mercoledì 13 maggio 2009

Gli uomini e i palazzi


Gli edifici hanno una loro storia; seguono quella del quartiere di appartenenza, quella degli uomini. 
L'edificio è la vecchia Corte d'Appello della via di Socrate (Sokratous), nel cuore di Atene, un grande palazzo di 10mila metri quadri su otto piani. La Corte, in trasloco verso più ampi e moderni spazi, abbandona sede e quartiere nel 2000. 
Il proprietario del palazzo, il Fondo pensioni sussidiarie degli impiegati nel settore privato, non mostra alcun interesse per il proprio edificio, che rimane chiuso in stato di abbandono totale. Gli uomini sono i più di cinquecento irregolari africani che, dal 2007, fanno della vecchia Corte d'Appello il loro dormitorio. Vivere senza acqua ed elettricità porta pericolosamente vicini alla fine della dignità umana; tra la regnante sporcizia, sui pavimenti delle stanze una volta destinate ai giudici e ora ‘camere da letto' e ‘cucine', accanto alle stonate insegne di fotocopie e caffè, sotto agli oramai ironici divieti al fumo, affianco ai grandi mucchi di spazzatura, che ornano la cima di tutte le scale, Abdullah, algerino, mi fa vedere tutti gli otto piani, fino al terrazzo. L'Acropoli pare una presenza surreale, come non pensare a quell'edificio antico visto da questo? Abdullah aspetta una risposta.
All'alba del 27 aprile scorso gli abitanti della vecchia Corte d'Appello trovano, affisso all'ingresso centrale, l'avviso di sgombero dello stabile perché vi si dia avvio ad opere di manutenzione. L'avviso non è firmato e tanto meno timbrato dall'autorità giudiziaria. Allarmati, gli occupanti avvisano i responsabili della comunità marocchina, i quali, a loro volta, si rivolgono al Movimento Respingete il Razzismo, che rende pubblica la questione e offre quel minimo di sicurezza necessaria ai condomini, rispetto ad eventuali tentativi di evacuazione forzata. 

Nel frattempo il Movimento organizza un incontro tra il Fondo proprietario, il Comune e la Regione: alla richiesta di 80mila euro di affitto, questi ultimi negano ogni consenso a trasformare la vecchia Corte giudiziaria in un asilo per senza tetto greci e immigrati, vista l'esosità del Fondo, improvvisamente memore del valore dell'immobile di sua proprietà. L'8 maggio il Movimento invita i mezzi d'informazione per una conferenza stampa, tenuta nel cortile posteriore della vecchia Corte. Circondato dai balconi dei vicini, in un caso tanto ostili da gettare vetro ed acqua ghiacciata sugli astanti che, in evidente imbarazzo per la sporcizia imperante, ascoltano le testimonianze degli occupanti e dell'ong Medici del Mondo; si invitano i Ministeri degli Interni e della Salute, la Regione ed il Comune a trovare i fondi, affittare lo stabile e trasformarlo in un centro per senza tetto. Si offre la manodopera gratuita di molti degli occupanti, elettricisti ed idraulici di professione, per procedere alla manutenzione dello stabile. Si chiede la regolarizzazione degli immigrati. Si chiede di vietare la dimostrazione fascista prevista per il giorno dopo. Si organizza una presenza volontaria a protezione contro eventuali assalti razzisti allo stabile (come regolarmente accadrà l'indomani, con la connivenza della polizia, passiva testimone oculare della tentata irruzione e del tumulto seguito). Si invita ad essere umani.
Eppure, per essere umani, bisogna essere educati da esempi validi. La violenza razzista (certo non solo quella fisica) delle forze dell'ordine e della burocrazia è all'ordine del giorno e non solo nel centro della capitale ellenica ma in tutta la Grecia. Gli edifici hanno una loro storia; seguono quella del quartiere di appartenenza, quella degli uomini. Il quartiere è il centro storico di Atene, cuore dell'attività commerciale della città per molti lustri ma che, da più di un decennio, si vede abbandonato dalla maggior parte dei vecchi abitanti, in fuga verso le zone residenziali che il benessere degli anni '90 ha moltiplicato a velocità vertiginosa. Il commercio pure si è trasferito in altre parti del centro e delle periferie; in quel ritaglio urbanistico subito attiguo alla centralissima piazza Omonia (la piazza principale della capitale ellenica), si trovano, oramai, solo i mercati comunali e piccoli negozi artigianali, alla faccia, pietrificante, delle grandi catene e marche di cui, in questa parte di città, non si trova nemmeno l'ombra.

