sabato 4 luglio 2009

Perché l'Eni offre uomini e mezzi ai respingimenti?


Non sapremo mai cosa è davvero successo agli 89 migranti, fra cui nove donne e tre bambini, che l’Italia ha respinto in Libia il primo luglio utilizzando una piattaforma dell’Eni. Carta è stata tra i pochi a parlarne.
Ad attirare la nostra attenzione era stata, quel giorno, una breve notizia apparsa nell’edizione on line del Corriere della Sera. Diceva: «Un gruppo di 89 migranti è stato respinto dalle coste di Lampedusa. Erano stati soccorsi martedì su un gommone nel canale di Sicilia a circa 50 chilometri dalla terraferma. Una nave della Marina, il pattugliatore Orione, ha preso a bordo i migranti nelle acque internazionali di competenza maltese e li avrebbe quindi trasferiti su una piattaforma Agip. Sono stati gli stessi migranti a lanciare una richiesta di soccorso con un telefono satellitare. Una motovedetta di Tripoli avrebbe poi trasferito poi le 89 persone, tra cui nove donne e tre bambini, in Libia».
Ulteriori informazioni sull’accaduto si trovavano solo sul sito di Fortress Europe [fortresseurope.blogspot.com], dal quale si apprendeva che la piattaforma off-shore dell’Eni è quella al largo di Bahr Essalam, «non lontano dalle coste libiche di Zuwarah». Da lì, scriveva Fortress Europe, i respinti, comprese le donne e i bambini, «sono stati presi a bordo di una motovedetta libica e portati in carcere».
Giorgio Beretta, sul sito di Unimondo [www.unimondo.org], ha però notato quella che ha chiamato una «postuma ricostruzione». Dopo poche ore, infatti, il Corriere on line ha cambiato versione [e tra l’altro i migranti sono diventati «extracomunitari»]: «L’unità della Marina ha trasbordato gli extracomunitari su una motovedetta libica e non sulla piattaforma Agip di fronte alle coste del Paese nordafricano, come appreso in precedenza». Come mai questo cambiamento? Da chi è arrivata la smentita, o meglio la correzione? Non si sa.
Proviamo a ricostruire, per ora solo attraverso le agenzie – ma ci torneremo – l’accaduto. Il 30 giugno alle 23,23 la Apcom [fonte France Presse] titola: «Immigrati/ Recuperati a 54 km da Lampedusa 89 clandestini Non sono stati respinti in Libia». La notizia è dunque che i migranti sono arrivati in Italia: «Per la prima volta da quando è entrato in vigore l’accordo italo-libico per il respingimento immediato dei ‘boat-people’, degli immigrati clandestini sono sbarcati a Lampedusa senza essere stati immediatamente rispediti in Libia. Le autorità non hanno ancora indicato se i clandestini soccorsi in mare saranno trasferiti in Italia o ricondotti in Libia».
Perché gli 89 non sono stati respinti subito, la notte di martedì 30? Forse perché c’erano i bambini? Forse perché tra loro c’era qualcuno in condizioni particolarmente gravi? Dunque, hanno passato la notte a Lampedusa. Il giorno dopo, quando sicuramente erano ancora stremati dal viaggio e dalla paura, Ansa e Corriere della Sera raccontano del loro trasbordo sulla piattaforma petrolifera. Poi la «postuma ricostruzione» del quotidiano.
L’evento è giuridicamente complesso. Ecco cosa scriveva il docente palermitano Fulvio Vassallo Paleologo su www.meltingpot.org il 2 maggio del 2005, in un articolo sull’allora Centro di permanenza temporanea di Lampedusa dal titolo «Lampedusa e diritti dei migranti: isola o piattaforma offshore?»: «Quello che la stampa chiama ancora ‘centro di accoglienza’ di fatto funziona come se non si trovasse sul territorio italiano, come una piattaforma off-shore, dove non sembrerebbe in vigore l’art. 2 del Testo Unico sull’immigrazione, che riconosce allo straniero ‘comunque presente’ nel territorio nazionale i diritti fondamentali della persona umana riconosciuti dal diritto internazionale, dal diritto comunitario e dalla normativa interna». E più avanti: «E dunque anche se si considera il trattenimento in un Cpt come conseguenza di un intervento di soccorso in mare, se il trattenimento prelude alla misura dell’accompagnamento forzato in frontiera si dovranno rispettare i termini e le forme previste per tutti i provvedimenti limitativi della libertà personale. E non si potrà certo sostenere che nel caso dei migranti ‘respinti’ da Lampedusa in Libia si sia trattato di un respingimento in frontiera semplice, come se questi migranti non fossero mai entrati nel nostro territorio, unico tipo di provvedimento di allontanamento forzato che può essere adottato senza particolari formalità, a meno che Lampedusa non sia improvvisamente diventata una piattaforma galleggiante in acque internazionali».
Infatti non è la prima volta che le piattaforme dell’Eni vengono utilizzate per i respingimenti. Questa notizia è apparsa sul sito di Rainews 24 il 9 maggio di quest’anno: «Dopo quello di ieri, un altro barcone con 77 migranti, che era in difficoltà al largo delle coste libiche, è stato riportato nel porto di Tripoli. La barca è stata rimorchiata da un mezzo in servizio presso una piattaforma dell’Eni. A dare l’ordine al rimorchiatore italiano di intervenire sono stati i militari libici in servizio sulla piattaforma. Alcuni migranti hanno ricevuto delle cure mediche. Tutti gli altri sono stati consegnati ai funzionari del ministero dell’Interno». Perché l’Eni obbedisce a «militari libici»? Perché i suoi mezzi si prestano a portare nel porto di Tripoli 77 uomini, donne, bambini?

