sabato 25 luglio 2009

A fine ottobre, col Pd, ci sarà di che divertirsi. Se spettatori, s'intende. Se protagonisti, invece, non resta che piangere…



Il marchingegno più infernale e terribile mai partorito da mente umana ha un nome e un cognome: Regolamento interno del Pd, condito di relativo Statuto, oscuri e cupi oggetti del desiderio di migliaia di militanti, politici, amministratori obbligati a leggerlo, studiarlo e interpretarlo al fine di ottenere, grazie alle loro arzigogolate e spesso incomprensibili norme, ‘o miracule, e cioè eleggere il futuro segretario nazionale del Pd medesimo.
Qui cerchiamo, dopo molti mal di testa e diverse notti insonni, di capire come. Le iscrizioni al Pd (nel senso di partito, dunque iscrizioni all'istanza di base, i "circoli", e cioè le vecchie, care, "sezioni") si sono chiuse martedì 21 luglio. Il "terzo incomodo", il biologo Ignazio Marino, tra i due big in campo (Dario Franceschini e Pierluigi Bersani), c'ha provato, a chiedere una proroga ed allungare i tempi almeno al 31 luglio, ma non c'è stato niente da fare. Per una volta, e solo su questo, Franceschini e Bersani, erano d'accordo. No, è stata la risposta unanime della Direzione nazionale (che corrisponde, più o meno, al vecchio, caro, Comitato centrale del Pci, mentre l'Esecutivo ha, più o meno, i poteri della cara, vecchia, Segreteria). Altrettanto, e secco, niet per il comico (dotato di yacht incorporato) Beppe Grillo, che ha provato a iscriversi e candidarsi. Respinto con perdite, ma - e qui comincia il bello - con motivazioni assurdamente diverse tra di loro.
Secondo una prima vulgata, infatti, chi si voleva candidare a guidare il Pd avrebbe dovuto farlo entro il 23 luglio, data ultima per depositare (entro le ore 20 de la tarde), presso la Commissione nazionale (che equivale alla cara, vecchia, Commissione di Garanzia), la propria candidatura, corredata di relative linee politico-programmatiche, ed iscriversi entro il 21 luglio, accettando e sottoscrivendo contemporaneamente la Carta dei Valori e il Codice etico del partito (corrispondenti al caro, vecchio, Statuto). E qui, secondo altri, come il responsabile Organizzazione Maurizio Migliavacca, cascava l'asino: Grillo «non corrisponde» ai requisiti richiesti. Secondo altri esegeti (del Pd medesimo), invece, il problema stava nello Statuto. Che, all'articolo 3, recita: possono essere candidati a segretario nazionale «solo gli iscritti in regola con i requisiti di iscrizione presenti nella relativa Anagrafe alla data nella quale viene deliberata la convocazione delle elezioni», che poi corrisponde al 28 giugno, quando sempre il buon Migliavacca (il regolamento è "merito", assieme al ppi Beppe Fioroni), neoeletto coordinatore della Commissione medesima, ha "fissato" (sifaperdire) tempi e modi certi per l'elezione del nuovo segretario. Eppure, secondo una terza scuola di pensiero (post-hegeliano?), Grillo non si poteva iscrivere in quanto già iscritto (nonché fondatore) di un altro movimento politico (i "grillini"), e perciò "incompatibile" col Pd.
A confutare quest'ultima tesi, tuttavia, c'ha pensato uno dei due "dottor Stranamore" (copyright by "lupo morsicano", alias Franco Marini) che lo Statuto l'hanno scritto brevi manu, il professor Stefano Ceccanti (l'altro è il professor Salvatore Vassallo, entrambi sono costituzionalisti, entrambi sono "esperti" di sistemi elettorali, entrambi - ahiloro - sono veltroniani). Il quale Ceccanti, interpellato dal manifesto, ha soavemente spiegato che la "doppia tessera" (in dotazione, per dire, a tutta la pattuglia radicale iscritta al Pd e facente parte del suo gruppo parlamentare) non solo non è un problema, ma anzi, tutt'altro: trattasi di semi-benedizione divina, al punto da lanciare tanto d'invito ad altre forze di sinistra (S&l su tutte) a imitarli.
Avete già il mal di testa? Consolatevi, siamo appena ai titoli, di testa. «Quando i miei amici del Partito democratico americano hanno letto il nostro regolamento congressuale, mi hanno chiesto se eravamo pazzi», ha sbuffato un Massimo D'Alema imbufalito e, dunque, in forma strepitosa.
Al di là di un piccolo e trascurabile particolare, e cioè di riuscire a sapere da "Max" dov'era, lui, quando quel regolamento è stato scritto e votato (furono solo 7 i voti contrari, tra cui Reichlin e Crucianelli, non D'Alema), resta il punto. Il Pd si presenta a un appuntamento decisivo, "fondante", della sua seppur breve storia, con un Regolamento congressuale che grida vendetta davanti a Dio, agli uomini e, soprattutto, agli iscritti stessi del Pd.
I candidati, dicevamo. Allo stato odierno dell'arte (e al netto di Grillo) sono tre, no: quattro, anzi: forse, quasi cinque: Franceschini, Bersani, Marino (e fin qui c'eravamo), il simpatico Mario Adinolfi, passato senza soluzione di continuità dai giovani Dc ai tavoli di poker di Las Vegas, e - in calcio d'angolo - l'inventore dell'Estate romana Renato Nicolini.
