venerdì 17 luglio 2009

Berlusconi, dal “Principe di Villagrazia” ai Corleonesi fino alle rivelazioni di Massimo Ciancimino:questo è il più grande scandalo italiano...



Le dichiarazioni di Ciancimino, i fogli mancanti del processo e i messaggi mafiosi a Berlusconi…

Massimo Ciancimino fa ancora parlare di sé e questa volta l’argomento scottante non è la trattativa tra mafia e Stato intercorsa all’epoca delle stragi del 1992, per il quale presto sarà chiamato a rispondere in udienza pubblica.

Le sue dichiarazioni stanno irrimediabilmente sollevando un polverone attorno alla Palermo degli affari che negli anni Ottanta e Novanta ha basato il suo punto di forza sul patto economico stretto con la mafia di Riina e Provenzano.
Sono i magistrati Nino Di Matteo e Antonio Ingroia i depositari delle nuove rivelazioni del figlio di don Vito Ciancimino, condannato a 5 anni e 8 mesi per riciclaggio, intestazione fittizia di beni e concorso in tentata estorsione, nell’ambito del processo sul tesoro occulto di suo padre. Rivelazioni che hanno già causato l’avvio di nuove indagini per corruzione aggravata a carico dei senatori Carlo Vizzini e Salvatore Cuffaro e degli onorevoli Romano e Cintola. Tutti indagati a vario titolo per aver ricevuto compensi economici (ufficialmente non dovuti) pagati dalla famiglia Ciancimino per agevolare, nell’assunzione delle gare d’appalto, la Gas Spa (Gasdotti Azienda Siciliana). La società in quota al Gruppo Brancato – Lapis venduta il 13 gennaio 2004 alla multinazionale “Gas Natural” per 120 milioni di euro, di cui una percentuale era finita sul conto svizzero Mignon come pagamento spettante a don Vito, in qualità di socio “riservato”.
Proprio in seguito a questa vendita Massimo Ciancimino era stato accusato di aver incassato e reinvestito la percentuale destinata a suo padre (all’epoca deceduto). Da qui le manette, i domiciliari e poi il processo in abbreviato, tuttora in corso a Palermo in sede di Appello. Ed è in seguito a questi sviluppi giudiziari che Massimo Ciancimino ha iniziato a parlare: prima alludendo alle responsabilità della famiglia Brancato corresponsabile nella Gas della “gestione Ciancimino”, poi denunciando pubblicamente la sparizione di alcune intercettazioni ambientali che sarebbero dovute essere da tempo depositate agli atti del suo procedimento. I magistrati hanno così aperto un nuovo filone investigativo che ha coinvolto anche l’erede del socio di Lapis, Monia Brancato, rimasta finora estranea ai fatti, secondo Massimo Ciancimino, a causa di uno “strabismo investigativo” che ha inevitabilmente finito per colpire una sola delle due compagini societarie riferibili all’azienda del Gas. Accuse chiaramente tutte da verificare (per questo è stata avviata un’indagine a Catania). Ciononostante le sue dichiarazioni lasciano spazio a dubbi e perplessità sulla conduzione delle prime indagini dopo il ritrovamento di un documento che era stato sequestrato dai carabinieri nel 2005, durante la perquisizione avvenuta nella sua casa prima del suo arresto. Probabilmente ritenuto irrilevante dai pm che detenevano l’incartamento originale del primo grado, il foglio strappato nella sua parte iniziale (così verbalizzavano i carabinieri) è stato ritrovato in questi giorni da Ingroia e Di Matteo in mezzo ad altri 18 faldoni che i magistrati hanno trasmesso ai giudici del processo Ciancimino. Una scoperta di notevole importanza perché, come ha dichiarato il Pg del processo Dell’Utri Antonino Gatto, che ne ha chiesto l’acquisizione insieme all’audizione di Massimo Ciancimino (la Corte si è riservata di decidere il prossimo 17 settembre), il documento potrebbe “dimostrare la continuità dei rapporti intercorsi tra lo stesso Dell’Utri e Cosa Nostra siciliana”. Il testo della missiva vergata a mano non è completo (Ciancimino dice che originariamente era intera), ciò che è possibile leggere è la parte finale di una richiesta minacciosa all’attuale Presidente del Consiglio: “… posizione politica intendo portare il mio contributo (che non sarà di poco) perché questo triste evento non ne abbia a verificarsi. Sono convinto che questo evento onorevole Berlusconi vorrà mettere a disposizione le sue reti televisive”. Una frase enigmatica che richiama il rapporto Fininvest - Cosa Nostra di cui si trova traccia nelle sentenze sulle stragi del biennio ’92-’93 e nella sentenza di condanna a nove anni per concorso esterno in associazione mafiosa a carico di Dell’Utri. La cosa più interessante è che la lettera, che era indirizzata proprio a Dell’Utri, è stata data a Massimo Ciancimino nella casa di Pino Lipari a San Vito Lo Capo alla presenza di Provenzano. Una volta nelle sue mani l’erede più piccolo di don Vito l’avrebbe portata a suo padre, all’epoca detenuto, il quale avrebbe poi espresso il proprio parere per farla avere a una terza persona non meglio precisata. In quanto al triste evento Massimo Ciancimino ha ricordato con precisione che si sarebbe trattato dell’omicidio del figlio di Berlusconi. Un fatto che, come emergerebbe dai verbali d’interrogatorio del 30 giugno e del 1 luglio, lo aveva molto impressionato. I due documenti in ogni caso presentano diverse discrasie. Il testimone inizialmente non intendeva rispondere. Poi alle stringenti domande dei pubblici ministeri che lo hanno interrogato dopo il ritrovamento della lettera, ha risposto visibilmente provato: “Sono cose più grandi di me”. Anche perché le comunicazioni che la mafia avrebbe inoltrato a Berlusconi non si esauriscono qui. La richiesta di una televisione in cambio di un appoggio elettorale sarebbe solo l’ultima di tre lettere scritte tra il 1991 e il 1994. Il secondo messaggio Ciancimino junior ha riferito di averlo ricevuto in una busta chiusa da un giovane che nei primi anni Novanta faceva l’autista di Provenzano. In questo caso Vito Ciancimino avrebbe svolto il ruolo di consulente del capo mafia, mentre in un’altra occasione avrebbe fatto da mediatore consegnando copia della missiva a un tale di nome “Franco”.
Ciò che però qui conta sottolineare è che l’istanza sarebbe alla fine giunta a destinazione, rientrando così nella consueta e vecchia gestione dei contatti tra gli ambienti Fininvest e criminalità organizzata siciliana iniziati già negli anni Settanta. Periodo in cui l’Anonima Sequestri terrorizzava la Milano bene e quindi anche la famiglia del futuro premier. Al quale era corso in aiuto l’amico Marcello Dell’Utri che per proteggerlo si era rivolto, attraverso Tanino Cinà (uomo d’onore posato della famiglia di Malaspina) al capo di Cosa Nostra Stefano Bontade. Sarebbe stato proprio il “Principe di Villagrazia” ad impegnarsi con il promettente imprenditore edile fornendogli una “garanzia” contro il pericolo dei rapimenti. Garanzia che rispondeva al nome di Vittorio Mangano, lo stalliere di Arcore implicato in varie inchieste tra cui la famosa “Pizza connection”, condotta da Giovanni Falcone.
L’incontro tra Berlusconi e Bontade era avvenuto negli uffici della Edilnord, a Milano, alla presenza di Marcello Dell’Utri, Tanino Cinà, Mimmo Teresi (boss di Santa Maria di Gesù) e Francesco Di Carlo (boss di Altofonte).
