venerdì 29 maggio 2009

Tutto il potere a Kabul?


La parola d'ordine è: tutto il potere a Kabul. O, per dirla in politicamente corretto modernista, afganizzazione. E' questo in sintesi il messaggio di fondo contenuto nel “Civilian Surge Plan” del governo afgano, un documento che Lettera22 ha potuto vedere e che delinea la nuova strategia afgana per il futuro. O, se si preferisce, il trasferimento in dari, la lingua nazionale più utilizzata, delle idee partorite dallo staff di Obama e dall'ultimo meeting della Nato a Bucarest l'anno scorso e che dovrebbe formare il corpus del nuovo corso del prossimo futuro governo di Hamid Karzai. Un nuovo corso che prevede un massiccio arrivo di esperti stranieri: se cercate lavoro dunque, in Afghanistan c'è posto.
Il documento, ancora nella sua fase di elaborazione finale (tra le richieste di chiarimento l'Italia propone ad esempio una revisione del suo impegno a sostegno della Border Police), mette a punto una strategia di utilizzo dell'assistenza tecnica straniera che si articola su quattro linee guida e sulla richiesta di una massiccia iniezione di consulenti esteri, diverse centinaia, che però, e questo è più volte sottolineato, dovranno essere solo consulenti al servizio del governo e non “consiglieri” che ne dettano, come è stato sinora, l'agenda (...to support not suplement, dice il testo nell'edizione inglese). Le linee guida sono: la centralità del potere nazionale (Afghan Ownership, termine molto abusato anche in diversi documenti precedenti), che qui vuole intendere come l' “Assistenza tecnica” debba servire per l'estensione dei poteri del governo afgano e non come ampliamento della presenza occidentale nel paese; lo sviluppo delle capacità locali a livello centrale e decentrato, la loro efficienza sul breve e lungo periodo e l'efficacia dei risultati, soprattutto nei confronti dei cittadini afgani (ordinay Afghans). 
Col linguaggio un po' ostico che ormai fa parte del vocabolario ordinario della comunità internazionale, il documento fa anche le stime delle necessità del civilian surge, (circa 700 consulenti per ventidue ministeri e attivi in tutti i settori della realtà afgana) e delinea tempi rapidi per la partenza di una strategia per la quale è stato utilizzato un termine di solito usato nel linguaggio militare (e che si potrebbe tradurre con: imponente arrivo di). Un termine che venne impiegato come segno della riscossa in Iraq dalle truppe americane guidate dal generale David Petraeus, ora a capo del CentCom, il mega comando regionale statunitense che ha in agenda Afghanistan e Pakistan. 
In effetti l'apparizione di un Civilian Surge Plan a pochi mesi dalla scomparsa, persino dal gergo ufficiale americano, della parola surge legata al controverso piano militare avanzato da Petraeus per l'Afghanistan sulla scorta di quanto lui stesso aveva sperimentato in Iraq, fa sollevare qualche sopracciglio: “Il surge civile afgano in realtà serve a far dimenticare che il promesso surge civile americano annunciato da Obama non ci sarà (4mila soldati “non combattenti” e un numero imprecisato di tecnici da affiancare a un'iniezione di 20mila marine ndr) e l'ondata dunque sarà alla fine solo militare”, dice un funzionario internazionale che si trincera dietro l'anonimato. Ma forse il civilian surge afgano è solo il compromesso tra Kabul, la nuova strategia americana, voluta da Barack Obama e dai suoi consulenti ma ancora nebulosa, e quanto resta delle vecchie teorie della passata Amministrazione Bush.
Per ora gli americani si sono limitati a cambiare il capo delle operazioni militari sostituendolo con un generale, Stanley McChrystal, dalla grinta talmente nota che il Telegraph – non a caso un giornale britannico - gli ha fatto il contropelo ricordando i suoi poco simpatici trascorsi in Iraq. Del resto anche i quotidiani americani si son fatti più cauti sulla nuova strategia di Obama e sulla svolta “civile” che la sua Amministrazione vorrebbe vedere sopravanzare la mera opzione militare. Tanto che, nelle ultime settimane, anche in seguito alle reazioni dopo la strage di Bala Bolok, nel distretto occidentale di Farah (un raid a tappeto che avrebbe ucciso più di 140 persone, dicono le fonti locali smentite però dall'esercito americano e da quello afgano), molte analisi sono state dedicate al negoziato, o meglio a quel processo di riconciliazione nazionale nel quale individuare talebani buoni e cattivi. 
L'ultima indiscrezione è del Boston Globe: secondo il quotidiano statunitense l'intelligence americana è al lavoro nel tentativo di fare un vero e proprio screening della galassia in turbante. Con una promessa. Un libro bianco sui talebani entro la fine dell'anno, con tanto di buoni e cattivi, recuperabili e irremovibili. Un altro tipo di civilian surge di cui, nel dossier del governo afgano, per ora non si fa menzione. 
di Emanuele Giordana

