lunedì 6 luglio 2009

Italia-Colombia, ovvero Berlusconi-Uribe: gli stretti rapporti italiani con la “Repubblica della Cocaina”


È sotto gli occhi di tutti che da alcuni anni la cocaina colombiana ha letteralmente invaso le città europee, che rappresentano il secondo mercato più florido per i narcotrafficanti, dopo quello nordamericano. L'Europa (con un ruolo di primo piano per l'Italia) si sta avvicinando pericolosamente agli Stati Uniti nel poco onorevole primato di maggior consumatore mondiale, trainando la domanda di un prodotto che non sembra risentire della crisi in atto. Ma pochi sanno che l'industria della produzione della cocaina in Colombia, di gran lunga il primo produttore mondiale, la cui realizzazione necessita di procedimenti chimici effettuati in laboratorio, è sostenuta da una “politica di Stato” coperta. Tra coloro che non ignorano tale allarmante circostanza, vi è la DEA statunitense (Drugs Enforcement Administration) che già nel 1991 classificava l'attuale Presidente colombiano Alvaro Uribe con il n.82 in una lista dei 104 personaggi più importanti per il narcotraffico. Già sindaco di Medellìn negli anni d'oro dell'omonimo cartello di narcotrafficanti ed amico personale di Pablo Escobar, secondo numerosissime testimonianze tra cui quella della ex amante del defunto boss della cocaina, Uribe ha favorito con il suo ruolo istituzionale l'affermarsi e il consolidarsi nelle istituzioni delle mafie del narcotraffico. Dalla concessione di piste di atterraggio aereo per il trasporto della droga, al rilascio di autorizzazioni al volo e di patenti aeronautiche a personaggi del cartello di Medellìn, alla legalizzazione di bande paramilitari dedite al controllo del territorio ed al taglieggiamento dei contadini, fino alla loro espulsione violenta allo scopo di impossessarsi delle terre coltivabili. Da governatore del dipartimento di Antioquia ha legalizzato le milizie paramilitari “convivir”, squadroni della morte responsabili di migliaia di omicidi di contadini in tutta la regione, che venivano utilizzati dai narcotrafficanti per la propria sicurezza personale. I recenti scandali che hanno coinvolto i massimi vertici delle istituzioni colombiane, evidenziano l'intreccio organico tra un sistema di potere oligarchico e violento ed i cartelli della cocaina che si occupano di piazzare il prodotto sui mercati europei e nordamericani. Molti capi paramilitari raccontano dei propri legami con la politica e l'esercito colombiano, dei crimini più efferati commessi contro la popolazione, di come bruciavano le vittime in appositi forni crematori. Questa galleria degli orrori prosegue nella quasi assoluta impunità. Il terrorismo di Stato ed il narcotraffico sono legati da un nesso indissolubile, sono due facce della stessa politica contro-guerrigliera che si è intensificata negli anni del governo Uribe.

