sabato 9 maggio 2009

Io, però, non cambio perché “non dimentico”



Piero Calamandrei: « Se voi volete andare in pellegrinaggio nel luogo dove è nata la nostra Costituzione, andate nelle montagne dove caddero i partigiani, nei carceri dove furono imprigionati, nei campi dove furono impiccati. Dovunque è morto un Italiano per riscattare la libertà e la dignità, andate lì, o giovani, col pensiero, perché lì è nata la nostra costituzione.»


Mi è stato sempre ripetuto: “ non dire che sei comunista, non dire che sei di sinistra, altrimenti non lavori”, oppure: “ se la pensi così non farai strada”; “adesso la pensi così ma quando crescerai cambierai”.

Ebbene, sono cresciuto e non sono cambiato. Alcuni direbbero che forse non sono cresciuto ancora abbastanza, forse, ma è vero anche che “io non dimentico”.

Non dimentico che l’Italia, ufficialmente , si chiama Repubblica italiana, lo è dal 18 giugno 1946 a seguito del risultato del referendum del 2 giugno indetto per stabilire la forma istituzionale di un nuovo Stato che nasceva dopo la fine della seconda guerra mondiale. Un nuovo Stato che recideva, proprio con quel risultato referendale, le ultime radici, quelle monarchiche, con il vecchio. Quest’ultimo, quello fascista, già spazzato via dal conflitto e dalla lotta partigiana.

Allora, i costituenti, coloro che avevano finalmente vinto la ventennale lotta antifascista, dettarono con la Costituzione le nuove regole della convivenza civile, la loro fu una risposta frontale e totalmente contraria ai valori del precedente regime:

« L'Assemblea ha pensato e redatto la Costituzione come un patto di amicizia e fraternità di tutto il popolo italiano, cui essa la affida perché se ne faccia custode severo e disciplinato realizzatore» disse il compagno e Presidente dell’Assemblea costituente Umberto Terracini.

Ebbene, quello di Terracini era un auspicio palesemente troppo ottimista, parte del popolo italiano, oggi la maggioranza, è indegna di essere custode della “Carta Suprema”.

Questi ignobili individui, privi di pudore, ricoprono come parassiti cariche istituzionali di uno Stato che rappresenta la loro stessa sconfitta; offendono ogni giorno i più elementari principi della nostra Italia; si dicono patrioti di uno Stato che non è il loro, il loro lo consegnarono ai tedeschi.

Nell’auspicio del compagno Terracini evidentemente sarebbero dovuti cambiare, magari crescere per poter partecipare anche loro alla vita pubblica e non commettere gli sbagli di una volta, ma ad oggi la redenzione non vi è stata.

Purtroppo, essi sorvolando quest’imprescindibile condizione si sono infiltrati, a volte ivi sono rimasti sotto mentite spoglie, nelle maglie dello Stato ed hanno diffuso dei valori in virtù dei quali “sarei io a dover redimermi, sarei io a dover cambiare”.

Io, però, non cambio perché “non dimentico”.

di Komir - SudTerrae

Liberi Farmacisti : parafarmacie , emendamento vergogna


"Volgare nel metodo ed indecente nel contenuto". Così il Movimento Nazionale Liberi Farmacisti e la Federazione Esercizi Farmaceutici definiscono in una nota comune l’emendamento presentato dal Sen. Filippo Saltamartini (Pdl) al disegno di legge delega in materia di lavori usuranti e lavoro sommerso.

L’emendamento, introdotto in un disegno di legge che tratta materia completamente diversa, si propone di bloccare la vendita di farmaci d’automedicazione fuori dalle farmacie ed intima la chiusura, entro dieci anni, degli esercizi aperti (parafarmacie). Sostanzialmente l'abrogazione della legge Bersani.

