sabato 23 maggio 2009

BILDERBERG, cronaca di un reportage mancato


Non si riesce proprio a riconoscere la faccia del delegato del Bilderberg sugli sci d’acqua, ma sono sicuro dalla sua forma fisica che non si tratta certo di Ken Clarke. Sarà il vice segretario di stato USA James Steinberg? No, Steinberg preferisce una corda più corta. “L’anno prossimo mi porto un obiettivo più grande”, dice Paul Dordeanu, il giovane rumeno cacciatore del Bilderberg che ha scattato la foto.

Me ne fa vedere un’altra: un’istantanea a lungo raggio di due felici globalisti in un salvagente gonfiabile e Speedos, che scivolano dietro un motoscafo. Se l’immagine fosse stata appena un po’ più a fuoco avremmo potuto vedere Peter Mandelson farsi una chiacchierata con Jean-Claude Trichet, presidente della Banca Centrale Europea. “Allora come vendiamo … splash! …. oooh!... l’abolizione della sterlina agli … splash! … elettori? Ancora! Ancora! Un altro giro intorno alla baia!”

I nomi dei delegati di quest’anno incominciano a “gocciolare”: il primo ministro greco Kostas Karamanlis è un dato di fatto. Jim Tucker mi dice che l’ex primo ministro svedese nonché puttana del gruppo di esperti Carl Bildt, ha fatto un discorso importante. “Ha parlato della necessità di un ministero del tesoro mondiale, e di un ministero della sanità mondiale, introdotta come risultato del crollo economico e del riscaldamento globale. L’influenza suina sarebbe stata il primo trucco che hanno provato…” 

Chiedo a Jim come ha fatto a saperlo. “Ho le mie fonti informative”, ridacchia, mentre la cenere della sua sigaretta tremola inverosimilmente. “Non mi hanno mai deluso neanche una volta”. Gente dall’interno. Magari c’è stato del tenero tra Jim e la regina Beatrice dei Paesi Bassi negli anni ’60.

Chiunque sia dell’opinione che i Bilderberg “debbano incontrarsi giustamente in privato” dovrebbe perlomeno considerare strano che noi non sappiamo propriamente chi “essi” siano. Conosciamo alcuni di loro, grazie non per ultime alle fonti di Tucker, ma dovrebbero forse dei funzionari pubblicamente eletti riunirsi nella loro privacy armata per discutere la politica globale con degli ignoti individui privati? Che ne pensa l’onorevole George Osborne (membro del parlamento inglese per la circoscrizione del Tatton) – direbbe che è “giusto”?

Una delle più antipatiche ironie del Bilderberg è che mentre viene adoperato ogni mezzo per garantire l’anonimità dei delegati, se ti presenti per fare reportage sulla conferenza passi le tue giornate a tirar fuori la patente, a farti chiedere la tua data di nascita, il nome di battesimo di tuo padre, e se soggiorni lì da solo. In quale hotel? Perché è venuto qui? 

Non sono io il solo ad essere stato trascinato sotto custodia della polizia per aver osato essere a circa mezzo miglio dal cancello dell’hotel. I pochi giornalisti che si sono recati a Vouliagmeni quest’anno sono stati intimiditi e molestati e si sono sentiti puntati contro la parte a punta di un walkie-talkie greco. Sono in molti ad essere stati arrestati. Bernie, dell’American Free Press, e Gerhard il documentarista (sembra il nome di un personaggio di Dungeons and Dragons) ha noleggiato un’imbarcazione da un porto vicino per cercare di scattare foto dal mare. Sono stati fermati a tre miglia di distanza dal resort. Dalla marina militare greca. 

Questo collima con quanto è stato detto da un ufficiale di polizia alla Associated Press (a condizione di rimanere anonimo): “il resort è stato protetto da centinaia di poliziotti, dai commando della marina militare, dai motoscafi della guardia costiera e da due aerei da combattimento F-16”. Esattamente. Da due aerei da combattimento F-16. 

Adesso se vi domandate perché questo evento non riceve la giusta copertura mediatica da parte dei media di tutto il mondo mentre la marina militare greca stanzia navi a tre miglia da questo paradiso dello sci d’acqua circondato da un F-16, continuate a domandarvelo. Se arrotate i denti di fronte alla scarsità di informazioni sul Bilderberg, arrotateli più forte. Arrotateli più rumorosamente. Andate su internet. Guardate quello che ha visto Paul Dorneanu. Leggete l’American Free Press. Sbirciate tra le sbarre di Prison Planet.

