martedì 5 maggio 2009

Il figlio del beduino

Dice il saggio: “Ciò che tu sei parla così forte che non si sente quello che dici”. Il proverbio è utilizzato Béchir Ben Yahmed, direttore di “Jeune Afrique”, nell’editoriale che commenta l’elezione di Gheddafi a presidente dell’Unione Africana. Un commento assai duro nei confronti del colonnello, e ancora più severo nei confronti dei leader africani che lo hanno votato. “L’avvenimento potrebbe rivelarsi carico di conseguenze negative per il continente africano”, scrive il giornalista maghrebino. Il proverbio citato in apertura vuole ricordare che, nel caso di persone come Gheddafi, le parole contano zero rispetto a quello che emerge dai fatti e dalla biografia personale.

Il problema è che su Gheddafi si è detto tutto e il contrario di tutto. Il problema è che della sua storia personale si sa poco e niente, e della situazione reale della Libia si sa ancora meno. Esistono pochi personaggi così controversi, nella storia recente; ma lui riesce sempre ad avere un ruolo da protagonista, anche se un altro opinionista del settimanale africano lo paragona ad una rockstar  sul viale del tramonto. Di Gheddafi non è certa neppure l’età, ma si suppone che abbia 67 anni, da compiere a giugno.
Di sicuro, il prossimo settembre la Guida della Libia, come lui si fa chiamare, festeggerà il quarantesimo anno di potere assoluto su una nazione che fu colonia italiana per trent’anni, quando era solo uno “scatolone di sabbia” (Francesco Saverio Nitti dixit), e che oggi è il nono paese al mondo per riserve di petrolio e gas naturale.
Sabbia e petrolio. Forse il segreto di Gheddafi, che poi è quello della Libia, è tutto qui. L’uomo della sabbia, il figlio di un coppia di beduini analfabeti, lo sconosciuto pastore di capre nato in una colonia insignificante (la Libia) di un paese altrettanto insignificante (l’Italia) è diventato, grazie alla sua astuzia, al suo coraggio e alla sua smisurata ambizione, il padrone assoluto di una ricchezza enorme (il petrolio), ambita da tutti. Almeno finché dura la Seconda Rivoluzione Industriale, che secondo Jeremy Rifkin e molti altri brillanti economisti ha i giorni contati.
La grandezza e il limite di Gheddafi stanno nella sabbia e nel petrolio, come il Dottor Jeckyll e Mister Hyde. Quando ad agire è il figlio del beduino povero ed emarginato, brilla il suo senso di giustizia sociale, l’orgoglio di chi si ribella all’umiliazione, il rigore del vero leader. Ma poi c’è il petrolio, cioè “la ricchezza senza il lavoro” (che Gandhi pone, insieme ad altre sei cause, come principio distruttivo dell’uomo). E questo è il suo grande limite, il peccato originale della relativa prosperità della Libia,  che ha una ricchezza pro capite pari alla Polonia,  e superiore  alla Russia e alla Romania (il paragone viene meglio con i paesi europei che non con quelli africani). Il Gheddafi- Mister Hyde, in sostanza, sa fare una cosa sola: spendere soldi. Spendere oltre ogni limite per assecondare ogni sua fantasia politica, ogni suo capriccio ideologico, ogni istinto megalomane, perché più di ogni altra causa ama sentirsi “deus ex machina”, uomo che cambia le situazioni, inverte le sorti della Storia, disegna scenari inimmaginabili. Ma tutto ciò, anche quando ha avuto conseguenze sanguinose, è alla fine solo teatro. Gheddafi in politica estera non ha mai cambiato la realtà di una virgola, anche in merito a progetti su scala limitata. “Ciò che sei parla così forte che non si sente quello che dici” . Gheddafi, a parole,  voleva essere la nuova stella del panarabismo, visto che era cresciuto imbevuto delle idee di Nasser, come quasi tutti i militari arabi della sua generazione e di quella precedente (compresi i defunti Assad e Saddam Hussein). Nella realtà, non è riuscito nemmeno a unire la Libia e la Tunisia.
di Cesare Sangalli

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