giovedì 28 maggio 2009

"Saras"(Moratti), bruciando «Tar» attraverso "Sarlux", prende incentivi per i «Cip6»


Lo scenario è la raffineria più grande del Mediterraneo, la Saras di Sarroch, in provincia di Cagliari, di proprietà dei petrolieri Moratti, fondata nel 1962 da Angelo Moratti [già presidente dell’Inter], oggi di proprietà di Gianmarco e Massimo Moratti, patron dell‘Inter.
Qui 1600 operai lavorano petrolio grezzo che esce dallo stabilimento in barili, se ne contano 300 mila l’anno. Qui ieri hanno perso la vita Gigi Solinas, Bruno Muntoni e Daniele Melis, stroncati all’interno di una cisterna dalle esalazioni tossiche. Anidride solforosa? Saranno i giudici a stabilirlo dopo la conclusione delle indagini aperte dalla Procura di Cagliari per accertare eventuali responsabilità sulla morte degli operai, dipendenti della Comesa, una ditta esterna che lavora per la Saras.
Per protestare contro l’ennesima strage sul lavoro questa mattina i lavoratori della Saras hanno manifestato davanti ai cancelli della raffineria ma i sindacati confederali, riuniti a Tramatza nell’oristanese, potrebbero decidere di indire lo sciopero generale in tutta l’isola. La Fiom ha anche annunciato che si costituirà parte civile in un eventuale processo. Lo sciopero proseguirà anche domani e venerdì prossimo, giorno in cui potrebbero svolgersi i funerali delle vittime. 
Quella di Sarroch per molti è stata una tragedia annunciata. «Da anni abbiamo lanciato l’allarme sulla sicurezza degli impianti della Saras e sui livelli di inquinamento che questi producono, allarme rimasto inascoltato se non addirittura deriso e rimproverato», ha dichiarato il presidente della Provincia di Cagliari, Graziano Milia [centrosinistra]. E proprio pochi giorni prima della tragedia la raffineria è finita sotto inchiesta, riporta la Nuova Sardegna, grazie a «Oil» un documentario prodotto e diretto da Massimiliano Mazzotta che racconta cosa veramente succede all’interno dell’impianto e le presunte conseguenze sulla salute degli operai e degli abitanti di Sarroch. 
70 minuti in cui un ricercatore fiorentino, Annibale Biggeri, mette in relazione la percentuale dei decessi dovuti a malattie tumorali nella zona industriale attorno alla raffineria con l’attività degli stabilimenti. «Una maggiore incidenza di patologie tumorali e respiratorie rispetto alla media regionale», spiega Biggeri che, studiando i dati dell’Istat sulla mortalità dal 1981 al 2001 e quelli sui ricoveri ospedalieri dal 2001 al 2003, pubblica il «Rapporto Sarroch Ambiente e Salute». E’ tutto lì. Petroliere che attraccano, vanno e vengono trasportando petrolio grezzo. Petrolio ma non solo perché la Saras – attraverso la controllata Sarlux r.r.l. – da qualche anno è entrata nella nel settore dell’energia elettrica che produce usando gli scarti della raffinazione. E’ il «Tar» detto anche «olio combustibile pesante», un combustibile altamente inquinante.
E’ questo il carburante che tiene in vita il progetto della Sarlux che consente di generare energia elettrica per una potenza installata pari a 550 megawatt ed una produzione in esercizio sui quattro miliardi di chilowattora l’anno. La maggior parte della sua produzione [450 megawatt su 550] viene utilizzata dall’Enel.
Per la legge italiana l’impianto Sarlux [una joint-venture tra Saras con l’americana Enron Corp] produce fonti rinnovabili. La Sarlux è un’altra scatola cinese, la società infatti possiede l’impianto Igcc [impianto di gassificazione integrata a ciclo combinato] e attraverso Parchi Eolici Ulassai S.r.l. [tramite la controllata Sardeolica S.r.l.] la quale possiede e gestisce il parco eolico sito nel Comune di Ulassai in Sardegna, produce fonti rinnovabili. 
E producendo fonti rinnovabili la Sarlux può avvalersi degli incentivi per i «Cip6», il perverso meccanismo dell’incentivo alle fonti rinnovabili ma anche – appunto – alle assimilate: centrali elettriche a ciclo combinato alimentate con il metano oppure con il gas ottenuto dalla gassificazione dei residui di raffineria.

Il narcotraffico africano nelle mire del Pentagono


È il traffico di stupefacenti il nuovo nemico di Africom, il neo costituito comando per le operazioni delle forze armate USA nel continente africano. 

