giovedì 9 luglio 2009

Una storia jugoslava: Jovanka Broz, vedova 85enne del presidente jugoslavo Tito


Alcuni giorni fa i riflettori dei media serbi si sono riaccesi sulla figura di Jovanka Broz, vedova 85enne del presidente jugoslavo Tito. Le dichiarazioni di Ivica Dačiċ e Rasim Ljajiċ, rispettivamente ministri serbi degli Interni e del Lavoro e delle Politiche Sociali, secondo le quali alla signora Broz starebbe per essere consegnato un passaporto, hanno riportato agli onori della cronaca la controversa vicenda della ex first lady jugoslava, che nei giorni successivi ha rilasciato una delle sue rarissime interviste al quotidiano belgradese Politika.

Era il 10 giugno 1980, a poco più di un mese dalla morte di Tito avvenuta il 4 maggio, quando una decina di persone si presentò alla villa in cui Jovanka viveva, al numero 15 di via Užička, a Belgrado, per prelevare della documentazione dagli uffici del presidente. Di fronte all'opposizione della padrona di casa, le serrature di porte e armadi vennero forzate e asportati tutti gli scritti, compresi quelli di carattere personale, lettere, fotografie e quant'altro. La signora Broz ricorda che quel giorno, quando la servitù fu mandata via e lei si trovò sola con un gruppo di sconosciuti, temette per la propria vita. In realtà, quel momento rappresentò solo l'inizio di una drammatica parabola discendente. Seguita, il 27 luglio, dalla visita di un alto funzionario del partito che, sorseggiando un caffè nel suo salotto, le avrebbe intimato di lasciare la residenza che occupava da decenni nei giorni successivi, per trasferirsi nella villa di Boulevar della Pace, 15, nel quartiere belgradese di Dedinje. La motivazione addotta era che l'edificio di via Užička sarebbe stato trasformato in un museo. Non andò proprio così, tanto che nel 1997 vi si trasferì Miloševiċ con la sua famiglia, e nel 1999 lo stesso edificio fu distrutto dalle bombe Nato.

Dedinje, quartiere chic della capitale serba, costituitosi nella prima metà del Novecento come area residenziale per ricchi commercianti e politici, ospitò nel periodo socialista residenze ufficiali e private degli alti funzionari del regime e, dagli anni Novanta, anche le ville dei nuovi arricchiti, tycoon o profittatori di guerra che fossero. Nel 2006 i media si accorgono che in una di queste ville, quasi diroccata, vive l'anziana vedova: senza quasi mai uscire in tre decenni, privata dei diritti civili, si dice sotto lo stretto controllo di un apparato di sicurezza, che non è ben chiaro a chi faccia capo. Gli anni sono passati, Jovanka è invecchiata, la casa è andata progressivamente in rovina ed è stata anche danneggiata dai bombardamenti che hanno colpito il vicino ex-Marsciallato (che, ironia della sorte, è stato venduto nel 2006 all'amministrazione Usa per la costruzione della nuova ambasciata). La signora Broz è abituata a girare per casa con cappotto e guanti, perché l'edificio non ha riscaldamento, e a convivere con i buchi nel soffitto, parte del quale è già crollato. Nell'ultima intervista rilasciata, Jovanka insiste in maniera ossessiva sulle perdite d'acqua e sugli allagamenti, sul freddo patito e sulle mille richieste di ottenere riparazioni, inoltrate alle autorità e seguite da promesse ogni volta disattese. In una storia che ricorda un romanzo kafkiano, sei commissioni sono passate a inspezionare la casa, hanno constatato i danni, ma nessuno ha mai provveduto alla loro riparazione.