Ed è proprio Di Carlo - oggi collaboratore di giustizia, ritenuto perfettamente attendibile dai giudici che hanno condannato Marcello Dell’Utri per concorso esterno in associazione mafiosa – a raccontarlo perché testimone oculare. In quell’occasione, ha spiegato il pentito, era stato Dell’Utri a fare le presentazioni delle quali solo Cinà non aveva bisogno perché Berlusconi già lo conosceva.
Nel corso del colloquio con l’imprenditore, Bontade, tra le altre cose, gli chiedeva di “venire a costruire a Palermo, in Sicilia”. Cosa alla quale Berlusconi rispondeva con una battuta e “un sorriso sornione”: “Ma come debbo venire proprio in Sicilia? Con i meridionali e i siciliani ho già problemi qui!”. Bontade, però, lo rassicurava: “Ma lei è il padrone quando viene là, siamo a disposizione per qualsiasi cosa”. Prima di dirgli, in riferimento al problema dei sequestri: “Per qualsiasi cosa si rivolga a Marcello”, promettendogli quella garanzia che sarebbe poi stata rappresentata da Vittorio Mangano.
Dell’Utri, infatti, ricordava ancora Di Carlo era considerato una persona “fidata”. Tanto che in occasione del matrimonio londinese del trafficante di droga Jimmy Fauci, spiegava il pentito, fu Mimmo Teresi a dire allo stesso Di Carlo che Dell’Utri era “un bonu picciottu”. E a dichiarare: “Noi con Stefano abbiamo intenzione di combinarlo”.
La riunione negli uffici della Edilnord segna quindi l’inizio di un rapporto tra Berlusconi e Cosa Nostra siciliana basato su favori ed estorsioni: l’organizzazione criminale minacciava, chiedeva, offriva. Il Cavaliere rispondeva.
E così, dopo l’incontro, Mangano si era insediato nella sua villa di Arcore e dal 1974 l’imprenditore aveva iniziato a versare all’organizzazione il suo “contributo” annuale. Poi quando il boss-stalliere era stato costretto ad allontanarsi (un anno e mezzo più tardi), Berlusconi aveva subito il primo attentato nella sua villa di via Rovani. Era il 26 maggio del 1975, ma solo anni dopo si era scoperto che l’autore di quel gesto intimidatorio era stato proprio Mangano. In quello stesso periodo iniziava per Berlusconi una carriera tutta in salita: prima gettava le fondamenta del suo grande impero, dopo entrava nel business delle emittenti televisive. Ad aiutarlo nella grande impresa 113 miliardi di lire di provenienza sconosciuta che tra il 1975 e il 1983 sarebbero affluiti nelle 22 holding Fininvest, che diventeranno poi 37.
Nel frattempo anche la galassia di Cosa Nostra subiva una grossa trasformazione: i corleonesi di Totò Riina e Bernardo Provenzano prendevano il sopravvento sulla mafia di Bontade, il quale veniva ucciso nella guerra di mafia degli anni Ottanta insieme a quasi tutti i suoi rappresentanti. Il nuovo vertice ereditava così il rapporto con l’imprenditore milanese che, dopo una serie di vicissitudini, per ordine di Riina sarebbe passato direttamente nelle mani di Tanino Cinà. Sarebbe stato lui a recarsi due volte all’anno a Milano per ritirare i contributi versati dall’imprenditore. Ma il 28 novembre 1986 la sede Fininvest di via Rovani 2 subiva un secondo attentato da parte della mafia catanese. Riina era pronto a cavalcare (nuovamente?...) l’onda.
L’intento dei mafiosi, spiegheranno i collaboratori di giustizia, è quello di “avvicinare” Cinà a Dell’Utri e Berlusconi perché il rapporto con l’imprenditore milanese non sarebbe dovuto essere solo di natura estorsiva, ma aveva anche e soprattutto una connotazione politica. Berlusconi rappresentava per la nuova Cosa Nostra l’aggancio per arrivare a Craxi, in un momento in cui lo storico rapporto con la Democrazia Cristiana di Andreotti stava tramontando. Per questo motivo, racconteranno i pentiti, (Antonino Galliano, Francesco Paolo Anzelmo) verranno rivolte al Cavaliere nuove minacce tramite lettera e telefono. E così Tanino Cinà, sempre secondo l’Anzelmo, veniva urgentemente convocato a Milano da Dell’Utri.
