domenica 23 agosto 2009

Pizzica, notti in spiaggia e prezzi bassi così il Salento ha fatto il pieno



MELPIGNANO (LECCE) - Il segreto viene svelato da Angeloe Antonia, arrivati con due amici da Milano su un furgone - camper che ha più dei loro anni. Sono lì, sull' immenso prato che sta davanti all' ex convento degli Agostiniani, dove sabato, 22 agosto, ci sarà la "Notte della Taranta". «Il Salento - raccontano i due ragazzi - è libero. Se cerchi i posti giusti, puoi fare quello che vuoi. Non ci sono orari, trovi una pizza alle 10 del mattino o alle 2 della notte. Chiedi al contadino se puoi raccogliere qualche fico e lui ti consiglia la pianta più buona.E poi sei sempre in compagnia. L' altra notte, vicino a Otranto, abbiamo visto un fuoco in spiaggia. C' erano ragazze e ragazzi che cantavano e ballavano. Erano di Maglie: ci hanno accolti come se fossimo a scuola assieme». Sono i figli (e i nipoti) di quelli che cantavano "Non è Francesca", i giovani che da qualche anno fanno la fortuna del Salento. I loro padri, o nonni, accendevano fuochi sulle spiagge della Romagna e del Veneto per scaldarsi dopo il bagno di mezzanotte e aspettare l' alba con le chitarre e le canzoni di Lucio Battisti. Poi le spiagge del Nord sono state blindate al calar della sera e solo qualcuna, adesso, viene riaperta: esclusivamente per pub e discoteche sulla sabbia alla ricerca dei quattrini perduti nelle disco con ingresso a 40 euro. Antonia e Angelo l' anno scorso erano alla Notte della Taranta, 130.000 persone (secondo la questura), con bambini piccolissimi armati di tamburello davanti al palco, una marea di giovani e settantenni impegnati a ballare la pizzica. «Oggi vogliamo vedere il paese». Altri segreti del successo (quest' anno spiagge piene e code sulle strade, l' anno scorso 9,6 per cento di presenze in più, rispetto al 2007 che pure aveva guadagnato il 12,7 per cento) vengono svelati. Piazza San Giorgio è bellissima, dopo il restauro dei portici del ' 500. Strade pulite (qui si fa il 70 per cento di raccolta differenziata), case a corte che mostrano giardini. Un caffè al bar della piazza costa 65 centesimi, e appena fuori con 160 centesimi, oltre al caffè, ti servono al tavolo due "pasticciotti" con crema e mandorle. «Con un euro abbiamo comprato un chilo e mezzo di pomodori e il contadino, lungo la strada per Calimera, ci ha regalato pure due cipolle. C' è ancora un Salento dove davvero spendi pochissimo». Il sindaco di Melpignano, Sergio Blasi, era assessore alla cultura quando nel 1998 mise in piedi la prima Notte della Taranta. «Allora tanti confondevano il Salento con il Cilento e le previsioni meteo in tv parlavano delle Pugliee basta. Noi avevamo una storia, una cultura e questa musica di tradizione che era lì da duecento, trecento anni. Ma tutto questo, in un mondo dove contava solo quel progresso economico che qui non arrivava, veniva vissuto come retaggio di un cattivo passato. Salvatore Quasimodo scrisse che questa nostra terra era "spaccata dal sole e dalla solitudine". La Notte prende il nostro passato e lo mette davanti a tutti, con orgoglio. Lo fa dialogare con le altre culture di questo Mediterraneo che mette in contatto tre continenti. E non lo mette in vendita. Il rischio c' era, di banalizzare la nostra cultura, di immolare tutto al dio denaro. Di pensare la pizzica, le nenie, i canti funebri e quelli d' amore solo come materiale da cd. Penso di poter dire: l' impresa è riuscita. Abbiamo preso la marginalità e l' abbiamo fatta