Nel 2006, appunto, entra in scena il ministro Ljajiċ, uomo 'delle patate bollenti' della politica serba e coordinatore del team di cooperazione con il tribunale dell'Aia. Ljajiċ è il primo politico a interessarsi personalmente al 'caso Jovanka' e, nel giro di pochi giorni, le fa ottenere quel tanto agognato riscaldamento, insieme alla carta d'identità e al libretto sanitario. A distanza di tre anni, ora, sembra sia arrivata anche l'ora del passaporto. "Da una parte è una questione di umanità", dichiara Ljajiċ, "perché si tratta di una donna di 85 anni che non ha i mezzi per vivere, ma dall'altra è una questione politica, perché parliamo del rapporto che un Paese ha con la sua storia, della moglie del presidente che ha governato questo Paese per 40 anni". E la Serbia con la sua memoria storica non ha un rapporto facile.

Fino ad alcuni anni fa la vedova di Tito si vedeva solo una volta all'anno sulla tomba del marito, poi più nulla. "Il motivo è che l'auto messa a mia disposizione", spiega Jovanka, "si è rotta e non è più stata sostituita. E se avessi voluto farmi accompagnare da un familiare avrei dovuto denunciare la cosa e ottenere un'autorizzazione". Ma un'autorizzazione da parte di chi? Le speculazioni si susseguono e si rinvigorisce la teoria secondo la quale la signora Broz vivrebbe in una sorta di gabbia non certo dorata sotto il controllo di una rete di sorveglianza. Chi starebbe dietro questa rete di sorveglianza non si capisce, dal momento che il ministero degli Interni dichiara di essersi interessato da poco al suo caso e mancano smentite da parte degli organi ufficiali.

Secondo un articolo di Politika del 15 maggio 2009 la signora verrebbe tenuta da 29 anni agli arresti domiciliari, con l'intento di tenerla isolata dal mondo. Sarebbe assistita da personale di servizio e riceverebbe un vitalizio mensile grazie al quale sarebbe vissuta fino ad ora, ma non è chiaro chi paghi questi servizi né lei dice di esserne al corrente.

Non è chiaro neppure che cosa potrebbe succedere se la signora Broz (la quale, pur amareggiata da un trentennio di delusioni, gode di ottima salute) decidesse di fare una passeggiata al di fuori della villa, fino a quale grado sia limitata la sua libertà, cosa significhino i suoi contatti con la stampa. Si può credere che siano ancora in molti a temere l'eventualità che lei parli o che lasci il Paese, motivo per il quale evidentemente fu privata dei documenti nel lontano 1980. Secondo il suo avvocato personale, tale accanimento è dovuto al fatto che Jovanka sarebbe stata l'unica persona le cui conversazioni con Tito sarebbero sfuggite al controllo dei servizi segreti.
Anche le questioni finanziarie sono controverse e al centro di un acceso dibattito. Jovanka Broz percepisce un vitalizio, ma non una pensione del marito defunto, come sarebbe suo diritto.

Il dibattito torna a farsi kafkiano, concentrandosi sui parametri di calcolo di un'eventuale pensione. Si mette in discussione il fatto che il Maresciallo abbia mai avuto uno stipendio; si sottolinea certo che, in qualità di presidente a vita, non aveva nessuna prospettiva pensionistica. In realtà, secondo quanto emerso dalle ultime dichiarazioni, nel 1980 il Consiglio esecutivo federale avrebbe assegnato alla vedova una pensione correlata allo stipendio percepito dal presidente del Parlamento federale, che tuttavia non le è mai stata corrisposta. Jovanka lamenta anche la privazione di gioielli e di altri effetti personali che non le sarebbe stato permesso di portare con sé nel suo trasferimento e reclama diritti su una lunga lista di oggetti di valore, tra cui regali ricevuti in occasione di visite ufficiali. Da una parte lei viene dipinta come avida e si ricorda il suo antico amore per i lussi, dall'altra sembra che le autorità dell'epoca abbiano risolto il dilemma di come dividere le proprietà personali del presidente da quelle dello stato, facendo confluire le prime in tutto e per tutto nelle seconde. Si parla di un testamento scritto da Tito, che avrebbe assegnato le sue proprietà allo stato e al partito, ma la cui esistenza non è mai stata confermata.

