mercoledì 10 giugno 2009

La Gomorra d'Abruzzo


Il grido di dolore dopo la ferita del 6 aprile sempre più diventa di rabbia e di indignazione davanti alle speculazioni della ricostruzione. E la mafia, con la compagnia dell’immancabile Massoneria, è più presente che mai. E l'arrivo del G8 aumenta a dismisura gli appetiti degli speculatori.

3 e 32, 6 e 34. Non sono numeri qualsiasi. Sono due orari. Di due avvenimenti avvenuti a 29 anni di differenza ma simili, maledettamente simili, nelle radici e nelle conseguenze. Alle 6 e 34 del 23 novembre 1980 l’Irpinia fu devastata da un sisma potentissimo, che distrusse città intere e uccise migliaia di persone. Ma la devastazione più terribile cominciò all’alba del giorno dopo. La camorra sfruttò tutte le possibilità della ricostruzione per realizzare una delle più grandi speculazioni che la storia umana ricordi. Monopolizzò gli appalti, rese la Campania un suo feudo e mise le mani sulla totalità dell’apparato statale, inserendo a tutti i livelli suoi uomini di fiducia, dall’ultimo ufficio periferico fino ai vertici amministrativi regionali. Qualche settimana fa, un magistrato della Procura di Napoli ha affermato che almeno il 70% della classe politica campana è collusa con la camorra. E’ figlia del terremoto irpino del 1980, quando lo Stato abdicò a ‘O Sistema. Nel 1989 un terremoto molto più terribile, ma anche molto più silenzioso, ha colpito la Campania. Non è avvenuto sotto terra, ma davanti ad una tavola imbandita. Al ristorante La Taverna di Villaricca si sono ritrovati camorristi, massoni, imprenditori e politici. Quella sera nacque quella che Legambiente, anni dopo ricatalogando i documenti della propria sede campana e notando che in ogni inchiesta giudiziaria ricorrevano sempre gli stessi nomi, ha chiamato Rifiuti S.p.A. I presenti al tavolo si sono spartiti l’enorme business dei rifiuti, dei veleni e delle morti. L’emergenza rifiuti di questi anni, la scientificamente disastrosa gestione pubblica, il triangolo dei veleni (che proprio in Villaricca vede uno dei suoi vertici) nacquero quella sera.Alle 3 e 32 del 6 aprile scorso un terremoto, meno devastante numericamente ma comunque terribile, ha colpito L’Aquila, centro di una zona dove le infiltrazioni mafiose e massoniche sono protagoniste della scena sociale da diversi anni (nonostante i negazionismi di molti, a partire dall’ex presidente regionale Ottaviano Del Turco). La criminalità organizzata trova quindi un terreno ancora più fertile di quello irpino del 1980.

