lunedì 3 agosto 2009

"Questo governo continua a concepire il Sud come una palla al piede"


Intervista a Nichi sullo sblocco dei fondi Fas, anticipato per la Sicilia ma rinviato per la Puglia.
Da La Gazzetta del Mezzogiorno del 02.08.09
di Bepi Martellotta

“Polemiche a parte, resta un nodo da sciogliere: la Puglia è trattata come un ancella da questo governo, perché questo governo continua a concepire il Sud come una palla al piede”. Nichi Vendola alza il tiro dopo le trattative bollenti sullo sblocco dei fondi Fas, sblocco che è stato anticipato per la Sicilia mentre per la Puglia è stato rinviato a settembre.

Che idea si è fatto di questo rinvio? Le bastano le rassicurazioni del premier e del ministro Scajola?
Il giudizio lo daremo quando approveranno il Par Puglia: sino ad oggi il giudizio può essere solo politico e l’approvazione dei fondi destinati alla Sicilia appare più un modo per rimettere a posto le fibrillazioni interne al centrodestra e quella specie di secessione del Pdl siciliano. Purtroppo possiamo solo attendere e sperare che ci sia una ripresa di rapporti tra governo centrale e regioni: oggi sono nel punto più basso e più critico della storia nazionale.

Il governo dice che i progetti della Puglia non erano pronti.
Penso che siano stati usati argomenti pretestuosi per non includere nella riunione Cipe di fine luglio il Par Puglia. L’accordo di marzo tra governo e regioni determinò una sorta di automatismo tra presentazione dell’istruzione del Par e il suo varo. I discorsi di dettaglio che fa il ministero dello Sviluppo, per ora, ci consentono di credere al fatto che il Par pugliese sarà il primo del prossimo Cipe. Siamo in pole position per cantierizzare opere da 3,1 miliardi, opere che rappresentano ossigeno per la Puglia. Mi auguro che l’impegno venga mantenuto.

Più in generale sul Sud si stanno scatenando polemiche, dentro e fuori il governo. Che ne pensa?
Sono stato il primo in Italia a denunciare un Sud alla deriva, spogliato nei decenni dei trasferimenti ordinari e toccato nelle risorse addizionali, che sono diventate purtroppo le uniche. Questo governo è nato su una spinta ideologica legata alla questione settentrionale, che ha fatto proseliti anche nel centrosinistra. Il Sud viene visto come palla al piede, e l’alfiere e paladino - con la costruzione di campagne politiche - ne è il ministro Tremonti. La questione settentrionale, frutto del rancore sociale dei ceti rampanti che hanno visto piombare una crisi importante sulle loro spalle e hanno reagito col turbo-capitalismo in chiave padana - schiantatosi contro il muro della recessione - predomina. La Lega è diventata il nuovo partito della spesa, che drena risorse crescenti per il Nord e governa con una politica economica che sterilizza i fondi per il Sud. Sanità e scuola pubblica, finanziati dal prelievo sulle rendite dei ceti possidenti come accade in Usa, vengono ignorate. Si chiede, piuttosto, nuova contribuzione alle aree più depresse. Ora, finalmente, queste contraddizioni si sono aperte.

Meglio “Io Sud” della Poli Bortone o il partito del Sud prospettato da Micciché?
Ci sono in campo nuove istanze politiche e sociali: il Sud ha rotto il muro del silenzio dopo 30 anni di afasia. Oggi, grazie all’antimeridionalismo di Berlusconi, riprende la parola. Guardo con interesse a tutto ciò che si è messo in movimento nel Sud, è il segno di uno scongelamento: la parola del Sud era ibernata. Non abbiamo, però, bisogno del partito del Sud, che può essere la realizzazione del notabilato localistico o della ramificazione clientelare. Penso, invece, che ci siano tanti Sud e che quelli buoni sono assediati da quelli cattivi. Il sudismo è ideologia speculare del leghismo e non aiuta il Sud. Ci vuole un meridionalismo nuovo, che alzi la bandiera dell’autoriforma. Dobbiamo rimettere a fuoco la macchina pubblica, con trasparenza di atti e moralizzazione della vita pubblica. La politica deve tornare a recuperare una funzione e il Sud deve scegliere le virtù civiche contro l’ignavia, la questione morale contro il fatalismo dei meccanismi corruttivi. Deve ribellarsi a ciò che di patologico vive nelle proprie viscere.