L'ex first lady ritiene colpevoli della sua rovina un gruppo di politici allora molto vicini a Tito (Sergej Krajger, Stane Dolanc, Dragoljub Stavrev e Nikola Ljubičić), ed in effetti sembra che alcuni di loro abbiano avuto una parte attiva nella sua rovinosa caduta. Alcuni media scandalistici sussurrano che la causa di tali attriti risalirebbe al fatto che lei sarebbe venuta a conoscenza di segreti sia di stato che personali, tra cui l'appartenenza passata di un gruppo di alti funzionari alla gioventù hitleriana. Probabilmente, però, non serva una storia così romanzesca per spiegare gli attriti di lunga data tra la Broz e l'establishment comunista dell'epoca. Non è infatti certo la prima volta che la sua figura pubblica viene segnata dagli intrighi.

Giovanissima partigiana durante la seconda guerra mondiale, Jovanka Budisavljević fu ferita due volte e ottenne il titolo di maggiore dell'Esercito popolare jugoslavo. Nel 1945 entrò nel servizio privato del Maresciallo Tito, 32 anni più vecchio di lei, e ne fu l'amante nell'ombra fino a quando, nel 1951 o 1952 a seconda delle versioni, Tito la sposò in una cerimonia privata, alla quale partecipò in qualità di testimone il temibile ministro degli Interni Alexandar Ranković. A quegli anni risalgono le voci che la vorrebbero una spia sovietica, ma trovano una base anche quelle successive che la considererebbero tra i fautori della caduta in disgrazia di Ranković nel 1966.

Dalla metà degli anni Settanta tra i due coniugi iniziavano a insinuarsi gli intrighi della politica. Lei dichiarava di voler proteggere l'anziano maresciallo dai complotti che intorno a lui venivano tessuti, sostenendo addirittura che undici dei suoi segretari personali sarebbero stato degli agenti esterni; di riflesso venne sospettata di volta in volta di essere una spia, di complottare con dei generali serbi, di prepararsi alla successione a Tito. Ma soprattutto di avere un'influenza politica negativa sul Maresciallo. Nel 1988 la Presidenza della federazione jugoslava rese noto di aver discusso il "caso della compagna Jovanka" in 59 sedute di organi politici e statali dal 1974 al 1988; la prima volta sarebbe successo nel 1974 per decisione del marito. Dal 1975 Tito lasciò la residenza di via Užička. Anche se la leggenda vuole che ogni anno, il giorno del suo compleanno, lui le mandasse un mazzo di rose rosse, è certo che i due non si videro più almeno durante gli ultimi tre anni di vita del Maresciallo.

Le ragioni di questa tardiva separazione mai dichiarata dai media, avvenuta quando Tito aveva superato gli ottanta anni, sono rimaste un segreto e molto si è detto. Ma molto si è chiacchierato in genere di tutti gli aspetti della vita di Jovanka Broz, first lady che non riuscì mai davvero a conquistare il suo pubblico, nonostante il sorriso che offriva ai fotografi. Per quanto fosse penetrata nella coscienza degli Jugoslavi l'immagine del presidente come 'padre- costruttore' della Jugoslavia (chiamato affettuosamente nonché ironicamente Stari, il vecchio), Jovanka non fu mai madre della nazione e nemmeno da Tito ebbe figli, per volontà di lui. Molti si sono chiesti cosa ci fosse dietro quella presenza discreta al fianco del presidente e Jovanka è stata dipinta con mille volti: arrampicatrice sociale, vittima delle circostanze politiche, manovratrice politica, donna delusa che avrebbe sacrificato la sua giovinezza al culto del grande capo partigiano... Ancor di più dei sospetti forse giravano sul suo conto le barzellette sulla sua figura e la sua eleganza d'altri tempi: colli di pelliccia, gioielli vistosi e capelli sempre raccolti in una crocchia, oltre a una passione per i barboncini francesi. Nonostante le fosse stata dedicata una linea di prodotti di moda, il suo modello non era proprio quello a cui si ispirava la maggior parte delle donne jugoslave. E la sua corporatura robusta faceva sì che spesso la trentennale differenza di età con il presidente non fosse così evidente. Racconta il fotografo Iva Eteroviċ che Jovanka Broz lo ringraziò perché, nelle fotografie scattate per una biografia sulla coppia, non appariva sovrappeso. "Compagna Broz, chi dice che lei è grassa è un nemico dello Stato!", le avrebbe risposto lui.

