mercoledì 12 agosto 2009

Repubblica di Transnistria, il fantasma d'Europa


Può uno Stato esistere senza che questo sia riconosciuto dalla comunità internazionale e da nessun altro paese al mondo? La risposta è sì, certamente. Non in qualche angolo sperduto del mondo, ma in Europa. Non da qualche mese, ma dal 2 settembre 1990, quando cioè fu proclamata unilateralmente la Repubblica Moldava di Transnistria, ufficialmente Republika Moldovenească Nistreană o "Pridnestrovskaja Moldovskaja Republika", o più semplicemente "Pridnestrovie", letteralmente "nei pressi del fiume Nistro". La Repubblica di Transnistria venne ufficialmente ratificata il 25 agosto dell'anno successivo con la Dichiarazione d'indipendenza da parte del Soviet supremo di Tiraspol. Due giorni dopo il parlamento moldavo votò a sua volta l'indipendenza della Repubblica di Moldova che includeva anche il territorio della Transnistria: ne seguirono mesi di guerra, più di mille morti, ma la potente 14ª armata russa del generale Lebed, schierata a difesa dei secessionisti (e che in Transnistria aveva basi di importanza strategica), non si schiodò dalle rive orientali del fiume Dnestr (Nistro).

Sono passati diciotto anni e la Transnistria è uno Stato a tutti gli effetti. Un territorio (3.567 km²) e confini presidiati dalle milizie statali, l'armata di un potente esercito di un altro paese (ufficialmente in missione di peacekeeping) come angelo custode; istituzioni autonome (Repubblica presidenziale), un governo ed un presidente padre-padrone (Igor Smirnov), una moneta (il rublo della Transnistria), una capitale (Tiraspol, 160 mila abitanti su una popolazione complessiva di circa 550 mila), relazioni politiche e commerciali a tutto campo.

Sul piano del diritto internazionale la Transnistria non è che una regione della Moldova. Anche se, per la verità, qualche riconoscimento l'ha avuto: è quello della Abkhazia e dell'Ossezia del Sud, le due repubbliche secessioniste del Caucaso al centro della guerra del 2008 fra Russia e Georgia, alle quali è associata, attraverso un patto di mutuo aiuto che coinvolge anche il Nagorno Karabahk, anche la Transnistria, il tutto sotto lo sguardo interessato di Putin. Il contenzioso sullo status della regione è dunque più che mai aperto e parte di uno scacchiere di grande complessità che investe l'Europa, la Russia e l'insieme della regione caucasica.

Geopolitica e Stati fantasma

Si potrebbe dire che il processo iniziato alla fine degli anni '80 di sgretolamento dell'impero russo-sovietico è tutt'altro che concluso. E' come se la storia si facesse beffa del tempo, riprendendo il suo corso là dove la rivoluzione bolscevica l'aveva forzata. Ma il tempo non si cancella e così quella moltitudine di nazionalità che non hanno mai conosciuto il proprio risorgimento nazionale, si trovano oggi al centro di un ingorgo fatto di vecchi richiami identitari e di postmodernità. In questa cornice il nazionalismo diviene il paravento attraverso il quale bande di criminali assumono nelle proprie mani tutti i poteri. In ballo enormi interessi geopolitici, fatti di corridoi strategici, di gasdotti ed oleodotti, di basi navali sul Mar Nero e di egemonie militari (il ruolo della Nato nella regione), di commerci e traffici di ogni tipo.

Ecco perché non possiamo considerare conclusa la guerra nel Caucaso. L'azzardo georgiano, sostenuto irresponsabilmente dalla vecchia amministrazione statunitense, nel riprendersi i territori contesi di Abkhazia e Ossezia del Sud, si è così scontrato con una complessità di interessi che vanno ben oltre la sovranità territoriale della Georgia e che ci fanno ben comprendere l'intensità e l'isteria della reazione russa.

Ad esempio il fatto che la principale base militare russa sul Mar Nero sia nella città ucraina (seppure dotata di uno status speciale) di Sebastopoli, attraverso un contratto d'affitto che scadrà nel 2017 che l'Ucraina non intende affatto rinnovare, rende strategico il controllo dell'Abkhazia dove non a caso ci sono o sono in costruzione nuove basi militari di Mosca.