Per quanto mi riguarda, non c’è molto di più che posso dirvi. Vi posso dire che (secondo un poliziotto) molti dei delegati se la sono svignata su per la collina tra le 2am e le 4am di giovedì per non dare nell’occhio. (tutto questo non sta in piedi, non vi pare?) Il Barone Mandelson, principe delle tenebre era forse uno di loro? Perché non ci dice dove è stato questo fine settimana. E se è andato due volte sul salvagente. E se sì, sarà passato avanti a Eric Schmidt nella fila? 

Vi posso dire che ogni tanto dei pullman con i finestrini oscurati salgono e scendono dalla collina. Cambi di staff? Nuove prostitute? Posso dirvi che una notte mi sono imbattuto in un delegato che sgattaiolava verso la farmacia nella sua mercedes antiproiettile, mentre il bodyguard fissava i marciapiedi. Avrei preso la macchina fotografica, ma mi sono ricordato di quello che ha scritto Jon Ronson come gentile commento riferito ai miei precedenti articoli: “niente mosse false”. Non scherzava. Me ne sono andato. Io e i miei vari pedinatori. 

Il fatto è che non sono venuto realmente qui per fare “cronaca” sul Bilderberg. pensavo soltanto che fosse divertente gironzolare davanti al cordone e indossare magliette con scritto qualcosa del genere “NOBILIZZAZIONE!”. È davvero molto peculiare ripensare al mio primo reportage e vedermi fingere di ingannare gli investigatori sulle strade buie. Ha ha ha. E adesso? Mi sono nascosto due volte nella stessa tromba delle scale ad Atene per cercare di seminare gli uomini che mi pedinavano. Ho una mia via di scampo preferita nel centro di Atene. Questo è come è cambiata la mia vita. 

Mi sono azzuffato con degli uomini in una stazione della metropolitana; ho chiesto aiuto urlando nella piazza di Omonoia Square; ho gridato “mi state mentendo!” ai detective di una stazione di polizia di Atene; ho afferrato un uomo che partiva in motocicletta e l’ho implorato – quasi in lacrime - di “lasciarmi in pace”; mi hanno urlato contro, arrestato, pedinato, perquisito, spintonato, calunniato, intimidito, hanno dubitato [di me] e mi hanno mentito. Così tante bugie. 

Ho detto la verità su quanto mi è accaduto questa settimana. Mi domando se i vari politici britannici presenti al Bilderberg 2009 potrebbero farcela a raccontare la verità su come hanno trascorso il tempo. Mi chiedo se qualcuno meglio di me, un miglior reporter, una voce più potente, persino un politico, potrebbe chiederglielo. Ci sono volontari? 

I miei dispacci sulla conferenza del 2009, ammesso che abbiano un qualche significato, rappresentano nel modo più acuto nient’altro che l’assenza di una approfondita copertura mediatica generale. Sono proprio il contrario di quello che servirebbe. Sono una barzelletta. Questi dispacci sono una parodia. La parodia di una presa in giro di una menzogna di una presa in giro di una parodia di due prese in giro di una menzogna. Una vergogna per il buon nome del giornalismo. Me ne dovrei vergognare.

Detto questo, oggi farò un po’ di vero giornalismo. Ho una riunione presto con il capo del dipartimento indagini investigative di Atene. Abbiamo un po’ di cose da discutere… 

Charlie Skelton
Fonte: www.guardian.co.uk/
Link: http://www.guardian.co.uk/world/2009/may/18/bilderberg-charlie-skelton-dispatch
Traduzione a cura di MICAELA MARRI 

Fidel o Barack, a chi spetta la prossima mossa?


Pervicacemente bellissima, è molto cambiata l'Avana in questi ultimi anni. In meglio. Non solo rispetto ai tempi bui e ormai lontani del periodo especial, negli anni '90 dopo il crollo del Muro e dell'Unione sovietica, quando la città era sotto oscuramento pressoché totale. 

