giovedì 6 agosto 2009

Lambrate, gli operai che amano fare ancora gli operai


La lotta dell'Innse è un'anomalia. Dice che esistono ancora degli operai che amerebbero continuare a fare gli operai, non sognano di aprire un bar o di farsi scritturare dal grande fratello. Rimette in discussione il nostro sguardo sugli operai. Il professor Ichino, invece, resta catafratto nelle sue certezze. Giuslavorista di vaglia, docente stimolante, uomo coraggioso, senatore non assenteista. Anche chi non condivide le sue idee e le sue ricette - e noi siamo tra questi - riconosce delle qualità a Pietro Ichino. Ma della vicenda Innse, sia detto fuori dai denti, il professore non ha capito un tubo.
Il suo commento, pubblicato ieri sul Corriere , brilla per ottusa insensibilità. Ichino riduce la lotta dei 49 operai dell'Innse a caso qualsiasi tra altri mille. L'interpreta come mera (e pigra, ai suoi occhi) lotta per non perdere il salario e un posto di lavoro qualsiasi. Gli sfugge che i 49 non resistono da 14 mesi perché vogliono assicurarsi un «posto» purchessia. Vogliono mantenere il loro di lavoro, quello che per anni hanno dimostrato di saper fare bene, in quella fabbrica lì, a Lambrate. Una fabbrica che, nonostante la ruggine sul cancello, potrebbe ancora avere commesse, se solo si trovasse un padrone un gradino sopra il livello di rottamaio. I tre mesi di autogestione gli operai di via Rubattino non li hanno fatti per tenersi in allenamento, ma per dimostrare la loro professionalità e il loro attaccamento a impianti da cui sono usciti pezzi che hanno portato il marchio Innse nel mondo. Per bloccare lo smontaggio di quegli impianti, e non per sport, in cinque sono saliti martedì sul carroponte.
Gronda di soggettività operaia e di storia industriale il caso Innse. Il senatore del Pd non vede né l'una, né l'altra. Lui vede solo «riti stanchi», lo «stesso logoro schema», un sindacato che spinge i lavoratori in «un vicolo cieco», costringendoli a «rimanere attaccati a tutti i costi a un padrone» incapace e inaffidabile. Perché tanto accanimento, argomenta Ichino, quando sarebbe facilissimo, persino in condizioni di crisi, «ricollocare altrove» quei 49 lavoratori? Basterebbe che il sindacato invece di mettersi di traverso, accettasse i licenziamenti, subordinandoli però a serie politiche di outplacement a carico dell'imprenditore che chiude un'azienda o la ristruttura. La parola inglese, che significa «ricollocazione», è un prezzemolo che non manca mai negli accordi di ristrutturazione. Anni dopo, quando si fanno i bilanci, si scopre che i «ricollocati» si contano sulle dita di una mano. E che nei rari casi in cui avviene, la ricollocazione si fa sempre al ribasso: chi era un operaio provetto finisce a mettere le scatole di biscotti sugli scaffali di un supermercato.
I 49 dell'Innse rifiutano questa prospettiva. Rifiutano un «altrove» dove la loro professionalità sarà inutile e «rottamata». Stupisce in questa epoca di operai senza identità il loro orgoglio e la loro cocciutaggine. Ma è tutta farina del loro sacco. Non è stato il sindacato, come a Ichino fa comodo credere trattandosi della Fiom, a fargli il lavaggio del cervello.
Sfugge qualcosa anche ad alcuni lettori intervenuti sul nostro sito a proposito del caso Innse. Chi suggerisce ai 49 di Lambrate di «fare come in Francia», di ricorrere a metodi di lotta più «incisivi» e «violenti» dimentica una differenza sostanziale. L'obiettivo di quasi tutti i sequestri di manager in Francia è stato quello di spuntare più consistenti buone uscite, non di evitare la chiusura delle fabbriche. In via Rubattino non si lotta per ottenere qualche migliaia di euro per rimpolpare il magro assegno di mobilità. Si lotta per tenere in vita la fabbrica. Sempre sul nostro sito, qualcuno ha il dente avvelenato con gli operai diventati in massa berlusconiani o leghisti. «Vadano a farsi difendere da loro». Detto che anche gli operai leghisti meritano di essere difesi, se hanno ragione, la contumelia non si attaglia ai 49 dell'Innse. Di leghisti tra loro non ce ne sono, sono mosche bianche (o meglio rosse) anche in questo. Nel loro presidio gli zingari e i migranti sono sempre stati sempre benvenuti. Nell'Italia del rancore, della paura, dell'egoismo via Rubattino è uno dei rari luoghi in cui ultimi e penultimi si sono trovati dalla stessa parte della barricata.