LA MAFIA IN ABRUZZO. I DOSSIER DI LEGAMBIENTE E LIBERA INFORMAZIONE

Secondo i dati del recente dossier Ecomafia 2009 di Legambiente, l’Abruzzo è al 9° posto nazionale per gli illeciti nel ‘ciclo del cemento’ e all’8° per gli illeciti nel business dei rifiuti. Da segnalare nell’aquilano, a Tagliacozzo, il sequestro di un immobile, nel quale è stato reinvestito il ‘tesoro di Ciancimino’, sindaco di Palermo negli Anni ‘70 e condannato per mafia nel 2001. Regolarmente, dal 1997, l’associazione ambientalista denuncia che l’Abruzzo sta diventando una delle pattumiere delle scorie del Nord del Paese, con camion di rifiuti tossici che si fermano nelle tantissime cave (enorme il numero delle abusive) e nei tantissimi luoghi desolati della regione. L’inchiesta Ebano ha documentato come alla fine degli anni ‘90 vi vennero smaltite circa 60.000 tonnellate di rifiuti solidi urbani provenienti dalla Lombardia. Dipinge benissimo la situazione della penetrazione mafiosa nella provincia aquilana un paragrafo del recente dossier ‘Mare - Monti’ di Libera Informazione. ‘Nella Marsica c’è la camorra, come rivelano le operazioni Replay e Tulipano. Per gli inquirenti, la famiglia campana dei Franzese, insieme al clan dei Limelli-Vangone, gestiva un giro di droga tra la zona Peligna e Pescara. Viene sequestrata una villa con piscina da un milione e mezzo di euro. E nella Marsica ci sono anche quelli del clan Gionta di Torre Annunziata. Un gruppo guidato da Emidio Viola, che gli investigatori ritengono dedito allo spaccio di grandi quantità di coca. A comprovare l’inquinamento camorristico della zona gli arresti di due pericolosi latitanti: Nicola Del Villano, alla macchia dal 1994, definito il braccio destro di Michele Zagara, capo del clan dei Casalesi, e Giuseppe Sirico, della famiglia di Nola-Marigliano. Gianni Lapis, prestanome dei Ciancimino di Palermo, si sarebbe adoperato nel drenare appalti e finanziamenti pubblici in Abruzzo attraverso una serie di società, tra le quali la Alba d’oro srl. Nel marzo 2009 arrivano tre arresti: Nino Zangari, Achille e Augusto Ricci. Nel 2008 parte nella Marsica un procedimento per 416 bis, ai danni di abruzzesi e siciliani, con il sequestro di beni e capitali a Giovanni Spera, figlio del boss siciliano Benedetto Spera. Un’inchiesta 3 anni fa documentò come l’agguato al boss Vitale era stato deciso a Villa Rosa di Martinsicuro.8 mesi fa è venuto alla luce che il narcotrafficante Diego Leon Montoya Sanchez, tra i dieci maggiori ricercati dall’Fbi, aveva una base in Abruzzo. Nel Parco Nazionale d’Abruzzo si era rifugiato Nicola Del Villano, esponente di primo piano della famiglia Zagaria. Gianluca Bidognetti era in Abruzzo mentre la madre prendeva la decisione di pentirsi.A Rosciano, in provincia di Chieti, la famiglia siciliana dei Bellìa (nota alle cronache per essere considerata una famiglia ‘mafiosa’, e di cui alcuni componenti sono stati colpiti diversi mesi fa da provvedimenti giudiziari per traffico illecito di rifiuti) ha ottenuto la gestione di una discarica di materiali inerti. Clamorosa la vicenda di Walter Bellìa, arrestato appena giunto alla stazione ferroviaria di Pescara Porta Nuova, con un’arsenale che contemplava, tra le altre armi, diverse pistole e persino bombe a mano.