Forse qualche turista rimane confuso dall'improvvisa immersione in un mondo altro, dall'Europa di pochi metri prima a una città scardinata, ove il vuoto lasciato dagli abitanti tradizionali si colma, in parte, dagli immigrati della prima onda: gli affitti rimangono accessibili a chi forse uno stipendio fisso non lo ha ma in qualche modo conosce la stabilità professionale (crisi economica attuale permettendo).
Il degrado del quartiere, pertanto, inizia col suo calo demografico ed economico, poco prima dell'arrivo della prima onda migratoria; impegnata a dimostrare la propria europeità, la Grecia nasconde alcune vistose disgrazie sotto il tappeto di piazza Omonia, la quale presto torna ad essere un centro commerciale ma i beni offerti, ora, sono stupefacenti, armi e sesso a buon mercato. Nella disgregazione del tessuto sociale ed urbanistico, nell'assenza di una qual che sia politica volta al confronto e alla valorizzazione delle specificità di Omonia, il centro storico di Atene non è più definibile in termini europei. Una passeggiata per le vie dedicate ad Atena (Athinas), a Sofocle (Sofokleous) e per molte altre, altrettanto impegnate dall'antica onomastica, è sufficiente per annusare l'aria di abbandono totale da parte del Comune (il cui Municipio si trova in zona, per altro), della Regione e, in fin dei conti, dello Stato centrale di cui Atene è la capitale (si ricorda che per un totale di undici milioni di greci, la metà vivono ad Atene e comuni limitrofi).
La presenza dello Stato è celebrata solo attraverso l'attivissimo e famigerato Commissariato di Omonia, nonché attraverso la Polizia Municipale, nota picchiatrice priva di altre vere competenze. Alcune notti all'anno sono dedicate alle ‘pulizie', in operazioni volte a porre un gran numero di persone in stato di fermo, almeno, tanto per ricordare che questo è un paese dove le leggi vigono, ben applicate, in amorevole custodia del quieto vivere (nell'ultima settimana, la polizia ha proceduto a millecinquecento arresti nel solo centro di Atene). Tuttavia si vede bene, non è l'assillante presenza delle forze dell'ordine a tener lontane, da piazza Omonia e dalle vie attigue, donne costrette alla prostituzione, trafficanti di ogni male, poveri e poverissimi, malati di droga e immigrati irregolari, quelli delle ondate successive alla prima. Quelli che non hanno potuto e non potranno trovare un impiego che permetta loro di ottenere il permesso di soggiorno. Quelli che non hanno potuto e non potranno trovare una casa che li accolga. L'elemento fortemente xenofobo si insedia, pertanto, sul multietnico centro storico. L'abbandono a tanto porta e la sporcizia è finalmente libera di trionfare per le strade, una volta profumate di spezie, della via Athinas, Sofokleous e Sokratous.
di Margherita Dean

Escalation somala


Almeno 113 morti e centinaia di civili in fuga. E' questo il bilancio degli scontri che hanno insanguinato la capitale somala Mogadiscio negli ultimi giorni, e che hanno dato un'altra spallata al già fragile processo di pace. L'esercito somalo e i miliziani dello Shabaab si sono affrontati a colpi di mortaio nella zona meridionale della città. Secondo fonti locali, le milizie islamiche starebbero ammassando truppe ai confini del centro abitato.

Secondo la locale Elman Human Rights Organization, più di 17.000 persone avrebbero lasciato la capitale da sabato scorso ad oggi. Cosa ancora più grave, buona parte dei civili in fuga sarebbero scappati da Mogadiscio senza una meta precisa e senza la garanzia di un'assistenza umanitaria che, nel Paese, si sta facendo sempre più difficile. Dal 1991 priva di un governo che riesca a controllare il territorio, la Somalia è attualmente spaccata tra la zona meridionale, in mano alle milizie islamiche, e i dintorni di Mogadiscio, parzialmente in mano del governo di transizione guidato dal presidente Sheikh Sharif Ahmed. Ex leader delle Corti islamiche, il nuovo capo di stato, eletto lo scorso gennaio, era stato presentato come l'unica personalità in grado di riportare gli estremisti islamici al tavolo delle trattative.