diventare un valore, non una moneta». Meglio seguire le tracce delle altre Melpignano sparse in un Salento ancora quasi sconosciuto. I luoghi già famosi da decenni ricordano infatti storie già viste. Gallipoli by night, ad esempio, sembra una Rimini degli anni ruggenti. Sul corso infinito che porta verso il ponte che collega la città nuova all' isola, mezz' ora dopo la mezzanotte, comincia il concerto dei clacson. Davanti a quattro bar, il Bellini, l' Havana e Co., il Rosso e Nero e il Chia Lù, si concentra infatti una strana movida che non si muove e piano piano dal largo marciapiede deborda in strada. Protestano quelli su quattro ruote, ma solo perché non riescono a raggiungere la movida del centro storico. Avanti e indietro, a guardare e farsi guardare, fra saldi di griffe, musica sparata, profumo di panzerotti fritti. In centro, gran vendita di «spugne naturali», stelle marine giganti e secche, sacchetti di cellophane pieni di conchiglie. Curiosa - anche se non esclusiva di questa città di mare - la forte presenza di ragazze in tubino nero, che sembrano tutte uguali, con quel filo di trucco leggero. La vista dall' alto compensa comunque la lieve salita. Le luci della costa, i riflessi della luna, sembrano espandersi all' infinito. Non tutti hanno aspettato con pazienza il rilancio di questa terra fino a dieci anni fa poco conosciuta. A Porto Cesareo case e palazzi sono stati costruiti fin sulle dune e la riva del mare. Il 19 luglio 2002, per attirare l' attenzione, qui hanno dedicato una statua a Manuela Arcuri, in quanto «simbolo di bellezza e di prosperità». Statua che non è piaciuta a tutti: qualcuno, salito sul piedistallo, le ha spaccato il naso e la bocca. «Per fortuna - spiegano Massimo Ostiglio, consulente della Regione per il turismo e Stefania Mandurino, presidente della azienda turismo di Lecce - gli altri sindaci si sono impegnati su fronti diversi. Il segreto del Salento è chiuso dentro ai 98 Comuni della Provincia. Visto il successo di Melpignano, tutti gli altri si sono dati da fare e così chi viene in vacanza sulle coste dell' Adriatico e dello Jonio si sente lusingato da cento proposte. Centri storici ripuliti e chiusi al traffico, manifestazioni, sagre, fiere, processioni e luminarie. La stessa sera puoi andare alla sagra del polpo o a quella dell' olio e del vino o andare a Otranto per l' opera popolare "Ottocento". Puoi entrare nelle masserie e farti insegnare a preparare la pasta, puoi seguire i corsi di pizzica, essere guidato ai Paduli, il cuore del Salento, con 15 mila ettari di ulivi... Un tempo pensavamo che il mare bello sarebbe bastato, poi abbiamo capito che avevamo altre bellezze troppo nascoste, e le abbiamo mostrate a tutti. I numeri dicono che la scelta è stata giusta: 8 milioni di turisti nel 2000, 13 milioni adesso, senza contare chi va nelle case affittate in nero, dagli amici...». «I salentini sono rimasti fuori da ogni grande investimento industriale - dice Franco Chiarello, docente di sociologia economia all' ateneo di Bari - e hanno capito che per uscire da questa marginalità l' unica risorsa era il territorio. Hanno offerto cose belle e anche un loro modo di vivere. L' orologio non è indispensabile, in questa terra. Ci vediamo domani mattina, ci troviamo nel pomeriggio... senza precisare. Si fa tardi la sera. Si passano le notti al mare, con i fuochi, soprattutto sulla costa jonica. Forse è proprio per questo che i giovani del Nord, quando arrivano qui, sentono di respirare un' aria di libertà».

