lunedì 11 maggio 2009

Abruzzo: la tende e il capitombolo di Bertolaso


Il funerale del primo morto della tenda è di qualche giorno fa. Un uomo, quarantenne, è deceduto all'ospedale di Castel di Sangro per complicanze polmonari occorse sul suo corpo già gravato dalla malattia e purtroppo ricoverato sotto la tela. La probabilità che altri funerali dovranno celebrarsi è piuttosto alta. Diciamo almeno pari alla rabbia che, questione di giorni, tracimerà se le condizioni di vita nelle tendopoli si confermeranno ancora così spietate e impossibili. 
Esistono segnali concreti, basta chiedere ai medici e agli infettivologi, dell'innalzamento delle situazioni acute che già oggi si presenta allarmante. La tenda miete vittime, e questo si sa. E i decessi nel periodo appena successivo a una catastrofe naturale toccano storicamente punte fuori dall'ordinario. In Irpinia decine e decine furono i morti, soprattutto anziani, nel periodo racchiuso tra la data dell'evento (23 novembre) e la fine dell'estate successiva (30 agosto). Malattie e decessi si contarono anche in Friuli. Friuli ed Irpinia sono le comparazioni possibili essendo i terremoti dell'Umbria e del Molise molto più modesti per forza distruttiva e decisamente localizzati in aree di dimensioni contenute. 
La tenda, dunque, se è una compagna preziosa nelle ore immediatamente successive alla catastrofe, diviene nemica già dopo la seconda settimana di soggiorno. All'Aquila rischia di restarvi piantata più di dieci settimane. Anzi più di venti. Forse più di trenta. Il salto carpiato verso il rischio infinito lo si deve a Guido Bertolaso, l'uomo con la tuta, il pluridecorato comandante della Protezione civile, pluricommissario, plenipotenziario del governo, regista e principe in ogni disgrazia e attore protagonista di tutti i grandi eventi che il governo, con un tocco di eccentricità, li rubrica come emergenza nazionale per infilarli sotto la sua ascella. 
Ma l'Abruzzo e Bertolaso sin dall'inizio non hanno legato bene. "Le scosse di terremoto che continuano a scuotere l'Abruzzo non sono tali da preoccupare, ma purtroppo a causa di imbecilli che si divertono a diffondere notizie false siamo costretti a mobilitare la comunità scientifica per rassicurare i cittadini". Come una targa a memento perpetuo, questa frase segna il carattere di travolgente certezza che anima i passi e le parole dell'uomo con la tuta. Vero, Bertolaso non poteva dire altro. Ma forse lo poteva dire diversamente. E, questo è sicuro, fare qualcosa di più prima per tentare di mitigare il pericolo, nel caso lo si fosse ritenuto concreto. 
Il suo ottimismo, così denso e certo già prima della catastrofe, ha convinto il governo nelle giornate successive alla distruzione del capoluogo abruzzese ad adottare per il piano di ricostruzione la più ardua delle operazioni possibili: lasciare gli aquilani nelle tende fino a quando vere case non saranno costruite. Case asismiche ed eco-compatibili, moduli abitativi ad alto livello tecnologico ed elevata componibilità. Sei mesi appena nell'inferno della tendopoli per poi passare direttamente nel paradiso del campus, dei quartieri edilizi residenziali, di una abitazione comoda e sicura. E certa. 
Mai era accaduto prima d'ora e c'era un perché. 
L'emergenza post-terremoto ha sempre conosciuto tre fasi durante le quali si sviluppa l'accoglienza, il sostegno e il reintegro abitativo. Una prima, di puro soccorso (fase a), con alloggiamenti di pronta realizzazione (tendopoli e/o roulottopoli), una seconda (fase b) con alloggiamenti a realizzazione differita e caratteristiche di ricovero a più lunga sostenibilità (moduli metallici o casette in legno monofamiliari); e poi la ricostruzione definitiva, la fase c. Ma il governo ha scelto di ridurre la catena e saltare completamente la seconda fase. Magari una telefonata a Giuseppe Zamberletti, deputato di lungo corso democristiano, padre della legislazione sulla Protezione civile, che prima e meglio degli altri (forse meglio anche di Bertolaso) ha valutato le opportunità e le caratteristiche delle singole fasi, teorizzando la necessità di un gradualismo che allentasse la domanda alloggiativa in un contesto di civile ancorché precaria sistemazione. 
Invece niente. A Berlusconi non è parso vero fare a meno delle "baracche" ("gli sa troppo di campo rom", riferì il frastornato e inconsapevole sindaco dell'Aquila nelle ore immediatamente successive al terremoto), quando Bertolaso ha proposto al consiglio dei ministri di dar fiducia alla sua idea straordinaria di realizzare case, anzi c. a. s. e. acronimo che sta per "Complessi antisismici sostenibili ed ecocompatibili". Veri alloggi, palazzine a due o tre piani costruite su piastre di cemento a tecnologia giapponese, assorbenti l'energia sismica attraverso i "dissipatori", cuscinetti che rullano, ammortizzatori formidabili. 
Le case a molle, idea magnifica! E soprattutto idea brevettata dalla Protezione civile in collaborazione con una propria fondazione, il centro europeo di formazione e ricerca in ingegneria sismica, l'Eucentre. 
Fatta questa scelta e coniugatala a una seconda ("No a una tassa di scopo per la ricostruzione in Abruzzo") l'esecutivo si è consegnato al capitombolo: o la va o la spacca. Queste case - "a durevole utilizzazione" - costano tanto, e tutti i soldi cash sono stati impegnati per farvi fronte. Quindi al resto delle necessità si è consegnato un decreto dai risvolti esoterici, un abracadabra di impegni presi eppure tenuti sospesi una coltre di nebbia. I soldi per le case in pietra ci sono, ma forse non ci sono. Ciascuno avrà 150mila euro per rifarsi un tetto. Ma forse di meno. O forse di più. Gli allegati tecnici al decreto sulla ricostruzione consegnano purtroppo l'impressione di un testo piuttosto confuso, enormemente impreciso, tecnicamente poco consapevole, a tratti con un sostenuto invito alla supposizione, vedasi le lettere a) ed e) alla relazione di accompagno e interpretazione dell'articolo 3 del decreto legge. Però s'è detto: c'è stato un qui pro quo. 
di Antonello Caporale