Ma le intimidazioni non sarebbero cessate. Infatti il 17 febbraio del 1988, nel corso di una conversazione intercettata, Berlusconi si era lamentato con l’amico immobiliarista Raniero della Valle di aver ricevuto una serie di intimidazioni e minacce di morte per il figlio Piersilvio.
Per quanto riguarda l’evoluzione di queste ritorsioni non si è mai riusciti a scoprire molto.
Ciò che pare invece certo è che gli attentati ai magazzini Standa di Catania, iniziati nel gennaio del 1990, sarebbero terminati solo grazie all’intermediazione di Marcello Dell’Utri, che avrebbe instaurato con i mafiosi locali una non meglio specificata trattativa.
Secondo la lettura delle dichiarazioni di alcuni collaboratori, tra cui Angelo Siino, anche quegli attentati sarebbero rientrati nella più ampia strategia di rinnovare le grandi alleanze strategiche e politiche. In un periodo in cui Cosa Nostra era alla disperata ricerca di nuovi referenti. Ricerca che sarebbe terminata con la discesa in campo di Silvio Berlusconi e con la decisione di appoggiare il nascente partito Forza Italia.
Le missive di cui si parla oggi e in particolare il foglio strappato scoperto tra le carte sequestrate a Massimo Ciancimino potrebbero dimostrare dunque che, anche dopo l’elezione a Presidente del Consiglio di Silvio Berlusconi, la mafia siciliana avrebbe proseguito con la tattica di sempre: intimidire per ottenere favori. La domanda allora è semplice: di quali favori si trattava?
Ed è possibile ricollegare tali favori agli incontri tra Vittorio Mangano e Marcello Dell’Utri, risalenti alla fine del 1993 e dei quali parlano altri collaboratori di giustizia?
Questi incontri, si legge nella sentenza che ha condannato il senatore del Pdl, avevano “un connotato marcatamente politico, in quanto Dell’Utri aveva promesso che si sarebbe attivato per presentare proposte molto favorevoli per Cosa Nostra sul fronte della giustizia, in un periodo successivo, a gennaio del 1995 (‘modifica del 41bis, sbarramento per gli arresti relativi al 416bis’)”. E “infatti, vi era stato un primo tentativo a livello parlamentare che, però, non era riuscito a concretizzarsi. Inoltre, Dell’Utri aveva detto a Mangano che sarebbe stato opportuno stare calmi, cioè evitare azioni violente e clamorose, le quali non avrebbero potuto aiutare la riuscita dei progetti politici favorevoli all’organizzazione mafiosa”.
Ancora, dopo le elezioni del 1994, Mangano avrebbe assicurato di aver parlato con il Dell’Utri e che lo stesso avrebbe dato “buone speranze”.
È evidente che siamo di fronte a una questione di estrema rilevanza investigativa nell’ambito dei rapporti tra Dell’Utri e Cosa Nostra e tra il premier e la stessa mafia corleonese di cui Vito Ciancimino era portavoce e consigliere essendo come aveva detto Giuffrè “la mente grigia” di Provenzano. Sul piano della questione morale tutto ciò fa impallidire lo scandalo sui festini del Presidente del Consiglio. Per squallidi e disonorevoli che siano i suoi vizietti, sembra assurdo che le ragioni principali del suo declino elettorale da parte degli italiani possa essere dovuto a queste vicende e non ai suoi rapporti con Cosa Nostra. Questo forse è il più grande scandalo italiano.