La questione morale, però, è da affrontare innanzitutto in Puglia.
Sì, ma non nella forma di polemiche degli uni contro gli altri, non con discorsi scanditi dal sensazionalismo delle inchieste. Penso sia necessaria una rifondazione dell’ethos pubblico e della politica. Il Sud può diventare vettore di una nuova unità del Paese se è in grado di accettare questa sfida. Abbiamo bisogno di un meridionalismo nuovo e la Puglia, a questa sfida, non intende sottrarsi.

Fonte: http://www.nichivendola.it/

Link: http://www.nichivendola.it/sito/mcc/informazione/puglia-trattata-da-ancella.html

Valle d’Aosta, il “Premio Attila” 1986 torna a colpire


Un termovalorizzatore “travestito” da teleriscaldamento? Pare succedere in Valle d’Aosta, dove la questione dell’inceneritore sembrava risolta con garanzie che non si dovesse più fare. Una bella vittoria degli ambientalisti e del movimento valdostano NoInc, in apparenza.

E invece il termovalorizzatore buttato fuori dalla porta principale rientra dalla finestra con una “astuzia” del Presidente della Giunta Regionale, Augusto Rollandin, già insignito nel 1986 del “Premio Attila” da parte del Wwf nazionale per la scarsissima attenzione verso l’ambiente e la natura. Rollandin a suo tempo fu anche condannato in via definitiva dalla Cassazione a 16 mesi di reclusione e all’interdizione dai pubblici uffici per abuso d’ufficio per favoreggiamenti in appalti. Ma era il 1994. Nel 2001 si candidò e fu eletto senatore. Una successiva sentenza estinse le pene accessorie della condanna, tra cui l’interdizione dai pubblici uffici. Perciò nel 2008 Rollandin si è ricandidato nuovamente a consigliere regionale della Valle d’Aosta e oggi è presidente della regione.

Come rientra in campo anche l’inceneritore? Semplice! In un incontro pubblico avvenuto nel giugno scorso Rollandin ha annunciato, tra applausi e consensi, di aver avuto il coraggio di dire no all’inceneritore e di aver voluto cambiare strada. Sembrava allora che l’idea poco vincente di bruciare tutta l’ultradecennale unica discarica valdostana fosse stata per sempre accantonata. L’annuncio vero è stato invece che la città di Aosta avrà, tra qualche tempo, ben due cogeneratori a gas, 4 caldaie sempre a gas, e una caldaia a biomassa, mentre solo il 15% sarà il famoso teleriscaldamento atteso da anni utilizzando l’impianto di raffreddamento dell’azienda siderurgica per acciai speciali Italsider (ex-Cogne).

Il tutto sostenuto da delibere di Giunta, con anche il nome dell’impresa privata che gestirà il tutto: e cioè la Telcha, che raggruppa la CVA Spa (Compagnia valdostana delle acque, società che produce energia elettrica controllata dalla Regione Valle d’Aosta e presieduta da Riccardo Trisoldi) , la Sea Srl (Società Energetica Aostana, che gestisce già due centrali in alta Valle d’Aosta). Tra i partners la Sea annovera la suddetta CVA, i Fratelli Ronc (operatori del settore energetico), e la Finaosta (ossia la Finanziaria regionale valdostana).

C’è però qualche fondato dubbio da parte dei valdostani - almeno quelli più sensibili alla salute della popolazione ed al rispetto dell’ambiente e della natura - che il “carburante” che verrà bruciato in questi impianti sarà forse tutto il Combustibile da Rifiuti di Qualità (in sigla CDRQ), vale a dire tutti i rifiuti.

