lunedì 18 maggio 2009

Lubiana, una strada al Maresciallo



Lubiana presto potrebbe tornare ad avere una via intitolata al maresciallo Josip Broz - Tito. Sino al 1991 al presidente della federazione jugoslava era stata destinata una delle principali strade della capitale slovena, ma nell’ottobre di quell’anno il consiglio comunale decise di rinominare quell’arteria con ben due nomi diversi: strada di Vienna e strada slovena. La scelta pareva più in linea con quello che doveva essere il nuovo corso della politica nazionale. 

Era quello il periodo in cui si procedeva a rapidi passi verso il riconoscimento internazionale della Slovenia. In tutto il paese si stavano cambiando i nomi di vie e piazze. Dalle città sparirono quelle intitolate all’Armata popolare jugoslava ed in alcuni casi anche i nomi legati al passato regime ed in genere alla Jugoslavia. In ogni modo non furono molte le località che cancellarono Tito dal loro stradario. I cittadini erano stati a lungo educati al culto del maresciallo ed il suo carisma aleggiava ancora in tutta la federazione jugoslava che si andava sfaldando. 

Per Tito, oggi, non si prospetta una via del centro di Lubiana, ma una semplice bretella - che deve ancora essere costruita - nella zona nord della capitale. Per ora la nuova strada avrebbe un solo numero civico. La proposta, che ha incassato luce verde in consiglio comunale, ha suscitato da una parte soddisfazione e dall’altra accese proteste. 

Da mesi in Slovenia, infatti, si è ripresa la polemica intorno a vicende legate alla Seconda guerra mondiale. Ad accendere la miccia è stato il ritrovamento di centinaia di cadaveri in una miniera nei pressi di Laško. Si trattava di soldati - inquadrati nelle formazioni collaborazioniste slovene o croate - liquidati senza troppi complimenti alla fine del conflitto. Le immagini di quelle cataste di salme avevano sconvolto il paese. 

Subito sono stati messi sotto accusa i comunisti che nell’immediato dopoguerra, con la loro polizia politica, esercitarono un controllo assoluto ed un potere arbitrario. Il presidente dell’organizzazione dei reduci partigiani, Janez Stanovnik, ha maldestramente cercato scaricare le responsabilità su Belgrado precisando che quegli eccidi erano stati perpetrati “sotto il comando di Tito”. A quel punto il partito democratico, dell’ex premier Janša, cogliendo la palla al balzo ha subito proposto di cancellare il nome di Tito dalle piazze e dalle vie slovene e di spostare nei musei i monumenti che gli sono dedicati. Del resto, nel 2007, un ministro del suo governo si era persino preso la briga di criticare i giovani che portavano magliette con l’effigie di Tito e con quella di “Che” Guevara. 

La risposta più significativa gli è arrivata proprio dalla capitale slovena con la decisione di intitolare una via a Tito. Il sindaco Zoran Janković non ha rischiato molto visto che un sondaggio, fatto alla fine di marzo, rivelava che al 59% degli interpellati piaceva l’idea di ridare il nome del maresciallo ad una strada della città. Le petizioni organizzate dall’opposizione di centrodestra e le minacce di internazionalizzare la questione non hanno fatto desistere l’amministrazione comunale dai suoi propositi. 

Nella società, del resto, il giudizio su Tito è ancora prevalentemente positivo. Tra i suoi meriti si annovera quello di aver organizzato una delle più efficaci resistenze in Europa. Dal punto di vista sloveno, però, quello che più conta è di aver consentito il cosiddetto “ricongiungimento del Litorale alla madrepatria”. I detrattori del maresciallo cercano di spiegare all’opinione pubblica che senza il comunismo si sarebbe potuto anche ottenere di più, ma d’altra parte si ribatte che senza la resistenza non si sarebbe ottenuto nulla. 

Per alcuni Tito non fu altro che un sanguinario dittatore che fece i conti prima con chi si oppose alla rivoluzione ed all’instaurazione del potere popolare e poi con i propri “compagni di strada”. Per altri invece seppe dire no a Stalin e divincolarsi dal soffocante abbraccio offerto dal blocco sovietico. Il suo merito sarebbe stato quello di mantenere il paese in bilico tra occidente ed oriente e di aver dato – con il Movimento dei non allineati- ai Balcani un ruolo internazionale ed un prestigio che mai prima e mai dopo avrebbero avuto. Per gli sloveni, comunque, ancor più fondamentale sarebbe stato il suo consenso alla Costituzione del 1974 su cui vennero poste le basi giuridiche della proclamazione dell’indipendenza della repubblica nel 1991. 