di Giorgio Bongiovanni e Silvia Cordella - antimafiaduemila.com

Link: http://www.antimafiaduemila.com/content/view/17782/78/

"Un principio giusto fin dal fondo di una grotta può più di un esercito."


I paesi dell'America Latina stavano lottando contro la peggiore crisi finanziaria della storia all'interno di un relativo ordine istituzionale.

Mentre il Presidente degli Stati Uniti Barack Obama, in visita a Mosca per affrontare dei temi vitali sulle armi nucleari, dichiarava che l'unico presidente costituzionale dell'Honduras era Manuel Zelaya, a Washington l'estrema destra ed i falchi manovravano affinché questi negoziasse l'umiliante perdono per le illegalità che gli attribuiscono i golpisti.

Era ovvio che tale atto avrebbe significato davanti ai suoi e davanti al mondo la sua scomparsa dalla scena politica.

È un dato di fatto che Zelaya, quando ha annunciato che sarebbe ritornato il 5 Luglio, era deciso a mantenere la sua promessa di condividere col suo popolo la brutale repressione golpista.

Con il Presidente viaggiavano Miguel d´Escoto, presidente pro tempore dell'Assemblea Generale dell'ONU, Patricia Rodas, la Ministra degli Esteri dell'Honduras, un giornalista di Telesur ed altri, 9 persone in tutto. Zelaya ha conservato la sua decisione d'atterrare. Mi risulta che in pieno volo, quando s'avvicinava a Tegucigalpa, è stato informato da terra delle immagini trasmesse da Telesur, nell'istante in cui l'enorme folla che l'aspettava all'esterno dell'aeroporto veniva attaccata dai militari con i gas lacrimogeni ed il fuoco dei fucili automatici.

La sua reazione immediata è stata di chiedere di riprendere quota per denunciare i fatti attraverso Telesur, pregando i capi di quella truppa di cessare la repressione. Dopodiché li ha informati che avrebbe proceduto all'atterraggio. L'alto comando ha ordinato allora di bloccare la pista. In pochi secondi veicoli di trasporto motorizzati l'hanno ostruita.

Il Jet Falcon è passato tre volte a bassa quota sopra l'aeroporto. Gli specialisti spiegano che il momento più teso e pericoloso per i piloti è quando aeroplani veloci e di piccole dimensioni come quello che trasportava il Presidente, riducono la velocità per entrare in contatto con la pista. Per questo motivo penso che quel tentativo di ritornare in Honduras sia stato audace e coraggioso.

Se desideravano giudicarlo per supposti delitti costituzionali, perché non gli hanno permesso d'atterrare?

Zelaya sa che era in gioco non solo la Costituzione dell'Honduras, ma anche il diritto dei popoli dell'America Latina a scegliere i loro governanti.

Oggi l'Honduras non è solo un paese occupato dai golpisti, ma anche un paese occupato dalle forze armate degli Stati Uniti.

La base militare di Soto Cano, conosciuta anche come Palmerola, situata a meno di 100 chilometri da Tegucigalpa, riattivata nel 1981 ai tempi dell'amministrazione di Ronald Reagan, fu utilizzata dal colonnello Oliver North per dirigere la guerra sporca contro il Nicaragua; il Governo degli Stati Uniti diresse da quel punto gli attacchi contro i rivoluzionari salvadoregni e guatemaltechi, che costarono decine di migliaia di vite.