di Francesca Rolandi

Link: http://it.peacereporter.net/articolo/16337/Una+storia+jugoslava+-+prima+parte

Movimento Italiani nel Mondo, ovvero Sergio De Gregorio spa


“Italiani nel Mondo elegge il proprio consigliere provinciale a Napoli, nel collegio più rosso d’Italia, quello di Ponticelli, dove Luigi Sorianiello, dirigente d’azienda, ha conquistato una roccaforte storica che non veniva espugnata da decenni”.
Così Sergio De Gregorio commenta il successo del suo partito proiettato verso il Globo. “Il movimento Italiani nel Mondo sarà presente con proprie liste alle Province di Napoli e di Avellino, e al Comune di Avellino, lavorerà per portare avanti l’internazionalizzazione del marchio Campania”.
Siamo nel 2006, De Gregorio balza agli onori delle cronache per essere il primo transfuga della XV Legislatura: eletto senatore con Italia dei Valori nel suo fortino elettorale, la Campania, con un blitz dei senatori di opposizione scalza la presidente in pectore della commissione Difesa del Senato, Lidia Menapace e lascia il partito in cui è stato votato, per dare corpo al suo progetto politico, “Italiani nel Mondo”.
Il senatore Nino Randazzo (Pd), nato nelle Isole Eolie poi emigrato ed eletto in Australia, ha una teoria precisa sul cambio di casacca: “De Gregorio non ha potuto nascondere la cospicua donazione da parte di Forza Italia, per cui è stato rinviato a giudizio per presunta corruzione. Sul piano strettamente politico è lecito pensare che si tratti di un 'aiuto' alla nascita del progetto degli Italiani nel Mondo, che ha trovato in seguito una sua naturale collocazione in seno all'attuale maggioranza”.
Durante la presidenza della Commissione Difesa De Gregorio viene individuato quale presunto mediatore nell'acquisto di una caserma dell'esercito per conto della cosca 'ndranghetista Ficara sulla base di indagini condotte dalla Direzione distrettuale antimafia di Reggio Calabria, ma il 27 maggio 2009 è arrivato il decreto di archiviazione che lo scagiona dall'accusa di concorso esterno in associazione mafiosa.