GLI ABUSI E GLI SCEMPI AMBIENTALI, PIAGA DI UNA REGIONE POLITICAMENTE DEVASTATA

Il dossier di una nota multinazionale, protagonista dell’assalto alla diligenza petrolifera che sta prendendo in ostaggio il futuro di tutta la Regione, disse che ‘l’Abruzzo è una regione camomilla, con bassi costi di penetrazione e una conflittualità sociale inesistente’. Se la società civile in alcuni casi ha visto esemplari e straordinari casi di resistenza civile e nonviolenta, la classe politica, figlia della notte di San Valentino del 1992, ha totalmente abdicato. I casi più eclatanti sono certamente i cicloni giudiziari che hanno travolto, nell’arco di un anno e mezzo, i comuni di Montesilvano e Pescara e la stessa Regione Abruzzo. Ma sono solo i più famosi. Nell’aquilano stesso ci sono stati casi di comuni sciolti per infiltrazione mafiosa, mentre persino l’attuale Presidente della Regione Gianni Chiodi è sotto processo, per abusivi relativi al crollo di una discarica a Teramo. Tantissimi sono i casi in cui, anche senza palesi illegalità, la classe politica rimane omertosa o si muove ai limiti della legalità. L’estate scorsa un incendio, che avvelenò l’aria per giorni, fece emergere una discarica di rifiuti tossici a Chieti Scalo. Il sindaco attaccò gli ambientalisti che denunciarono la situazione, senza pronunciare una sola parola sull’abusività della discarica. Nei dintorni della città di Vasto, le discariche abusive vengono scoperte secondo ritmi altissimi, mostrando una corona che cinge d’assedio l’intera periferia cittadina. Da diversi mesi voci terribili si rincorrono sulla chiusura, nella costiera Cupello, della discarica consortile. Una relazione della locale sezione dell’ARTA(Agenzia Regionale per la Tutela dell’Ambiente) avrebbe evidenziato innumerevoli irregolarità. Oltre le voci e alcuni scaricabarile tra il presidente del consorzio e diversi sindaci non si è mai andato. Riprendendo una denuncia delle associazioni ambientaliste, il Corpo Forestale dello Stato l’anno scorso ha denunciato che l’esplodere di un’emergenza rifiuti, pari se non superiore a quella campana (e alcune avvisaglie si sono già avute in alcuni comuni), è questione di mesi. Secondo documentate inchieste giornalistiche il peso della Massoneria, sulla cui presenza nella regione esiste da sempre una fiorente letteratura (secondo alcune ricostruzioni storiche persino la processione del Venerdì Santo nella città di Lanciano sarebbe tutt’ora un rito di estrazione massonica) è in costante aumento, lambendo anche istituzioni e politici di altissimo livello, alcuni coinvolti in una recente inchiesta giudiziaria. In tutta la Regione enorme è il traffico di sostanza stupefacenti e lo sfruttamento della prostituzione. Quartieri di alcune città (a partire da Pescara e Vasto) sono diventati zone franche della criminalità e diversi sono stati i casi di sparatorie avvenute in pieno giorno e in luoghi affollati. Clamorosi appaiono i casi del Fluenti di Francavilla e del centro commerciale Megalò (ribattezzato Regalò da alcuni ambientalisti) di Chieti Scalo. Nel primo caso i lavori del resort, costruito letteralmente sulla sabbia (con i lavori che l’anno scorso fervevano a pochi passi dai bagnanti), sono proseguiti fino a pochi passi dalla conclusione senza le autorizzazioni della Capitaneria di Porto e dell’Agenzia del Demanio. Come sia stato possibile che nessuno si sia accorto prima di un pachiderma del genere? Il centro commerciale Megalò, costruito ormai diversi anni or sono, è stato realizzato in una zona a fortissimo rischio idrogeologico e a pochissimi passi dalle sponde del fiume Pescara. In caso di esondazione del fiume e di alluvione (come successo nel 1992 e, in maniera maggiore, sul finire dell’Ottocento) la catastrofe sarebbe immensa. Queste motivazioni hanno portato, negli ultimi mesi, al blocco delle autorizzazioni alla costruzione di Megalò 2, una vera e propria città commerciale che avrebbe dovuto occupare una superficie di un milione di metri quadrati. Perché Megalò 2 è stato bloccato e il primo fu autorizzato? Resterà scolpito negli annali della malapolitica e della malasanità, la mancata vigilanza sull’acqua dei pozzi di Bussi, avvelenati dagli scarti della lavorazione della Montedison per quasi vent’anni. Una vicenda nella quale siamo passati da posizioni paradossali (la legge vieta di mescolare acque che rispettano i parametri di legge e acque che non li rispettano. L’ACA affermò di non averlo mai fatto, ma al massimo di aver trasportato sullo stesso tubo le due acque) alla confessione di incapacità di rilevazione da parte della ASL.

