martedì 16 giugno 2009

Perù, il massacro amazzone che ci riguarda


È finora di una quarantina di morti e di centinaia di feriti il bilancio dell’uso della forza da parte del governo peruviano di Alan García, uno degli ultimi in America latina che al consenso degli elettori continua ad anteporre, come se fossimo ancora nei decenni neri di fine XX secolo, quello di Washington.

Il conflitto tra gli indigeni dell’Amazzonia e il governo di Lima (del quale demmo conto qui e qui) ha avuto così lo sviluppo più sanguinoso possibile che in queste ore sta provocando una vera e propria caccia all’uomo con almeno uno dei dirigenti indigeni più in vista, Alberto Pizango , costretto a chiedere asilo politico in Nicaragua. Non poteva averne altro in un paese come il Perù, tra gli ultimi ad essere retto da un governo ortodossamente neoliberale e che si è legato mani e piedi firmando un trattato di libero commercio che è all’origine dell’attuale crisi.

È infatti il TLC tra Perù e Stati Uniti che “privatizza” una dei patrimoni mondiali più importanti per biodiversità dell'intera umanità, aprendolo allo sfruttamento da parte delle multinazionali del petrolio, del gas, dell’acqua e del legname e sottraendolo alle popolazioni indigene che lo considerano loro assegnato per diritto ancestrale. È sempre il TLC che sottrae completamente alla sovranità peruviana il territorio. Le compagnie multinazionali, sono infatti libere di sfruttare il territorio senza essere obbligate ad alcuna mediazione con chi, come gli indigeni, su quel territorio ci vive. Siamo così al muro contro muro, con il governo di Lima che usa la violenza perché non ha altra scelta che rispettare i patti con Washington e le comunità indigene che stanno combattendo una battaglia per la loro sopravvivenza.

Siamo costretti una volta di più a notare che uno dei massacri politici più gravi da anni nel continente sta avvenendo nel silenzio colpevole della stampa internazionale, altrimenti così solerte quando crisi politiche anche di ben minore entità riguardano paesi non proclivi al fondomonetarismo. Ma la stampa internazionale una volta di più sbaglia a disinteressarsi del Perù perché quello amazzonico è uno scontro dalla valenza planetaria. Quello sugli indigeni peruviani è pertanto un silenzio complice. Col silenzio, giova ricordare, si sta dalla parte di chi viola i diritti e contro chi li vede violati, e quel silenzio è necessario denunciare e rompere.

Se i morti sono finora una quarantina, comunque un massacro spaventoso, decine o forse centinaia di migliaia di vite sono a rischio perché quella che combattono gli indigeni dell’Amazzonia peruviana è una battaglia in difesa di uno dei punti nevralgici dell’ecosistema mondiale e nel quale si scontrano due visioni alternative di mondo: quella neoliberale dei Trattati di Libero Commercio, che stabilisce che qualunque cosa ha un prezzo e che le conseguenze a breve, medio e lungo termine dello sfruttamento del pianeta non sono importanti rispetto al profitto immediato delle corporazioni e quella di chi pensa che un altro rapporto con il pianeta sia non solo possibile ma indispensabile e urgente.

Nell’Amazzonia peruviana non stiamo infatti assistendo ad un semplice conflitto per la terra, con le popolazione native espulse dalle loro terre ancestrali per far posto al latifondo, alle enclosures, allo sviluppo capitalista e agroindustriale di terre libere e che qualcuno suppone deserte e disponibili.

Quello che si combatte in Perù è un conflitto che mette in gioco molteplici aspetti. Vediamo una volta di più la controffensiva di popolazioni native che qualcuno considerava residuali e assimilabili (se non sterminabili) e che invece in questi anni risultano sempre più coscienti di sé e dei propri diritti e pertanto combattive, dai mapuche cileni ai garifuna dell’Honduras. Questa lotta coincide dunque con quella di chi pensa che tutto il pianeta, la vita, la natura, la biodiversità, non sia assoggettabile ai Trattati di Libero Commercio come quello firmato dal governo di Lima che ha semplicemente rinunciato alla propria sovranità sulla regione sottoponendola agli interessi economici e finanche alle leggi di un paese terzo, in questo caso gli Stati Uniti.

