sabato 13 giugno 2009

Ministro Brunetta, perché se la prende con gli ammalati oncologici? Si faccia un esame di coscienza!


Leggiamo di una circolare della funzione pubblica, la n. 1 del 2009, firmata dal Signor Brunetta, che a dir poco è scandalosa e immoralmente vergognosa. Orbene il signor Brunetta, Ministro della Repubblica Italiana, non pago delle vergognose etichettature, insinuazioni, insulti che rivolge ai lavoratori pubblici (siano essi fannulloni o panzoni) adesso se la prende anche con gli ammalati oncologici.
Se la prende con chi gravemente malato è costretto a subire la chemioterapia, la radioterapia; se la prende con chi sta conducendo la sua battaglia per vivere, perché lo sappiamo tutti nevvero, che l’ammalato oncologico se la spassa nel farsi curare? Che può lavorare da un letto di ospedale o da casa..magari usando un efficiente computer.
Vede Signor Brunetta, la gente è stanca di tutti questi insulti che riversate sui cittadini. La Vostra, unica fortuna è che beneficiate della immunità nell’esercizio delle vostre funzioni, siete immuni e non rispondete di tutte le volgarità che dite gratuitamente. Se aveste invece, un minimo di onestà intellettuale e pietas umana e buonsenso, vi guardereste bene dall’essere così insolenti.
Se Lei non sa che cosa significa cercare di salvarsi da una malattia oncologica, glielo spieghiamo noi, che abbiamo accompagnato Stefania per sette lunghi anni. Anni di sofferenze per tutta una famiglia e di una persona giovane, che ha contratto una malattia quasi sicuramente professionale e incurabile.
(Vedi un po’ questi fannulloni che si ammalano, perché lavorano troppo poco, eh!)
Stefania aveva 36, anni quando si è ammalata di cancro, era un tecnico di radiologia medica, era una instancabile lavoratrice, perché amava molto il suo lavoro. Stefania è andata avanti anni a coprire turni di 15 giorni al mese h 24, (della serie non tornava a casa ma restava per giorni e giorni in ospedale) perché in radiologia non c’era personale. E vuole sapere qual è stato il ringraziamento per il lavoro svolto in tanti anni? Ovviamente, dato che era ammalata e non poteva di certo andare al lavoro, hanno ben pensato di declassarla, hanno cercato di toglierle il livello retributivo.
E anche qui ennesima battaglia, anche se legale, che grazie a Dio, e alla forza della Cgil, ha ristabilito il suo diritto, ma non è stato semplice vista l’arrogante ignoranza della Direzione Sanitaria.
Prima però, le chiedevano il favore di fare turni massacranti, che Lei, per senso del dovere non rifiutava mai! Si è ammalata di cancro, sette anni di sofferenze, tre interventi chirurgici demolitivi, sa cosa significa essere operati per ben tre volte , con interventi chirurgici di durata media 14 ore, (e non certo per lentezza chirurgica), cicli continui di chemioterapia, radioterapia, brachiterapia, ha resistito a tutto perché voleva vincerla questa battaglia.
E parliamo della chemioterapia. Vede Signor Brunetta, dopo una chemioterapia, Stefania rimaneva a letto immobile per circa una settimana, non riusciva a muovere un dito, non parliamo poi di tutti quelli che si chiamano effetti collaterali di una chemioterapia che sono devastanti per il fisico e la mente (vomito, nausea, inappetenza, gonfiore, sbalzi di temperatura, dolori ai muscoli ed alle articolazioni).
Pensa che in queste condizioni un ammalato possa lavorare signor Brunetta?
Abbiamo solcato i corridoi dell’ospedale oncologico di Padova, dentro quelle mura si sono rincorse speranze, dolori, si sono suggellati patti di silenzio con i medici; lo sa, Signor Brunetta, che da quando STEFANIA se n'é andata, non riesco più ad entrare in un ospedale?
Tutto va bene e nulla manca per chi guarda soltanto dal di fuori e giudica gli altri prendendo sé per misura. Si ricordi, invece, che la civiltà di uno Stato la si misura da come vengono trattati i bambini , i vecchi e gli ammalati, e ultimamente mi sembra pesante la carenza (o meglio abrogazione ) dei diritti visti gli interventi legislativi, effettuati in questi ambiti.
Ma secondo lei, bisogna passare per queste forche caudine per capire, che la circolare che è stata emessa è un’autentica vergogna, devo forse augurarle di ammalarsi gravemente, perche’ possa capire che certi errori non si devono fare, che bisogna avere rispetto per chi è ammalato suo malgrado?
Che bisogna fermarsi, e tacere, di fronte a questi eventi, lasciando ai medici e ai pazienti sempre l’ultima parola, perché è solo la persona che è in trincea che sa quali sono le sue forze, di quanto è ridotta la propria capacità di stare con dignità nel posto di lavoro, senza sentirsi in difficoltà, aggiungendo così dolore su dolore.
Prima di assumere atti amministrativi, con valore normativo, atti che assumeranno su chi li subisce pesanti ripercussioni esistenziali, prima di far ciò, provi a capire le sensibilità che si toccano, provi prima, a guardare negli occhi una persona giovane in età lavorativa, ammalata di cancro, provi a guardarle gli occhi e provi a capire , se ha bisogno di fare il telelavoro, o se invece ha bisogno di essere aiutata per uscire da quell’inferno per ricominciare a vivere e anche a lavorare con dignità, senza declassamenti, senza pietismo.
Stefania, nonostante tutto, voleva tornare al suo posto di lavoro, voleva tornare tra i suoi colleghi, voleva riappropriarsi della sua vita, sequestrata forzosamente da questa maledetta malattia.
Voglio inoltre evidenziarle Signor Brunetta, che anche quando le persone ammalate oncologicamente fossero in grado di prestare la loro attività lavorativa, certamente il telelavoro non sarebbe la cosa più adeguata, perché si rischierebbe la ghettizzazione della persona nella solitudine più totale, invece lei probabilmente non sa che queste persone lì dove è possibile, richiedono e cercano la loro normale quotidianità.
Si faccia un esame di coscienza e se è una persona intelligente, faccia tesoro di quello che le abbiamo scritto, anche questo con profondo dolore.
di Cinzia e Simonetta ARCANGELI

