venerdì 31 luglio 2009

Il crocevia pugliese della politica italiana


Intervista a Nichi in seguito alle perquisizioni effettuate ieri nelle sedi dei partiti del centro sinistra pugliese per acquisire i bilanci e la documentazione sui rapporti con le banche.

da La Repubblica del 31.07.09
di Raffaele Lorusso

“È un’ipotesi accusatoria forte e anche un po’ azzardata”. Il governatore pugliese Nichi Vendola non nasconde lo stupore, ma respinge con sdegno qualsiasi tentativo di strumentalizzazione. “Si sta cercando - dice - di costruire un polverone per mescolare questioni diverse ed evitare il confronto con pezzi di verità che sono sotto gli occhi di tutti”.

Quali verità, presidente?
“La prima verità è quella che riguarda il sistema Tarantini-Tato Greco. Dietro quello che il senatore Quagliarello ha il coraggio di definire un piano di razionalizzazione della sanità si nascondeva un circuito affaristico di proporzioni impressionanti. Un miscuglio di dolce vita, prostitute e cocaina pagato dai pazienti, che con le protesi fetenti offrivano l’obolo per quella che un alto esponente della Chiesa cattolica ha definito un’epopea gaia e irresponsabile di un certo establishment”.

Anche le acquisizioni di atti nelle sedi dei partiti del centrosinistra, però, partono da un’inchiesta sulla sanità in cui è coinvolto Alberto Tedesco, ex assessore della sua giunta.
“C’è un’indagine che riguarda un mio ex assessore, che si è dimesso prima di essere indagato, per la quale c’è il massimo rispetto per il lavoro degli inquirenti. C’è stato uno sviluppo della trama accusatoria. Si ipotizza il finanziamento illecito dei partiti, coltivato in centinaia di inchieste in ogni parte d’Italia. È un’ipotesi che io considero azzardata perché assume l’intero centrosinistra come oggetto di indagine. C’è stata una spettacolare operazione di reperimento dei bilanci che, essendo atti pubblici, si potevano trovare su Internet. L’indagine chiama in causa i partiti, non singoli comportamenti”.

Non ritiene possibile che i partiti della coalizione che la sostengono, fatta eccezione per l’Italia dei valori, possano aver coltivato il voto di scambio?
“Per quella che è stata la mia esperienza in un partito “francescano” come Rifondazione comunista e poi in Sinistra e libertà non ritengo ipotizzabile il coinvolgimento in fenomeni di finanziamento illecito. Questo, comunque, è un tema che riguarda i partiti, che sono capaci di difendersi, e non coinvolge la giunta regionale. Il mio governo ha squadernato sistemi di potere fondati su una palude corruttiva”.

A che cosa si riferisce?
“Ad un’altra verità inconfutabile. Le perquisizioni di oggi al Policlinico di Bari sono il frutto della collaborazione fra il governo regionale e la Procura della Repubblica. Insieme con l’assessore alla Salute, Tommaso Fiore, abbiamo messo al lavoro i nostri uffici perché fosse scoperchiata qualsiasi forma di malaffare. Abbiamo prodotto una sequenza incalzante e rivoluzionaria di atti. Anche nella formazione professionale, nell’urbanistica e nell’edilizia”.

Si sente politicamente accerchiato?
“Assolutamente no. C’è chi vuole mettere tutto in un frullatore sensazionalistico. Però, bisogna chiamare le cose con il proprio nome e cognome. Le responsabilità vanno accertate e perseguite con durezza”.

Anche Antonio Di Pietro, però, non è tenero con il suo governo. Anzi, dice di aver fatto bene a non accettare un posto un giunta, due anni fa.
“Di Pietro mi descrive come una vittima inconsapevole. Gli ricordo, però, che stiamo parlando della fase iniziale di un teorema accusatorio, che deve essere rappresentato nei suoi fondamenti. Lui sa bene che io non ho mai vissuto la politica passivamente, ma sono sempre stato parte attiva di battaglie di legalità e moralizzazione. I provvedimenti di quattro anni e mezzo del mio governo, di cui gli farò dono, non hanno eguali in Italia. Due anni fa non ho offerto all’Italia dei valori un posto in giunta. Sono comunque disponibile ad accettare i suggerimenti di Di Pietro, ma dobbiamo tutti rispettare le regole fondamentali del garantismo”.

