodicità. Pertanto non può considerarsi un prodotto editoriale ai sensi della legge n. 62 del 7.03.2001. L'autore, inoltre, non ha alcuna responsabilità per il contenuto dei siti "linkati” né dei commenti relativi ai post e si assume il diritto di eliminare o censurare quelli non rispondenti ai canoni del dialogo aperto e civile. Salvo diversa indicazione, le immagini e i prodotti multimediali pubblicati sono tratti direttamente dal Web. Nel caso in cui la pubblicazione di tali materiali dovesse ledere il diritto d'autore si prega di avvisare via e-mail per la loro immediata rimozione.

Gli autori