Le lame fasciste al servizio di una cultura imperante


Roma, quartiere Garbatella, le due e mezza di notte. Ancora lame, ancora fascisti. Due ragazzi sui 25 anni hanno appena assistito a un concerto rock di gruppi romani emergenti nel centro sociale La Strada. Hanno deciso di tornare a casa a piedi: vivono nel quartiere. Hanno già percorso cinquecento metri, sono ormai distanti dal centro sociale, vicini al Roma Club e all’altezza del “bar dei Cesaroni”, il locale conosciuto per essere una delle location della popolare fiction tv. Non hanno segni di riconoscimento addosso, neppure una felpa o una maglietta particolare, eppure qualcuno, che evidentemente li ha seguiti, senza neppure dare loro il tempo di capire, li aggredisce urlandogli: «Comunisti di merda, voi e i vostri centri sociali». Sono in due, vestiti di nero e, dopo una breve colluttazione, uno dei due tira fuori un coltello e – in perfetto stile da stadio – colpisce uno dei due ragazzi ad un gluteo. Un colpo secco e via, poi si dileguano. Il giovane ferito, trasportato al Cto della Garbatella, avrà 8 punti di sutura. Sull’aggressione stanno indagando la polizia e la Digos. Il fattaccio non è che l’ultimo di una serie, a Roma. Basti ricordare il più grave di tutti: l’omicidio di Renato Biagetti, nel 2006 a Fiumicino. Ma più recentemente è successo ad Ostia, ad aprile 2009, con due ragazzi e una ragazza feriti a colpi di bottiglia per non aver voluto consegnare uno zaino con una toppa antifascista ad una squadraccia. E poi, a maggio, l’attentato incendiario contro il centro sociale Acrobax. «Dopo poco più di un mese dall’uccisione di Aldo Murgia in via Costantino (l’uomo ucciso in una lite per un parcheggio, ndr), dopo l’assassinio a fine marzo davanti ai locali notturni di Via del Gazometro, dopo una serie di aggressioni tutte corredate da armi da taglio che tanto sono in voga anche fra le giovani generazioni – scrivono i militanti de La Strada – questa volta l’atto criminoso colpisce due giovani del quartiere stesso, colpevoli di aver partecipato a una serata di festa che come tutte le iniziative del nostro centro sociale rivendica una cultura altra e libera che si possa contrapporre alla cultura aggressiva e arrogante che si respira intorno ai locali notturni della nostra zona. Alla vigilia delle elezioni, in una città governata da razzisti e fascisti, gli episodi d’intolleranza (l’ultimo a Tormarancia) si moltiplicano nei nostri quartieri».
di Angelo Mastrandrea

