martedì 12 maggio 2009

Pinelli, l'anarchico sul colle


L'anniversario dell'uccisione di Aldo Moro è diventata da qualche anno «Giorno della Memoria delle vittime del terrorismo e delle stragi», ma solo quest'anno, con l'impostazione che a essa ha voluto dare Giorgio Napolitano, è riuscita a divenire qualcosa di più che momento di retorica celebrativa, sia pure doverosa e sofferta.
La presenza contemporanea delle vedove di Calabresi e di Pinelli era di per sé gesto simbolico in direzione di un superamento di rancori e contrapposizioni, e in questo senso spingeva anche la lettera dei figli di Walter Tobagi. Ma è stata l'assunzione a pieno titolo della memoria di Pinelli tra le vittime del terrorismo che ha segnato una svolta, storica e storiografica, nell'interpretazione di quella fase drammatica della nostra storia. 
«Innocente che fu vittima due volte, prima di pesantissimi infondati sospetti e poi di un'improvvisa, assurda fine», Pinelli era sempre rimasto presente nella coscienza dell'Italia civile, ma era il silenzio istituzionale che colpiva e pesava di fronte alla sua vicenda. Quella ferita è stata rimarginata dal presidente della Repubblica, che nel suo discorso ha sottolineato, in tono commosso, la necessità di «ridare e riaffermare l'onore di Pinelli», e di «rompere il silenzio» sulla sua figura. «Qui non si riapre o si rimette in questione un processo, ma si compie un gesto politico e istituzionale. Si rompe il silenzio su una ferita non separabile da quella dei 17 che persero la vita a piazza Fontana».
Quel silenzio ha pesato, e ha impedito finora che Pinelli e Calabresi venissero ricordati come vittime entrambi di una scia di sangue innescata dall'attentato di Piazza Fontana, che inaugurò un decennio torbido e sanguinoso, su cui si attende invano chiarezza completa e piena comprensione storica. 
Il capo dello Stato ha sottolineato come «ricordare la strage di Piazza Fontana e con essa l'avvio di una oscura strategia della tensione significa ricordare una lunga e tormentatissima vicenda da cui non si è riusciti a far scaturire un'esauriente verità giudiziaria». «È parte dolorosa della storia italiana delle seconda metà del '900 - ha ricordato Napolitano - anche quanto è rimasto incompiuto nel cammino della verità e delle giustizia. Il nostro Stato democratico porta su di sé questo peso».
È un peso tuttora molto grave, sul piano giudiziario come su quello della memoria e della storia, e il piccolo ma importante gesto istituzionale di oggi può contribuire a riportare all'attenzione degli italiani la parte più oscura della loro storia recente, ancora avvolta dalla nebbia dell'oblio e non rischiarata da certezze tanto proclamate con clamore quanto inconsistenti sul piano dell'intelligenza degli avvenimenti.
di Gianpasquale Santomassimo

Mattatoio Sri Lanka


“Non accettiamo prediche da nessuno. Chi pretende di darci lezioni pensi piuttosto a cosa ha combinato in Afghanistan”. Questa era stata la risposta di Mahinda Rajapakse, il presidente dello Sri Lanka che ha ingaggiato una “battaglia finale” contro i ribelli indipendentisti dell'Ltte (Tigri per la liberazione del Tamil Eelam), ai ministri degli Esteri di Gran Bretagna e Francia, in visita nel paese una decina di giorni fa. David Miliband e Bernard Kouchner erano volati a Colombo per chiedere una tregua umanitaria nel nord dell'isola, dove decine di migliaia di civili tamil sono ancora intrappolati nella zona dei combattimenti. Nessuna pausa, si va avanti e l'offensiva contro le Tigri, ormai alle strette in una striscia di giungla, non si ferma. Oltre 430 morti, tra cui cento bambini, e almeno 1300 feriti è il bilancio del “bagno di sangue”, come l'ha definito ieri il portavoce dell'Onu a Colombo Gordon Weiss, dell'ultimo fine settimana. Cifre che secondo le stime riportate dal sito Tamilnet, vicino ai ribelli, sarebbero solo un terzo di quelle reali. Ma verificare è impossibile. L'Ltte ha fatto sapere che nei bombardamenti è rimasto gravemente ferito anche il loro portavoce militare, Ilanthirayan. Due giorni di bombardamenti e colpi di artiglieria che, secondo i medici che hanno denunciato l'ennesima strage, sono stati sparati dall'esterno della 'no fire zone', dunque dall'esercito. Accuse che Colombo respinge come “propaganda dell'Ltte”. Ma, nonostante nella zona dei combattimenti non ci siano giornalisti indipendenti, cacciati mesi fa dalle autorità di Colombo, i pochi operatori umanitari sul posto riescono a far circolare le immagini raccapriccianti di quello che, al di là dei comunicati ufficiali, sta davvero accadendo. Di fronte a una comunità internazionale distratta, che finora si è limitata a blandi appelli per una tregua, il governo nega l'evidenza e ripete che “sono affari nostri”. Non accetta interferenze, Rajapakse, e il commento di Weiss ha già suscitato una “protesta formale” di Colombo perché “ha messo in imbarazzo il governo che gli dà ospitalità”. Di aver “infangato l'immagine dell'esercito” sono stati accusati poi tre giornalisti britannici, arrestati sabato a Trincomalee per aver fatto un servizio su presunte violenze e abusi sessuali nei campi sfollati allestiti dai militari, dove si trovano adesso quasi 200mila tamil fuggiti dalla zona calda.“Luoghi infernali” secondo i testimoni, “simili a lager” secondo le fonti tamil vicine all’Ltte. Lì i civili sono rinchiusi in condizioni disumane senza potersi muovere né comunicare con l’esterno, assistiti dal personale sanitario locale e dai pochi operatori umanitari presenti. L’ennesimo bombardamento non lascia dubbi sulle intenzioni di Colombo e la crisi umanitaria nel nord del paese è sempre più grave. L'Ltte, ritenuto dalle organizzazioni umanitarie ugualmente colpevole di non lasciare andare i civili e di usarli come scudi umani, ha lanciato un appello al Consiglio di sicurezza dell'Onu perché “prenda i provvedimenti necessari per fermare il massacro”. Ieri, infatti, il Consiglio di sicurezza si è riunito per discutere della situazione: è la seconda volta, da gennaio, ma finora più in là di “consultazioni informali” non si è andati. Russia e Cina, che per motivi interni si guardano bene dal favorire in alcun modo un gruppo come l'Ltte che rivendica l'indipendenza, si oppongono alla richiesta del cessate il fuoco, e il Giappone, che dello Sri Lanka è il principale paese donatore, non si è finora pronunciato. Proprio al primo ministro Taro Aso, ieri Human Rights Watch, l' International Crisis Group, Amnesty International e il Global Centre for the Responsibility to Protect hanno rivolto un appello “ad assumere un ruolo più attivo” per un'azione formale urgente.

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