Italiani nel Mondo, in hoc signo vinces
Le reti televisive. Italiani nel Mondo Radio e Tv srl, Italiani nel Mondo reti televisive srl, Italiani nel Mondo servizi immobiliari srl, Italiani nel Mondo Immobiliare, Associazione internazionale Italiani nel Mondo, Italiani nel Mondo editrice ed infine l’ammiraglia, Italiani nel Mondo Channel. Tutte società - risulta dalle dichiarazioni pubbliche dei parlamentari - con partecipazioni di De Gregorio, talvolta in cordata con la moglie, Maria Palma. Di queste alcune già in liquidazione, altre hanno collezionato un cospicuo numero di protesti, come dimostrano le visure camerali: InM reti televisive srl, per dirne una, colleziona nove assegni protestati, anche per cifre irrisorie, tutti per “difetto di provvista”. Stessa sorte per l’immobiliare, oltre che stessa sede: Via Terracina 431, Fuorigrotta, Napoli. Proprio lì, nel 2002 aveva sede un'impresa, secondo la ragione sociale, operante nella “distribuzione e commercializzazione all’ingrosso e al dettaglio di prodotti tessili”. Nome della ditta, Italiani nel Mondo, ça va sans dire.
Assurto nuovamente al laticlavio e alla presidenza della Delegazione Italiana presso l’Assemblea Parlamentare della Nato, Sergio De Gregorio si prodiga, oltre che per la sorte dei connazionali all’estero, anche per quella delle emittenze locali: nel gennaio 2009 è autore di un emendamento (poi bocciato) al “milleproroghe” che avrebbe consentito alle imprese radiofoniche e ai canali satellitari tematici “che risultino essere organi di partiti politici rappresentati in almeno un ramo del Parlamento” di accedere a contributi per un ammontare massimo di 4 milioni messi a disposizione da Palazzo Chigi, non solo per le aziende che “hanno maturato i diritti al 2005”, come vuole l'attuale normativa, ma anche per le aziende che avessero fatto “domanda per l' esercizio 2006”. Sarà un caso che la platea introdotta dall'emendamento faccia pensare alla "bottega" degregorizia.
Italiani nel Mondo Channel, "una tv che si candida a essere un punto di riferimento per le comunità italiane sparse nel pianeta", ha un capitale sociale deliberato, sottoscritto e versato di 2.010.000,00 euro, secondo quanto emerge dalle visure camerali: 1.079.900 euro di quote nominali appartengono a Maria Palma in De Gregorio; il secondo socio, in ordine di quote è, con 500.000 euro, Italia Mia Group spa. Di questo gruppo la legale rappresentante Domenica Sarnataro ed il marito Giuseppe Giordano, imprenditore televisivo operante in Campania, sono stati costretti agli arresti domiciliari per aver truffato il Corecom campano (Comitato Regionale per le Comunicazioni) con un falso giro di fatture e contratti di lavoro. La Procura di Napoli ha sequestrato “circa 1.500 mila euro per indebite contribuzioni percepite dalle predette società”.
Secondo l’inchiesta “Onde Rotte” condotta dalla Procura di Napoli, Italia Mia Group spa (già Teleregione Campania spa) e l’emittente controllata Italiamia, Teleregione srl controllante il marchio televisivo Italiamia 2 (amministrata da Michele Giordano, figlio di Giuseppe) avrebbero beneficiato indebitamente dei contributi pubblici a sostegno dell’informazione (ai sensi dell’art. 45 della legge 448/98). Il comunicato della procura di Napoli parla di “un’articolata struttura di cointeressanze societarie, sorretto da un sistematico ricorso a false fatturazioni, funzionali non solo a frodare il fisco, ma anche a determinare un fittizio incremento per la quantificazione dei contributi statali erogati annualmente dal Ministero delle Comunicazioni”. E prosegue: “Le indagini svolte hanno altresì rivelato un sistematico ricorso da parte delle società televisive alla simulazione delle assunzioni di giovani praticanti giornalisti ed alla dichiarazione di tipologie di rapporti di lavoro diverse da quelle reali, preordinato all’aggiramento di altro specifico criterio stabilito per la concessione dei contributi pubblici”.
La procedura sarebbe stata questa: con f.o.i. (fatture con oggetto inesistente) e finti giornalisti praticanti si sarebbero ottenuti una valanga di contributi pubblici. I giornalisti sparpagliati tra le molte redazioni avrebbero garantito manodopera a costo zero. Nel corso degli interrogatori spuntano due nomi: il primo è Giovanni Lucianelli, la cui abitazione sarebbe stata perquisita, secondo il Corriere del Mezzogiorno, nel corso dell’operazione. Oggi addetto stampa di Sergio De Gregorio, ne è da sempre amico e compagno d’affari.
Il curriculum di Lucianelli si costruisce nelle redazioni di Cronache di Napoli, del Corriere di Caserta e di Teleregione. A suo carico un rinvio a giudizio (con la cooperativa Videoprogetti da lui creata): secondo il Gip “al fine di ricevere fondi europei Pop, faceva figurare come soci 14 giornalisti assunti fittiziamente”. Il 26 marzo 2004 è arrivata la prescrizione del reato. Ma il “vizietto” sembra sempre il medesimo.
Il secondo nome eccellente è proprio lui, Sergio de Gregorio. Il Corriere del Mezzogiorno riporta il 22- ottobre 2008 la deposizione di Luigi Clarizia, uno dei giornalisti coinvolti nei finti praticantati: “Furono Sergio De Gregorio, per il quale ho lavorato presso Dossier Magazine e L’Avanti, e Giovanni Lucianelli, con il quale ho lavorato presso Cronache di Napoli, che mi proposero la sottoscrizione di un contratto con l’emittente Italiamia, facente capo a Giordano. La proposta doveva essere un vero e proprio contentino per il fatto che lavoravo da anni per De Gregorio senza percepire alcuna retribuzione se non qualche regalia sporadica”. Clarizia spiega al Pm che “per le emittenti facenti capo a Giordano non ho di fatto mai lavorato né prodotto alcun servizio o testo. Nel periodo di assunzione presso Italia Mia ho lavorato per Dossier Magazine e per l’Avanti. Da Italiamia non ho mai ricevuto retribuzioni pur avendo firmato le buste paga. Stranamente la settimana scorsa mi è stata recapitata una busta bianca contenente un promemoria con informazioni sulla società Italiamia, sulla retribuzione che avrei percepito, sui colleghi che avrei conosciuto”.