Ballando su una nave che affonda


Anche a qualche giorno dal voto, a mente fredda, queste elezioni europee sono state un vero disastro.
E un disastro gravido di pericoli, soprattutto in Italia.
Astensione, avanzata delle destre, dissoluzione delle sinistre: i comunisti e le destre socialdemocratiche sono state mandate al diavolo. E in più, aggiungo io, una situazione di diffusa ingovernabilità. C'è l'eccezione, forse, della Francia, ma altrove è difficile prevedere governi, anche di destra, ma governanti.
In Italia, lo ripeto, la situazione è di pericolosa ingovernabilità. L'ipotesi cara a Berlusconi, ma anche a buona parte del Pd, di un bipolarismo, cioè della prevalenza di due partiti, alternativamente di governo, è saltata, tanto che anche Berlusconi ha dovuto rinunciare a impegnarsi nel referendum prossimo, che invece il Pd continua a sostenere. L'affermazione, rilevante, della Lega e dell'Italia dei Valori ha tagliato le ali a ogni speranza di bipolarismo. Berlusconi non avrà vita facile neppure lui, anche se la sinistra è a pezzi. E se la situazione è questa - lo sappiamo per esperienza storica - l'ingovernabilità spinge all'autoritarismo: debbo governare, debbo salvare il paese, si dice e si dirà Berlusconi, ragione per cui le forzature autoritarie saranno necessarie e in una stagione di populismo dilagante troveranno sostenitori anche tra quelli che al voto si sono astenuti.
La sinistra è allo sbando. Nemmeno la sconfitta placa le coltellate al suo interno e in questa demenza suicida si finisce con l'utilizzare anche Gheddafi. Un parlamentare vicino a D'Alema aveva accettato che Gheddafi entrasse nella grande aula del Senato, e subito (soprattutto nel Pd) è scattato il rifiuto per dare uno schiaffo a Massimo D'Alema. Con questa sinistra ci si può aspettare di tutto: anche un favore a Berlusconi per far dispetto a uno dei propri leaders. E tutto questo - non va dimenticato - nel quadro di una gravissima crisi. Le crisi nei tanto disprezzati Usa hanno portato a Roosevelt e Obama, mentre in Europa, nel passato, a Mussolini e Hitler. E ora c'è l'ondata di destra.
In Italia la sinistra è al disastro. Anche la buona volontà di Fausto Bertinotti, che propone l'unità di tutte le forze che non siano di Berlusconi o di Bossi e che siano pronte e decise a buttare a mare tutto il passato del comunismo, del socialismo e di quant'altro non mi persuade proprio. Buona volontà, certo, ma quanto realizzabile? Come non pensare che aggraverà confusione e conflitti interni. L'esperienza dell'Arcobaleno? Discutiamone.
Sia chiaro, noi del manifesto siamo tutti per l'unità delle varie sinistre e lo avevamo proposto (inascoltati) prima del voto. Ma in quest'Europa e in quest'Italia come si può lavorare a un rinnovamento e a una unità della sinistra? Durante il fascismo in prigione o in esilio i comunisti e i socialisti e anche Don Sturzo lavorarono a capire le ragioni della sconfitta, i cambiamenti della società. Cerchiamo di ricordarcelo e cerchiamo di difendere e rivitalizzare quel che resta di democratico nel nostro paese. I pericoli autoritari incombono e ricordiamo che per sconfiggerli ci volle anche una guerra mondiale.
di Valentino Parlato

Ex Jugoslavia, l'eldorado dei criminali


Alcune repubbliche ex jugoslave sono diventate un paradiso per i criminali, grazie al meccanismo delle doppie (e triple) cittadinanze e all'assenza di trattati di estradizione. I percorsi di mafiosi e criminali di guerra per evadere la giustizia nei Balcani.
La polizia serba ha arrestato a Belgrado alla fine di maggio Željko Milovanović, sospettato di aver collocato e attivato l'esplosivo che il 23 ottobre scorso ha ucciso a Zagabria il giornalista croato Ivo Pukanić e il suo agente di marketing Niko Franjić. Anche se la polizia croata ha firmato un mandato di cattura, Milovanović non le verrà consegnato perché, oltre alla cittadinanza croata, il ricercato possiede anche quella serba.

All'inizio di maggio Branimir Glavaš è stato condannato dalla corte di Zagabria per i crimini di guerra commessi a Osijek nel 1991 ma, qualche giorno prima della lettura della sentenza, è fuggito in Bosnia Erzegovina (BiH). Anche se la polizia croata ha firmato il mandato d'arresto, non le verrà consegnato perché Glavaš possiede anche la cittadinanza della Bosnia Erzegovina. La costituzione di questo Paese protegge i propri cittadini dal trasferimento in un altro Paese.