"Il 'blitz' corporativo - affermano MNLF e FEF - ha mandanti noti ed è l’ennesima riprova che la lobby dei titolari di farmacia non vuole rinunciare ai propri privilegi, ed è disposta a tutto pur di veder ristabilito il proprio monopolio sul farmaco. La chiusura di circa 3000 aziende e la perdita di 5000 posti di lavoro, in una congiuntura economica durissima - rilevano le organizzazioni - non hanno alcun peso rispetto al desiderio di dare una 'spallata' alle uniche liberalizzazioni avvenute in questo Paese negli ultimi anni".

Il MNLF e la FEF annunciano che nei prossimi giorni della questione sarà investito direttamente il Presidente della Repubblica a cui sarà posto un quesito di legittimità costituzionale (art.li 3 e 41) e chiesto d’intervenire rispetto alla pratica dei disegni di legge 'omnibus' dove, progetti di legge specifici vengono trasformati e stravolti da emendamenti avulsi dal tema trattato.

"E’ in atto - concludono FEF e MNLF - un tentativo concentrico di cancellare l’esperienza delle parafarmacie, quest’emendamento cerca di superare, attraverso la sorpresa, le difficoltà incontrate dal disegno di legge Gasparri/Tomassini che si propone, tra l’altro, la vendita di alcuni medicinali senza la presenza del farmacista". Un recente sondaggio, che sarà presentato questo fine settimana a Bologna all’interno del salone espositivo di Cosmofarma, ha rivelato che il 92% dei farmacisti è contrario a quest’ipotesi, mentre il 91% ritiene che l’attuale sistema legislativo che regola l’apertura delle farmacie debba essere modificato.

di osservatoriosullalegalita.org

Fonte: Osservatorio sulla legalità e sui diritti

Spagna, una veloce ascesa ed una pericolosa caduta



La Spagna era considerata, prima dello scoppio della crisi, la grande promessa europea. Poi la retromarcia più pronunciata che in altri paesi europei. Ora si ritrova, novella cenerentola, a vivere la fine del sogno. Qual è la situazione a pochi mesi dalle elezioni europee?Gli ultimi quindici anni hanno offerto alla Spagna un eccezionale dinamismo dell’economia, capace di colmare il gap esistente tra il paese e le potenze industriali più avanzate dell’Unione Europea. Sino ad un paio di anni fa, il primo ministro Luis Zapatero elogiava la vitalità del mercato spagnolo e sfidava l’Italia promettendo un sorpasso rispetto al ricchezza prodotta dal belpaese: in molti pronosticavano, con cifre mirabolanti (un esempio è questo intervento di Angelo Panebianco, nel 2007) il momento in cui la scettro di Bel Paese sarebbe passato dalle mani italiane a quelle spagnole. Una promessa avveratasi, ma solo per un breve periodo. 
Oggi, questa prospettiva sembra ormai lontana a causa della crisi economica che ha investito il paese iberico forse più di tutti gli altri paesi dell’Europa occidentale. I dati forniti già nell’autunno 2008 dall’OCSE (al di là delle raccomandazioni di rito) non preannunciavano, d’altronde, nulla di buono. Quest’anno, secondo le stime del FMI, il PIL spagnolo si ridurrà di circa il 3% e il deficit aumenterà di circa il 7,5%. Una previsione terribile che rende più difficili da mantenere gli impegni presi pubblicamente solo un mese fa da Zapatero circa il mantenimento del deficit entro lo 0.7 per fine mandato. 
La crisi è il prodotto del crollo del mercato immobiliare e del settore edilizio, i due settori sui quali si reggeva l’economia spagnola. Il risultato evidente di questo collasso ricade sui dati dell’occupazione. Quest’anno più di quattro milioni di spagnoli (circa il 17% della forza lavoro) resterà senza un lavoro. La soluzione escogitata per il momento da Zapatero è stata la sostituzione a sorpresa del ministro dell’Economia Pedro Solbes, già commissario agli Affari Economici della Commissione Prodi. Una scelta inattesa, forse un segnale di svolta purtroppo ancora insufficiente.Ecco perché Zapatero ha puntato tutto sulla carta verde della riconversione ecologica, grazie a uno stimolo fiscale per coloro che vogliano investire nel settore, ma gli effetti di questa scelta strategica si vedranno soltanto a medio termine. 
La Spagna vive questa campagna verso le elezioni europee con una grande sfiducia verso le istituzioni e una forte delusione per la mancata adozione del trattato di Lisbona. Zapatero, ostracizzato per quattro anni dall’America di Bush, con lo slogan «Ora la partita si gioca in Europa» ha scelto di ispirarsi al modello Obama, ma con questa scelta cerca di fuorviare l’attenzione dai temi importanti di politica europea che non sono discussi nella campagna. In altri termini la Spagna è tornata a guardare dove Zapatero non avrebbe voluto guardare più. 
Socialisti e Popolari, malgrado una retorica sempre feroce nello scontro verbale, hanno scelto un patto di non belligeranza come evidenzia l’alleanza stretta tra i due partiti nei Paesi Baschi, che ha portato alla vittoria della loro coalizione contro il Partito Nazionalista Basco, la prima volta in trent’anni di storia democratica. Allo stesso modo le dirigenze di partito hanno colto l’occasione di queste elezioni europee per fare pulizia dei politici scomodi e candidarli a Bruxelles. Questo atteggiamento certamente sconforta la popolazione spagnola, già delusa dal fatto che il Premier spagnolo abbia appoggiato pubblicamente Barroso, così come il partito avversario. Probabilmente anche per questa ragione, i sondaggi si aspettano una forte diserzione delle urne e una vittoria significativa del Partito Popolare come voto sanzione rispetto alla difficile situazione economica.