Vendola per il Partito Unico della Sinistra



In una intervista rilasciata a L'Espresso, il leader di Sinistra e libertà ripercorre le tappe e soprattutto gli errori compiuti dal Prc e dal governo Prodi. Parla dell'oggi berlusconiano e di una società alla deriva, della distanza fra i lavoratori e la loro tradizionale rappresentanza politica che li porta a sostenere la destra, in particolare leghista. Rispetto a questo quadro difficile, compreso il travaglio del Pd che afferma sia nocivo per tutti, l'unica ricetta è quella di creare una nuova e unitaria formazione della sinistra.


Dopo 18 anni Rifondazione comunista, a pochi mesi dal divorzio andato in scena a via del Policlinico e che lo ha visto uscire non senza sbattere la porta, potendo ancora vantare il governo di una regione complessa come la Puglia ma sentendo sulle spalle ancora il peso di una sconfitta elettorale che ha portato la sinistra fuori dal Parlamento, il leader di Sinistra e Libertà Nichi Vendola avanza un bilancio su quanto avvenuto, guardando al futuro non solo elettorale. E senza mezzi termini e senza giri di parole, indica l'obiettivo in modo inequivocabile. "Serve una stagione di semina per far nascere il partito di una sinistra nuova".

La parola è dunque pronunciata, per i tanti militanti forse in ritardo. Partito unico della sinistra, fine dell'attendismo quasi messianico che si è generato fino ad oggi dagli Stati generali di due anni fa, quando la prospettiva unitaria sembrava possibile e imminente all'interno della Fiera di Roma che ospitava la genesi della sinistra dell'iride. E se non era certezza quanto meno era speranza ancora alta e vigile. A motivare questa creatura unica il contesto anche attuale. "Siamo di fronte a un'ondata di piena della marea berlusconiana per ragioni di lungo periodo - spiega -. Il mondo del lavoro ha conosciuto un bombardamento sociale e culturale. Oggi resta la precarietà: la paura di non trovare lavoro, di perderlo, di perdere la vita per mantenerlo".

Sul tipo di voto andato in scena già nel tragico aprile scorso -fotografato pochi giorni fa dal sondaggio Ipsos commissionato dal Sole24ore in merito alle prossime elezioni e in cui si rimarcava la lontananza fra mondo del lavoro, soprattutto operaio, e sinistra-, Vendola non ha dubbi: i ceti più popolari votano in gran parte a destra "perchè la sinistra appare inefficace, l'olimpiade della divisione e della rissa. Mentre il berlusconismo ti prospetta un sogno. Noi volevamo la scuola e la sanità pubblica, il lavoro per tutti. Berlusconi propone un sogno individuale: fare la velina alla scuola di Brunetta".