In ogni modo in Slovenia il contrasto sulla figura di Tito da tempo non coinvolge solo i politici, ma vede roventi dispute tra storici di diverso orientamento. Lo scambio di reciproche accuse, a volte, assume toni durissimi. La polemica, però, ha oramai coinvolto anche l’opinione pubblica. Pochi giorni fa due gruppi hanno persino rischiato di venire alle mani. Sul monte Sabotino a ridosso del confine italiano era stata organizzata una fiaccolata con l’intento di far rivivere la scritta inneggiante a Tito. Subito è stata preparata una contromanifestazione e pare sia volata persino qualche pietra. 
La scritta sul monte Sabotino - oggi coperta dalla vegetazione – anni fa era stata disfatta e poi rifatta, in varie occasioni ed era stata motivo di accese polemiche. 

In ogni modo se da una parte quindi si cerca di presentare Tito come una figura controversa dai molti lati oscuri dall’altra si sta nuovamente sviluppando il culto della sua figura, anzi pare proprio che più feroci siano le critiche e più si vada a potenziare il suo mito.

Distruggere e ricostruire colonizzando Gerusalemme Est


Colonizzazione. Distruzione di case, nuovi assedi……Si restringe il recinto nell’est della città, abitato da palestinesi.
Grandi pezzi della struttura metallica pendono sulle loro teste. I resti delle tegole distrutti minacciano di cadere in qualsiasi momento. Ai loro piedi, i mattoni della facciata delle case.
Questo scheletro di casa, raggomitolato in un buco sulle colline del Monte degli Ulivi, a Gerusalemme, appartiene alla famiglia palestinese Al Sayad. Allo stesso modo di altre 87 abitazioni del quartiere di Selwan, questa casa ha ricevuto un ordine di demolizione nel 2005. Per giustificare queste operazioni, la Giunta Municipale si basa sul progetto di uno spazio verde che si aggiungerà al parco archeologico. Tremila anni fa, questo luogo era la città di David, il re che avrebbe fondato una dinastia reale in Israele e che avrebbe trasformato Gerusalemme nella sua capitale. Adesso, tutti i diritti su questa terra sono stati congelati. Così, se la famiglia aumenta, non è possibile pianificare un’ampliamento. Per quanto riguarda gli edifici, sono limitati a due altezze. E nuove strade circondano i quartieri palestinesi con la finalità di impedirne l’espansione.
Le bandiere israeliane, piantate in maniera dispersa, marcano dappertutto lo stabilirsi in modo progressivo dei coloni israeliani a Gerusalemme dell’Est. I residenti palestinesi, che combattono una battaglia quotidiana contro lo sfratto, accusano la Giunta della volontà di invertire il bilancio demografico. “Ovviamente esiste una strategia diretta a svuotare l’est della città dai palestinesi e di occupare progressivamente tutta la terra. Ma le leggi internazionali stabiliscono che non si possono modificare gli statuti della città. Se le nostre costruzioni sono illegali, come afferma Israele, lo sono anche quelle dei coloni”, dice Adnan Husseini, Governatore palestinese di Gerusalemme, prima di affermare : “Resteremo qui qualunque siano i sacrifici”. 
Oltre alle 88 case di Selwan, 300 abitazioni sono minacciate in una zona di 9 km quadri che racchiude 5 quartieri. Per Abel Shaluodi, che dirige un comitato degli abitanti di Selwan, è chiaro che questi interventi non sono un “semplice piano urbanistico, ma una operazione di pulizia etnica”, e domanda, “Come potrò crescere i miei figli in questo ambiente?”.
Salima Hannoun ha mandato via suo figlio da questo ambiente pieno di continuo timore. La casa dove vivono, nel quale era nato nel 1954, è anch’essa minacciata. Elettricista nel Consolato francese va avanti a processi da 30 anni e spende enormi somme di danaro per difendesi, per poter conservare casa sua. “Questi soldi potevano servire per costruire un’altra casa. Ma qui abbiamo costruito tutta la nostra vita e non l’abbandoneremo”; respira prima di continuare: “ Non posso mostrare il rogito che mi richiedono gli israeliani. Dal Mandato Britannico siamo qui e la proprietà di fatto è nostra.” Da alcuni mesi, osservatori internazionali fanno dei turni durante la notte per proteggere più che possono le loro case.