Senegal, uno Stato a gestione familiare



Polemiche in Senegal per la decisione del Presidente della Repubblica Abdoulaye Wade di nominare suo figlio Karim Ministro di Stato e della Cooperazione Internazionale. L'ottantaduenne presidente, tra le figure di spicco nel panorama politico africano, è accusato dai suoi critici di preparare la propria successione per le elezioni politiche che si terranno nel paese africano nel 2012, dando al figlio il più grande ministero "mai creato dall'indipendenza" del Senegal dalla Francia nel 1960. 
Dietro la pomposa dicitura, infatti, si nasconde la possibilità per Karim di controllare tutto il sistema dei trasporti, delle infrastrutture e dei relativi finanziamenti, soprattutto esteri, per la realizzazione di importanti opere come la costruzione di due nuove arterie autostradali e il nuovo aeroporto di Dakar. Non male per un semisconosciuto giovane di quaranta anni ex banchiere a Londra, salito agli onori delle cronache più per i suoi fallimenti che per le sue capacità. 
Creato un movimento politico nel 2006, la Concrèt Génération, naturalmente appoggiato dal padre, Karim Wade è stato, infatti, sconfitto da una coalizione delle opposizioni nelle elezioni amministrative per la poltrona di sindaco della città di Dakar in marzo. Inoltre venne criticato per aver "sforato" il budget affidatogli per l'organizzazione della Conferenza Islamica di Dakar dello scorso anno, quando era consigliere della presidenza della repubblica. 
Peccati veniali, in realtà, ma ora nel suo portafoglio ci sono strade, aeroporti e soprattutto un fiume consistente di denaro che l'opposizione teme possa accrescere l'influenza della famiglia presidenziale, a discapito degli interessi dello paese. "Mentre i senegalesi vogliono un governo responsabile e attento alle ineguaglianze sociali, il Presidente pensa a costruire un governo utile solo ai suoi scopi di mantenimento del potere" ha affermato Seydou Gueyé, portavoce dell'Alleanza per la Repubblica, principale partito d'opposizione. 
Di tutt'altro avviso, naturalmente, il Partito Democratico Senegalese al governo, che chiede al Paese di dare una chance al giovane Karim prima di giudicarlo. Posizione ovvia, eppure già si parla di Karim Wade, in termini tutt'altro che lusinghieri, come del nuovo Ali Bongo, criticato figlio del Presidente del Gabon Omar, e attuale ministro della difesa del suo paese. Un pugno alla democrazia, insomma, su cui le opposizioni dovranno vigilare attentamente.
di Marco Belegni

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