«Quello che più preoccupa – dice l’ambientalista valdostana Rosetta Bertolin – è che lo scopo principale non è più riscaldare una parte di Aosta, ma di utilizzare l’impianto termico per produrre energia elettrica e quindi di farlo funzionare tutto l’anno e con grosse quantità di combustibile». Il tutto per ricavarne «un duplice profitto – continua la Bertolin – la vendita dell’energia elettrica e i certificati verdi che l’Europa paga a chi produce energia pulita. Ciliegina sulla torta: l’ARPA ha scoperto che la mega-centrale inquinerà di più delle attuali piccole centrali».

Una scelta alquanto discutibile, fanno osservare i Verdi valdostani (che però incidono poco nelle decisioni e nelle votazioni essendo fuori dal consiglio regionale). Ci sarà tanto inquinamento in più, problemi ulteriori per la salute pubblica, problemi sul suolo e perdita di turismo. Per non parlare poi del costo economico: solo per avviare la centrale 5,6 milioni di euro, mentre il costo finale sarà di 74 milioni di euro).

«È la classica ricetta berlusconiana – conclude amareggiata Rosetta Bertolin – tutti pagano perché pochi possano arricchirsi».

di Davide Pelanda – Megachip

Link: http://www.megachipdue.info/tematiche/beni-comuni/337-un-termovalorizzatore-travestito-da-teleriscaldamento.html


Dalla parte della Camorra?


La storia: il difensore legale del boss della Camorra Nunzio De Falco autore dell'assassinio di Don Diana, coraggioso prete di periferia che si era opposto al business dei rifiuti della Camorra, diventa, una volta eletto, Presidente della Commissione d'inchiesta sui rifiuti.
La dichiarazione: "alla base della uccisione di Don Diana ci sono motivi diversi e non solo la sua netta opposizione al clan dei Casalesi".
La sentenza processuale: Don Diana è stato ucciso dalla Camorra
Il nome del Presidente della commisione d'inchiesta sui rifiuti della Camera nonchè difensore di Nunzio De Falco:Gaetano Pecorella.

Redazionale: di Onoff

Roberto Saviano contro le insinuazioni dell'insinuato alla Presidenza della commissione d'inchiesta sui rifiuti "Onorevole" Pecorella