Tuttavia, i candidati che si presenteranno ai nastri di partenza del 23 luglio e che, dunque, risultano in regola con l'iscrizione al Pd (richiesta che deve essere accolta dal circolo di appartenenza, vidimata dalla commissione Statuto, che però può rigettarla ma a cui volendo si può sempre far ricorso) devono raccogliere anche - fatto non da poco - da un minimo di 1500 a un massimo di 2000 firme in 5 regioni diverse di tre circoscrizioni elettorali. Morale, Adinolfi rischia seriamente di non farcela, Marino è in affanno ma dovrebbe riuscirci, l'ultimo spuntato, praticamente ai tempi supplementari, cioè il mitico inventore dell'Estate romana, Renato Nicolini, no, temiamo.
Sorvolando - per amor dei poveri iscritti democratici che ancora ci credono - sul fatto che, ad oggi, nonostante svariate inchieste giornalistiche, non si sa ancora "quanti" siano con precisione gli iscritti (600 mila, pare, forse qualcosina in più, 700 mila, alla fine, dipende da Lazio e Campania, certo pochini a fronte dei 990 mila iscritti di Ds e Dl ultimo giro), l'ultimo giorno utile per il (mitico?) "dibattito" congressuale dei circoli è fissato al 30 settembre, e cioè a un mese scarso dalla convocazione della Convenzione nazionale. Nome dalle curiose e un po' retrò reminiscenze rivoluzionarie (francesi, per carità) e già fissati per il fatidico 30 ottobre.
Il primo tempo. La quale Convenzione nazionale (il caro, vecchio, "congresso", e qui siamo "primo tempo") è composta da mille delegati eletti nelle Convenzioni di circolo, provinciali e regionali. Più il segretario nazionale, i candidati a segretario e il presidente della Commissione di Garanzia. 1005, in totale, uomini e donne "normali", si presume. Votano? Macché: si limiteranno a guardarsi negli occhi, salutarsi e presto andar via.
I delegati alla Convenzione-primo tempo, infatti, possono solo "ratificare" quali saranno stati i tre candidati più votati, tra gli iscritti, a patto che abbiano raggiunto almeno il 5% dei voti e, in ogni caso, tutti quelli che abbiano ottenuto il 15% (o a livello nazionale o in almeno cinque regioni). Solo questi ultimi, dunque, sono ammessi alle primarie, il secondo tempo.
Alle primarie, quelle "vere" (sic) che si terranno il 25 ottobre, possono presentarsi anche i "non iscritti": in pratica, chi c'ha voglia di perdere un po' del suo tempo, in una autunnale e forse uggiosa domenica di ottobre, va ai gazebo e - pagati soli 2 euro (caffè e giornale) vota per chi gli pare. E qui si vede il segno del capolavoro, del genio, della (lucida?) follia. Perché sono le primarie che eleggono sia il leader che - tenetevi forte - i componenti della nuova Assemblea nazionale (la ex Convenzione). Serve, alla bisogna, essere almeno un po', di sinistra? No. Uno di Forza Italia, per dire, va ai gazebo e vota, uno del Prc pure (quello dell'Udc è già lì, in fila).
E' finita qui? Nient'affatto. Perché se il candidato che ha riportato il maggior numero di voti non raggiunge, suo malgrado, la maggioranza assoluta, ecco che scatta il mitico terzo tempo, e cioè ai supplementari. Succede, in quel caso, che si torna in seno all'Assemblea nazionale testé uscita dalle primarie, con tanto di liste collegate a ogni singolo candidato, e si rivota. Come? A scrutinio segreto, ovvio, e con tanto di ballottaggio tra i due primi meglio piazzati. Diciamo il 7/8 novembre, che poi coincide, per accidente della storia, con la data in cui si celebra(va) la Rivoluzione d'ottobre. Ecco, lì, a quel punto, può succedere davvero di tutto. E di più.
Innanzitutto perché, come ha rivelato uno dei migliori notisti politici su piazza, Claudio Sardo del Messaggero, le stesse primarie contengono "un enigma avvolto nel mistero", come Churchill definì elegantemente l'Urss: succede, infatti, che nel Regolamento interno del Pd è prevista, nero su bianco, anche la (non remota) possibilità che il candidato più votato in termini assoluti, alle primarie, non ottenga il 51% dei consensi medesimi, in quanto questi ultimi vengono contabilizzati non sui voti assoluti dei liberi cittadini che hanno avuto la pazza idea di recarsi a votare ai gazebo, bensì su quelli delle "liste" che appoggiano ogni candidato. Morale, se un candidato è appoggiato da una sola lista (come molto probabilmente sarà per Bersani, che avrà un solo "listone", al suo fianco), il rischio è minimo, ma se è appoggiato da più liste (come sarà sicuramente per Franceschini), potrebbe materializzarsi "l'arma-fine-di-mondo" e deflagrare al congresso. Potrebbe accadere, cioè, che il vincitore delle primarie non coincida con i voti espressi dalle liste ad esso collegato, a causa di un tecnicissimo ma concreto meccanismo di conteggio proporzionale delle liste medesime. Insomma, tal quale quello che accadde alle presidenziali Usa tempo fa, quando Gore aveva vinto in voti assoluti ma Bush prevalse negli Stati…
I due amici al bar che hanno scritto lo Statuto (ma non il Regolamento…), e cioè i professori Ceccanti e Vassallo smentiscono sdegnati: "corbellerie", dicono. Mah, sarà. Una cosa sola è certa: preparate Coca-Cola e popcorn, amici e compagni, perché a fine ottobre, col Pd, ci sarà di che divertirsi. Se spettatori, s'intende. Se protagonisti, invece, non resta che piangere…
di Ettore Colombo

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