Il governo di Alan García spara sulla folla sostenendo pubblicamente che non ci sia altra via allo sviluppo che questa, disboscare, desertificare, distruggere, privare i popoli del loro territorio. Paesi vicini al Perù, l’Ecuador e la Bolivia in primo luogo, stanno dimostrando che il governo peruviano ha torto, che ci sono altre vie allo sviluppo oltre quella del pensiero unico e che senza rispetto per la vita dei popoli lo sviluppo stesso non ha alcun senso.

di Gennaro Carotenuto

fonte www.gennarocarotenuto.it

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La voce del popolo iraniano


I risultati elettorali in Iran potrebbero riflettere la volontà del popolo iraniano. Molti esperti stanno sostenendo che il margine di vittoria del presidente in carica, Mahmoud Ahmadinejad, è stato il risultato di frodi o manipolazioni, tuttavia il nostro sondaggio dell’opinione pubblica iraniana a livello nazionale tre settimane prima del voto mostrava Ahmadinejad in testa con un margine di oltre 2 a 1 – superiore a quello con cui apparentemente ha vinto nelle elezioni di tre giorni fa.

Mentre i servizi giornalistici da Tehran nei giorni che hanno preceduto il voto rappresentavano una opinione pubblica iraniana entusiasta del principale avversario di Ahmadinejad, Mir Hossein Mussavi, il nostro campionamento scientifico in tutte e 30 le province dell’Iran mostrava Ahmadinejad in testa di parecchio.

I sondaggi nazionali indipendenti e non censurati dell’Iran sono rari. Di solito, i sondaggi pre-elettorali vengono condotti o monitorati dal governo, e sono notoriamente inaffidabili. Invece, il sondaggio realizzato dalla nostra organizzazione no-profit dall’11 al 20 maggio era il terzo di una serie negli ultimi due anni. Condotto per telefono da un Paese confinante, le rilevazioni sul campo sono state eseguite in Farsi da una società di sondaggi il cui lavoro nella regione per conto di ABC News e della BBC ha ricevuto un Emmy Award. Il nostro sondaggio è stato finanziato dal Rockefeller Brothers Fund.

L’ampiezza del sostegno per Ahmadinejad era evidente nel nostro sondaggio pre-elettorale. Nel corso della campagna elettorale, ad esempio, Mussavi ha sottolineato la sua identità di azero, il secondo gruppo etnico in Iran dopo quello dei persiani, per cercare di accattivarsi gli elettori azeri. Il nostro sondaggio indica, tuttavia, che gli azeri preferivano Ahmadinejad a Mussavi nel rapporto di due contro uno.

Gran parte dei commenti hanno rappresentato i giovani iraniani e Internet come precursori del cambiamento in queste elezioni. Ma il nostro sondaggio ha scoperto che solo un terzo degli iraniani hanno accesso a Internet, mentre, di tutti i gruppi di età, quello dei giovani fra i 18 e i 24 anni comprendeva il blocco di voti più forte a favore di Ahmadinejad.

Gli unici gruppi demografici nei quali Mussavi era in testa o competitivo rispetto ad Ahmadinejad, secondo i risultati del nostro sondaggio, erano gli studenti universitari e i laureati, e gli iraniani con la fascia di reddito più alta. Quando è stato realizzato il nostro sondaggio, inoltre quasi un terzo degli iraniani erano ancora indecisi. Tuttavia, le distribuzioni di riferimento che abbiamo trovato allora rispecchiano i risultati riferiti dalle autorità iraniane, il che indica la possibilità che il voto non sia il prodotto di frodi diffuse.

Alcuni potrebbero argomentare che il sostegno dichiarato per Ahmadinejad da noi rilevato riflettesse semplicemente la riluttanza degli intervistati impauriti a fornire risposte oneste ai rilevatori. Tuttavia, l’integrità dei nostri risultati è confermata dalle risposte politicamente rischiose che gli iraniani erano disposti a dare a un sacco di domande. Ad esempio, quasi quattro iraniani su cinque – compresa la maggioranza dei sostenitori di Ahmadinejad – hanno detto di voler cambiare il sistema politico per avere il diritto di eleggere la Guida Suprema, che attualmente non è soggetta al voto popolare. Analogamente, gli iraniani hanno definito libere elezioni e una libera stampa come le loro priorità più importanti per il governo, praticamente alla pari con il miglioramento dell’economia nazionale. Non propriamente risposte "politically correct" da esprimere pubblicamente in una società generalmente autoritaria.

Anzi, e coerentemente in tutti e tre i nostri sondaggi nel corso degli ultimi due anni, più del 70 % degli iraniani si sono detti favorevoli a dare pieno accesso agli ispettori sugli armamenti, e a garantire che l’Iran non sviluppi o possieda armi nucleari, in cambio di aiuti e investimenti esterni. E il 77 % degli iraniani era favorevole a rapporti normali e commercio con gli Stati Uniti, un altro dato in accordo con i nostri risultati precedenti.