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La svolta culturale «made in Alemanno»


Ci sono i gladiatori ad accogliere i bambini dentro lo stand. Gli stessi uomini mascherati che pascolano davanti al Colosseo per farsi fotografare con i turisti a prezzo variabile. E poi, i laboratori messi in mostra hanno privilegiato l'impero di Cesare, con tutti quei cartelloni degli alunni fatti per testimoniare la nascita di Roma e la sua lunga avventura di conquiste. A fronte della storia degli ebrei c'è il ricordo della Dalmazia perduta e all'imbrunire, partono gli stornelli romani della famiglia Amici. E' la svolta culturale «made in Alemanno», che cresce e prospera nei giardini di piazza Vittorio, all'Esquilino, sulle ceneri della defunta Intermundia, per anni una sorta di grande performancedell'accoglienza e del confronto fra tradizioni diverse.
Si gira pagina e si cambiano i connotati dell'evento a favore di una fantomatica «La scuola in festa» (fino al 30 maggio). Strano titolo, perché con 8 miliardi di euro tagliati via tutti d'un colpo e senza tentennamenti, la scuola italiana non ha proprio nulla da celebrare con guizzi di allegria. E' quello che hanno detto anche al sindaco e all'assessora Marsilio alcuni genitori e insegnanti delle scuole Di Donato e Baccarini, dopo aver fatto irruzione - nella mattinata di martedì - all'inaugurazione ufficiale per attaccare le loro lenzuola di protesta. Sul palco di piazza Vittorio, negli anni scorsi, si sono alternati artisti importanti, musicisti africani, fachiri del Rajasthan, danzatori del Perù. E se si decideva di uscire dal parco per una visita guidata da qualche parte, si andava al museo nazionale di arte orientale, vero gioiello del quartiere. Oggi invece i progetti scolastici si chiamano «Fratelli d'Italia» e la parola Roma risuona ovunque, minacciosa. D'altronde, il fiore all'occhiello dell'edizione 2009 è il senso di appartenenza e «la sfida dell'integrazione» (o l'esclusione degli altri?). La festa di Alemanno - che un tempo coinvolgeva gran parte delle famiglie straniere che abitano all'Esquilino, occasione di incontro fra scuole diverse e culture lontane - è però stata punita dall'utenza, che si è aggirata all'interno del giardino piuttosto annoiata e sperduta. Ieri mattina la «festa» era semideserta, così come la sera il punto ristoro (niente menù etnici, ma delle sane salsicce nazionali nei piatti). Oggi è prevista una tarantella notturna (forse Alemanno la considera interetnica, viste le radici...) e domani, il «Futbol» di Servillo, Girotto e Mangalavite. Artisti seri che dovranno districarsi dalla trappola tesa loro dall'imbarazzante cornice. Con i tempi che corrono, meglio stare attenti la prossima volta.
di Arianna Di Genova

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