I carabinieri che entrano nelle sedi dei partiti riportano alla memoria gli anni di Tangentoli. Quali potrebbero essere le conseguenze delle inchieste giudiziarie sulle elezioni regionali della prossima primavera?
“Nel momento più incandescente degli scandali, il mio consenso è cresciuto e la mia popolarità è salita al 53 per cento. Il tentativo maldestro di alcuni mass media e di pezzi della politica di macchiare la mia storia è destinato a fallire. La politica ha il dovere di issare la bandiera della questione morale e di intraprendere fino in fondo un percorso di riforme”.

Fonte: http://www.nichivendola.it/

Link: http://www.nichivendola.it/sito/mcc/informazione/teorema-azzardato-ma-si-faccia-verita.html

La provincia di Treviso e "i corsi di dialetto e gli usi locali"

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La provincia di Treviso, riferisce la Padania, sta istituendo un albo delle badanti. Per accedervi bisognerà frequentare un corso in cui, tra l'altro, è previsto l'insegnamento del dialetto. "Un modo - assicura il presidente Leonardo Muraro - per far sì che la badante tenga conto dello stile di vita dell'anziano, dei suoi usi e dei suoi costumi".
La Marca trevigiana, sempre una punta più avanti dell'Italia, alza ancora un po' l'asticella e impone all'immigrato un impegno suppletivo: imparare, immaginiamo in cento ore, il veneto in modo da "inserirsi nel contesto", sentirsi del contesto: i danè, lo spriz...

La regola, tenacemente federalista, semplifica o complica, questi sono punti di vista, la linea d'azione che il governo - anch'esso federalista - aveva già delineato. Corsi intensivi di italiano e classi separate per i figli di immigrati, pugno di ferro per coloro che volessero ottenere la cittadinanza senza conoscere la lingua nazionale, i principi generali, i colori della bandiera.
Alle romene, alle moldave, alle africane il nord est chiede qualcosa in più: non basta l'italiano, serve il dialetto e il massimo della condivisione locale: a queste donne e uomini è domandato di riconoscere il genius loci, acquisire in modo piuttosto intensivo l'idea cardine di vita che indirizza la famiglia-tipo e le regole elementari di una civile convivenza. La forchetta, e bisognerà pure saperlo, lassù si chiama "el piron", la pentola "a tecia", la sedia "a carega".. L'idea di fondo, con la costituzione dell'albo, sembra essre la realizzazione di un nucleo territoriale di extracomunitarie su base regionale, piuttosto definito e chiuso, impermeabile e sorvegliato.

Il presidente della Provincia di Treviso ritiene giusto infatti rendere "obbligatoria per gli stranieri la conoscenza del dialetto". "Mi sembra, aggiunge Muraro, una posizione del tutto logica e condivisibile".
Non si conosce se altre istituzioni locali abbiano in animo di seguire l'esempio. E non è da escludere che albi e corsi di integrazione territoriale vengano proposti e ideati anche altrove. Moldavo-calabresi e moldavo-piemontesi, a ciascuna la sua nonna a cui tenere compagnia, a ciascuna la sua forchetta e la sua sedia, chiamandola come il luogo richiede più che come la lingua italiana esige.

La Marca, provincia ricca e laboriosa, area di capannoni e di lavoro, oggi seriamente in difficoltà per la crisi internazionale, prova a fare un altro passo per distinguersi dal resto del Paese. E la sua decisione segue di poche ore la delibera, questa volta del consiglio provinciale di Vicenza, di bloccare l'immissione in organico di dirigenti meridionali essendo troppo sperequata, a discapito del Nord, il rapporto: troppi presidi calabresi e troppo pochi quelli veneti. Sperequazione che trova motivo nella magnanimità con cui il Sud abilita e gratifica.
E in effetti la prova del nove di un Meridione piuttosto comprensivo la diede proprio il ministro della Pubblica istruzione che, quando dovette scegliere la sede appropriata per l'esame di abilitazione alla professione di avvocato decise di abbandonare Brescia, la sua città, e chiedere ospitalità ai calabresi di Catanzaro. Più rilassati, più disponibili, e, per l'appunto, più ragionevoli.