Dopo la distruzione di ogni casa, gli abitanti cercano di ricostruirla velocemente per continuare ad occupare il terreno. “E’ una forma di lotta; combattiamo per ogni metro quadrato”, spiega Abel Shaloudi. A Selwan, un abitante non ha potuto ricostruire casa sua immediatamente dopo la demolizione. “Quindi ha sostituito la casa con un camper e gli israeliani hanno inviato una notifica dove gli si indicava che avrebbero demolito anche il camper”. Betselem, il centro israeliano d’informazione sui diritti umani nei Territori Occupati, stima che dal 2004 più di 3.400 case sono state ridotte in macerie.
Hind Khoury, delegata della Palestina in Francia, ricorda le conseguenze umane delle diverse ristrettezze che colpiscono i palestinesi a Gerusalemme. “Questa città è cambiata. Esiste una disintegrazione nei rapporti ed è diventato molto difficile vivere qui. Allo stesso tempo, i valori che uniscono le persone si rompono per i divieti di circolazione. Gli abitanti di Betlemme non possono riunirsi con le loro famiglie a Gerusalemme. Attualmente tutti vivono isolati: qualcosa di totalmente estraneo per la società palestinese”.
Nel 2004, la Giunta ha approvato un nuovo piano regolatore che sostituisce quello del 1959. Incaricato di stabilire le proiezioni demografiche, sociali e economiche, questo documento è il riflesso urbano di una volontà politica. Prende la funzione di consolidare la sovranità di Israele sulla Città Santa. A questo riguardo, l’introduzione non è altro che un’illustrazione, dato che stabilisce Gerusalemme come capitale di Israele. Per riaffermare questo ruolo, i politici della città devono, quindi, compiere meticolosamente la distribuzione etnica della popolazione e soprattutto i desideri del governo: 70% israeliani, 30% palestinesi. Nel 1967, la città contava un 74% di abitanti israeliani contro un 26% di palestinesi. Nel 2002, il bilancio è oscillato a favore della crescita naturale dei palestinesi, con un 67% di israeliani e il 33% di palestinesi. Israele lavora con la prospettiva di un saldo migratorio positivo di residenti ebrei verso Gerusalemme. Nonostante questo, la città soffre della mancanza di attrazione a causa della situazione sulla sicurezza,della ortodossia in auge e di un debole mercato lavorativo. Non si può fare affidamento sui laici per popolare la città, anche se la Giunta può ricorrere alle famiglie ebraiche nazionaliste, a favore della colonizzazione, sostenute dall’estrema destra. A questi progetti bisognerebbe aggiungere quello della costruzione di un tram nell’est della città da parte del consorzio francese City Pass, che raggruppa le società Alstom e Connex. Questo tram metterà in comunicazione le colonie di Pisgat Ze’ev, Maale Adumim con l’ovest di Gerusalemme. Cioè, un annessione di fatto dalla parte dell’est di Israele e, conseguentemente, più terre confiscate.
“ Le demolizioni di case e il tram sono un modo, dopo il 1948 e il 1967, di continuare, ancora una volta, a cancellare dalla mappa i palestinesi.” Spiega Fadwa Khader, membro della direzione del Partito del Popolo Palestinese. “A Gaza esiste una guerra dichiarata, ma quella che si porta avanti a Gerusalemme dell’Est è anche un nuovo tipo di guerra”. Più silenziosa che quella fatta con le bombe e quindi più insidiosa. Dalla conservazione dello statuto della città e dell’est della stessa come la capitale di un futuro Stato palestinese dipende, quindi un'altra battaglia: quella per salvaguardare l’identità palestinese. Hind Khouri analizza: “Gerusalemme è un microcosmo. Quello che succede in tutti i territori è condensato qui. La questione palestinese è la storia di una espulsione, ma questa capacità di ribellione e di resistenza ci dà, a tutti noi, la dimensione umana”. Da parte sua, Daniel Seidemann, direttore della Ong Ir Amim, lo scorso aprile avvertiva che: “ Se continua la colonizzazione presto sarà troppo tardi per una soluzione del conflitto basata su due Stati. Sarà l’ostacolo definitivo”. Attualmente, 190.000 israeliani vivono in circa 12 quartieri a Gerusalemme Est, contro 270.000 palestinesi.
di LINA SANKARI
Titolo originale: "À Jérusalem-Est, la silencieuse guerre des gravats"
Fonte: http://www.humanite.fr
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Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di VANESA

Europa-Maroni, "agenzia per il razzismo e l'ipocrisia"