Allora sul Malecón arrancavano solo le biciclette cinesi e i fari delle rare auto in circolazione illuminavano quelle che il trobador Silvio Rodríguez chiamò in una sua canzone «las flores de la Quinta Avenida», i fiori in attesa che qualcuno, presumibilmente straniero, si fermasse a raccoglierli e dar loro «un passaggio». 
Forse, fra qualche anno, quando finalmente gli Stati uniti si saranno rassegnati a scrivere la parola fine sull'oscena quarantena con cui la loro ossessione anti-castrista ha asfissiato l'isola ribelle per quasi mezzo secolo, all'Avana, città dai tanti monumenti agli eroi di un'indipendenza difficile da conquistare e ancor più difficile da preservare, si decideranno a innalzare una stele, accanto a quella di John Lennon in un parco, anche alle vituperate jineteras, le generose cavallerizze del sesso che, per denaro o per amore, in quegli anni drammatici contribuirono a tenere in piedi, sia pure da una posizione generalmente sdraiata, l'economia cubana. 
Ma l'Avana è molto cambiata anche dal 2003, quando la sciagurata politica dell'amministrazione Bush, impegnata nella guerra globale «al terrorismo», e di James Cason, l'aggressivo proconsole piazzato nella Sezione di interessi Usa che si affaccia sul Malecón, produsse quello che cercava. La brutale stretta repressiva che fece finire al muro tre «negritos» responsabili del dirottamento di un ferry-boat al porto e seppellì sotto sproporzionate pene detentive 75 oppositori, dimostrò una sua perversa efficacia (da allora dirottamenti e partenze clandestine in pratica si sono fermati) ma dirottò su Cuba una pioggia di critiche, anche di gente di sinistra e di amici provati della rivoluzione, ricacciandola nelle liste nere dei diritti umani e nelle secche di un certo isolamento internazionale.
Quei tempi, ora, sembrano lontani e ci si deve aggrappare - un aggrapparsi chiassoso e in qualche caso, come in Italia, patetico - alla bloguera dissidente Yoani Sánchez per potere tenere alta la bandiera della «libertà». Anziché bollarla come «cyber-mercenaria» e negarle stoltamente il visto d'uscita, Cuba avrebbe fatto meglio a lasciarla andare a raccogliere i premi vinti a Madrid, a Ferrara, a Torino e chissà dove evitando di farne un' improbabile icona.
Cuba, ormai, non è più «isolata», ha rapporti diplomatici e fluidi con tutti i paesi d'America. Tutti eccetto uno. Gli Stati uniti. Sono loro e il loro embargo ad apparire anacronistici e isolati dal resto del continente e del mondo, nonostante le buone intenzioni espresse dal presidente Obama al vertice delle Americhe di Trinidad in aprile e i passi annunciati dalla Casa bianca sulla revoca dei limiti di viaggi e di spese imposti da Bush ai cubano-americani di Miami, quelli che il New York Times ha definito «baby-passi».
Oggi l'Avana è molto diversa da allora. Più splendida e splendente. Più viva e illuminata, ora che gli «apagones» sembrano un lontano ricordo dopo che la «revolución energética», sotto «l'impulso di Fidel» (e del petrolio del compagno Chávez), dal 2007 ha portato alla fine di quei continui black-out elettrici che infernizzavano la vita quotidiana della gente. Sui 365 giorni del 2005, secondo le statistiche ufficiali 224 fecero registrare un «apagón» di almeno un'ora.
Sul Malecón e sulla Quinta Avenida non si vedono più solo le sontuose Chevrolet, Dodge e Studebacker rosa shoking o giallo canarino di prima della rivoluzione, migliaia di volte cannibalizzate dalla fantasia dei cubani e usate spesso come nostalgici taxi per turisti in cerca di una corsa esotica sul lungomare caraibico, o le squallide Lada e Moskovich che venivano dai paesi del socialismo reale ai tempi dell'Unione sovietica, ma un «parco macchine» nuovo e con le targhe gialle che contrassegnano la proprietà privata, fatto di auto prevalentemente economy class - ma anche 4x4 luxury class - nuove di zecca. QQ cinesi, Hunday e Kia coreane, Toyota giapponesi... Pur se resta un mistero - uno dei tanti misteri di Cuba - come con salari medi intorno ai 250 pesos cubani, equivalenti a 10 pesos convertibili (i cuc, rapporto 1-25), un privato cittadino cubano possa permettersi non solo di comprare una macchina ma, con la benzina a un cuc al litro, di fare il pieno. 
Soprattutto, però, sul Malecón, sulla Rampa del Vedado e sulla Quinta Avenida non si vedono più quelle code pazienti e infinite in attesa di un autobus - gli sgangherati «cammelli» - che poteva passare chissà quando o non passare mai. Ora i trasporti urbani, uno dei (tanti) problemi che assillano i cubani, funzionano in modo più decente e regolare, dopo che sono arrivati un migliaio di nuovi autobus dalla Cina.