Qualcosa comunque non ha funzionato, il tracollo elettorale arrivato dopo l'esperienza nel governo Prodi, comportando lo smarrimento di 3milioni di elettori, è qualcosa su cui ancora si riflette. Se ieri l'ex segretario Prc e presidente della Camera Fausto Bertinotti a La Repubblica -per altro confermandolo anche oggi su L'Unità- riconosceva a quell'esecutivo la colpa di una scarsa "permeabilità" alle istanze sociali e al suo partito l'incapacità di lottare per affermarla, arrivando a parlare dell'ultimo Prodi come "spregiudicato uomo di potere", Vendola non è così forte nel giudizio. Almeno nelle parole e negli aggettivi scelti per il linguaggio. "Prodi ha dato una lettura sbagliata di quello che stava succedendo nelle viscere del Paese: la perdita di sicurezza, l'impoverimento del ceto medio. Non avrebbe dovuto insistere con il risanamento, oggi lo ammette anche D'Alema". Insomma quella seconda fase, cosiddetta redistributiva verso i ceti meno abbienti, non è mai andata in scena: il governo è caduto prima di poterla attuare alimentando così la sfiducia dell'elettorato, che appunto ha scelto premiare la destra.

Ma anche in casa Pd non è andata meglio. Un partito a cui Vendola ha sempre guardato con attenzione, creando non pochi malumori fra i suoi alleati, come la Sinistra democratica che in quel partito non ha voluto entrarci scegliendo di andarsene al momento della sua nascita, ma che ha continuato a vedere questa "attenzione" sempre come fumo negli occhi (oggi lo stesso Vendola ha ribadito il suo "mai nel Pd"). Timori non troppo infondati visto che fra i democratici qualcuno ha sempre ricambiato lo sguardo attento, in particolare Massimo D'Alema. Sul tema il leader di SeL dice: "A me interessa il travaglio del Pd. Non sono felice che il Pd sia stato strangolato dal veltronismo e che oggi sia sottoposto a cure palliative, sbandato, senza ubi consistam. È una tragedia per tutti. In questo Paese ci sono troppi vuoti: il vuoto dell'opposizione, il vuoto della sinistra che non può essere colmato da Franceschini".

Naturalmente la distanza con gli ex compagni resta siderale, il divorzio è stato netto, lacerante, non privo di astio. E prima di arrivarci il clima interno non ha risparmiato il veleno, che certo non si confaceva allo spirito almeno ideologico che una comunità socialista-comunista dovrebbe avere. "Non si tratta di tornare - spiega il governatore pugliese -. Non ci sono operazioni di restauro da fare, anche se a sinistra sono in azione tanti restauratori delle vecchie glorie. Io mi auguro di mettere in piedi al più presto il cantiere di un nuovo partito. Tutte le sinistre sono state sconfitte, nessuna può vantare gli attrezzi giusti, ora serve meno spocchia: i riformisti si sono attribuiti le virtù del governo che si tramandavano di riformista in riformista, la sinistra radicale si è assegnata la virtù dell'innocenza che viene fatalmente ferita dalla prova del governo. È stato il trionfo della bandierina, ognuno ha alzato la sua. Ora basta".

di Frida Roy

Link: http://www.aprileonline.info/notizia.php?id=12006


La diaspora eritrea nel deserto


Asmara, Cairo, Tripoli, Asmara. Padre Austin sfoglia tra le mani una ventina di buste bianche. Controlla le intestazioni scritte a penna. Sono tutte senza francobolli. Sono le lettere dei prigionieri eritrei di Burg el Arab.

Siamo in Egitto. La parrocchia di Saint Yousuf, nella benestante isola sul Nilo di Zamalek, in pieno centro al Cairo, è un punto di riferimento per i circa 200 eritrei che vivono nella zona. Il giorno prima una delegazione della parrocchia ha visitato il carcere di Burg el Arab, nel nord, vicino Alessandria. Hanno potuto parlare con 15 detenuti, che gli hanno consegnato alcune lettere per i familiari. Dietro le sbarre ci sono 170 eritrei. E non soltanto a Burg el Arab. Le carceri di mezzo Egitto si sono riempite negli ultimi due anni di profughi eritrei e sudanesi, arrestati nella penisola del Sinai: Qanater, al Cairo, le stazioni di polizia di el-Arish e Rafah, vicino alla striscia di Gaza, e al sud le carceri di Hurghada, Shallal, e Aswan.

È la nuova rotta della diaspora eritrea e sudanese. La meta finale è Israele. In Egitto si entra dal Sudan, via terra, oppure in aereo, atterrando al Cairo con un visto turistico. Da lì si viene portati a Isma'iliyah, nel nord, nascosti dentro dei camion, per poi essere smistati verso el-Arish e Rafah - città che grazie alla vicinanza con la striscia di Gaza vivono di contrabbando da anni - dove apposite guide si occupano del trasporto, verso la frontiera israeliana nel deserto del Sinai. Spesso le guide li abbandonano a se stessi lungo la barriera di filo spinato al confine. Il pericolo maggiore è rappresentato dalla polizia di frontiera, che in questi casi ha l'ordine di sparare a vista. Nel 2008 Amnesty International ha denunciato l'uccisione di 25 profughi. Molte delle vittime erano cittadini eritrei. Come i due giovani feriti a morte il 17 settembre del 2007: Isequ Meles, di 24 anni e Yemane Eyasu, di 30. Entrambi avevano la carta blu dell'Alto commissariato per i rifugiati delle Nazioni Unite (Acnur), che gli aveva riconosciuto l'asilo politico.