Gli iraniani considerano il loro sostegno a un sistema più democratico, con rapporti normali con gli Stati Uniti, in armonia con il loro appoggio ad Ahmadinejad. Non vogliono che lui continui con le sue politiche intransigenti. Invece, gli iraniani apparentemente considerano Ahmadinejad il loro negoziatore più tosto, la persona meglio posizionata per portare a casa un accordo favorevole – una sorta di Nixon persiano che va in Cina.

Le accuse di frodi e manipolazioni elettorali serviranno a isolare ulteriormente l’Iran, e probabilmente ne aumenteranno la belligeranza e l’intransigenza nei confronti del mondo esterno. Prima che altri Paesi, compresi gli Stati Uniti, saltino alla conclusione che le elezioni presidenziali iraniane sono state fraudolente, con le conseguenze serie che accuse di questo tipo potrebbero portare, essi dovrebbero valutare tutte le informazioni indipendenti. Potrebbe darsi semplicemente che la rielezione del presidente Ahmadinejad sia quello che voleva il popolo iraniano.

di KEN BALLEN E PATRICK DOHERTY
The Washington Post

Ken Ballen è presidente di "Terror Free Tomorrow: The Center for Public Opinion", un istituto senza fini di lucro che si occupa di ricerche sugli atteggiamenti nei confronti dell’estremismo. Patrick Doherty è vice direttore dell’"American Strategy Program" presso la "New America Foundation". Il sondaggio condotto dai due gruppi dall’11 al 20 maggio si basa su 1.001 interviste in tutto l’Iran, e ha un margine di errore di 3,1 punti percentuali.

Traduzione di Ornella Sangiovanni per
Osservatorio Iraq

Titolo originale: "The Iranian People Speak"

Fonte: http://www.washingtonpost.com
Link

Sulla commedia-farsa in cui abbiamo vissuto in questi ultimi anni calerà il sipario


Certo che se ne devono andare. Tutti quelli che hanno creato questo disastro a sinistra. Ma non se ne andranno. Resteranno a creare problemi. Non è con quei mattoni che si potrà ricostruire una rinascita della sinistra e della democrazia nel paese. Da quella gente non può nascere nemmeno una qualunque alternativa a questa sinistra.
E non si potrà costruire nessuna alternativa di governo se non se ne costruisce una a questa sinistra. Gli appelli sono inutili, perché non è questione di buona volonta, ma di idee. Tra coloro che si debbono fare da parte ci sono molte persone oneste. Ma se non ci sono idee la buona volontà non basta.

La sinistra, tutta, quella che si è arresa, quella istituzionale, quella - si fa per dire - «radicale» è crollata perché non ha più idee. Non ha capito come cambiava il mondo.

Quindi la prima cosa da fare è organizzare lo studio, la comprensione del mondo come premessa per costruire un'alternativa a questo che, per inciso, si sta sgretolando sotto i nostri occhi e minaccia di travolgerci sul serio. Che fare? I falliti della sinistra già annaspano verso un'alleanza con il Pd, che a sua volta annaspa. Cioè continuano come prima in nome di un realismo irreale e surreale.

Il problema delle alleanze si pone, ovviamente, ma non avrà alcun seguito se prima non si affronta la questione delle idee. Farlo ora significa solo allontanare la necessità di costruire un programma di alternativa radicale.

Ci vorrà tempo, ma se si organizzano le forze, affidando a un comitato di saggi il compito di formare l'agenda, si può cominciare da subito. Sapendo che Berlusconi non è eterno, checché ne pensi lui. La sua narrazione del mondo ha stravinto, ma l'Italia non è sua. Bisogna prepararsi al disfacimento del sistema politico che lui ha costruito, in convergenza con il Pd.

Tutto ciò non avverrà in tempi storici. Sulla commedia-farsa in cui abbiamo vissuto in questi ultimi anni calerà il sipario.

Il problema è che salterà in aria la destra, ma anche il pasticcio della sinistra e del Pd, che non è più niente, né destra, né sinistra. Già questo dovrebbe dirci quanto sia ridicolo occuparsi adesso delle alleanze, quando il quadro politico che dovremo a breve affrontare sarà completamente modificato dal corso della natura della crisi italiana e mondiale.

Certo sarà una serie di eventi molto più vicini al caos che a una ordinata transizione. E per evitare questo pericolo bisogna costruire le casematte gramsciane.

C'è una parte grande dell'Italia che ha bisogno di un punto di riferimento, di parole chiare, di un'agenda di priorità. Chi è disposto a scriverla?
di Giulietto Chiesa - ilmanifesto

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