Molti dei vecchi palazzi liberty e rococò lungo il Malecón sono stati ritrutturati e non più solo pitturati con colori vivaci che si disfacevano in poche settimane sotto i colpi del sole, del mare e della salsedine, come avvenne una decina d'anni fa, quando l'allora segretario dei giovani comunisti Roberto Robaina (poi asceso a ministro degli esteri e poi silurato, una delle tante «promesse» sfiorite) mise vernice e pennelli nelle mani della gioventù del partito chiamandola a lavori «socialmente utili». Ora la ristrutturazione si fa come dio comanda, partendo dalle fondamenta, inframezzando i palazzi con bei caffé come il Neruda.
Nella Habana vieja, il cuore antico della città, fino a poco tempo fa un formicaio devastato che faticava a mostrare le bellezze d'antan, la Plaza San Francisco de Assis e la Plaza Vieja, la calle Obispo e la calle Mercader hanno riacquistato lo splendore perduto. Eusebio Leal, il geniale «Historiador de la ciudad» a cui si deve l'opera, non ha pensato solo a ristrutturare case e palazzi ma anche i vecchi hotel coloniali, i caffé e i ristoranti che con i loro proventi commerciali servono a ristrutturare altre case e palazzi. Ma soprattutto ha introdotto una piccola clausola strategica che rende unico l'esperimento cubano: mentre in Europa e quasi ovunque ristrutturare significa far schizzare alle stelle i prezzi delle case ed espellere i vecchi abitanti, all'Avana i vecchi residenti affastellati finora negli squallidi solares del «casco historico» e del Malecón, aree che in un qualunque paese capitalista sarebbero un tesoro immobiliare potenzialmente da decine di miliardi di euro, restano lì dentro e resta intatto un tessuto sociale destinato a perdersi in qualsiasi altro posto del mondo. Viva la Revolución.
L'Avana è molto cambiata in meglio eppure l'aria che si respira è sospesa, ferma nonostante la brezza costante che spira dal mare. Come se tutti, dall'establishment alla gente «de la calle», stessero aspettando qualcosa e, per timore di fare o dire qualcosa di sbagliato o di troppo, tacciono. Per un giornalista che non sia uno dei tanti pataccari che arrivano a Cuba spesso truccati da turisti in sandali e bermuda per poi andare invariabilmente a intervistare il dissidente alla moda - ora è il momento della superstar Yoani - non è mai stato facile lavorare a Cuba. Adesso sembra ancor più difficile rompere quei muri burocratici. Difficile ottenere un'intervista che non sia a funzionari di terzo livello. Il Granma, a parte le vivaci «riflessioni» di Fidel, non aiuta. Raúl parla poco - ha destato sensazione il fatto che abbia taciuto anche durante la tradizionale sfilata del primo maggio - e, finora, dei cambi promessi si è visto poco; Fidel, il cui recupero fisico e mentale dopo il crollo del luglio 2006 ha del miracoloso, non parla ma scrive molto, tanto da arrivare a produrre quattro «reflexiones» in un giorno solo e da meritarsi il titolo più o meno affettuoso, dopo quello di «redactor en jefe», di «el reflexivo».
Il siluramento, ai primi di marzo, di Carlos Lage e Felipe Pérez Roque, due giovani di una nomenclatura generalmente in là con l'età considerati favorevoli alle «riforme» e vicini a Fidel, non ha trovato spiegazioni plausibili. Anche la «comunità diplomatica» all'Avana naviga nel buio. «Il miele del potere» richiamato da Fidel sembra troppo poco per spiegare, tanto più che è improbabile fossero i soli ad assaporare simili dolcezze. I tanti Cuba watchers di Miami e Madrid che da anni preconizzano la morte di Fidel, il collasso della rivoluzione, lo scoppio di rivolte popolari contro il regime, hanno ancora una volta mancato il bersaglio e chi annunciava imminenti «processi popolari» con relative fucilazioni è stato - per ora e speriamo per il futuro - smentito. I due caduti in disgrazia circolano liberi e tranquilli, davanti agli occhi di tutti. Ma questo non basta a spiegare una mossa inattesa.
Sembra che Cuba sia sospesa. Sospesa e incerta. Forse timorosa. Chi comanda davvero? Il silenzioso Raúl o il «reflexivo» Fidel, che - fattore da non trascurare in un sistema rigido e fortemente gerarchizzato come quello cubano - è ancora primo segretario del Partito comunista (il congresso era annunciato entro la fine dell'anno ma se ne parla poco)? I due fratelli sono in rotta di collisione, come si affannano a sostenere molti cubanologi esterni, o è un gioco delle parti tipo «good cop-bad cop» dei polizieschi hollywoodiani? Fin dove arriveranno «le aperture» di Obama e a chi spetta la prossima mossa?
di Maurizio Matteuzzi - L'Avana

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