A un anno e mezzo di distanza dall'omicidio, incontro due dei loro amici. Si chiamano M. e I. e mi chiedono di parlare sotto anonimato. Ceniamo insieme in un ristorante libanese di Mohandesin, al Cairo. I. è stato arrestato nel maggio del 2008. Si trovava a Isma'iliyah, era diretto in Israele. Lo presero nel più stupido dei modi. Mentre stava passeggiando, da solo, per strada. Li tenevano in celle di otto metri per cinque, in 60 persone. Per terra. Pigiati uno sull'altro. Per tutti e 60 c'era a disposizione un solo bagno. Stavano rinchiusi tutto il giorno, senza poter vedere nemmeno la luce del sole. C'erano eritrei, sudanesi, ma anche ivoriani, nigeriani e camerunesi, perché la rotta ormai è praticata anche dai costieri. La maggior parte dei detenuti erano stati arrestati mentre attraversavano il Sinai. C'erano anche alcuni eritrei che venivano direttamente dalla Libia. Alla morte in mare e alle retate della polizia di Gheddafi avevano preferito lo Stato ebraico. Da mangiare gli davano pane, formaggio e tahina, una salsa di sesamo. I. ricorda l'odore pungente di quei giorni. Molti soffrivano di dissenteria. Altri avevano brutte dermatiti e scabbia. E poi ricorda le umiliazioni, gli insulti e le violenze gratuite della polizia, come quella volta quando furono picchiati dopo l'inutile sciopero della fame di due giorni. I. venne rilasciato dopo 24 giorni di carcere. Lo salvò la sua carta blu dell'Acnur. Gli altri invece furono tutti rimpatriati.

Dall'11 al 20 giugno 2008 furono rimpatriati almeno 810 cittadini eritrei. Mentre dal Cairo Amnesty International lanciava grida d'allarme sulla loro sorte, a Asmara la televisione di stato Eri Tv mostrava le immagini dei rimpatriati salutandone calorosamente il ritorno. Il portavoce del governo annunciò che tutti sarebbero ritornati presto dalle loro famiglie, e che addirittura avrebbero ricevuto una compensazione di 500 nafa, circa 50 dollari. Ma non è andata così. Lo sanno bene i familiari dei rimpatriati che vivono qui al Cairo. Sono in contatto permanente con i parenti in patria. Soltanto le donne con bambini sono state rilasciate. Gli altri sono finiti dritti nei campi di addestramento militare, oppure in prigione, come nel caso di C.

C. era compagno di cella di I. nel carcere di Isma'iliyah. E faceva parte del gruppo di 800 eritrei rimpatriati nel giugno del 2008 dall'Egitto. È tornato a farsi sentire nel gennaio del 2009, sei mesi dopo. Aveva con sé il numero di cellulare di M., al Cairo, e l'ha contattato da Khartoum, in Sudan, dove adesso vive dopo essere evaso con altri tre prigionieri politici dal carcere di Weea, vicino Gelaelo. Il carcere di Weea ha una triste fame in Eritrea. Si trova in una depressione, una delle zone più calde del paese. Tra le varie torture, i prigionieri sono spesso esposti al sole durante le ore più calde del giorno, con temperature che raggiungono i 50 gradi centigradi. M. conosce bene il carcere di Weea. C'era anche lui tra le centinaia di studenti universitari arrestati nell'agosto del 2001 dopo le manifestazioni di protesta contro la svolta autoritaria del presidente Issaias, culminate con l'arresto di 11 delle 15 personalità principali del governo e dei partiti, nel settembre 2001, la cacciata dell'ambasciatore italiano e la messa al bando della stampa indipendente. Due degli studenti morirono sotto il sole. Non tutti i rimpatriati però sono stati portati a Weea. I disertori sono stati riportati nelle unità dell'esercito, e stanno probabilmente scontando una pena nelle carceri militari. Chi invece non ha mai iniziato il servizio di leva, è stato portato a Klima, vicino Aseb, in un campo di addestramento militare. Altri invece mancano all'appello, come decine di prigionieri politici scomparsi negli ultimi dieci anni in Eritrea.

di Gabriele Del Grande

Link: http://it.peacereporter.net/articolo/15544/La+traversata+del+deserto

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