La fondazione
24 febbraio 2009. All'auditorium della Conciliazione inno di Mameli e musica partenopea fanno da cornice musicale per la nascita della fondazione InM, che viene creata per rilanciare il made in Italy, coinvolgendo tutti gli italiani “che credono nella bandiera, nella lingua, nella cultura, nella Patria e che si inchinano all’identità cattolica”, riporta la cronaca del blog del senatore Basilio Giordano. E prosegue: “Sfondo azzurro, tre maxischermi e la giornalista Rai Susanna Petruni a scandire i tempi del dibattito politico”. Così si è presentata alla sua platea la nuova Fondazione, “benedetta” laicamente dal Presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, e cristianamente dal cardinale Renato Raffaele Martino, a capo del Pontificio Consiglio dei Migranti, da 47 anni protagonista nel mondo e dunque a stretto contatto con gli italiani all’estero. Il cardinale ha poi invitato le duemila persone che gremivano l’Auditorium a recitare il Padre Nostro, perchè gli italiani “siano sempre fieri delle loro origini e della loro religione”.
La grandeur degregoriana coltiva grandi aspirazioni: “Per il Ponte sullo Stretto gli Italiani nel Mondo avrebbero trovato le risorse per partecipare alla realizzazione di un’opera che avrebbero voluto siglare con la firma, mattone per mattone, di molte centinaia, se non migliaia di cittadini italiani, che si riconoscevano in una realizzazione che dava all’Italia prestigio internazionale e conferiva a due grandi Regioni del Sud Italia una capacità di rinascita del loro impatto turistico”, dichiara il fondatore di Italiani nel Mondo all'Aula del Senato. C'è spazio anche per la cultura, e De Gregorio annuncia alle agenzie di stampa il 18 ottobre 2008 che InM sta portando a termine la migrazione a Philadelphia - proprio accanto al busto di Cristoforo Colombo - della statua votiva a Bettino Craxi voluta dall’allora sindaco di Aulla Lucio Barani, per ricordare le vittime di Tangentopoli. “Italiani nel mondo - annuncia il senatore - avvierà negli Stati Uniti una mobilitazione di italo-americani per coinvolgere quanti guardano alla figura di Craxi come allo statista che riuscì a portare l’Italia nell’olimpo delle potenze mondiali, affrancandola da una posizione di subalternità nello scenario politico-economico internazionale e restituendole il ruolo di leadership nel bacino euro-mediterraneo”.
Tra i più agguerriti contestatori dell'attività del partito-fondazione Italiani nel Mondo c'è il senatore Claudio Micheloni, eletto tra le fila del Pd: nato in Italia e presto emigrato in Svizzera, ha fatto parte di quell'emigrazione caratterizzata da emarginazione e riscatto sociale. Profondo conoscitore delle vicissitudini degli emigrati, su Italiani nel Mondo è tranchant: “Non ha nulla a che vedere con noi. Si tratta di una costruzione di opportunisti, che considerano il collegio estero una terra di nessuno da conquistare, giostrando con la parte più torbida della politica. Le altre considerazioni le lascio alla giustizia. Con quali soldi finanziano le loro attività? Di certo non sono esiti di questue, né fondi messi a disposizione dal governo italiano, che taglia tutti i fondi a disposizione per gli italiani all'estero. Non possiamo concedere che la nostra identità culturale sia ridotta ai minimi termini economici né essere rappresentata da questi figuri, proprio quando in altri stati, come la Francia, il patrimonio culturale degli emigrati viene valorizzato addirittura con riforme costituzionali”. Micheloni, è lapidario: “L'unica cosa che accomuna la sua (di De Gregorio) esperienza a noi emigranti è la sua storia di migrazione nelle forze politiche e in strane fasce della società italiana”.
Il board della fondazione è composto da pontieri con la necessaria vocazione internazionalista. Si tratta di parlamentari, tutti targati PdL, eletti in circoscrizioni estere. Anche qui Micheloni non fa sconti: “Molte delle persone che gravitano attorno alla fondazione sono a mio avviso poco visibili sul piano delle iniziative politiche degli emigranti, parvenu pronti a saccheggiare il bottino elettorale delle circoscrizioni estere”.