di Jenner Meletti

Omissione di soccorso, la pena di morte per i migranti nel canale di Sicilia


Secondo l’agenzia ANSA il gommone con cinque eritrei a bordo, soccorso la mattina del 20 agosto al largo di Lampedusa da una motovedetta della Guardia di Finanza, sarebbe stato “segnalato solo all’alba di oggi (20 n.d.r.) dalle autorità maltesi a quelle italiane impegnate nella missione Frontex, il pattugliamento congiunto del Mediterraneo”. Sempre secondo la stessa fonte “l’allarme è stato raccolto dalla centrale operativa di Messina del Gam, il Gruppo aeronavale della Guardia di Finanza, che ha subito allertato le motovedette di stanza a Lampedusa. L’imbarcazione è stata segnalata da Malta quando si trovava a circa 19 miglia dall’isola, al confine con le acque di competenza italiana per quanto riguarda le operazioni Sar (ricerca e soccorso in mare ndr). Le motovedette hanno poi intercettato il gommone a circa 12 miglia a Sud di Lampedusa, al limite delle acque territoriali”. Conclude l’ANSA che “le autorità della Valletta non hanno invece specificato da quanto tempo il gommone, alla deriva da diversi giorni per mancanza di carburante, venisse «monitorato». Secondo un’altra agenzia Ansa del 20 agosto “le autorità maltesi hanno recuperato poco fa quattro cadaveri di migranti in mare. Verosimilmente si potrebbe trattare di persone che si trovavano sul gommone dei cinque eritrei soccorsi oggi dalla Guardia di finanza e arrivati a Lampedusa”. “Verosimilmente”, per l’ANSA, ma non per Maroni. Il ministro dell’Interni italiano sembra ritenere che su un gommone proveniente dalla Libia, che può contenere decine di persone, come confermato da anni di traversate e di sbarchi, vengano fatte imbarcare appena cinque migranti, oppure che il racconto di un operatore umanitario che ha visto gli stessi migranti in condizione scheletriche sia meno fondato di un rapporto di polizia che li descrive in buone condizione fisiche, tanto da fare ritenere poco credibile una traversata durata settimane. Quanto siano attendibili i rapporti di polizia sulle condizioni di salute dei migranti lo abbiamo visto tutti lo scorso marzo dopo la vicenda - troppo presto dimenticata - del mercantile turco Pinar, lasciato derivare per giorni al limite della acque territoriali italiane a sud di Lampedusa, malgrado da bordo si lamentassero (oltre alla presenza del cadavere di una giovane donna raccolto in un sacco) le condizioni disastrose dei naufraghi che erano stati salvati da morte certa. In quella occasione solo l’arrivo a bordo di tre giornalisti smentì i bollettini finti dei medici chiamati dalla polizia e costrinse il governo a fare intervenire un elicottero di soccorso e a concedere l’attracco della nave in un porto italiano.
In molti altri casi, purtroppo, le tragedie avvengono senza testimoni, senza giornalisti scomodi, e senza neppure riconoscere la buona fede dei superstiti, al punto che si arriva a mettere in discussione persino quanto dichiarato dalle organizzazioni umanitarie che operano, in regime di convenzione con lo stesso ministero dell’interno, negli interventi di prima accoglienza. Almeno il precedente ministro degli interni del centro-destra riconosceva che per ogni imbarcazione che arrivava in Italia un’altra si perdeva trascinando in fondo al mare i migranti in fuga dalla Libia. Per Maroni invece conta soltanto il successo della sua politica di respingimento collettivo verso la Libia, e le testimonianze che potrebbero infangare questa immagine da “risultato storico”, vanno rimosse, destituite di fondamento, al punto che si ritiene necessario incaricare un Prefetto, non per controllare se le istituzioni dello stato si siano comportate nel rispetto delle leggi interne e delle Convenzioni internazionali, ma per demolire una verità che appare troppo scomoda. Una verità che comunque verrà fuori, quale che sia l’impegno del ministero dell’interno italiano. E in tanti si impegneranno nei prossimi giorni perché la verità non venga piegata alle esigenze di immagine del governo.

2. In attesa che le testimonianze incrociate, e soprattutto le denunce dei parenti delle vittime, molti eritrei profughi in Europa che attendevano l’arrivo dei loro cari, confermino la reale dimensione di questa ennesima “tragedia annunciata”, proviamo a cercare alcune spiegazioni di quanto avvenuto, sulla base dei nuovi ordini impartiti alle unità militari italiane dal ministero dell’interno dopo l’entrata in vigore, il 15 maggio scorso, degli accordi italo-libici, per i quali il Presidente Berlusconi si accinge a volare a Tripoli, il prossimo 30 agosto, in occasione del primo anniversario del “Trattato di amicizia”, in modo da festeggiare con Gheddafi i risultati della rinnovata collaborazione tra i due paesi.
Avevamo scritto nelle scorse settimane come il ministero dell’interno avesse modificato, a partire dal 15 maggio scorso, le regole di ingaggio delle imbarcazioni militari italiane impegnate nelle acque del Canale di Sicilia e delle conseguenze che le nuove regole sui respingimenti e sulla riconsegna dei naufraghi alle autorità libiche, neppure formalmente riconducibili al Decreto ministeriale 14 luglio 2003, normativa che prevedeva limitate ipotesi di “riconduzione delle imbarcazioni verso i porti di partenza”. Avevano detto delle conseguenze che queste nuove regole di ingaggio avrebbero potuto avere sulla vita dei migranti in fuga dalla Libia, oltre che sulle attività dei pescherecci italiani impegnati in battute di pesca nelle acque internazionali del Canale di Sicilia, che adesso i libici rivendicano come area di loro esclusiva sovranità, fino al limite delle 73 miglia a nord delle proprie coste, dunque fino a circa 50 miglia a sud di Lampedusa. Al punto che sono già scattati sequestri di pescherecci di Mazara del Vallo sorpresi a pescare in acque che lo scorso anno erano presidiate dalla marina militare italiana. E minacce gravissime di sequestro, e lunga reclusione, sono state comunicate dal governo libico per quanti ci proveranno ancora.