CASE COSTRUITE CON LA SABBIA, IL G8 IN ARRIVO E UN DECRETO CHE AUTORIZZA OGNI SPECULAZIONE GIA’ PERVENUTO

All’interno di questa drammatica devastazione del tessuto politico e sociale il terremoto del mese scorso è la consacrazione definitiva del sistema mafioso. In 40 giorni abbiamo già visto di tutto. Per evitare parte dei rimborsi pubblici hanno falsificato, abbassandolo, il grado ufficiale del terremoto. Nei primi giorni chiunque ha visto la televisione, o le immagini dei giornali, si è reso conto della fragilità, della pessima fattura di abitazioni e uffici pubblici. Dopo solo una settimana hanno contraffatto le macerie, coprendole con materiali a norma di legge giunti da altri posti. Abbiamo scoperto che per anni il cemento armato è stato sostituito da sabbia, normale sabbia marina. Ma non è una scoperta di oggi. Saviano lo denunciava apertamente già nel suo libro Gomorra. Queste le sue parole: Io so e ho le prove. So come è stata costruita mezz’Italia. E più di mezza. Conosco le mani, le dita, i progetti. E la sabbia. La sabbia che ha tirato su palazzi e grattacieli. Quartieri, parchi, ville. A Castelvolturno nessuno dimentica le file infinite dei camion che depredavano il Volturno della sua sabbia. Camion in fila, che attraversavano le terre costeggiate da contadini che mai avevano visto questi mammut di ferro e gomma. Erano riusciti a rimanere, a resistere senza emigrare e sotto i loro occhi gli portavano via tutto. Ora quella sabbia è nelle pareti dei condomini abruzzesi, nei palazzi di Varese, Asiago, Genova. (pag. 236)
Passata la Pasqua e la prima ondata mediatica la sabbia è sparita dai riflettori. Mentre abbiamo visto la processione dei costruttori, con le loro litanie autoassolutorie, che assicuravano la bontà del loro operato, lavandosi pilatescamente le mani. E, addirittura, accreditandosi come partner per la ricostruzione. Probabilmente già pregustandosi gli incassi del De-Cretino Abruzzo, un provvedimento col quale si autorizza ogni speculazione e si consegnano le case di migliaia di persone, che dovranno comunque investirci migliaia di euro (in quanto il subentro nei mutui non sarà totale), alla Fintecna, che diventerà proprietaria degli immobili dei quali si accollerà il mutuo (quindi gli attuali proprietari dovranno accendere un altro mutuo per rimborsare la Fintecna). Un provvedimento che dà la possibilità ad una sola persona, il commissario Bertolaso, di derogare arbitrariamente a qualsiasi vincolo di legge, anzi imponendo alle normative locali (a partire dai piani regolatori) di adeguarsi alle decisioni di Bertolaso. E, mentre migliaia di proprietà e terreni comunali restano inerti, moltissime famiglie, già colpite dal terremoto, si vedono requisire case e terreni dove vivevano e lavoravano. Il 28 marzo 2007 la Regione Abruzzo ha varato il ‘Primo Programma regionale delle verifiche tecniche per l’esecuzione delle verifiche dei livelli di sicurezza sismica degli edifici pubblici ed opere infrastrutturali di carattere strategico’, realizzato dal Servizio per la ‘previsione e prevenzione dei rischi’. Fermiamoci qui con i roboanti nomi (ce ne sarebbero un altro paio …) e veniamo ai fatti nudi e crudi. Da due anni a questa parte la Regione Abruzzo ha affidato la sicurezza degli edifici pubblici ad una commissione. Dove non siedono, tanto per dirne una, rappresentanti dell’Università ma i maggiori big dell’edilizia e delle progettazioni, alcuni, stando ad alcune documentate inchieste giornalistiche, dei quali iscritti a logge massoniche. Abbiamo visto tutti l’Ospedale e la ‘Casa dello Studente’. Il primo totalmente abusivo, mai collaudato e sconosciuto al Catasto. Il secondo, crollato e assassino di 8 ragazzi, mentre due strutture analoghe, mai attivate, sono rimaste tranquillamente in piedi. L’Impregilo, l’azienda che ha realizzato quelle strutture, un nome che torna in tutte le peggiori vicende giudiziarie e speculative degli ultimi anni (rifiuti campani, Ponte sullo Stretto di Messina, TAV in Val Susa solo per ricordarne alcuni), è ben conosciuto da moltissimi. I nomi dei membri della Commissione Grandi Rischi sono pubblici. I nomi dei politici erano presenti nelle schede elettorali di tutti noi quando distrattamente facevamo cadere una croce. Conniventi e silenziosi in questi anni, e oggi codazzo del Mosé che promette di traghettare L’Aquila verso new town splendenti. Intanto regala il G8, vero emblema di tutto quello che sta accadendo e accadrà. Il più screditato, inutile, arrogante, antidemocratico, abusivo organismo mai creato dagli Stati opulenti per opprimere e affamare popoli e Nazioni. Simbolo di tutte le devastazioni sulla pelle di miliardi di esseri umani, trasformati in merci e variabili numeriche sul tavolo di immense speculazioni.