di Manuela Cartosio

Innse di Lambrate, il dramma dei licenziati


La vicenda della Innse di Lambrate dimostra quali sviluppi drammatici possono presentarsi quando un numero crescente di persone vede violato a proprio danno un fondamentale diritto umano.
E cioè il diritto ad una ragionevole sicurezza socio-economica. È l'esperienza di chi perde il lavoro senza averne alcuna responsabilità. Chi sia costretto a tale esperienza è colto anzitutto dall'angoscia per l'immediato futuro. Come farò, si chiede, a pagare le rate del mutuo e dell'auto, le cure odontoiatriche per i figli più piccoli, il costo della scuola superiore o dell'università per i più grandi. In secondo luogo la stessa persona si sente vittima di una grave ingiustizia, di un inganno che qualcuno ha ordito alle sue spalle e che improvvisamente si rivela come tale. Quando si colpisce il diritto a una giusta sicurezza socio-economica, sono queste le emozioni che si diffondono come un incendio boschivo sia tra i diretti interessati, sia tra coloro - molto più numerosi - che pensano domani potrebbe toccare a me.
Il punto critico non è quindi se i lavoratori della Innse abbiano esagerato o no nel salire su una gru per impedire lo smantellamento dei macchinari da parte del nuovo proprietario, ovvero se non avrebbero potuto trovare forme di protesta o di contrattazione meno trasgressive. Il punto è se il nostro paese possa ancora permettersi a lungo l'assenza di una politica della sicurezza socio-economica.
Dire che una simile politica non esiste da almeno vent'anni significa in verità dire troppo. Le politiche del lavoro di tale periodo non ignoravano certo la questione.
Semplicemente partivano dall'assunto, rivelatosi poi totalmente sbagliato, che in una economia dinamica, con elevati tassi di sviluppo, la sicurezza sarebbe stata assicurata agevolmente dal gran numero di veloci compensazioni che si svolgono sul mercato del lavoro: chi perda il lavoro il venerdì, si postulava, ne troverà sicuramente un altro il lunedì successivo. La moltiplicazione infinita delle occupazioni flessibili è stata fondata precisamente su tale assunto, che non ha alcuna base nemmeno negli Stati Uniti. Figuriamoci in Italia.
Al presente il problema, se possibile, si è ulteriormente complicato. Non soltanto l'economia crea nuovi posti di lavoro a un ritmo molto basso, ma è possibile che per un lungo periodo ne crei assai meno di quanti se ne stanno perdendo. E per accrescere la sicurezza dei milioni di individui che l'hanno già persa, o che temono di perderla tra breve, non basteranno né la ripresa - posto che questa arrivi nel 2010, o nel 2011, o ancora dopo - né un potenziamento dei cosiddetti ammortizzatori sociali. Sarebbero assolutamente necessarie politiche industriali realmente innovative rispetto ai modelli precedenti, che in altri paesi a partire dagli Stati Uniti, si cominciano a intravedere.
Ci vorrebbero inoltre interventi radicali di sostegno al reddito, quale sarebbe ad esempio un reddito di base o reddito di cittadinanza che sia, nonché una redistribuzione del lavoro disponibile che non abbia paura di quello che fu in passato uno slogan - lavorare meno per lavorare tutti - ma che potrebbe rivelarsi come una ricetta indispensabile per il prossimo futuro. Bisognerebbe anche impedire che operazioni apparentemente razionali sotto il profilo industriale come il trasferimento di rami d'azienda, la vendita in blocco di imprese piccole e medie, o la cessione di impianti a terzi, non fossero usati semplicemente per licenziare d'un colpo centinaia di lavoratori senza giusta causa.
Per i lavoratori della Innse una soluzione dovrà essere comunque trovata in tempi rapidi. Senza ignorare che le imprese piccole e medie in difficoltà, da qui all'autunno, sono e saranno parecchie migliaia. Tuttavia a quei lavoratori va riconosciuto in ogni caso il merito di aver attirato l'attenzione, con il loro comportamento estremo, sulla necessità di riprendere a ragionare in merito all'economia e al lavoro come a strumenti che devono essere impiegati primariamente per assicurare al maggior numero di persone il diritto a un livello accettabile di sicurezza socio-economica. Non sarebbe nemmeno una novità.
Per almeno trent'anni, tra gli anni '50 e gli anni '80, quello che fu definito il compromesso capitale-lavoro funzionò efficacemente proprio nel produrre e diffondere in Europa tale forma essenziale di sicurezza e di diritto.

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