di Antonello Caporale

Paolo Borsellino:“Sto vedendo la mafia in diretta”...“Un amico mi ha tradito, un amico mi ha tradito”…

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“Un amico mi ha tradito, un amico mi ha tradito”… Sono le parole che Paolo Borsellino avrebbe affidato a due giovani colleghi, un uomo e una donna, ai tempi di Marsala con la voce rotta dal pianto e la testa tra le mani. Una testimonianza finora inedita (sulla quale i magistrati di Caltanissetta stanno indagando alla ricerca di questo “amico”) ma non sorprendente.

Infatti più volte la signora Agnese Borsellino, moglie del giudice, aveva riferito dello stato di profondo turbamento in cui suo marito, in preda all’esigenza di “fare in fretta”, visse quei 57 giorni che gli rimasero dopo la strage di Capaci.
Una sera, ha raccontato la signora, Borsellino era talmente sconvolto per quanto aveva scoperto che vomitò e tra le pochissime cose che, per proteggerla, le confidava, le disse che era disgustato dal grado di corruzione in cui si stava imbattendo. E ancora esclamò: “Sto vedendo la mafia in diretta”, commentando gli eventi che in quel folle mese e mezzo si avvicendavano palesemente e occultamente nel Paese.
La storia della mafia e dell’antimafia è sempre stata piena di tradimenti e di “Giuda”, così come Borsellino stesso ebbe a ricordare commemorando Falcone, e non è nemmeno un mistero che di nemici i due magistrati nel corso di svolgimento del proprio lavoro ne avessero collezionati tanti. Erano nemici quelli che avevano messo sotto ascolto i telefoni che rivelavano i suoi spostamenti e lo erano anche quelli che ne avevano pedinato fino all’ultimo l’itinerario da Villagrazia di Carini fino a Via D’Amelio ed erano nemici, forse ancora più pericolosi, quelli che sapevano che Borsellino annotava tutte le sue intuizioni investigative sulla sua agenda rossa, fatta sparire con una manovra da manuale, pochi secondi dopo che quella strada era stata devastata dal tritolo.
Ma forse Borsellino ne aveva scoperti altri di nemici, forse inaspettati, forse aveva saputo che alcuni pezzi dello Stato stavano trattando con la mafia, quello solo doveva essere il nemico, o ancora peggio si era accorto di aver parlato con la persona o con le persone sbagliate.
Forse aveva condiviso il risultato delle sue investigazioni con personaggi dal doppio volto e se ne era reso conto e per questo era assolutamente consapevole che sarebbe morto di lì a poco. Sapeva che i suoi nemici sapevano.
Nino Giuffré, in uno dei tanti interrogatori, spiegò che “non si sa come, ma Provenzano riusciva sempre a venire a conoscenza di tutto (…) era venuto a sapere che Borsellino era incorruttibile, irremovibile e per questo andava eliminato”.
Talpe, confidenti, accordi e trattative dietro i mandanti occulti della strage di via D’Amelio, ma altrettanti depistaggi, menzogne, finti pentiti anche per gli esecutori materiali dell’eccidio.
Il procuratore di Caltanissetta Lari e suoi aggiunti e sostituti Gozzo, Bertone, Marino e Luciani stanno infatti cercando di ricostruire daccapo anche le fasi preparative e attuative della strage oggi messe in discussione dalle dichiarazioni di due nuovi collaboratori di giustizia, Gaspare Spatuzza e Angelo Fontana, rispettivamente uomini d’onore di Brancaccio e dell’Acquasanta, che entrano in contrasto con quanto, seppur con perplessità, era stato consolidato dalle sentenze.
La valutazione di Vincenzo Scarantino, oggi considerato un falso pentito e accusato di calunnia, era stata sempre molto prudente perché sin da subito aveva mostrato incongruenze, contraddizioni per non parlare delle sue continue ritrattazioni. In ogni caso la sua versione era stata ritenuta valida a sufficienza per far condannare diversi uomini d’onore e non, come il suo complice Candura. Crollato al suo primo confronto con Spatuzza.