Da anni denunciamo come le inchieste ed i processi a carico di autori di interventi di salvataggio, dal caso della nave umanitaria Cap Anamur del 2004 alla vicenda dei pescatori tunisini alla sbarra nel 2007, avessero drasticamente ridotto gli interventi di salvataggio da parte di unità mercantili, che nella maggior parte dei casi di avvistamento si limitavano a smistare l’allarme alla guardia costiera, senza intervenire immediatamente come le convenzioni a salvaguardia della vita umana a mare avrebbero imposto. Ad Agrigento è ancora recente la condanna nel processo di primo grado di un comandante di un peschereccio che aveva gettato a mare e fatto annegare un migrante che invocava di restare a bordo di quella imbarcazione che avrebbe potuto, anzi dovuto, condurre verso la salvezza, verso un “porto sicuro”, come imposto dalle Convenzioni internazionali sul diritto del mare. In questi ultimi anni, malgrado episodi lodevoli di pescatori che si erano sostituiti persino ai mezzi militari in interventi di salvataggio in condizioni particolarmente avverse, continuavano ad aumentare le testimonianze di migranti che lamentavano il mancato soccorso da parte di unità mercantili che non avevano voluto rallentare il loro percorso.

3. Adesso però siamo di fronte ad un importante punto di svolta. Gli accordi bilaterali tra Italia, Malta e Libia, da una parte, e tra Malta e Libia, dall’altra, entrati in piena operatività nella primavera di questo anno, hanno avuto due conseguenze evidenti facilmente desumibili dalle sempre più rare cronache giornalistiche, conseguenze che non sarà facile smentire, neppure per il ministro Maroni, che vede depistaggi e speculazioni in verità che sono tanto scomode quanto inoppugnabili.

Per effetto degli accordi bilaterali tra Italia e Malta si è riconosciuto a Malta il coordinamento della zona SAR (Ricerca e soccorso) più vasta del Mediterraneo centrale, con la conseguenza che in questa stessa zona le unità militari italiane operano solo sotto coordinamento delle autorità maltesi, limitandosi di fatto a presidiare la fascia delle 20-30 miglia a sud di Lampedusa, “zona contigua” alle acque territoriali italiane, di specifica competenza della Guardia di Finanza.