Lì si trova la "Joint Task Force Bravo" degli Stati Uniti, composta da elementi delle tre armi e che occupa l'85 percento dell'area della base. Eva Golinger rende noto il suo ruolo in un articolo pubblicato sul sito digitale Rebelión del 2 Luglio 2009, intitolato "La base militare degli Stati Uniti in Honduras al centro del golpe". Spiega che "la Costituzione dell'Honduras non permette legalmente la presenza militare straniera nel paese. Una 'stretta di mano' tra Washington e l'Honduras autorizza l'importante e strategica presenza nella base di centinaia di militari statunitensi, con un accordo ‘semi-permanente'. L'accordo fu realizzato nel 1954 come parte dell'aiuto militare che gli Stati Uniti offrivano all'Honduras… il terzo paese più povero dell'emisfero." Aggiunge che "… l'accordo che permette la presenza militare degli Stati Uniti nel paese centroamericano può essere ritirato senza avviso."

Soto Cano è anche la sede dell'Accademia dell'Aeronautica dell'Honduras. Parte dei componenti dell'unità interforze degli Stati Uniti è composta da soldati honduregni.

Qual'è l'obiettivo della base militare, degli aeroplani, degli elicotteri e della task force degli Stati Uniti in Honduras? Senza dubbio serve unicamente per essere usata in America Centrale. La lotta al narcotraffico non richiede quelle armi.

Se il presidente Manuel Zelaya non è reintegrato nel suo incarico, un'ondata di colpi di Stato minaccia di spazzare via molti governi dell'America Latina o di rimanere alla mercé dei militari d'estrema destra, educati secondo la dottrina della sicurezza della Escuela de las Américas, esperta in torture, nella guerra psicologica e nel terrore. L'autorità di molti governi civili in Centro e Sud America rimarrebbe indebolita. Non sono molto distanti quei tempi tenebrosi. I militari golpisti nemmeno presterebbero attenzione all'amministrazione civile degli Stati Uniti. Può risultare molto negativo per un presidente come Barack Obama, che desidera migliorare l'immagine di quel paese. Il Pentagono ubbidisce formalmente al potere civile. Le legioni, come a Roma, non hanno ancora assunto il comando dell'impero.

Non sarebbe comprensibile che Zelaya ammettesse ora manovre dilatorie che consumerebbero le notevoli forze sociali che lo sostengono e condurrebbero solamente ad un'irreparabile logorio.

Il Presidente illegalmente abbattuto non è alla ricerca del potere, però difende un principio e come disse Martí: "Un principio giusto fin dal fondo di una grotta può più di un esercito."

di Fidel Castro Ruz

Fonte: http://www.contropiano.org/

Link: http://www.contropiano.org/Documenti/2009/Luglio09/14-07-09HondurasCastro.htm

L'indifferenza delle democrazie


Fare caricature è un mestiere molto simile, nella percezione dei lettori, alle piroette di un arlecchino. Normalmente, noi che ci dedichiamo a questo isolato e inuitle mestiere, incontriamo ogni giorno gente che ti chiede il favore di un autografo sulle vignette per farli sorridere anche solo un momento, o di improvvissare un Garfield per i figli, che non hanno idea di chi sei, né di cosa fai. Per questo preferisco non uscire molto per strada, perché la mia generosità può senza ombra di dubbio erodere i voli limitati della mia cratività e farmi perdere la prospettiva del compromesso che quotidianamente devo fare con la realtà e con la condizione umana.

In Honduras occuparsi di vignette politiche è raccontare pettegolezzi.
Il nostro paese è surrealista e già lo era prima di apparire su portali e schermi al plasma di tutto il mondo. Ma il bello è che ci è voluta questa esperienza cruenta perché si sapesse che un occhio iniettato di sangue può esserci anche nell'atto di un gendarme. E che rivolgersi al popolo per chiedergli se appoggia qualcosa o no in modo da scrivere una pagina di cambiamenti può provocare esilio, detenzioni, morti, repressione, isolamento, perché nelle loro menti quadrate di petulanza occidentale, il popolo non è preparato a pensare, e la democrazia non può commettere l'assurda irresponsabilità di concedergli uno spazio di decisione. O che per esempio molti honduregni stanno difendendo la costituzione nelle strade con la loro indignazione e il loro sangue versato nei viali pavimentati di verde olivo, mentre nei televisori nazionali appaiono le lacrime nere di rimmel scolorito di Verónica Castro nelle telenovelas messicane. Perché è molto più interessante il dramma di celluloide che il dramma umano. E che alcuni intellettuali bellocci trascorrono le ore discutendo di tragedia greca, senza considerare la tragedia nazionale, e i vecchi, pensionati di nostalgia che perdono gli ultimi giorni giocando d‘azzardo con le carte fregandosene che la patria sia perduta, trafitta da un re di cuori. E i giovani light che passeggiano nei centri commerciali, tristi per la morte del re bianco e nero del pop.