Leggi anche su Nuovediscussioni:
MI è capitato nella vita di fare pochissimi giuramenti a me stesso. Uno di questi, che non riuscirei a tradire se non vergognandomi profondamente, è difendere la memoria di chi nella mia terra è morto per combattere i clan. Ho giurato a me stesso sulla tomba di Don Peppe Diana il giorno in cui alcuni cronisti locali, alcuni politici e diversa parte di quella che qualcuno chiama opinione pubblica iniziarono un lento e subdolo tentativo di delegittimarlo.
Il venticello classico di certe parti d'Italia che calunnia ogni cosa che la smaschera; il tentativo di salvare se stessi dalla scottante domanda "perché io non ho mai detto o fatto niente?". Ho letto in questi giorni sulla rivista Antimafia Duemila che due ragazzi, Dario Parazzoli e Alessandro Didoni, hanno chiesto durante una trasmissione Tv a Gaetano Pecorella come mai, quando era presidente della commissione giustizia, difendeva al contempo il boss casalese egemone in Spagna Nunzio De Falco, poi condannato come mandante dell'omicidio di Don Peppe Diana. Mi ha colpito e ferito sentire alcune dichiarazioni dell'Onorevole Pecorella in merito all'assassinio di Don Peppe Diana. In una intervista al giornalista Nello Trocchia per il sito Articolo 21, Pecorella dichiara: "Io dico che tra i moventi indicati, agli atti del processo, ce ne sono tra i più diversi. Nel processo qualcuno ha parlato di una vendetta per gelosia, altri hanno riferito che sarebbe stato ucciso perché si volevano deviare le indagini che erano in corso su un altro gruppo criminale. E altri hanno riferito anche il fatto che conservasse le armi del clan. Nessuno ha mai detto perché è avvenuto questo omicidio, visto che non c'erano precedenti per ricostruire i fatti. Se uno conosce le carte del processo, conosce che ci sono indicate da diverse fonti, diversi moventi".
Proprio leggendo le carte si evince chiaramente che non è così, Onorevole Pecorella. Perché dice questo? È vero esattamente il contrario. Dalle carte del processo emerge invece che è tutto chiaro. E pure la sentenza della Corte di Cassazione del 4 marzo 2004 conferma che Don Peppe è stato ucciso per il suo impegno antimafia e per nessun'altra ragione. Che De Falco (di cui lei, Onorevole, ha assunto la difesa) ha ordinato l'uccisione di Don Peppe per dimostrare, uccidendo un nemico in tonaca, un nemico senza armi, che il suo gruppo era più forte e coraggioso di quello di Sandokan. E anche per deviare la pressione dello Stato proprio sul clan Schiavone. Quelli che lei definisce più volte "moventi indicati" furono, come dimostrano le sentenze, delle calunnie che alcuni camorristi portarono per lungo tempo in sede processuale per discolparsi. Calunnie nate dal fatto che persino loro cercavano di lavarsi le mani, in buona o cattiva fede, del sangue innocente che avevano versato. Ne avevano vergogna. Questo è quel che dicono gli iter conclusi della giustizia italiana. Ed è per questo che la risposta che l'Onorevole Pecorella ha dato appena qualche giorno fa alla domanda se Don Diana, a suo avviso, non fosse stato ucciso per il suo impegno contro i clan lascia basiti.
L'onorevole dice: "Io non ho avvisi. Io riporto quello che è emerso nel processo e nulla più. Ci sono diversi moventi, c'è anche quello, che all'inizio non era emerso, che faceva attività anticamorra. Per la verità nel processo non è venuto fuori molto chiaro neanche questo come movente. È inutile che costruiamo delle fantasie sulle ipotesi. Quella dell'impegno anticamorra è tra le ipotesi. Ma nel processo non è emerso in modo clamoroso, non è mai venuta fuori un'attività di trascinamento, di gente in piazza. Non è che c'erano state manifestazioni pubbliche, documenti. Qualcuno ha detto anche questa ragione. Come vede ci sono tanti moventi. Certamente è stato ucciso dalla camorra. Chi viene ucciso dalla camorra è una vittima della camorra. Ora se è un martire bisogna capirlo dal movente che non è stato chiarito".
È stato chiarito. Lo Stato Italiano considera Don Peppe un martire della battaglia antimafia, migliaia di persone hanno sfilato in sua difesa. E i documenti che non ci sarebbero, ci sono eccome. Hanno non solo un nome, ma anche un titolo: "Per amore del mio popolo non tacerò". È il documento stilato da Don Peppe insieme ad altri preti della forania di Casal di Principe in cui viene annunciata una battaglia pacifica, ma priva di compromessi alle logiche dei clan, al loro predominio, alla loro mentalità, alla loro cultura, alla loro falsa aderenza alla fede cristiana. Persino Papa Giovanni Paolo II, dopo la morte di Don Peppino Diana, pronunciò nell'Angelus: "Voglia il signore far sì che il sacrificio di questo suo ministro [...] produca frutti [..]di solidarietà e di pace". Per Giovanni Paolo non ci furono dubbi, fu un martire. Per Lei, Onorevole Pecorella, invece ce ne sono. Perché, mi chiedo?