L’ex rappresentante della presidenza della Bosnia Erzegovina Ante Jelavić, dopo essere stato condannato come criminale a 10 anni di carcere in BiH, è fuggito in Croazia, dove vive come libero cittadino, perché oltre alla cittadinanza bosniaco-erzegovese ha anche quella croata.

Anche il chirurgo di Fiume Ognjen Šimić, condannato lo scorso anno a 9 anni di carcere per tangenti, è fuggito in Bosnia Erzegovina. Non ha motivo di temere la pena né il trasferimento in Croazia perché, oltre a quella croata, possiede anche la cittadinanza della Bosnia Erzegovina.

“Ogni criminale o assassino della ex Jugoslavia che tiene alla sua pelle si è procurato la cittadinanza di almeno un altro Paese”, ha dichiarato a Osservatorio un alto funzionario della polizia serba dopo la cattura di Milovanović. “Milovanović ha pensato bene di procurarsene addirittura tre: ha la cittadinanza serba, quella croata e della Bosnia Erzegovina, così ha potuto commettere crimini in due Paesi e nascondersi in un terzo”.

Branimir Glavaš, accusato di crimini di guerra e in fuga dal carcere e dalla legge croata, attualmente latitante in Bosnia Erzegovina, ha dimostrato in modo lampante come si possa abusare della doppia cittadinanza. Nel momento in cui era chiaro che lo attendeva il carcere, lo scorso ottobre, ha richiesto e ottenuto la cittadinanza della Bosnia Erzegovina. Anche se è nato a Osijek, in Croazia, nel 1956, e non ha vissuto nemmeno un giorno in Bosnia, ha ottenuto la cittadinanza sulla base del fatto che lì sono nati i suoi genitori. Anche se è evidente che ha escogitato la richiesta solo con l’intenzione di evitare il carcere in Croazia, questo non gli impedisce di godersi tranquillamente la sua libertà in Bosnia Erzegovina.

Secondo i dati pubblicati dal quotidiano sarajevese Dnevni Avaz sarebbero più di 40 i bosniaco-erzegovesi, in possesso anche della cittadinanza croata, che negli ultimi anni sono stati indagati o condannati in Bosnia e che sono fuggiti in Croazia. Non si conosce esattamente il numero dei casi dei croati che si nascondono in Bosnia, oltre al già citato Glavaš e al chirurgo Šimić, ma non è certo molto inferiore. L’ultimo caso è stato quello della fuga del controverso imprenditore Blažo Petrović, scappato in Bosnia Erzegovina (già ne possiede la cittadinanza) quando ha saputo che sarebbe stato arrestato a Zagabria perché accusato di essere implicato in un crimine.

“Qualcuno dei criminali croati che ora si nascondono in Bosnia, e degli erzegovesi che si nascondono in Croazia, e che durante la guerra erano ferventi sostenitori dell’Herceg-Bosna (entità parastatale sostenuta anche dal presidente croato Franjo Tudjman) e dell’unione dell’Erzegovina con la Croazia, probabilmente ora sono molto contenti che i loro desideri non si siano realizzati. Se così fosse, oggi non avrebbero un luogo per sfuggire alla legge”, ha affermato un politico croato.

Il numero crescente di criminali che sfuggono al carcere rifugiandosi in un altro Paese è diventato un problema, per le repubbliche nate dopo la fine dell’ex Jugoslavia. Alcuni paesi addirittura, come la Bosnia Erzegovina, prevedono con le loro leggi che una persona con doppia cittadinanza che ha commesso un crimine in un altro Stato possa scontare la pena in Bosnia solo se ne da il consenso!

Gli Stati della regione, in questo modo, diventano rifugio di un numero crescente di criminali che hanno capito di poter rubare, uccidere e commettere altri crimini restando impuniti.

“In settembre organizzeremo a Belgrado un summit dei ministri degli Interni e della Giustizia dell’intera regione, così da risolvere questo problema. La Serbia non dovrà cambiare la propria costituzione per permettere il trasferimento dei suoi cittadini in altri Paesi, perché questa disposizione è già stata eliminata, ma gli altri Stati dovranno farlo. Tuttavia, nemmeno la Serbia può trasferire i suoi cittadini fintanto che non saranno siglati accordi bilaterali con gli Stati della regione. Per questo proporremo un accordo multilaterale che, in seguito alle modifiche costituzionali nei Paesi della regione, possa finalmente permettere il trasferimento dei criminali”, ha affermato Slobodan Homen, funzionario al ministero di Giustizia della Repubblica serba.

Fino ad allora, i criminali potranno starsene in libertà. Sembra che sarà così ancora a lungo, perché la modifica della costituzione non è un lavoro facile e, oltre a richiedere del tempo, necessita anche di volontà politica.

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