Decine di membri dell'attuale parlamento colombiano sono già stati arrestati o sono indagati per legami con il paramilitarismo. Multinazionali come la Chiquita Brands hanno pagato ed impiegato strutture paramilitari per colpire il movimento sindacale ed ottenere condizioni ambientali più vantaggiose per i propri affari in Colombia. Il più grande importatore di permanganato di potassio, impiegato nella produzione della cocaina, è stato per svariati anni “GMP productos quimicos”, il cui proprietario era Pedro Juan Moreno Villa, responsabile della prima campagna elettorale di Uribe per la presidenza della Colombia. Una approfondita indagine a cura del Tribunale Permanente dei Popoli, i cui risultati sono del luglio 2008, mette in luce come le aree nelle quali si è prodotto l'allontanamento forzato dei contadini dalla loro terra (sono 4 milioni i profughi interni colombiani ai quali vanno aggiunti i rifugiati all'estero) siano quelle sotto il controllo dei gruppi paramilitari. Il capo paramilitare colombiano attualmente detenuto negli Usa, Salvatore Mancuso (di origine calabrese e legato alla 'ndrangheta), afferma dalla sua prigione che non può dire tutto ciò che sa perché teme che in questo caso l'attuale sistema di potere che governa la Colombia produca una vendetta trasversale nei confronti dei suoi famigliari in Colombia. Il fratello del capo della polizia colombiana generale Naranjo (detto appunto “coca-Naranjo”), è detenuto in Germania per traffico internazionale di cocaina. I proventi del traffico della cocaina sono investiti, a scopo di riciclaggio, nelle azioni quotate in borsa a New York e in Europa. Intorno alla narcopolitica colombiana si sviluppa un sottobosco di crimini e corruzioni che si autoalimenta ingigantendosi sempre più, il cui intreccio investe tutti i settori istituzionali colombiani, dagli ambienti diplomatici a quelli dell'esercito, dai parlamentari al Governo. La metastasi del sistema colombiano pervade ormai ogni spazio. Il generale Montoya, “eroe del riscatto” di Ingrid Betancourt, si è dovuto dimettere perché responsabile di un esercito i cui effettivi uccidono dei giovani disoccupati e li travestono successivamente da guerriglieri per rivendicare meriti militari che non hanno mai conseguito, per ottenere licenze premio e ricompense in denaro. Invece di essere arrestato è stato nominato ambasciatore colombiano a Santo Domingo. Questi omicidi di Stato sono conosciuti come “falsos positivos”. I “falsi positivi” di questo tipo hanno causato più di duemila morti tra gli emarginati delle città colombiane. L'attuale ambasciatore in Italia Sabas Pretelt De La Vega è accusato da alcuni senatori di averli corrotti (per essersi fatti corrompere sono già in carcere), al fine di modificare la costituzione colombiana e permettere ad Uribe di ottenere un'ulteriore mandato presidenziale. L'ex console a Milano Jorge Noguera è in carcere poiché, mentre era capo del servizio segreto DAS, compilava liste di sindacalisti e oppositori politici che i paramilitari in seguito uccidevano e per favoreggiamento di gruppi dediti al narcotraffico. Lo stesso servizio segreto realizza pedinamenti ed intercettazioni illegali ai danni di magistrati colombiani che indagano su esponenti governativi, il cosiddetto scandalo delle “chuzadas”. Il cugino dell'attuale presidente Uribe Velez, Uribe Escobar, notoriamente legato anche al defunto narcotrafficante Pablo Escobar, del cartello di Medellìn, città politicamente dominata dalla famiglia Uribe da decenni, è stato detenuto dopo che l'ambasciata del Costa Rica, nella quale si era rifugiato, gli ha rifiutato asilo per il suo ruolo nello sviluppo del paramilitarismo. La lista potrebbe essere ancora molto lunga ma crediamo che sia già sufficiente per porre alcuni interrogativi. I rapporti commerciali e diplomatici tra l'Italia e la Colombia sono indubbiamente cresciuti negli ultimi anni e non ci riferiamo qui alla storica associazione tra la 'ndrangeta calabrese ed il paramilitarismo mafioso colombiano finalizzata ad inondare di cocaina il nostro paese e l'Europa, ma parliamo proprio dei rapporti istituzionali che si sono sviluppati tra le nostre istituzioni democratiche e quelle colombiane. La recente visita di Uribe in Italia ne è una dimostrazione. Il sindaco di Milano Letizia Moratti ha addirittura ricevuto la cittadinanza onoraria colombiana dal personaggio in questione, che si è riunito anche col Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi e in altre occasioni ha incassato il plauso del Presidente della Regione Lombardia Roberto Formigoni. Sindaci e presidenti non hanno idea dell'abbraccio mortale al quale vanno incontro con queste relazioni pericolose? O il fatto che la camera di commercio di Milano veda tanti affari svilupparsi in Colombia fa dimenticare chi siano i soggetti con i quali si ha a che fare? José Obdulio Gaviria, che è cugino di Pablo Escobar Gaviria ed è un importante consigliere di Uribe, è venuto recentemente a Salerno. È stato ricevuto da esponenti del governo italiano. L'Italia si sta dunque “colombianizzando”? Vi è una convergenza ideologica tra il governo italiano e quello fascista colombiano, cementata da affari comuni? Se così fosse, la questione sarebbe allarmante: il nostro paese non può parlare di lotta alla droga e poi ricevere in pompa magna un conclamato narcotrafficante, né continuare ad accettare le credenziali diplomatiche di suoi soci di governo, dopo che paesi come il Canada le hanno rifiutate; non può parlare di difesa dei diritti umani e poi andare a braccetto con un presidente nel cui paese si sono verificati negli ultimi sei anni molti più casi di sparizioni forzate e omicidi per motivi politici che durante l'intera dittatura di Pinochet in Cile. Le relazioni privilegiate Italia-Colombia non faranno mai della “Repubblica della Cocaina” uno Stato democratico, ma potrebbero compromettere la posizione dell'Italia rispetto alle altre democrazie europee.

Fonte: http://www.nuovacolombia.net/Joomla/

Link: http://www.nuovacolombia.net/Joomla/index.php?option=com_content&view=article&id=265:italia-colombia-una-relazione-pericolosa-&catid=9:italiano&Itemid=5

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