lunedì 10 agosto 2009

Gli operai dell’AvtoVaz di Togliattigrad contro i tagli


Per la prima volta, gli operai di AvtoVaz, la più grossa impresa automobilistica russa, sono scesi oggi in piazza a Togliattigrad per protestare contro i tagli alla produzione (e alle paghe dei dipendenti) annunciati dalla direzione aziendale, e per chiedere che lo stato intervenga nella vicenda nazionalizzando l’azienda. A manifestare per le vie della città (nella regione di Samara, Russia centrale) sono stati circa cinquemila operai, in presenza di un massiccio schieramento di polizia in assetto antisommossa – che però non è intervenuto e non ha impedito la manifestazione. La direzione di AvtoVaz (un acronimo dal nome russo che sta per “fabbrica di automobili del Volga”, il fiume su cui sorge Togliattigrad) ha deciso di chiudere gli impianti per tutto il mese di agosto, tagliando di un terzo le paghe dei dipendenti per il mese, e di farli funzionare solo due settimane al mese per il semestre successivo – sempre con relativa riduzione delle paghe. La paga media (intera) di un operaio della fabbrica, oggi, è di circa 500 euro al mese. La protesta operaia è diretta contro il management aziendale che – dicono i sindacalisti – avrebbe dovuto prevedere già da tempo la crisi di vendite che andava maturando, e prendere provvedimenti adeguati modificando la propria politica commerciale. Su un terreno simile sembra stia muovendosi il governo; un esponente politico di primo piano ha ieri suggerito alla direzione di AvtoVaz di tagliare drasticamente i prezzi di vendita, per smaltire almeno il tremendo stock di auto invendute che si stanno accumulando nei piazzali (circa 90mila vetture, a oggi). Il governo finora aveva sempre cercato di difendere le aziende automobilistiche nazionali attraverso il ricorso a dazi doganali sulle importazioni, ottenendo però soltanto il risultato di creare un forte scontento sociale nelle regioni dell’estremo oriente, dove da anni si è sviluppata una branca dell’economia basata proprio sull’import di auto, soprattutto usate, dal Giappone e dalla Corea. Quanto alle vendite di auto “nazionali”, avevano invece proseguito la loro discesa inarrestabile, dato che la crisi globale sta colpendo in primo luogo proprio le classi medio-basse, cioè il mercato di destinazione dei modelli economici e di bassa qualità (eredi della celebre Zhigulì) prodotti da AvtoVaz. Quanto ai destini di quest’ultima, appaiono oggi molto incerti: solo un anno fa era stato firmato un importante accordo con la Rénault, con cui l’azienda francese acquisiva circa un quarto di proprietà della casa di Togliattigrad, con il progetto di installare negli stabilimenti russi linee di montaggio di alcuni suoi modelli. Ma questo avveniva prima della crisi.

di Astrit Dakli

Le mezze buone notizie


Stagione terribile per il lavoro. Ogni giorno l'elenco delle società che chiudono i battenti si allunga, accompagnato dallo scempio di professionalità, che si tratti di ricercatori o di operai. Eppure, c'è chi ci racconta che il peggio della crisi è passato, magari perché quelle banche che tanta responsabilità hanno nella crisi, salvate con i soldi dalla collettività, riprendono a girare con gli stessi meccanismi taroccati di sempre. Pazienza se gli effetti sociali dello tsunami finanziario e industriale stiano cominciando a precipitare proprio ora. Ebbene, se in una stagione come questa arrivano delle mezze buone notizie, siano le benvenute.
La prima mezza buona notizia è che per la Innse una soluzione produttiva esiste, grazie a un'offerta d'acquisto avanzata da una società italiana di reindustrializzazione. Dunque, non è vero che l'unico modo per rendere produttiva quella fabbrica consista nella svendita delle macchine a un rottamatore, e dell'area in cui sorge, una volta «liberata» dagli operai, agli speculatori. È una mezza buona notizia, perché fino al momento in cui scriviamo questa proposta non è stata presa sul serio dalle istituzioni locali, quelle che fanno le gradasse con la lombarditudine e poi sottostanno agli input leghisti e romani. Come se la proposta d'acquisto della Innse minacciasse di rovinare le vacanze a presidenti e consiglieri accaldati che avrebbero preferito mettere una croce sopra la vecchia Innocenti e i 49 combattenti che la difendono. Cosicché, la polizia al servizio del rottamatore non è ancora stata tolta dai cancelli. È normale che i cinque operai arrampicati sul piano ponte proseguano la battaglia, insieme ai loro compagni ai cancelli.
La seconda mezza buona notizia viene da Torino: al termine di una lotta durata 5 anni, fatta di sacrifici e persino di rinuncia alla liquidazione per pagarsi l'amministrazione straordinaria, 1.137 operai dello storico marchio del carrozziere Bertone potranno tornare al lavoro. Sotto un altro padrone, la Fiat di Marchionne. Anche questa notizia, pur nella sua straordinarietà, è buona per metà: la Fiat compra a Grugliasco e vuole chiudere a Imola la Cnh e la produzione di automobili a Termini Imerese. E ancora, se è vero che a Grugliasco Marchionne intende produrre per il «suo» nuovo marchio, la Chrysler, le vetture che usciranno dalle linee di montaggio saranno modelli ecologici, oppure suv?
La terza buona notizia arriva dall'isola di Wight. Da giorni oltre 600 lavoratori occupano un impianto di produzione di energia eolica che una multinazionale danese, colosso europeo del settore, vorrebbe chiudere. La parte buona di questa storia è data dal fatto che, insieme agli operai, stanno presidiando l'impianto gli ambientalisti inglesi. Segno che il conflitto tra ambiente e lavoro può essere evitato e la solidarietà è ancora possibile. La parte negativa della storia sta nel fatto che un esito positivo della lotta non è ancora arrivato.
Morale? L'unica possibile è che, invece di affidarsi al destino o al buon cuore dei padroni dell'economia e dei loro delegati in politica, bisogna battersi per riprendersi in mano il futuro. Qualche volta si può anche vincere.

di Loris Campetti

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