Analogamente, il controllo della Transnistria non riguarda affatto il fondo genetico (russo e ucraino) del popolo che abita quella striscia di terra, bensì l'espansione della Nato in Moldova. Tant'è vero che la proposta russa per trovare una soluzione negoziale della vicenda, il piano Kozak del 2003 che prevedeva la nascita di una Federazione includente i territori di Transnistria, della Gagauzia (regione abitata da una minoranza turcofona di religione ortodossa) ed il resto della Moldova, con caratteristiche di piena autonomia e neutralità dalle grandi potenze, in un primo momento accolto positivamente dalle parti, venne respinto da Chişinău (la capitale moldava) su pressione occidentale (Nato e Osce in primo luogo) con una "piccola" ricompensa di 42 milioni di dollari.

Una storia di confini, intrecci nazionali, interessi militari e geopolitici che però rappresenta solo una faccia della medaglia.

Neofeudalesimo e affari

L'altra faccia, non meno importante, è ben più prosaica e si iscrive al concetto di postmodernità. Dietro ai simboli di un tempo, dietro le statue di Lenin nelle piazze di Tiraspol, dietro ai richiami nazionalistici, prosperano gli affari. Se c'è infatti un luogo che più di altri descrive con efficacia la moderna tendenza al costituirsi di stati "offshore", questa è proprio la Transnistria. La Transnistria è infatti considerata da tempo uno snodo cruciale dei traffici internazionali di armi, esseri umani e droga, uno stato gangster nelle mani della mafia russa e di vecchi agenti del Kgb che usano questo territorio come un porto franco per le proprie operazioni criminali.

Lo scenario è quello che abbiamo già incontrato nei dopoguerra balcanici, dove i signori della guerra hanno ben presto disinvoltamente smesso i panni militari per indossare quelli degli uomini d'affari.

La natura dei traffici è quanto mai inquietante. Nella Transnistria non c'è solo l'avamposto della 14ª Armata Russa (che da sola - come ebbe a dire il generale Lebed - potrebbe arrivare in poche ore a Chişinău) ma anche numerose basi militari un tempo dell'Unione Sovietica: in una di queste, nel villaggio di Kolbasna, nei pressi della città di Rîbniţa erano depositate (in quello che si ritiene il più grande deposito d'Europa) 42 mila tonnellate di armi convenzionali, chimiche, batteriologiche e - si sospetta - anche materiale nucleare (Plutonio, Cobalto e Cesio come è emerso dall'operazione denominata "Cobalt 2000" delle forze di sicurezza romene). Che avrebbero dovuto nel corso degli anni e secondo precisi accordi internazionali essere smantellate e messe sotto controllo, il che non è avvenuto. Ci fu anche un finanziamento Osce di 30 milioni di dollari USA a questo scopo ma i treni speciali destinati a riportare in Russia gli armamenti vennero bloccati e quel che venne stoccato fu solo materiale militare inutilizzabile. A questo si aggiunga l'attività di produzione e di commercio di armi convenzionali attraverso non meno di tredici complessi industriali che operano nel settore bellico o nella produzione di componenti d'arma che vengono poi assemblate in Russia.

Intorno al traffico di armi prosperano gli affari del regime e delle mafie, in primis quella che va sotto il nome di "Brigata Solncevo" (dal nome del quartiere moscovita Solncevskaja), la quale - secondo i rapporti dell'Interpol - intrattiene commerci criminali verso il Medio Oriente, il Caucaso, l'Afghanistan, i Balcani. E com'è ovvio i traffici ruotano a 360 gradi, a prescindere dalle appartenenze nazionali, etniche o religiose. Così partner possono essere il Clan di Zemun (città nei pressi di Belgrado) con a capo Milorad Lukovič (che faceva parte prima delle Tigri di Arkan e poi dei "Berretti Rossi"), controllato dagli uomini di Seselj (un tempo presidente del Partito Radicale Serbo e fondatore delle "Aquile bianche", corpo paramilitare che tanto sangue ha seminato nella guerra degli anni '90) e coinvolto nell'assassinio del premier Zoran Ðinđić, e allo stesso tempo gli estremisti kosovari dell'Uçk.