Dopo aver dichiarato guerra alla pirateria nel Golfo di Aden, Washington è intenzionato ad estendere all’Africa l’intervento militare contro la produzione e il traffico di stupefacenti, implementato - con scarso successo - in America Latina. “Il traffico illegale di narcotici rappresenta una minaccia significativa alla stabilità della regione”, ha dichiarato il generale William E. Ward, comandante supremo di Africom, nel corso della sua audizione davanti alla Commissione difesa del Senato, il 17 marzo scorso. 

“Secondo l’International Narcotics Control Strategy Report del 2008, l’Africa occidentale è divenuta un punto critico per il transito marittimo della cocaina sudamericana destinata principalmente ai mercati europei”, ha aggiunto Ward. “La presenza di organizzazioni di trafficanti in Africa occidentale, così come l’uso locale di stupefacenti creano seri problemi alla sicurezza. UNODOCS, l’Ufficio contro la droga e il crimine delle Nazioni Unite, stima che il 27% di tutta la cocaina consumata annualmente in Europa transita dall’Africa occidentale, e il trend sta crescendo significativamente. Il valore della droga inviata in Africa dall’America Latina è raddoppiato dal 2005, ed ha sfiorato i due miliardi di dollari nel 2008”. 

Per il comando USA è divenuto “significativo” pure il traffico di stupefacenti sulla rotta Asia sud-occidentale - Africa orientale e meridionale. Così, in vista del contrasto dei traffici di droga nel continente africano, il Pentagono ha istituito nel quartier generale Africom di Stoccarda (Germania), un team composto da militari di esercito, marina, aeronautica, corpo dei marines e guardiacoste USA, e da funzionari della Drugs Enforcement Agency (DEA), l’agenzia anti-droga USA, dell’FBI e del Dipartimento di Stato. Alla sua direzione è stata chiamata Mary Carlin Yates, ex ambasciatrice USA in Ghana ed odierna vice-comandante per le attività civili-militari di Africom (l’“assistenza sanitaria ed umanitaria, le azioni di sminamento, l’intervento in caso di disastri naturali, le operazioni di peacekeeping”). 

“È scioccante quello che sta accadendo in Africa”, ha dichiarato l’ambasciatrice Yates di ritorno da un lungo tour nel Golfo di Guinea. “Il traffico di droga è gigantesco e sta ulteriormente crescendo. Esso disarticola le comunità locali e rischia di destabilizzare ulteriormente i deboli stati della regione”. Per la zarina anti-droga, l’impatto più drammatico delle nuove rotte africane della cocaina sarebbe stato avvertito in Guinea-Bissau. “Il rapporto pubblicato lo scorso anno dall’U.S. Army Combined Arms Center descrive la Guinea-Bissau come il principale punto di transito della droga in arrivo dall’America Latina e diretta in Europa”, ha aggiunto Yates. “Il rapporto afferma inoltre che i proventi del narcotraffico rappresenterebbero circa il 20% del prodotto interno lordo della Guinea-Bissau, e che i militari locali si sarebbero attivati direttamente per facilitare il trasferimento dei carichi di droga nei principali mercati europei”. Secondo l’ambasciatrice l’alta vulnerabilità di questo paese è provata dai gravissimi delitti accaduti di recente: gli assassinii del Presidente Joao Bernardo “Nino” Vieira e del Capo di stato maggiore delal difesa, generale Batista Tagmé Na Waï. “Queste tragedie ci sono servite da monito per interventi più efficaci contro la droga e a favore della stabilità regionale”, ha commentato Yetes. “Le truppe USA sono adesso impegnate nell’addestramento specifico delle forze navali locali nel contrasto dei traffici di stupefacenti”. 

opium
Il programma preso come modello da Africom è il famigerato Plan Colombia (oggi denominato “Plan Patriota”), miliardi di dollari in armi, apparecchiature radar, diserbanti altamente tossici distribuiti ai partner più fedeli delle regioni andine ed amazzoniche per contrastare la produzione di coca. Anche per questo il comando USA per le operazioni nel continente africano ha avviato una serie di contatti con il suo omologo di Miami che sovrintende all’intervento militare in Centroamerica, America del Sud e Caraibi. “L’US Southern Command ed Africom vogliono lavorare insieme”, ha spiegato l’ambasciatrice Yates. “I narcotrafficanti arrivano in Africa dall’America Latina, così noi dobbiamo lavorare sia in funzione del rafforzamento delle autorità nazionali sia in quello della partnership tra i due comandi e i nostri partner in Africa e Sud America. Ho visitato di recente i reparti di US Southern in Florida, apprezzandone le modalità di coordinamento delle relazioni militari statunitensi con l’America Latina e gli stretti contatti con le autorità internazionali impegnate contro il traffico di droga in centro e sud America”. 