Ora si tratta di capire perché Scarantino si è autoaccusato e ha scontato anni in carcere in caparbio silenzio. E a beneficio di chi.
Primo passo i verbali. I magistrati hanno riesumato il primo anomalo verbale riempito da Scarantino il 24 giugno 1994. Stranezza numero uno: non sono indicati i presenti come invece è prassi fare, e numero due, la trascrizione è piena di appunti a penna nei quali si legge chiaramente come la deposizione venisse “aggiustata”.
La Procura ha individuato e sentito l’ispettore di polizia che si era occupato della protezione di Scarantino mentre si trovava ad Imperia e questi ha affermato di essersi limitato a trascrivere quanto lui gli dettava. “Ho scritto quegli appunti su richiesta di Scarantino che aveva difficoltà a leggere i verbali. Mi chiese anche delucidazioni su alcuni punti degli interrogatori e io gli risposi che per questo doveva rivolgersi al suo legale”.
A margine delle dichiarazioni si intravvedono nomi, annotazioni, orari insomma versioni da accordare e ricordare. Sin dagli inizi del suo parlare Scarantino aveva cercato di adeguare il suo racconto con quello degli altri coindagati, come fece con le deposizioni di Francesco Andriotta il criminale, ergastolano e trafficante di droga e armi, che per primo riferì all’autorità giudiziaria quanto aveva appreso da Scarantino sulla strage di via D’Amelio e con quelle di Candura, anche lui oggi indagato per calunnia.
A parte le menzogne c’è da scoprire chi le architettò e perché.
Per individuare le linee di quella che appare sempre più chiaramente come una lucida opera di depistaggio il procuratore Lari e gli altri pm hanno iscritto nel registro degli indagati anche poliziotti e uomini dei servizi segreti, ma sulla questione permane il più stretto riserbo.
Alle dichiarazioni di Spatuzza si sarebbero aggiunte su questo preciso punto anche quelle di Angelo Fontana, che avrebbe riconosciuto in alcune immagini della strage mostrategli dagli inquirenti uomini legati ai servizi segreti che mantenevano contatti con gli uomini di Cosa Nostra. Dalle rivelazioni di entrambi i pentiti sarebbero stati individuati inoltre altri due personaggi coinvolti uno nella strage di Capaci, un uomo organico a Cosa Nostra, già in carcere, ma di cui mai si era saputo nulla, e uno per il fallito attentato all’Addaura quando, nel 1989, una borsa sportiva piena di candelotti di dinamite venne posta sulla scogliera davanti la villa in cui Falcone stava lavorando con i magistrati elvetici Carla Del Ponte e Claudio Lehman.
Insomma le carte sono state rimischiate e ridistribuite sul tavolo. Il lavoro dei magistrati di Caltanissetta così come quelli di Palermo impegnati sul fronte della cosiddetta trattativa, in seguito all’importante testimonianza di Massimo Ciancimino, è estremamente delicato. Non è dietrologia immaginare che l’interesse su queste indagini sia altissimo e che provenga da più parti. Restano le domande: Chi ha guidato le false testimonianze di Scarantino e Candura? Chi ha beneficiato oltre alla famiglia di Brancaccio, guidata dai Graviano, di questa falsa pista? Cosa ci facevano i servizi segreti sul luogo della strage Borsellino? Da quale filo rosso sono legate l’Addaura, Capaci e via D’Amelio? E ancora più di tutto: cosa avevano capito Giovanni Falcone e Paolo Borsellino da ingenerare una tale mastodontica strategia eversiva e destabilizzatrice per eliminarli?
Intanto che resti alta l’attenzione della società civile e di tutte le forze oneste e positive in campo, la verità è un diritto, da pretendere fino in fondo.
di Anna Petrozzi

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