Il resto lo fa la famiglia Smirnov. Tutto in Transnistria si chiama "Sheriff", la società di famiglia di Igor Smirnov con un giro d'affari stimato in 4 miliardi di dollari. Originario di Petropavlovsk - Kamčatskij, ex agente del Kgb che per conto dell'Urss era a capo di diverse Aziende di Stato in quel territorio. Oltre all'apparato statale, gli Smirnov controllano istituti bancari (la Gazprombank), la compagnia telefonica, media, società che operano nel settore energetico (la Tiraspoltransgas) e petrolifero, centri commerciali, casinò, società di import-export (la Sheriff è stata per lungo tempo l'unica azienda autorizzata ad utilizzare valuta estera, particolare che assicura il monopolio delle esportazioni) e perfino la squadra di calcio della capitale (con annesso il mega stadio riscaldato da 40 mila spettatori costato 200 milioni di dollari).

Il figlio maggiore Vladimir è il titolare della Sheriff nonché presidente delle dogane, l'altro figlio Oleg è a capo della filiale transnistriana della Gazprombank e cura da Mosca gli interessi finanziari della famiglia e le attività di riciclaggio del denaro.

Oltre al traffico di armi, l'altro grande business è il traffico di esseri umani, giovani donne destinate al mercato della prostituzione. Prosperano le agenzie di "collocamento" come la "Lady Tur" con sede nelle vicinanze del palazzo del governo che gestiscono il traffiking, ma basta andare su un qualsiasi motore di ricerca per trovarne riscontro. Un commercio difficile da monitorare visto che nel passaggio attraverso il confine fra Transnistria e Moldova (paese che del traffico di esseri umani ha un triste record) non ci sono ostacoli al transito di donne con passaporto moldavo, se non attraverso le denunce delle stesse vittime.

Per le armi, invece, il monitoraggio di Euban (l'agenzia promossa nel 2005 dall'Unione Europea per controllare i confini della Transnistria) non ha rilevato granché considerato che tale traffico passa per l'aeroporto militare di Tiraspol direttamente in Russia e poi per altre destinazioni.

E', come dicevo, l'altra faccia della Transnistria, forse il più grande porto franco d'Europa, che colloca questo paese fantasma al centro dei moderni processi di finanziarizzazione dell'economia. Tendenza, quella a costituirsi come stati offshore, che si regge sotto il profilo del consenso politico grazie a regimi mafiosi e paternalistici, nei quali i richiami nazionalistici (in questo caso alla grande Russia) e all'unità contro l'aggressione esterna, funzionano da anestetico di massa. Così vecchi personaggi dell'apparato burocratico già avvezzi alla corruzione sono diventati "signori della guerra" per poi indossare i panni degli uomini d'affari. Mentre nei casermoni del vecchio regime le condizioni di vita della popolazione sono pessime, lo stato sociale completamente saltato, aumenta la disoccupazione e peggiorano gli indici relativi alle esportazioni, i fuoristrada lussuosi sfrecciano attraverso i confini come altrettanti simboli dello status dei nuovi ricchi, le cui ricchezze vengono riciclate in ogni dove, Italia compresa.


Quest'articolo è pubblicato nell'"Atlante delle guerre e dei conflitti nel mondo" a cura dell'Associazione "46° Parallelo" presentato lo scorso 20 giugno a Riccione nell'ambito del Premio dedicato ad Ilaria Alpi.

Sud-Sudan, aspettando la stagione delle piogge


I rappresentati delle agenzie Onu presenti nel Paese sperano nell'arrivo della stagione delle piogge: le inondazioni potrebbero cancellare i sentieri isolando molti villaggi, rendendoli irraggiungibili, e placare così l'ondata di violenze inter-etniche che ha ripreso vigore negli ultimi tempi. Sembra sia la sola flebile speranza nel Sud-Sudan per fermare una guerra che dura da due decenni, finita sulla carta nel 2005 con la firma del Comprehensive Pace Agreement. Politica e diplomazia hanno, a differenza dei guerriglieri, le cartucciere vuote.