Nella proposta di bilancio per l’anno fiscale 2010, il Dipartimento della Difesa ha chiesto di destinare in Africa 52 milioni e 125 mila dollari nell’ambito dell’International Narcotics Control and Law Enforcement, il programma di Washington per combattere il narcotraffico. Si tratta del doppio di quanto è stato previsto per l’anno in corso (29 milioni e 600 mila dollari). Per il Pentagono, i soldi dovranno servire a “combattere il crimine transnazionale e le minacce ad esso collegato e sostenere lo sforzo contro le reti terroristiche che operano nel settore del traffico di droga e in altri affari illeciti”. 

A ciò si aggiungeranno altri due milioni di dollari in “programmi anti-narcotici” per la “Trans-Sahara Conter Terrorism Partnership (TSCTP)”, l’intervento militare USA contro l’estremismo islamico nell’area del Sahara e del Sahel e che vede tra i maggiori paesi partner Mali, Niger, Senegal e Nigeria. Per il Pentagono non sono più possibili distinzioni di sorta tra “terroristi islamici” e “narcotrafficanti”. “La regione trans-sahariana offre in particolare santuari ai terroristi dell’estremismo islamico, ai trafficanti di droga, ai contrabbandieri e ai gruppi insorgenti”, ha dichiarato il generale Bantz J. Craddock, comandante di USEUCOM (il comando delle forze armate USA in Europa), durante un’audizione al Congresso USA, il 10 aprile 2008. “Ci sono sempre maggiori prove che cittadini nordafricani sono reclutati come combattenti stranieri in Iraq: In aggiunta, noi crediamo che stia crescendo la collaborazione tra Al-Qaeda e i gruppi terroristi nordafricani”. 

Una parte dei fondi 2010 dell’International Narcotics Control and Law Enforcement saranno utilizzati per realizzare i “nuovi Centri di addestramento regionale alla sicurezza” in Nord Africa, Africa occidentale ed Africa centrale. Il principale paese beneficiario degli aiuti militari sarà il Sudan, geograficamente distante dalla rotta degli stupefacenti individuata in Africa occidentale. Saranno in tutto 24 milioni di dollari, quasi la metà degli aiuti “anti-droga” previsti per l’intero continente. In America Latina, sotto la bandiera della “lotta al narcotraffico” si combattono le ultime organizzazioni guerrigliere; in Sudan il finanziamento andrà invece a “sostenere l’implementazione del Comprehensive Peace Agreement del 2005 e ad assistere i programmi di stabilizzazione del Darfur”. Sempre secondo il Dipartimento della Difesa USA, “i fondi daranno spesi per fornire assistenza tecnica al settore della giustizia penale, contribuire alle operazioni di peacekeeping delle Nazioni Unite e sostenere le unità di polizia costituite in Sudan meridionale e nel Darfur”. Il generale William E. Ward, nel suo intervento di fronte al Senato USA, ha spiegato che “contro l’instabilità regionale, il governo statunitense congiuntamente ad Africom sta guidando lo sforzo della comunità internazionale per concretizzare il programma di sicurezza nel Sudan meridionale. L’obiettivo del Comando Africom è quello di sostenere il Sudanese People’s Liberation Movement/Army (SPLM/A), professionalizzarne l’esercito ed accrescerne le capacità difensive. La nostra componente aerea continua inoltre ad assicurare il trasporto delle forze di peacekeeping destinate in Darfur”. Nulla di narcotraffico, dunque, ma va bene lo stesso. 

Secondo paese beneficiario dei fondi anti-droga è la Liberia (8 milioni di dollari), uno dei pochissimi in Africa a dichiarare la propria disponibilità ad ospitare stabilmente comandi, reparti e mezzi militari statunitensi. In Liberia, il Comando del Corpo dei Marines per il continente africano “MARFORAF”, è in prima linea nell’implementazione del cosiddetto “Programma di Riforma del Settore della Difesa” che ha come obiettivo la ricostruzione e lo sviluppo delle forze armate e della polizia liberiane, smobilizzate nel 2003 dopo una lunga e cruenta guerra civile. Con i fondi 2010, Africom addestrerà ed equipaggerà le nuove unità di polizia di Monrovia. 