Finora, però, gli eventi hanno raccontato una storia diversa. In lotta ormai da tre anni contro il governo di transizione, i miliziani dello Shabaab non hanno mai riconosciuto l'autorità della presidenza Sharif, ribadendo più volte di non essere interessati a intavolare trattative con le autorità somale. Questo nonostante la partenza delle truppe etiopi che, fino alla fine dell'anno scorso, sostenevano il governo, e il cui ritiro dalla Somalia era stato indicato dallo Shabaab come una precondizione per avviare un dialogo.

A séguito degli scontri, il presidente ha rinnovato la sua fiducia nei confronti del governo, accusando le milizie islamiche di essere al soldo di destabilizzatori esterni. Gli insorti, che nei mesi scorsi hanno scavato la terra sotto ai piedi delle autorità somale, prendendo il controllo di buona parte del sud del Paese e di alcuni quartieri della capitale, non sono mai riusciti a scagliare un attacco decisivo contro la città. A difendere Mogadiscio, oltre alle truppe somale, ci sono solo alcune migliaia di berretti verdi dell'Unione Africana, impegnati in una missione di pace resa estremamente difficile dai continui combattimenti e dall'esiguità delle forze in dotazione. Almeno per il momento, le Nazioni Unite non hanno infatti intenzione di inviare propri contingenti in un Paese così instabile.

di Matteo Fagotto

Link: http://it.peacereporter.net/articolo/15671/Somalia,+civili+in+fuga

Yemen, i mali cronici di un Paese a pezzi


Non bastavano il conflitto con gli zaidi del nord, la minaccia di al Qaeda, i rapimenti e le intemperanze delle tribù che controllano diverse province. Da una decina di giorni lo Yemen, inteso come lo stato unitario guidato dal presidente Saleh, si trova ad affrontare un nuovo nemico: i secessionisti. Forse, però, la nuova minaccia non è altro che la somma delle precedenti, e la conseguenza dei mali cronici di un paese la cui unità è tornata a essere in bilico.

I secessionisti. Sono bastati dieci giorni per determinare lo stato di crisi, in particolare nelle province meridionali di Abyan, Lahji e al Dali. Lo scorso 27 aprile nella città di Mukalla, nella provincia centrale di Hadramouth, centinaia di persone celebravano l'anniversario dell'inizio della guerra tra il nord e sud secessionista (avvenuta nel 1994) quando per le strade hanno iniziato ad apparire le bandiere del Pdry (il governo socialista del sud che dichiarò la secesssione). Ad animare la protesta c'erano molti ex ufficiali e militari che combatterono in quei due mesi di guerra civile, che si concluse con la riunificazione del paese sotto la presidenza di Abdullah Saleh e con l'esilio dei leader sudisti. Si lamentavano di avere perso il posto nel '94 e, da allora, di avere sempre vissuto come cittadini di serie B, dimenticati dal governo centrale che, per mantenere i fragilissimi equilibri del potere, non è stato in grado di intraprendere un piano di riforme che portasse a uno sviluppo anche nel sud. "Attivisti secessionisti - scrisse l'agenzia yemenita Mareb Press - hanno dato alle fiamme diversi negozi appartenenti a persone provenienti dal nord". Le forze di sicurezza proclamarono subito lo stato di allerta, anche per rassicurare gli immigrati del nord che nel frattempo si erano barricati in casa per timore di essere assaliti, ma ormai la miccia era stata accesa. Nei disordini di quel giorno furono arrestate 25 persone, ma non ci furono vittime. L'indomani, un gruppo di miliziani assaltava un posto di blocco della polizia nazionale nella città di Habil Rida, tra le province di Lahji e Dali: nello scontro perdeva la vita un agente e quattordici persone rimanevano ferite. Nei giorni successivi scoppiavano altri disordini nella provincia di Abyan, a est di Aden, e nella città di Radfan, nel distretto di Lahji. E simili episodi sono continuati fino a ieri, 11 maggio, quando la protesta ha preso di mira un posto militare, dove ha perso la vita un soldato.

Attacco ai media. Il governo di Sa'ana non è rimasto a guardare. Dopo i primi scontri il presidente Saleh ha nominato un Comitato, con il compito di riportare la calma dialogando con i leader dei secessionisti. Dopo un solo incontro della provincia di Lahji, il Comitato annunciava di aver trovato un accordo con i dissidenti, promettendo attenzione per i loro problemi in cambio della smobilitazione delle proteste. Il giorno successivo, però, la situazione precipitava di nuovo, con cinque soldati feriti in uno scontro a fuoco con i secessionisti, nuove manifestazioni nuovamente represse e decine di persone arrestate. A quel punto, per non perdere del tutto il controllo della situazione, il governo di Sana'a ha ordinato la chiusura del principale quotidiano edito nel sud, al Ayyam, accusato di incitare al separatismo. Stessa fine hanno fatto, il giorno successivo, altri sette quotidiani che, secondo il governo, "incitavano a violare le leggi instillando odio tra la popolazione dello Yemen unito e invitando alla divisione del paese". Le proteste dei giornalisti sono state immediate, ma la risposta è stata, ancora una volta, autoritaria: l'istituzione di un tribunale per giudicare i contenuti della stampa, che il sindacato dei giornalisti definisce "una flagrante violazione della Costituzione".