Sen. Nicola Paolo Di Girolamo: il 7 giugno 2008 il giudice per le indagini preliminari Luisanna Figliolia firma la domanda di autorizzazione all'esecuzione della misura cautelare degli arresti domiciliari, che non sarà accolta dalla giunta per le immunità. La prima accusa di una lunga serie è di "aver attentato ai diritti politici dei cittadini” per aver indotto con l’inganno, “consistente nel rappresentare falsamente di essere residente all'estero (...), un numero rilevante di elettori ed esprimere la propria preferenza per un candidato che, non avendone i requisiti, non poteva essere validamente proclamato eletto e conseguentemente non può esercitare il mandato elettorale conferitogli con il voto”.
In sostanza, al momento dell’elezione, sarebbe stato privo dell’unico requisito necessario per essere eletti all’estero: la residenza. Le indagini svolte dimostrerebbero come Di Girolamo, con l'aiuto di un funzionario d’ambasciata presumibilmente connivente, avrebbe falsificato gli atti relativi alla propria residenza. Sfortunatamente, l’indirizzo di fantasia sarebbe risultato inesistente. Respinta la richiesta di autorizzazione agli arresti, la giunta per le immunità e le elezioni del Senato ne discute l'ineleggibilità e con una seduta fiume viene accolto l'annullamento dell'elezione. L'Aula del Senato, nel corso di una seduta convulsa, non vota per confermare la decisione della Giunta ma rinvia gli atti per un nuovo pronunciamento di quest'ultima. Autore della gabola parlamentare è lui, il leader: Sergio De Gregorio. Riesce a far mettere ai voti una mozione che blocca ogni provvedimento fino a sentenza penale definitiva. Ciò significa che tra molte legislature, un futuro Senato ci dirà se Nicola Paolo di Girolamo poteva essere senatore oppure no.