In Italia il razzismo istituzionale è legge


Ecco come questa mattina i giornali hanno raccontato l’approvazione del disegno di legge sulla sicurezza, che molte associazioni e reti antirazziste non esitano a definire «legge razziale». Per il Corriere della sera il nuovo provvedimento merita il titolo principale in prima pagina «La clandestinità ora è reato», ma nelle pagine interne a proposito della dura presa di posizione del segretario del Pontificio consiglio per i migranti, l’arcivescovo Agostino Marchetto [«è una legge che porterà molti dolori»], il quotidiano milanese sostiene che le sue opinioni «non esprimono la posizione del Vaticano». Titolo analogo a quello del Corriere anche per Repubblica in prima pagina: «La clandestinità diventa reato», questa volta supportato all’interno da una lunga analisi di Andriano Sofri dal titolo «Ora l’Italia è più cattiva». Sofri scrive dell’ipocrisia di questa legge perché grazie al lavoro di migliaia di migranti ogni giorno viene garantita l’assistenza ad anziani e bambini, «quello che abbiamo di più prezioso», eppure sono i migranti ad avere i primati delle morti bianchi e sono loro che la legge colpisce considerandoli delinquenti. Si tratta di un provvedimenti contro la Costituzione che provoca effetti devastanti nella vita quotidiana di milioni di persone e che, scrive Sofri, «non farà che accrescere la clandestinità». Ma è anche una legge grottesca che prevede il carcere per chi affitta ai migranti irregolari [e dunque «dovremo vedere grandiose retate» mentre il numero di detenuti in Italia sfiora quota 64 mila, mai raggiunta nella storia del nostro Stato] e «fascista» quando ripristina la galera a chi oltraggi a un pubblico ufficiale. Per Sofri «il fascismo si è andato berlusconizzando» e oggi il presidente del consiglio mostra di essere ricattabile dalla Lega ma non dalla Chiesa cattolica.

Il manifesto invece non dedica a questa notizia il titolo principale, ma all’interno a differenza di altri segnala almeno le prime manifestazioni in programma nei prossimi giorni [il 4 luglio a Verona, il 11 luglio a Reggio Emilia] contro la nuova legge. In un commento di Salvatore Palidda, docente di sociologia delle migrazioni presso l’Università di Genova, tra l’altro si legge: «La legge approvata ieri dal senato può essere considerata il primo epilogo di quell’escalation del fascismo/razzismo democratico innescata negli anni 90». «Se veramente la chiesa, i sinDAcati e altri – conclude Palidda – vogliono difendere i diritti fondamentali di tutti gli essere umani, aprano le sacrestie e sedi per ospitare zingari, immigrati, perseguitati».
«La legge della paura» è il titolo scelto dall’Unità che a pagina 7 pubblica anche un’interessante intervista a Salvatore Geraci, medico [presidente della Società italiana della medicina dell’immigrazione e in passato collaboratore di don Luigi Di Liegro], secondo il quale per i migranti ora «la vita diverrà più dura, pesante e rischiosa», insieme a due brevi interventi di Vittorio Agnoletto, che parla esplicitamente di «apartheid», e di don Luigi Ciotti che dice: «Non pIù sicurezza ma crudeltà. Così si scivola ai temi della discriminazione razziale negando i valori dei diritti umani, della Carta Costituzionale e della Convenzione di Ginevra».
Questi invece i titoli in prima pagina pubblicati rispettivamente da Liberazione e da l’Altro: «Tribunale speciale» e «Da oggi siamo tutti infami. Per legge». Nell’editoriale di Liberazione scrive Giovanni Russo Spena: «Da oggi tutti e tutte siamo meni liberi. Abbiamo di fronte una vergognosa e devastante normativa sicuritaria, incostituzionale per razzismo esplicito, che non solo costruisce un diritto penale speciale e un processo penale speciale contro migranti, ma demolisce lo stato di diritto di tutte le le cittadine e i cittadini».
Abbiamo infine dato un’occhiata ad alcuni settimanali [Espresso, Left e Vita] in edicola da oggi, dunque chiusi prima dell’approvazione comunque ampiamente annunciata e scontata, ma non abbiamo trovato nessuna notizia.

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