lunedì 22 giugno 2009

Rivoluzione iraniana: la storia di un modello istituzionale


Il modello politico ideale dell'Islam radicale, come è noto, è quello dell'età dell'oro musulmana, espressa dal governo dei primi successori del Profeta, i Califfi. In tale modello, il Califfo è guida spirituale della comunità ("umma") ed anche il suo capo politico, governandola in base ai principi della legge religiosa.
Le vicende storiche e la necessità di governare popolazioni sempre più ampie che si convertono all'Islam, le quali conservano però parte delle loro culture originarie, spezzano il concetto di unicità della "umma", dando vita ad una separazione fattuale tra politica e religione, teorizzata sotto il nome di "quietismo" nell'Islam moderno.
Nella variante sciita dell'Islam, assolutamente prevalente in Iran, vi è poi la strana credenza che la catena dei Califfi (Imam) si sia interrotta nello 874; in quell'anno l'ultimo Imam scompare misteriosamente (senza però morire), dando origine ad un periodo di "Occultazione" che dura tutt'ora. L'ultimo Imam ricomparirà in forma di "Mahdi" (l'Atteso), per restaurare il regno della giustizia e della verità prima del Giudizio. Una visione escatologica non dissimile all'attesa del Messia nelle religioni giudaico-cristiane.
Poiché ogni potere legittimo di autorità sulla "umma" appartiene all'Imam nascosto, i dottori della legge sciiti non possono ricoprire il ruolo di sostituti politici dell'Atteso, per cui il compromesso "quietista" (cioè di non intromissione delle autorità religiose nella politica) sarà ancora più accentuato nel mondo sciita. Il vertice religioso sciita risulta così composto da una serie di clerici, al cui vertice sono gli ayatollah, ai quali gli individui e le famiglie si "affiliano" per avere una guida morale e spirirtuale. Nessun ayatollah è superiore ad altri, se non per scienza o per fama di saggezza.
Quando, nel 1979, l'ayatollah Ruhollah Khomeyni torna dal suo esilio parigino egli compie una rivoluzione essenzialmente contro il clero sciita e non una rivoluzione "conservatrice", come la hanno sempre rappresentata i media.
Egli, come prima regola, istituisce per se stesso la figura del "Giusto tra i Dotti" (o Guida Suprema) e restaura a pieno la regola, già presente nel fondamentalismo sunnita, di un Islam a concezione totale, che coinvolge tutti gli aspetti della vita umana. In questo approccio la Guida Suprema rivendica a se stessa l'interpretazione delle Scritture sia per quanto riguarda il campo religioso che politico, così rinnegando, di fatto, la credenza dell'Imam nascosto.
Ma in Khomeyni esiste anche una carica rivoluzionaria che potremmo definire "laica", intendendo in questo caso per laicismo la ferma convinzione che il consenso della comunità sia anch'esso fondamentale per riconoscere la validità di interpretazione delle Scritture da parte dei Capi spirituali. Insomma, il consenso della "umma" ha pari dignità delle Scritture nella formazione delle leggi politiche. Da qui la necessità della nascita di un regime parlamentare che, sempre nel rispetto della cornice islamica, aiuti la Guida Suprema ed i governanti nella difficile arte della politica.
Sino a quando Khomeyni, dotato di un carisma eccezionale, assomma la doppia funzione di "rivoluzionario laico" e Guida Suprema, il modello regge perfettamente; alla sua morte comincia però a manifestarsi il conflitto tra questi due piani istituzionali.
Secolarizzata, malgrado gli intendimenti iniziali, da un'incessante verifica laica che produce un predominio della politica sulla religione, la società iraniana comincia a contemplare la necessità di un'uscita della forma di governo dalla cornice religiosa islamista.
Sarà il Presidente Kathami, negli anni novanta, ad interpretare questo impetuoso desiderio di cambiamento espresso attraverso le elezioni. Attorno a Kathami si aggregheranno vari attori sociali di cultura medio-alta (la potremmo definire la società civile) disposti ad uscire dal modello rivoluzionario Khomeynista.
Kathami arriverà a teorizzare che il popolo può, se così decide democraticamente, abbandonare definitivamente l'esperienza Khomeynista, scontrandosi così con la Guida Suprema succeduta a Khomeyni, Ali Khamenei, e gran parte del clero conservatore che ha acquisito nei decenni precedenti posizioni di grande rilievo.
L'epoca di Ahmadi Nejad, giusto in questi giorni riconfermato alla Presidenza ed appoggiato da Khamenei, determina la vittoria della parte, chiamiamola così, conservatrice la quale non è però priva di appoggio popolare. Per tale parte votano ed hanno votato in passato sia i tradizionalisti (e non sono pochi) che le masse di poveri le quali hanno visto aumentare a pioggia le sovvenzioni governative; masse di poveri aumentate considerevolmente in questi anni a causa delle sanzioni, imposte in sede ONU dagli USA e da Israele, contro l'Iran per la nota questione nucleare.
In conclusione, l'esperienza rivoluzionaria iraniana, tendente a generare un asse portante del tipo religione-società-politica, non è comunque ancora fallita e potrebbe evolvere verso vari scenarii. Il più ovvio ed auspicabile è una completa laicizzazione della società che releghi la religione al puro ambito privato; ma non è detto che questa sia l'unica soluzione. Un orgoglioso nazionalismo, peraltro figlio della rivoluzione Khomeinista, e reso sempre più vivo dalla sindrome di accerchiamento da parte degli USA (presenti con centinaia di migliaia di militari in Iraq ed Afghanistan), tende comunque a rallentare l'evoluzione naturale dell'attuale regime. Una maggiore serenità ed una maggiore obbiettività di giudizio da parte di quello che viene chiamato "Occidente" (cioè gli USA e la sua nutrita schiera di satelliti) verso un Paese islamico che, comunque, è il più evoluto (politicamente parlando) del medio oriente (compresi quei Paesi detti, ipocritamente, "moderati"), sono e saranno sempre più necessari per far evolvere l'Iran verso una più completa democrazia.
di Gian Carlo Caprino