A seguito degli accordi italo-libici (Il Protocollo operativo del dicembre 2007 e il Trattato di amicizia italo libico dell’agosto 2008), e soprattutto a seguito delle “intese operative” segrete intercorse tra questi due paesi dopo i viaggi di Ministri e funzionari di polizia tra Roma e Tripoli (e viceversa) nei primi mesi del 2009, ma anche dopo la “storica” visita di Gheddafi a Roma nel giugno scorso, le unità militari italiane, intendiamo della Marina militare, coinvolte nelle attività di “pattugliamento congiunto” con le motovedette italo-libiche (donate a Gheddafi dal governo italiano, battenti dunque bandiera libica, ma sulle quali dovrebbe trovarsi anche personale militare italiano), operano interventi di “respingimento collettivo” con la riconsegna alle autorità libiche di quanti vengono intercettati in acque internazionali, più spesso al limite delle acque territoriali di quel paese, considerata la ridotta autonomia operativa dei mezzi donati alla guardia costiera libica. Il coordinamento degli interventi di pattugliamento congiunto è affidato ad una unità di coordinamento libica, d’intesa con le autorità italiane (come risulta dal Protocollo operativo Italia-Libia del dicembre 2007), mentre rimane sempre più evanescente il posizionamento e le reali funzioni delle unità aereonavali di FRONTEX, l’agenzia europea per il controllo delle frontiere esterne, da tempo impegnata nel Canale di Sicilia con operazione tanto dispendiose quanto prive di qualsiasi effettiva incidenza. Le cronache riferiscono che in questa ultima vicenda l’avvistamento del gommone sul quale si trovavano i cinque superstiti segnalati – guarda caso ‒ da Malta solo quando si trovavano già all’interno delle acque territoriali italiane (che con la zona contigua raggiungono le 24 miglia da Lampedusa), sarebbe avvenuto nel corso di un “pattugliamento congiunto” Frontex. Allora, se così è stato, dal momento che le attività delle operazioni Frontex sono rigidamente documentate, anche per spiegare agli organi di controllo comunitari le ingenti spese che vengono addossate a tutti gli stati UE e dunque ai contribuenti europei, chiediamo che l’Agenzia Europea FRONTEX fornisca al magistrato di Agrigento che ha già aperto una inchiesta una documentazione completa sul “tracciamento” e sul “monitoraggio” del gommone prima dell’intervento di salvataggio. Tocca all’Agenzia Frontex, e non solo a Malta, chiarire questi aspetti assai rilevanti per l’indagine penale aperta dal Tribunale di Agrigento. 4. Quanto accaduto in questa occasione induce poi ad un’altra serie di riflessioni. In sostanza, Malta dovrebbe coordinare interventi di salvataggio ma non ha i mezzi per effettuare direttamente gli interventi di soccorso, FRONTEX non si sa bene che ruolo svolga dopo che gli stati rivieraschi hanno concluso tra loro accordi bilaterali, e poi non è stato mai chiarito a quale paese dovrebbero essere riconsegnati i migranti intercettati dalle unità militari europee targate FRONTEX, e sul punto si sono sempre accese polemiche tra gli stati che partecipavano alle varie missioni di questa agenzia (Nautilus, Poseidon etc.). Alla fine, e forse anche in questo caso, si è sempre deciso volta per volta dopo trattative segrete tra i governi che hanno ritardato gli interventi di soccorso. Gli italiani hanno i mezzi per gli interventi di soccorso, ma questi ormai sono dislocati o immediatamente a sud di Lampedusa, per impedire sbarchi nell’isola (sbarchi che comunque, seppure in misura ridotta, continuano), o molto più a sud, in acque internazionali, a 30-50 miglia dalla costa nord-africana, per collaborare con le autorità libiche per respingere persone che nella totalità avrebbero diritto di essere condotti in un porto italiano o maltese, in base alle Convenzioni internazionali, perché “place of safety”, a differenza di Tripoli o di Zuwara, persone che comunque, nel caso di minori, donne e potenziali richiedenti asilo avrebbero diritto di essere ammessi sul territorio italiano, e dunque di entrare nelle nostre acque territoriali, o di restare sulle imbarcazioni battenti bandiera italiana in caso di salvataggio.

Altre unità militari aeronavali italiane sono coinvolte poi nelle operazioni periodiche FRONTEX che però non prevedono la riconsegna dei migranti intercettati in mare alle autorità libiche, e questo si ricava dal mandato dell’Agenzia per il controllo delle frontiere dell’Unione Europea, e dal relativo Regolamento del 2004, anche se in passato non sono mancati casi sporadici nei quali si denunciavano casi di respingimento verso la Libia da parte di unità militari impegnate in operazioni Frontex, che peraltro non hanno una specifica destinazione per interventi di salvataggio. E sul punto si ricorda ancora una vivace corrispondenza tra le istituzioni europee ed il Direttore generale dell’Agenzia che a sede a Varsavia in Polonia, e che si occupa di tutte le frontiere esterne europee, comprese le frontiere orientali e le frontiere aeroportuali.

Si può osservare a questo punto come gli autori del Regolamento Frontex quanto gli ideatori e gli estensori di questi accordi internazionali bilaterali, e la catena di comando che vi ha dato di attuazione, hanno praticamente ideato ed utilizzato l’omissione di soccorso, conseguenza diretta o indiretta del riparto di competenze così bene architettato, come una vera e propria “pena di morte” per i migranti che ancora si arrischiano ad attraversare il canale di Sicilia per fuggire dalla Libia e raggiungere Malta o la Sicilia, se non Lampedusa, blindatissima per salvare l’immagine turistica dell’isola, ma soprattutto i “successi storici” del governo italiano nella “guerra contro l’immigrazione illegale”.