È successo il mese scorso. Un ventinovenne iracheno si imbarca a Patrasso nell’Olympic Champion, uno dei copiosi traghetti turistici della Anek Lines. Lo fa clandestinamente, e non potrebbe essere altrimenti, infilandosi in un tir bulgaro. Sbarcato al porto di Ancona, si aggancia nella parte bassa del camion, sull’albero di trasmissione. Non ce la fa, non è chiaro se perché schiacciato su un dosso o semplicemente perché crollato sotto le ruote. Ma non è solo l’autopsia a mancare. Di lui non si sa nulla, nemmeno il nome.
Le agenzie (una o due, in realtà) battono il titolo, “clandestino muore ad Ancona”, e poco altro. La massa di immigrati che cercano l’approdo in Italia lungo sulle coste del nord-est o attraverso i Balcani non fanno notizia quanto gli sbarchi collettivi sulle coste siciliane su natanti di fortuna, con le relative tragedie. Eppure, sono la maggioranza. Si muovono in solitudine, e spesso muoiono, da soli. L’unico dettaglio raccontato sull’ultima vittima della tratta Grecia-Italia è che “aveva in tasca la fotocopia di una richiesta di asilo presentata al governo greco”. Non senza la precisazione: “La polizia di frontiera sta cercando di ricostruire l’autenticità del documento”.
Precisazione inutile, oltre che drammaticamente irriverente trattandosi della morte di un essere umano, con una dignità che precede l’eventuale titolarità di diritti politici. Quel foglio, anche se valido, non gli sarebbe servito a nulla. Se il giovane iracheno fosse sopravvissuto ai gironi infernali del suo ennesimo passaggio di frontiera e avesse esibito il documento per legittimare la propria presenza sul territorio europeo, la risposta delle autorità italiane sarebbe stata l’immediato rimpatrio in Grecia.
L’espulsione sarebbe stata infatti giuridicamente inappellabile. Le norme dell’Unione Europea pongono ancora seri ostacoli alla libera circolazione delle persone, (a differenza dei capitali), inclusi i propri cittadini, ma garantiscono, anzi impongono, il trasferimento da un paese all’altro se si tratta di clandestini che hanno richiesto lo status di profughi. A norma della Convenzione di Dublino varata nel 1990, le domande di asilo si possono presentare solo a un paese, e da quel paese non ci si può schiodare né si può delegare la pratica.
E qui sta la beffa, nonché l’offesa alle convenzioni internazionali sui rifugiati da parte dell’intera Europa. Attraverso la Grecia approda inevitabilmente l’intero universo migratorio di provenienza eurasiatica. In Grecia arriva quindi il grosso delle richieste di asilo, dato anche il contesto persecutorio e, soprattutto, di guerra, che è all’origine della fuga di molti. Ma la risposta del governo greco è di manifesta illegalità e inciviltà. Laddove non è possibile l’allontanamento immediato alla frontiera, scarica i richiedenti asilo a trascorrere estenuanti mesi in indecenti centri di permanenza “temporanea”, per poi sistematicamente rigettare la pratica. Il tasso di accettazione delle domande dei rifugiati, su oltre cinquemila domande presentate nel solo 2007, è dello 0,3 per cento. Lo stato “di guerra” in paesi come Iraq, Afganistan e in altre regioni frontaliere viene riconosciuto se si tratta di spendere fantasiliardi e mandare eserciti. Ma se si tratta di riconoscere il dolore delle persone che scappano, e impiegare qualche centesimo per assicurare loro un briciolo di dignità, o quantomeno il diritto a esistere, quelle guerre scompaiono.
Per conoscere la storia di quel giovane iracheno morto nella clandestinità degli scarichi di un tir, un modo tuttavia c’è. Lo ha sperimentato tra gli altri la rete di associazioni veneziane “Tuttiidirittiumanipertutti”, sulla scia di una morte analoga, tre mesi fa a Mestre. Basta andare a Patrasso. Non è facile vincere le resistenze delle guardie. Chi ci riesce può scoprire la geografia dei percorsi dei richiedenti asilo dall’Asia attraverso le ferite sui loro corpi. Ferite di guerra in qualche caso, talora incidenti nella fuga tra una frontiera e l’altra, spesso le torture subite dalle bande di trafficanti di esseri umani. Sempre, raccontano, le botte dei poliziotti greci. Qualche volta anche da quelli italiani, nell’atto del rimpatrio coatto in Grecia.
di Alessandro Cisilin – Megachip  acisilin@yahoo.it

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