Iran, la libertà dai confini immaginati


Dopo le elezioni iraniane del 12 giugno sembra di vivere due Iran distinti. Il primo è quello di tutti i giorni, dove di rivoluzioni se ne vedono poche. La vita continua come sempre per ibazarì, i commercianti, per chi lavora, per le famiglie, per chi va a fare il pellegrinaggio, per chi prega, per i milioni di iraniani che abitano le periferie delle città e quindi del mondo, gli artigiani, i pastori, le tessitrici di tappeti, quelli che sembrano rimasti fermi nel tempo e nello spazio.
L'altro è un Iran delle università, raccontato da diverse voci: prima tra tutte Voice of America, il canale satellitare che trasmette in lingua farsi da Londra e Washington. E' la televisione degli emigrati iraniani di successo, quelli appartenenti alle classi medio alte all'epoca dello shah e che hanno lasciato il Paese dopo la rivoluzione del 1979.
Tutte le sere dopo cena ci sediamo a guardare e commentare le notizie e le immagini del giorno: sono immagini incredibili di una folla in rivolta, di violenza, di guerra, di rivoluzione. L'altra voce che parla dell'università è il passaparola: qualsiasi conoscente si incontri per la strada fornisce notizie sui fatti: quasi sempre un cugino, un amico, un vicino universitario si trovava per caso nella mischia ed è stato preso, picchiato e minacciato. L'ultimo aggiornamento è che sono morte otto persone e ottanta sono state imprigionate.
Questa scissione tra un Paese raccontato e rappresentato come in rivolta e un Paese vissuto, reale, tangibile nella vita di tutti i giorni crea grande confusione. La sorprendente mobilitazione sociale di cui si parla è quasi invisibile, per lo meno dove mi trovo ora, nella città di Mashad, anche se la presenza della polizia per le strade è raddoppiata rispetto a qualche settimana fa. Ma la cosa che più crea confusione tra la gente comune fuori dalla capitale è per quale motivo si sia giunti a questo, e se Mir Hussein Mousavi un uomo di governo, possa da solo bastare a mobilitare un numero così grande di persone, possa insomma assurgere da semplice candidato alle presidenziali quali è stato a ideale politico, a simbolo del cambiamento, a causa per la quale essere disposti a sacrificare anche la vita.
Forse per chiarire questa situazione nebulosa, che tormenta un po' tutti gli iraniani in questi giorni, bisogna considerare come l'Iran è stato rappresentato e costruito sia all'estero che al suo interno: una nazione in costruzione soprattutto a partire dagli anni Trenta del Novecento con un'opera di modernizzazione forzata dall'alto per mano di un Re- dittatore. Per creare la nazione-Iran si è dovuto sopprimere e perseguitare le minoranze religiose ed etniche, si è cercato di cancellare alcuni tratti culturali considerati segno di arretratezza, si è fatta una rivoluzione islamica per definire meglio e omologare l'identità nazionale in senso religioso e poi si è fatta una guerra con l'Iraq, un ulteriore contributo alla causa nazionale.
Ma ora tra i giovani universitari iraniani che hanno culturalmente accesso al resto del mondo (e la cui vita non differisce gran che da quella dei coetanei europei o americani) e il resto dell'Iran, quella delle periferie, ci sono profondi abissi culturali ed economici, nonostante sulla carta la nazionalità sia la stessa.
Può darsi dunque che le elezioni siano state pilotate e truccate, ma la popolarità di Mahmud Ahmadinejad nel paese è reale, è tangibile e si è manifestata durante la campagna elettorale di queste settimane.
Così come è tangibile la voglia di cambiamento e la frustrazione dei giovani iraniani delle università rispetto al proprio governo. Non è Mussavi il motore di questa mobilitazione, ma la voglia di libertà di questa generazione cresciuta sotto la repubblica islamica, di essere, come dicono qui, azadeh, liberi di esprimersi e di vivere non dovendo per forza aggirare il controllo del governo sulla loro quotidianità, ma alla luce del sole, nello spazio pubblico. Perché se è vero che in Iran i giovani universitari conducono vite simili ai coetanei occidentali, è anche vero che lo fanno sempre inventando escamotage per riuscirvi, dovendo ogni volta spostare i confini dell'islamicamente lecito e illecito.
Ora stanno rischiando anche la vita per questi confini immaginati, ed è strano come in una sorta di rivoluzione giovanile del 2009 sia propria l'ideologia politica la grande assente, il grande vuoto della mobilitazione, perché l'energia e la rabbia dei ragazzi di Teheran, covata probabilmente da sempre, sembra bastare a se stessa e non ha bisogno di filosofie e ideali.
di Sara Hejazi

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