Geurre di tribù. Gli scontri verificatisi nei primi giorni del mese tra le tribù Murle e Lou Nuer hanno provocato 185 vittime. La voce più pesante nel bilancio, nella conta dei morti, è costituita da donne e bambini: secondo quanto riferito da Goi Jooyul Yol, il commissario governativo di Akobo, sarebbero più di cento. Decine di corpi sono stati ritrovati tra i cespugli, dove molti pensavano di trovare un sicuro rifugio dai fucili dei Murle. Settecento persone sono morte dall'inizio dell'anno a causa di una guerra tribale fatta di attacchi e contrattacchi, da villaggio a villaggio.
Il World Food Programme (Wfp), l'agenzia Onu per l'alimentazione mondiale, ha chiesto l'intervento delle autorità di Khartoum per porre fine alle lotte tribali che rendono estremamente difficili e pericolose le operazioni umanitarie nel Sud Sudan. Dal giugno scorso, quando le milizie sferrarono un attacco sul fiume Sobat col chiaro intento di interrompere il flusso di rifornimenti alimentari ai profughi dall'altro lato del fiume, il Wfp ha dovuto ricorrere all'impiego di piccoli aerei per trasportare il cibo. Il cielo è rimasta l'ultima via percorribile a causa anche della pericolosità delle strade rese impraticabili, oltre che dal cattivo stato in cui versano, dal costante pericolo di agguati.

Cacciatori di bambini. Come se non bastasse, ai problemi interni e alla guerra civile che in vent'anni ha provocato la morte di due milioni di persone e quasi cinque milioni di profughi, si è aggiunta la follia del visionario Joseph Koni, il leader ugandese della Lord's Resistence Army (Lra): i ribelli ugandesi sconfinano con una certa facilità nel Sud Sudan per far razzia di bambini da arruolare nel loro esercito. I locali chiamano gli uomini di Koni i "ton-tong", che nella loro lingua significa machete, l'arma con cui massacrano decine di persone che oppongono resistenza alle loro depredazioni di bambini, bambine e cibo. Nella sola provincia Equatoriale Occidentale si sono registrati almeno 250 rapimenti, ma nessun può fornire dei dati precisi su quanti ne siano realmente scomparsi in un'area così vasta. Le incursioni dei guerriglieri dell'Lra hanno costretto finora 55mila persone a lasciare le proprie terre per allontanarsi dal loro raggio d'azione. Altri villaggi si svuotano, altri campi profughi vengono allestiti.

La politica di Washington. Entro la fine del mese, Washington dovrebbe esprimersi sulla nuova linea politica che il presidente Barack Obama intenderà seguire. Le aspettative sono molto alte. L'inviato speciale di Obama in Sudan, il generale Scott Gration, ritiene che la mediazione e il dialogo tra il governo di Khartoum e i ribelli sono assolutamente imprescindibili. Gration mira a unire le varie fazioni di ribelli così da poter avere un unico interlocutore, un portavoce che possa rappresentare gli interessi comuni. Lo stesso vale per la diaspora in Darfur e per il pulviscolo delle comunità di rifugiati, così che tutti possano avere un ruolo attivo nei colloqui di pace di Doha. Washington sembra molto determinata nell'assicurare la piena applicazione del Comprehensive Pace Agreement così da porre fine anche a quella che lui definisce "una guerra per procura" che vede in campo Sudan e Ciad. Ma in questo potpurri che ha come ingredienti diverse etnie, religioni e interessi sovranazionali ed economici assumono un ruolo rilevante anche i Janjaweed, le milizie arabe spalleggiate da Khartoum e Hassan al-Bashir della cui incriminazione al tribunale internazionale dell'Aja, Scott Gration è stato un forte sostenitore.

di Nicola Sessa

Link: http://it.peacereporter.net/articolo/17151/La+Danza+della+Pioggia+del+Sudan

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