Le chiedo inoltre se considera legittimo rivestire il ruolo di Presidente della Commissione Giustizia del Parlamento Italiano e portare avanti la difesa del boss Nunzio De Falco? Lei immagino mi risponderà di sì, che anche il peggiore dei presunti criminali, ne ha il diritto. Ma questo principio di garanzia vale soltanto fino al verdetto finale. Tale verdetto di colpevolezza del suo mandante è stato emesso e confermato. Quindi la prego di non diffondere falsi dubbi sulla condanna a morte di Don Diana. Chi ha ucciso Don Peppe Diana è uno dei clan più potenti e feroci d'Italia che ha ancora due latitanti, Iovine e Zagaria, liberi di investire, costruire, e portare avanti i loro affari.
Oggi, Onorevole Pecorella, lei è presidente della commissione d'inchiesta sui rifiuti, e i Casalesi, come saprà, sono i maggiori affaristi nel traffico di rifiuti tossici e legali. Loro quindi dovrebbero essere i suoi maggiori nemici anche se in passato ha difeso in sedi processuali i loro capi. La prego di avere rispetto per Don Peppe e non dare nuovamente credito a calunnie che negli anni passati killer e mandanti hanno cercato di riversare su una loro vittima innocente. Questa mia domanda non è questione di destra o di sinistra. La legalità è la premessa del dibattito politico, o almeno dovrebbe esserlo. La premessa e non il risultato. Quando iniziai a trascrivere delle parole che Don Peppe aveva detto nel Casertano ho ricevuto lettere commosse da molti lettori conservatori, da cattolici di Comunione e Liberazione sino ai ragazzi della Comunità di Sant'Egidio, dalla comunità ebraica romana e da tante altre.
La battaglia alle organizzazioni criminali, l'ho vista fare da persone di ogni estrazione politica e sociale. Ho visto, quando ero bambino, manifestazioni nei paesi assediati dalla camorra in cui sfilavano insieme militanti missini, democristiani, comunisti e repubblicani. L'onestà non ha colore, spesso così come non ne ha l'illegalità. Per questo, il mio non è un appello che possa essere ascritto a una parte politica. Non permetterò mai a nessuno, e come dicevo me lo sono giurato, che la memoria di Don Peppe sia oltraggiata da accuse false, demolite dai Tribunali, che ebbero il solo scopo di screditare le sue parole, emettendo nel silenzio il ronzio malefico "quello che dice non è vero". Questo non lo permetterò. Lei mi dirà che questa mia è una battaglia troppo personale. Io le ribadirei che, sì, lo è, è vero. Tutto ciò che riguarda la mia terra, ormai riguarda la mia vita stessa e quindi non può che essere personale. Difendere la memoria di Don Peppe Diana è una questione personale anche per un'altra ragione: è una questione di onore. Onore è una parola che spesso hanno abusivamente monopolizzato le cosche facendola diventare sinonimo del loro codice mafioso. Ma è il tempo di sottrarla alle loro grammatiche. Onore è il sentire violata la propria dignità umana dinanzi a un'ingiustizia grave, è il seguire dei comportamenti indipendentemente dai vantaggi e dagli svantaggi, è agire per difendere ciò che merita di essere difeso. E io l'onore, l'ho imparato qui a Sud. Per meglio spiegarmi, mi sovvengono le parole di Faulkner: "Tu non puoi capirlo dovresti esserci nato. In realtà essere del Sud è una cosa complessa. Comporta un'eredità di grandezza e di miseria, di conflitti interiori e di fatalità, è un privilegio e una maledizione. Vi è il senso aristocratico dell'onore e dell'orgoglio". Mi piacerebbe poter mettere una parola definitiva su questo. Su quanto accaduto a don Peppe. Permettere di farlo riposare in pace. Riposare in pace significa non chiamarlo in causa laddove non può difendersi. A volte, come accade a molti miei compaesani per cui conserva il suo valore, mi viene di rivolgermi a lui. Don Peppe se è vero che tu hai visto la fine della guerra, perché, come dice Platone, solo i morti hanno visto la fine della guerra, sta a noi vivi il compito di continuare a combatterla. E non ci daremo pace.

di ROBERTO SAVIANO
(Published by arrangement with Roberto Santachiara Literary Agency)

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