On. Amato Berardi. Presidente del Niapac, National Italian American Committee. Secondo un’inchiesta del 2006 svolta dal Sole 24 Ore, risulterebbe essere “un agente assicurativo con una storia di disputa per tasse non pagate sia con lo Stato della Pennsylvania che con l’erario federale”.

Sen. Basilio Giordano: anche il suo seggio sembrerebbe essere stato insidiato da contestazioni. Il quotidiano L'Italiano riporta infatti la notizia di un ricorso depositato da Augusto Sorriso, primo dei non eletti, che ha ottenuto quasi il doppio delle preferenze.

Sen. Juan Esteban Caselli: proviene dagli ambienti ultra-reazionari del cattolicesimo argentino. Durante il governo di Menem è protagonista di una carriera che lo porta in poco tempo a controllare un considerevole patrimonio finanziario. Ambasciatore presso la Santa Sede, tutt'oggi vanta il ruolo di delegato argentino presso il sovrano ordine dei Cavalieri di Malta.
Randazzo sagoma il personaggio con una battuta: “Caselli va sostenendo che Giovanni Paolo II gli è apparso in sogno per invitarlo a candidarsi al seggio senatoriale, e a quanto pare Sua Santità sarebbe recentemente tornato in visione onirica per segnare il cammino del senatore verso la candidatura alla presidenza dell'Argentina”. Forte dell'apparizione, il “senador” dà vita a un nuovo progetto politico: “El pueblo de la liberdad”, versione argentina di quello nostrano.
Qualche giorno prima delle elezioni politiche del 2008 il collegio elettorale del senatore Caselli finisce nel mirino della Direzione distrettuale Antimafia di Reggio Calabria e su tutti i quotidiani nazionali per i presunti brogli nel voto degli italiani emigrati in America Latina. L’indagine riguarda alcune intercettazioni telefoniche durante le quali si sarebbe fatto riferimento alla possibilità di contraffare alcune schede inutilizzate, circa 50.000, mai recapitate ai destinatari-elettori, sulle quali sarebbe stato apposto il segno sul simbolo PdL. Una delle telefonate sarebbe intercorsa tra Aldo Miccichè, calabrese residente in Venezuela e presunto emissario in America Latina della cosca Piromalli di Gioia Tauro ed il senatore Marcello Dell'Utri, che però non risulterebbe indagato.
Micheloni commenta: “Incredibilmente Caselli ha ottenuto 55 mila preferenze. Siamo autorizzati ad avere dubbi e a chiedere che siano chiariti”. Talmente tanti, che il senatore democratico propone ed ottiene un'indagine conoscitiva sull'applicazione delle norme che regolano le elezioni nella circoscrizione Estero. Anche Randazzo - osservatore elettorale per l'Osce - coltiva qualche perplessità: “A Buenos Aires sono state sequestrate 25 mila schede elettorali stampate, conservate nel magazzino della tipografia che aveva prodotto e già consegnato quelle richieste dal Ministero degli Esteri. A chi può sembrare normale amministrazione?”.
“Nonostante gli sforzi profusi - spiega Nino Randazzo - mi sembra che l'associazione prima e la fondazione poi non abbiano proprio attecchito nel panorama internazionale. Tutta roba che sta sulla carta, anzi, in Campania, come confermano le recenti candidature di InM alle sole provinciali di Napoli e Avellino. Viaggio continuamente in tutto il mondo, e fino ad ora ho riscontrato due reazioni verso Italiani nel Mondo: indifferenza o preoccupazione”. A sentire lui, il percorso del nume tutelare del made in Italy è ancora appannato, ma una cosa è chiara. Quale sia il core business della cordata degregoriana lo spiega il sito internet dell’associazione InM: “La strategia messa a punto dall’Associazione internazionale Italiani nel Mondo poggia le sue fondamenta sul più antico dei sistemi di contrattazione tra gli uomini: lo scambio.”
Appunto.
di Lia Esch - da temi.repubblica.it

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