Guardi il paese, ti inoltri nel paese e come Henry Bergson senti che ti ingolfi in una imbarcazione allucinante, senti che non distingui la combinazione difettosa nella geometria architettonica dei disegnatori borghesi tra un edificio di una catena alberghiera di prestigio internazionale e "l'altro da sé" (otredad) configurato con un tratto ineguagliabile di miseria, un landrone dove si nascondono tutte le porcherie di una società che vede la povertà come un difetto e il povero come un ostacolo urbano. Qui dove la vita è nelle mani della volontà dell'altro e la povertà nel borsellino ignominioso di alcuni ricchi. Questa mappa, fondo di disuguaglianze, è il tema del mio lavoro.L'eterno ritorno di Nietzsche alla disuguaglianza, ritorno della disuguaglianza in una vecchia viuzza di Tegucigalpa, segnata dai graffiti delle giovani generazioni che per la prima volta sanno che il mondo è nelle loro mani e non su google, e l'utopia nel compromesso permanente. Questa benedetta gioventù che si è scagliata contro le stupidità di una vecchia generazione che ci ha trascinati in una ridicola guerra di calcio, colpi di Stato e militari con medaglie come schegge impazzite. E nell'algidità senile, questa pazzia del golpe è come un modo di dire a se stessi che ancora si può giocare la finale di scacchi, proprio mentre la violenza militare ci dà scacco matto.
La volontà di potere, mal assimilata di Schopenahuer come germe dell'attuale pazzia, ma soprattutto una vita e una eterna commedia di personaggi che non si stancano di interpretare sempre il medesimo ruolo di uccelli rapaci.

Per tutto questo la vita ha perso valore e la dignità è un macabro scherzo che solo risiede nello spirito di noi che siamo malati di realtà. La solidarietà mondiale che ho ricevuto mi ha commosso così come l'indifferenza e l'ironia della stampa locale, sempre pronta a denigrare con sotterfugi pur di mascherare quello che è stato un golpe. Sono stato arrestato, che importa se per cinque ore o più, altri compagni sono stati feriti, altri uccisi e la maggioranza messa sotto silenzio con minacce e sequestri. Questo è uno Stato che aggredisce l'individuo, il legittimo bene supremo delle costituzioni borghesi, che a volte ricorre alle armi per ricordarci che siamo solamente persone, e che traccia geometricamente la misura dei nostri silenzi. Tegucigalpa, il vecchio bel bordello, contraddistinto dalla logica superlativa di sopravvivere alla giornata, con ponti pieni di fango a ricordare gli uragani. Le strade sconnesse, gli strilloni, i venditori di vestiti usati che diffidano della logica del libero mercato, i venditori di cd pirata, che gridano che già hanno l'ultimo di Michael Jackson. Questa è la Tegucigalpa coloniale, un ammasso di casette miserabili, una città piena di fantasmi del secolo scorso che vivono aspettando un miracolo per sentirsi capitale, e oggi centro del club degli ultimi gorilla del Ventunesimo secolo. Tegucigalpa dei miei amori, oggi congestionata da marce di ricchi che gonfiano le masse di guardie del corpo e nelle altre strade ragazzi con i loro zaini in spalla combattendo la battaglia della loro vita. Contadini scalzi a petto nudo, ragazze madri che fanno a pugni con militari dalle facce di bambini contadini sfruttati dal sistema, con uniforme e bastone presi in prestito, militari poveri che non sanno che guerra combattono, che mai hanno letto teorie né di sinistra né di destra, la cui unica ideologia è mettersi un casco che li protegga dalle pietre tirate con la forza dalle barricate della resistenza.