La questione meridionale. Lo scontento della popolazione del sud dello Yemen è un sentimento covato da almeno tre anni, quando ci furono le prime proteste per le pensioni dei veterani che combatterono nella guerra civile del 1994. Le loro istanze sono rimaste inascoltate dal governo, e oggi, quelle stesse persone sostengono di non credere più nei mezzi pacifici. "La causa meridionale", sostengono, ora può essere risolta solo con la scissione del sud. "Il governo si dice preoccupato per la cultura dell'odio tra i giovani del sud - ha scritto il giornalista Mohammed Al Qadhi, in un editoriale su Yemen Times - ma questi giovani, essendo nati dopo il 1990, dovrebbero essere favorevoli all'unità. Purtroppo, invece, la frustrazione provocata della povertà e dalla corruzione li hanno spinti per le strade a urlare contro il governo". L'unità del paese, insomma, in questo periodo sembra essere seriamente a rischio, e il fatto che governo e opposizione abbiano concordato di rimandare le elezioni (che avrebbero dovuto tenersi lo scorso 27 aprile) è probabilmente un segnale di debolezza di fronte alle diverse spinte centrifughe. Stati Uniti e Unione Europea non hanno gradito, sospettando che il governo di Saleh punti a rimandare le elezioni per evitare le riforme a cui sono vincolati finanziamenti e aiuti milionari, i soli che potrebbero impedire il tracollo finanziario del paese. Dei cinque milioni di dollari promessi allo Yemen dalla conferenza dei donatori di Londra, nel 2006, finora ne è stato ricevuto solo il 5 percento. E per l'anno in corso, il governo ha deciso di tagliare le spese pubbliche del 50 percento.

Piani stranieri? Intorno alla metà di aprile, un ex alleato del presidente Saleh annunciava la sua adesione al cosiddetto Movimento Meridionale. Si tratta dello Sheikh Tariq al Fadhli, un capo tribale che nel '94 si schierò dalla parte del nord contro i socialisti del sud. Al Fadhli, ex combattente in Afghanistan contro i Russi e al fianco di Bin Laden, ha ammesso di aver sostenuto il nord nella guerra civile solo per interessi personali, e ha promesso di usare tutto il suo potere tribale ed economico per sostenere la "pacifica battaglia della popolazione del sud". "All'inizio chiedevano solo il riconoscimento dei loro diritti umani, ma ora la protesta è diventata politica" ha spiegato lo stesso Al Fadhli, che non fa mistero di essere molto vicino all'ex presidente dell'ex repubblica del sud Ali Salem al Baidh, oggi in esilio in Oman. "L'unità dello Yemen - ha sentenziato - è nata deforme, è cresciuta menomata e ora, è defunta senza rimpianti". Un'altro esiliato molto influente, l'ex primo ministro della repubblica del sud, Haider Abu Bakr al Attas, ad aprile aveva gettato benzina sul fuoco dichiarando che il dialogo era fallito e aveva avvertito: "la secessione è imminente sotto questo regime". La risposta di Sana'a è stata quella di chiedere ai governi di Arabia Saudita e Oman l'estradizione di Al Attas e di Al Baidh. Anche sul fronte interno, però, sembra che le forze leali al presidente si stiano muovendo: sabato 9 maggio, 500 tra religiosi e capi tribali si sono riuniti a Sana'a per discutere della crisi. Alla conferenza stampa conclusiva il capo tribale Abdul Majeed al Zendani (che risulta sulla lista nera degli Usa come sospetto finanziatore del terrorismo) ha invitato le parti al dialogo e ha accusato: "ci sono piani stranieri per dividere lo Yemen in quattro staterelli sfruttando il caos". Mentre un altro sheikh, Sadeq Abdullah al Ahmar, della importante tribù degli Hashid, ha ricordato che "l'unità del paese è una linea rossa che non appartiene ad alcun partito, ma a tutti gli yemeniti".
di Naoki Tomasini

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