LE MORTI DI SERIE B: I MIGRANTI SFRUTTATI E CANCELLATI DA CRONACA E MEMORIA

In conclusione, anche se molto potrebbe essere ancora detto, un pensiero doverosamente corre a chi sotto quelle macerie è rimasto senza nome, e rimarrà senza sepoltura. Perché, tra i tanti terribili atti di prepotenza vigliacca e criminale che sono e stanno emergendo, è emersa anche la terribile piaga dello sfruttamento dei lavoratori migranti senza documenti. Decine, forse centinaia di persone, sconosciute ai registri comunali e all’Ispettorato del Lavoro, sono morte e nessuno ha reclamato la loro salma. Inesistenti per tutti, probabilmente straziati dalle ruspe e rimossi con le macerie. Persone delle nazionalità più diverse. Riguardatevi Mare Nostrum, il film del regista RAI Stefano Mencherini o le inchieste pugliesi del giornalista de L’Espresso Fabrizio Gatti. Tornate con la memoria alla manifestazione dei migranti di Castel Volturno, sfruttati dalla camorra e oltraggiati dai megafoni del regime mediatico. Sappiate che è tutto reale, non è una fiction o un reality, e molti loro fratelli sono stati assassinati dal terremoto odierno. Sappiate che esistono anche loro. Lì dove le persone muoiono sotto la sabbia. Dove è tornato lo spettro della tubercolosi, in campi che quotidianamente scivolano verso l’inferno. Dove arriveranno presto i più grandi criminali della roboante Comunità internazionale, trafficanti di armi e speculatori sulle spalle dei poveri e degli oppressi…

di Alessio Di florio

fonte: ciranovagabondo@peacemail.it

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La legge del bavaglio


L'agenda delle priorità di Silvio Berlusconi continua ad essere ad personam. Quindi, che la ricreazione continui, con buona pace di Emma Marcegaglia. Sostegno alle imprese e a chi perde il lavoro? Possono attendere. Per la bisogna sono sufficienti, al premier, un paio di bubbole nel tempio di cartapesta di Porta a porta (4 giugno): "Oggi non c'è nessuno che perdendo il lavoro non venga aiutato dallo Stato. C'è la cassa integrazione per i precari, così come per i lavoratori a progetto".

Il Cavaliere diventa meno fantasioso quando si muove nel suo interesse. Teme le intercettazioni (non si sa mai, con quel che combina al telefono) e paventa le cronache come il diavolo l'acqua santa. Si muove con molta concretezza, in questi casi. Prima notizia post-elettorale, dunque: il governo impone la fiducia alla Camera e oggi sarà legge il disegno che diminuisce l'efficacia delle investigazioni, cancella il dovere della cronaca, distrugge il diritto del cittadino di essere informato. Con buona pace (anche qui) della sicurezza dei cittadini di un Paese che forma il 10 per cento del prodotto interno lordo nelle pieghe del crimine, le investigazioni ne usciranno assottigliate, impoverite.

L'ascolto telefonico, ambientale, telematico da mezzo di ricerca della prova si trasforma in strumento di completamento e rafforzamento di una prova già acquisita. Un optional, per capirci. Un rosario di adempimenti, motivazioni, decisioni collegiali e nuovi carichi di lavoro diventeranno sabbia in un motore già arrugginito avvicinando la machina iustitiae al limite di saturazione che decreta l'impossibilità di celebrare il processo, un processo (appare sempre di più questo il cinico obiettivo "riformatore" del governo). Ancora. Soffocare in sessanta giorni il limite temporale degli ascolti (un'ulteriore stretta: si era parlato di tre mesi) "vanifica gli sforzi investigativi delle forze dell'ordine e degli uffici di procura", come inutilmente ha avvertito il Consiglio superiore della magistratura.

Sistemata in questo modo l'attività d'indagine, il lavoro non poteva dirsi finito se anche l'informazione, il diritto/dovere di cronaca, non avesse pagato il suo prezzo. Con un tratto di penna la nuova legge estende il regime che oggi regola gli atti giudiziari coperti dal segreto anche agli atti non più coperti dal segreto "fino alla conclusioni delle indagini preliminari ovvero fino al termine dell'udienza preliminare". Prima di questo limite "sarà vietata la pubblicazione, anche parziale o per riassunto, della documentazione e degli atti delle conversazioni telefoniche anche se non più coperti dal segreto".

