giovedì 11 giugno 2009

Anestetizzati da una realtà che non ci fa più dire: "Nun te reggae più"?


Rino Gaetano è sempre stato etichettato come una sorta di "giullare" della musica italiana, senza una giusta collocazione politica, con le sue canzonette allegre e un pò sempliciotte. Emergeva al fianco di grandissimi dello scenario musicale italiano, come De Gregori, Dalla, Venditti e Cocciante, per cui era facile individuare in lui la figura dell'istrione, il classico personaggio buono nei momenti di allegria.

Sovente però proprio per le sue peculiarità è stato visto come il vero musicista italiano, ovvero come colui che ha creato un tipo di musica lontana dagli influssi di altre nazioni e tradizioni, ma condita semplicemente da quel modo italico di vivere la vita.

Con la sua spensieratezza, il suo modo scansonato, a volte quasi irriverente, arrivava ad affrontare temi importanati, rappresentando musicalmente i costumi di una società italiana che si stava piano piano smarrendo. Nel brano "Nun te raggae più" dà un'immagine semplicemente disarmante su uno status quo ormai consolidato, una condizione che non è cambiata se non in peggio. Da qui nasce un'ultima riflessione è stato lui ad anticipare i tempi, ad "essere avanti", oppure siamo noi italiani che siamo stati anestetizzati da una realtà che non ci fa più dire: "Nun te reggae più"?

di Walter Bianchi

Link: http://associazionepasolini.org/index.php?option=com_frontpage&Itemid=1

Quel patto sui migranti


"Mi picchiarono tre guardie con sbarre di legno e di metallo. Mi picchiarono per più di 10 minuti. Mi chiamavano "negro" mentre mi picchiavano. Quando caddi a terra mi presero a calci. Mi colpirono in testa con una sbarra di metallo. Ho ancora le cicatrici e dolori alla testa".

Tomas, un ventiquattrenne eritreo intervistato a Roma il 20 maggio,ha riferito a Human Rights Watch di abusi e pestaggi subiti dalle guardie delle prigioni libiche di Jawazat e di Kufra, luoghi di deportazione in cui - secondo l'organizzazione umanitaria - gli agenti sono in combutta con i trafficanti, che chiedono ai migranti centinaia di dollari per farsi portare a Tripoli.

"Il primo ministro Silvio Berlusconi e Muammar Gheddafi stanno costruendo il loro accordo di amicizia a spese di individui, di altri paesi, ritenuti sacrificabili da entrambi", afferma Bill Frelick, direttore per le politiche dei rifugiati di Human Rights Watch, nel giorno della visita del leader libico in Italia. "Più che un trattato di amicizia - aggiunge - si direbbe uno sporco accordo per permettere all'Italia di scaricare i migranti e quanti sono in cerca di asilo in Libia e sottrarsi ai propri obblighi".

La Libia non si può considerare seriamente come un interlocutore in qualsivoglia schema di protezione dei rifugiati, dice l'organizzazione, perché non ha ratificato la Convenzione sui rifugiati, non ha alcuna legislazione in materia d'asilo e invece vanta una triste storia di abuso e maltrattamento sui migranti colti nel tentativo di scappare dal paese via nave.

Da quando l'Italia ha stabilito la sua nuova politica di intercettazione e respingimento sommario il 6 maggio, sono stati intercettati 500 tra migranti e richiedenti asilo dalle forze di sicurezza italiane e le loro imbarcazioni trainate in Libia. I migranti vengono respinti senza neanche una valutazione superficiale per determinare se abbiano bisogno di protezione o siano particolarmente vulnerabili, come nel caso di malati o feriti, donne incinte, bambini non accompagnati, o vittime di tratta.
di VITTORIO LONGHI

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