Tra i paesi africani inseriti nel piano finanziario del prossimo anno, ci sono poi Guinea Bissau, Ghana, Capo Verde, Nigeria, Marocco, Repubblica Democratica del Congo. In Ghana, in particolare, Africom sta già finanziando il potenziamento delle infrastrutture aeroportuali della capitale Accra, nonché l’acquisto di apparecchiature per il rilevamento dei carichi di droga. Africom sta pure contribuendo alla realizzazione di un grande Centro di addestramento e stoccaggio di componenti anti-droga destinato alle forze di polizia e all’ammodernamento di due imbarcazioni della marina militare capoverdiana. Altri quattro pattugliatori locali stanno ricevendo sofisticate apparecchiature di radiocomunicazione. 

Il 27 febbraio 2009, il vice-comandante “civile-militare” del Comando USA per l’Africa, Mary Carlin Yates, ha sottoscritto un accordo di cooperazione bilaterale “nella lotta alla droga e alla pesca illegale” con il governo di Capo Verde. Grazie ad un progetto coordinato dalla locale ambasciata USA, è inoltre in via di realizzazione a Praia un “Counternarcotics Maritime Security and Interagency Fusion Center (CMIC)”, un centro interoperativo che “permetterà al personale militare di Capo Verde di migliorare il coordinamento delle attività di difesa ed interdizione marittima”. Attività di assistenza della marina militare capoverdiana in operazioni di pattugliamento “anti-droga”, sono state organizzate per buona parte dello scorso anno da Africom e dalla US Coast Guard. È stato infine avviato un programma d’interscambio tra il personale militare capoverdiano e quello del Ghana in tema d’interdizione marittima, con la partecipazione di ufficiali dell’US Navy e della US Coast Guard. Attività similari dovrebbero essere implementate a breve in Nigeria e Camerun, altri due paesi che secondo Washington sarebbero a rischio narcotraffico, e dove “è in forte crescita pure il fenomeno della pirateria, del contrabbando di petrolio e della pesca illegale”. Ancora l’US Guard Coast avvierà nei prossimi mesi esercitazioni congiunte con le unità militari di Senegal e Sierra Leone. 

“L’impegno degli Stati Uniti nell’addestramento delle forze navali africane per individuare e sequestrare i carichi di droga è cresciuto negli ultimi anni principalmente grazie all’iniziativa denominata African Partnership Station (APS)”, ha aggiunto l’ambasciatrice Yetes. “L’APS è parte di un piano a lungo termine che vede protagonisti nazioni ed organizzazioni di Africa, Stati Uniti, Europa e Sud America. Una grande attività di cooperazione militare e civile che contribuisce alla crescita della sicurezza nelle coste dell’Africa occidentale e della professionalità dei militari, delle guardia coste e dei marines africani. Il programma è portato avanti attraverso le visite di unità navali, aerei, team di addestramento e progetti d’ingegneria e costruzione navale”. 

L’African Partnership Station ha preso il via nell’ottobre del 2007. L’evento principale dello scorso anno è stato il dislocamento nel Golfo di Guinea della nave da sbarco “USS Fort McHenry” e dei catamarani di pronto intervento “HSV-2 Swift”, con a bordo marines ed ufficiali di dieci paesi (Stati Uniti, Camerun, Francia, Gabon, Germania, Ghana, Gran Bretagna, Guinea Equatoriale, Portogallo e Spagna). Durante la lunga crociera sono stati addestrati più di 1.700 militari africani. 

L’APS 2009 ha invece preso il via dalla base navale di Norfolk (Virginia) il 15 gennaio scorso, con il trasferimento in Africa dell’imbarcazione militare “USS Nashville”. Entro la fine di giugno, l’unità avrà visitato sette paesi del Golfo di Guinea ed addestrato per periodi di due-tre settimane le flotte locali in “operazioni di ricerca e sequestro di carichi di droga, di lotta alla pesca illegale e ad altre attività criminali”. Le attività sono coordinate da Africom, US Navy, US Guard Coast e dall’Amministrazione oceanica e atmosferica nazionale USA. 

Sempre quest’anno, per la prima volta dalla sua costituzione, l’African Partnership Station ha esteso il suo raggio d’azione in Africa orientale, grazie alle soste operative-addestrative dell’unità da guerra “USS Robert G. Bradley” nei porti di Gibuti, Kenya, Mozambico e Tanzania. Ufficialmente, ancora, contro droga e pirati. 
di Antonio Mazzeo

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