sabato 18 luglio 2009

I veltroniani scaricano Franceschini


Più Bersani e Franceschini ripetono con gravità e compunzione che il partito «è una cosa seria», più la vicenda che oppone Beppe Grillo al Pd trasforma il congresso in un feroce vaudeville, genere consono all’attore genovese, meno adatto agli aspiranti segretari di partito. Più la commissione di garanzia intima diktat e alza levatoi intorno al fortino, nel vano tentativo di impermeabilizzare un partito che per statuto e volontà politica è una groviera, più nelle province si spostano i tappeti ed esce fuori la polvere.
A Paternopoli, Avellino, lo sfinimento per le liturgie del partitone, magari in combinato con qualche guerriglia indigena, hanno suggerito al segretario del locale Pd di concedere a Grillo l’iscrizione che il Pd nazionale gli ha negato. Diverte ma non è allegro prevedere che altre tessere, in giro per l’Italia, potrebbero essere offerte. Intrappolando i candidati in corsa, Bersani Franceschini e Marino (con l’eccezione di Mario Adinolfi) in un pavido e comune tic di arroccamento, inadatto ai nuovisti ma anche a chi, nel 2009, tenta la moderna declinazione del «partito è un partito è un partito». Il gesto di Grillo non è una cosa seria, e infatti proviene da un professionista del sacro genere del comico. Ma è triste consegnare all’attore il trofeo di aver svelato l’inadeguatezza bipartisan di un gruppo dirigente incapace di prevedere le conseguenze delle scelte compiute fin qui nel solo nome del carisma di Walter.
Qualche parallelo più su, a Roma, il problema si pone in altri termini. La Repubblica Capitolina di Veltroni-Cesare (poi è arrivato l’impero di Veltroni-Augusto) si sgretola, e si scopre che i proconsoli sono in fuga in direzione Bersani o Marino, comunque via da Franceschini, il simbolo della continuità dell’originario progetto democratico.
Il primo ad abbandonare la nave autoaffondata del veltronismo, nella capitale, è stato Goffredo Bettini, l’instancabile tessitore, l’ispiratore del modello-Roma, della capitale rutelliana e poi di quella veltroniana. Sbagliava chi considerava il suo abbandono, polemico soprattutto verso la gestione di Dario Franceschini, il bel gesto solitario di un uomo solo, disinteressato agli scranni e ricco di famiglia.
«I veltroniani stanno con Franceschini, a cominciare dalle cose chiare che ha detto lo stesso Veltroni. Poi lui non partecipa direttamente alla battaglia congressuale per chiudere definitivamente la cosiddetta stagione del dualismo Veltroni-D’Alema». ha detto ieri Giorgio Tonini, allarmato dalle notizie che arrivano dalle mozioni. «Dopodiché la situazione è abbastanza chiara. Io, Morando, Verini e molti altri stiamo con il segretario attuale», elenca Tonini.
Ma oggi, a sei mesi di distanza dallo strappo di Bettini, nell’area capitolina, è tutto un fuggi fuggi di ex veltroniani che si spostano su Pierluigi Bersani o su Ignazio Marino, comunque compiono spericolatezze rispetto alle loro precedenti storie politiche, pur di non intrupparsi nel correntone di centro di Franceschini.
È il caso di Piero Marrazzo, il popolarissimo presidente della regione Lazio, fiore all’occhiello del veltronismo. Che ancora non lo ha detto chiaro, ma nutre simpatie per Bersani. O di Nicola Zingaretti, amato presidente della provincia (che Sabina Ferrilli, icona della Roma progressista vorrebbe alla segreteria) che, dopo essere stato tirato per la giacca un po’ da tutti, ieri ha fatto il suo [endorsement definitivo: «Voterò per Bersani perché credo che in un momento come questo sia la persona che può aiutarci a ripartire bene». Una scelta individuale, dice, e per questo non si candiderà in nessuna lista alle primarie. Ma il gruppo delle persone con cui lavora - quasi tutti ex veltroniani - tirano per Bersani, e poi «un dirigente politico ha il dovere di dire quello che pensa, la trasparenza è la base del rispetto reciproco. Quindi pur non impegnandomi direttamente nel congresso è giusto che si sappia: anche in un congresso così difficile credo sia importante garantire in questo momento di confronto un rapporto con la società».
Nella Roma walterissima è un’emorragia. A giorni si aspetta la dichiarazione di Roberto Morassut, popolare segretario regionale, corteggiatissimo - ma Franceschini sembra gli preferisca il rutelliano Riccardo Milana - dato in avvicinamento a Marino. Tonini assicura che «è vicino a Dario», ma intanto lui si prende ancora qualche giorno per decidere. E con lui Jean Leonard Touadì, scrittore e intellettuale originario del Congo, ex assessore alla sicurezza e alle politiche giovanili del comune di Roma, oggi deputato, bella faccia del veltronismo. Che due giorni fa ha dichiarato ai giornalisti di essere pronto a seguire Morassut armi e bagagli. E per questa ragione è stato ieri raggiunto da una lunga e affettuosa telefonata di Veltroni che lo invitava a ripensarci. È molto legato A Anna Paola Concia, attivista per i diritti di omossessuali e lesbiche, parlamentare, già molto veltroniana: che oggi sta con Marino e per la sua mozione coordina la campagna congressuale pugliese.
Stesso dicasi per Ileana Argentin, la signora «diversamente abile» che per anni ha curato le politiche per l’handicap per Roma e che di Veltroni è stata una delle sostenitrici della prima ora. Veltroni l’ha chiamata sul palco con lui ogni volta che ha potuto, le barriere architettoniche, con fatica venivano abbattute. Si è schierata con Ignazio Marino anche lei. Come, in ordine sparso, Gianni Borgna, già assessore alla cultura, mentre Dario Esposito, ex assessore all’ambiente, si è schierato con Bersani,e con lui Lionello Cosentino, oggi senatore, uomo chiave della sanità nel Lazio, veltroniano pure lui. Una cosa era il carisma di Walter, su cui abbiamo provato a costruire una nuova stagione della politica. Un’altra è quello di Dario, contro il quale non ho nulla e al quale comunque faccio gli auguri. Ma se se ne va il carisma personale, se dobbiamo ripartire tutti insieme senza un uomo forte, bisogna costruire in fretta un partito vero, con programmi veri e condivisi». La spiega così Silvio Di Francia, verde, ex coordinatore della maggioranza capitolina ai tempi di Veltroni, che ora al congresso si è schierato con Bersani. Beninteso, rifiutando «l’iscrizione al dalemismo, per carità».

di Daniela Preziosi

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