Questa è la Tegucigalpa che oggi ritarda i suoi doveri quotidiani per litigare con il fervore cieco di alcuni fanatici che come tigri affamate vedono nel rito del sangue la conferma sadica del loro essere selvaggi.
Hans Arp e Chirico potrebbero ritagliare il quotidiano e fare collage di taxi pieni di taniche di sangue o di ragazzini strappati dalle etnie millenarie per sparare l'odio che non poterono scongiurare con la vendetta di secoli. O una donna che cammina con il lusso di un'attrice e un bambino che urla tra la gonna di seta il prossimo numero della lotteria. Questa è Tegucigalpa, queste le disuguaglianze, questa la tenerezza dell'utopia quotidiana. Questo l'amore per la vita, questa la necessità di cambiamento. Questo lo lesse il nostro presidente del quale quotidianamente si prendevano gioco perché non si comportava con la delicatezza e il savoir faire di un ministro europeo e perché ha promosso riforme che hanno toccato portafogli chiusi ermeticamente. Questo è l'Honduras privato della sua voce, perché nelle strade si permette solo che venga detto che abbiamo un messia con cognome italiano, ma con un cuore appartenente alle peggiori mafie napoletane.

Ero e sarò sempre un povero ragazzo che fa caricature, che non fa male a una mosca, che nessun poltico di Honduras si disturberà a reprimere perché che danno potrebbe fare questa ragnatela spaventosa che ha disegnato? Se disegna meglio mio cugino di quattro anni, diceva questo pomeriggio un giornalista di una radio golpista, ed è vero, perché la mia detenzione "accidentale", è stata condannata da migliaia di persone nel mondo da centinaia di canali televisivi e giornali di decine di paesi nel mondo intero, ma in Honduras è una gran risata ciò che si chiama coscienza. Essere rispettato nel mondo per il tuo lavoro ti dà questa sensazione grigia e totale che uno qua non è indispensabile, come la democrazia che alla fine dei conti è anche lei una caricatura.

Tegucigalpa, una sera alla fine di giugno 2009, che presto sarà solo un brutto ricordo nella giungla della storia.

*di Allan McDonald

Testo raccolto e tradotto da Stella Spinelli

Link: http://it.peacereporter.net/articolo/16513/Honduras.+La+caricatura+del+Paese

*Allan McDonald è uno dei vignettisti più importanti e famosi d'Honduras. Irriverente e graffiante è uno dei personaggi scomodi che il regime golpista ha tentato di azzittire. Domenica notte è stato prelevato dalla sua casa dai militari. Con lui la figlia di due anni, Abril. E' stato rilasciato grazie alla pressione internazionale. Questo documento lo ha inviato a Peacereporter pochi istanti prima di partire per il Costarica.

Cerca nel Blog

FeedBurner FeedCount

Questo blog non rappresenta una testata giornalistica, in quanto viene aggiornato senza alcuna periodicità. Pertanto non può considerarsi un prodotto editoriale ai sensi della legge n. 62 del 7.03.2001. L'autore, inoltre, non ha alcuna responsabilità per il contenuto dei siti "linkati” né dei commenti relativi ai post e si assume il diritto di eliminare o censurare quelli non rispondenti ai canoni del dialogo aperto e civile. Salvo diversa indicazione, le immagini e i prodotti multimediali pubblicati sono tratti direttamente dal Web. Nel caso in cui la pubblicazione di tali materiali dovesse ledere il diritto d'autore si prega di avvisare via e-mail per la loro immediata rimozione.

Gli autori