venerdì 3 luglio 2009

LA CRISI IRANIANA VISTA DAGLI ARABI


Uno sguardo al modo in cui il mondo arabo ha accolto la crisi iraniana successiva alle elezioni presidenziali del 12 giugno è molto istruttivo, non solo perché permette di avere un quadro più completo delle reazioni internazionali a questa crisi, ma anche perché rivela un approccio molto sfaccettato e molteplice alla questione iraniana, che non può che arricchire l’interpretazione alquanto unidimensionale che viene data in Occidente degli eventi attualmente in corso in Iran.

Nel mondo arabo le vicende iraniane sono state seguite con grande attenzione e con sentimenti contrastanti.

I leader arabi hanno preferito mantenere un atteggiamento attendista considerando, almeno ufficialmente, il movimento di protesta iraniano come una questione interna all’Iran. Questo atteggiamento ha trovato eco sui media governativi, i quali hanno tenuto in gran parte un basso profilo sulla questione.

Ma, in realtà l’evolversi della situazione viene seguito con grande attenzione, poiché dall’esito della battaglia politica attualmente in corso nel paese dipenderanno i futuri orientamenti iraniani in materia di politica estera , ed in particolare quelli legati alla questione nucleare e quelli relativi alla posizione regionale dell’Iran.

Se nessuno si attende grandi concessioni sulla sostanza del programma nucleare, d’altra parte molti nel mondo arabo sono convinti che Mousavi avrebbe adottato politiche più favorevoli al dialogo ed al compromesso. La situazione complessiva è comunque tutt’altro che univoca, visto che in generale molti leader arabi, se da un lato temono un Iran nucleare, dall’altro guardano con sospetto un eventuale dialogo irano-americano che, secondo il loro punto di vista, potrebbe andare a spese degli arabi.

Vi è poi il problema dell’influenza iraniana nella regione mediorientale, con particolare riferimento alla questione palestinese. Da questo punto di vista, molti politici arabi sembrano essere dell’idea che una vittoria di Mousavi sarebbe certamente andata a vantaggio del processo di pace, poiché avrebbe tolto di mezzo l’incendiaria retorica di Ahmadinejad, avrebbe spinto movimenti come Hamas e Hezbollah verso atteggiamenti più concilianti, e avrebbe sottratto a Israele un valido pretesto per distogliere l’attenzione internazionale dal conflitto arabo-israeliano puntandola invece contro la “minaccia” rappresentata da Ahmadinejad.

In ogni caso, sembra essere opinione abbastanza comune negli ambienti politici arabi che, comunque si concluda la crisi di questi giorni in Iran, il regime sciita ne uscirà relativamente ridimensionato e indebolito a livello regionale.

Ciò ha spinto alcuni a prevedere un analogo ridimensionamento dei cosiddetti movimenti dell’ “Islam politico” in tutto il mondo arabo, mentre altri hanno (forse più saggiamente) parlato di una loro invariata vitalità, accompagnata però da un loro progressivo spostamento verso posizioni più “centriste” ed in un certo senso più concilianti.

Tuttavia, altri consigliano cautela affermando che, in caso di una vittoria dell’ala di Amhadinejad e di Khamenei, non è da escludersi una reazione dura e aggressiva del regime verso l’esterno per distogliere l’attenzione dalla sua debolezza interna.

***

Se a livello politico arabo sembra prevalere un atteggiamento attendista, a livello dell’opinione pubblica e dei media più indipendenti la crisi iraniana ha fatto emergere tutti i contrasti e i diversi orientamenti esistenti nel mondo arabo.

Da alcuni il regime iraniano è visto con sospetto a causa delle sue politiche egemoniche nella regione, da altri è visto con simpatia poiché è l’unico regime mediorientale che osa sfidare a viso aperto gli Stati Uniti e Israele. Sulla base di questi differenti orientamenti, vi sono coloro che parteggiano per il movimento di protesta guidato da Mousavi, e coloro che invece preferiscono Ahmadinejad e la sua retorica filo-palestinese ed anti-occidentale.

Vi sono poi quelli che guardano con invidia agli iraniani i quali, per la seconda volta in trent’anni,stanno cercando di cambiare il regime dall’interno, mentre la quasi totalità dei paesi arabi continua a languire sotto regimi autoritari, senza essere in grado di promuovere il cambiamento attraverso movimenti popolari radicati nella società.

Ma, al di là di queste reazioni molteplici e contrastanti, il dato interessante che emerge dalle analisi e dai commenti apparsi sulla stampa araba è che, a fianco di un’interpretazione simile a quella dominante in Occidente – che vede gli eventi iraniani come il risultato dello scontro fra un movimento popolare che chiede riforme e democrazia ed un regime autoritario, antidemocratico e fondamentalista – ne emerge un’altra, forse maggiormente in grado di cogliere la complessità delle spinte e degli intrecci in gioco nell’attuale, drammatica, evoluzione del regime iraniano.

Tale interpretazione mette in evidenza la contraddizione insita nella struttura stessa della Repubblica Islamica (la contraddizione, cioè, fra l’autorità religiosa e l’autorità del popolo); fa emergere le diverse anime che in realtà compongono il cosiddetto movimento “riformista”, ed il fatto che esso non è affatto espressione del popolo iraniano nel suo complesso; e denuncia la natura unilaterale e distorta della copertura mediatica occidentale relativa agli eventi iraniani.

di Redazione - http://www.medarabnews.com/

Link: http://www.medarabnews.com/2009/07/01/la-crisi-iraniana-vista-dagli-arabi/

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