Si potrà dire che si indaga su una clinica privata abitata da medici ossessionati dal denaro che operano i pazienti anche se non è necessario. Non si potrà dire qual è quell'inferno dei vivi e quanti e quali pasticci hanno organizzato accordandosi al telefono. Lo si potrà fare soltanto a udienza preliminare conclusa (forse). Con i tempi attuali della giustizia italiana dopo quattro o sei anni. In alcuni patologici casi, dopo dieci.

Addio al giornalismo come servizio al lettore e all'opinione pubblica. Addio alle cronache che consentono di osservare da vicino come funzionano i poteri, lo Stato, i controlli, le autorità, la società. È vero, in alcuni casi l'ostinazione a raccontare le opacità del potere ha convinto il giornalismo ad andare oltre i confini del codice penale violando il segreto. È il suo mestiere, in fondo, perché la libertà di stampa è nata nell'interesse dei governati e non dei governanti e quindi non c'è nessuna ragione decorosa per non pubblicare documenti che raccontano alla pubblica opinione - ricordate un governatore della Banca d'Italia? - come un'autorità di vigilanza protegge (o non protegge) il risparmio e il mercato.

Naturalmente violare la legge, anche se in nome di un dovere professionale, significa accettarne le conseguenze. È proprio sulle conseguenze di violazioni (finora comunemente accettate) che la legge del governo lascia cadere un maglio sulla libertà di stampa. I cronisti che violeranno la consegna del silenzio saranno sospesi per tre mesi dall'Ordine dei giornalisti (sarà questa la vera punizione) e subiranno una condanna penale da sei mesi a tre anni di carcere (che potrà trasformarsi in sanzione pecuniaria, però). Ma non è questo che conta davvero, mi pare. Che volete che sia una multa, se si è fatto un lavoro decente?

La trovata del governo che cambia radicalmente le regole del gioco è un'altra. È la punizione economica inflitta all'editore che, per ogni "omesso controllo", potrà subire una sanzione pecuniaria (incarognita nell'ultimo testo) da 64.500 a 465mila euro. Come dire che a chi non tiene la bocca cucita su quel che sa - e che i lettori dovrebbero sapere - costerà milioni di euro all'anno la violazione della "consegna del silenzio", cifre ragguardevoli e, in molti casi, insostenibili per un settore che non è in buona salute.

L'innovazione legislativa - l'abbiamo già scritto - sposta in modo subdolo e decisivo la linea del conflitto. Era esterna e impegnava alla luce del sole la redazione, l'autorità giudiziaria, i lettori. Diventa interna e vede a confronto, in una stanza chiusa, le redazioni e le proprietà editoriali. La trovata trasferisce il conflitto nel giornale. L'editore ha ora un suo interesse autonomo a far sì che il giornale non pubblichi più quelle cronache. Si portano così le proprietà a intervenire direttamente nei contenuti del lavoro redazionale. Le si sollecita, volente o nolente, a occuparsi della materia informativa vera e propria, sindacando gli atti dei giornalisti. Il governo, nel progetto inviato al Parlamento, pretende addirittura che l'editore debba adottare "misure idonee a favorire lo svolgimento dell'attività giornalistica nel rispetto della legge e a scoprire ed a eliminare tempestivamente situazioni di rischio". È evidente che solo attraverso un controllo continuativo e molto interno dell'attività giornalistica è possibile "scoprire ed eliminare tempestivamente situazioni di rischio". Di fatto, l'editore viene invitato a entrare nel lavoro giornalistico e a esprimere un sindacato a propria tutela.

Ecco dunque i frutti intossicati della legge che oggi sarà approvata, senza alcuna discussione, a Montecitorio: la magistratura avrà meno strumenti per proteggere il Paese dal crimine e gli individui dall'insicurezza quotidiana; si castigano i giornalisti che non tengono il becco chiuso anche se sanno come vanno le cose; si punisce l'editore spingendolo a mettere le mani nella fattura del giornale. E quel che conta di più, voi - cari lettori - non conoscerete più (se non a babbo morto) le storie che spiegano il Paese, i comportamenti degli uomini che lo governano, i dispositivi che decidono delle vostre stesse vite. Sono le nuove regole di una "ricreazione" che non finisce mai.

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