Il complesso dispositivo militare costruito dall’Italia in collaborazione con la Libia, con Malta e con Frontex, per contrastare le traversate del Canale di Sicilia contempla negli ultimi mesi o il respingimento, oltre 1200 casi da maggio, o l’accoglienza, per quei pochi “fortunati” che riescono a varcare comunque il limite delle acque territoriali italiane ( ricordiamo, non 12, ma 24 miglia a sud di Lampedusa), oppure l’abbandono in mare per giorni, per quanti siano riusciti a superare il primo sbarramento costituito dai pattugliamenti congiunti italo-libici, ma non siano riusciti ad avvicinarsi abbastanza alle acque territoriali italiane. Non vogliamo pensare che tutto questo possa avvenire sotto il monitoraggio di autorità militari che ritardano fino all’ultimo gli interventi di salvataggio.
Ma questa volta, per il caso dei cinque eritrei che sono stati salvati poco a sud di Lampedusa, il dubbio che si possa arrivare a tanto è assolutamente legittimo. Per questi, ed altri sventurati come loro, giorni e giorni di inedia, fino alla morte, lontano dagli occhi e dalle cronache, inesistenti per una opinione pubblica europea sempre più distratta e xenofoba. Se i viaggi della speranza finiscono con la morte dei migranti, quale migliore effetto dissuasivo, per gli altri che ci volessero provare, si penserà ai piani alti di qualche importante ministero, un ragionamento che in questi ultimi mesi si è diffuso pericolosamente.
Se le autorità italiane che intervengono in acque internazionali sono coordinate da Malta, oppure operano all’interno delle missioni Frontex basate a Malta, basta che dalla centrale di comando di questo paese non venga trasmesso un tempestivo ordine di intervento e le unità militari italiane, se non saranno coinvolte nelle operazioni fantasma di FRONTEX, resteranno a pattugliare le acque attorno a Lampedusa per curare la tranquillità dei bagni dei buoni leghisti in vacanza nella loro isola prediletta. Una ragione in più, questa ultima tragedia, per rivedere il riparto di competenze tra Italia e Malta nel Canale di Sicilia, anche perché Malta non ha ancora aderito agli ultimi emendamenti della Convenzione internazionale sul diritto del mare, e quindi in materia di soccorso a mare si ritiene vincolata a regole diverse da quelle che invece valgono per l’Italia.

I “pattugliamenti congiunti” di FRONTEX (che comprende solo unità aeronavali di paesi appartenenti all’Unione Europea) non vanno comunque confusi con i “pattugliamenti congiunti” italo- libici, frutto dei recenti accordi bilaterali tra questi due paesi, ma possono facilmente sovrapporsi e confondersi pur prevedendo diverse regole di ingaggio. Quello che è certo è che, a differenza degli anni passati, la vita dei migranti e l’accesso ad un “porto sicuro” (place of safety) dove è possibile fare valere una richiesta di asilo, non sono più priorità assolute. Non lo sono più per le autorità italiane, come confermano i respingimenti collettivi verso la Libia e non lo sono più neppure per le autorità maltesi, che in passato hanno negato persino l’evidenza per sottrarsi ai propri obblighi di accoglienza, rifiutando l’ormeggio a La Valletta o aiutando attivamente molte imbarcazioni cariche di migranti a proseguire pericolosamente verso la Sicilia. Le unità di FRONTEX nelle loro operazioni periodiche fanno base proprio a Malta e non è difficile pensare che anche loro, se operanti in zona SAR ( ricerca e soccorso) maltese, siano comunque sottoposte al “coordinamento” delle autorità maltesi. Con quali risultati non è solo questa ultima tragedia a testimoniarlo.

Di certo, e questo nessuno potrà smentirlo, se lo scorso anno nella fascia tra le 90 e le 60 miglia a sud di Lampedusa le unità militari italiane, soprattutto la Marina Militare e la Guardia Costiera avevano tratto in salvo decine di migliaia di persone poi ammesse in Italia alla procedura di asilo con esito in maggior parte favorevole, o che comunque avevano ottenuto uno status di protezione internazionale, come somali, sudanesi, eritrei, nigeriani, negli ultimi tre mesi, dopo l’entrata in vigore del Patto di amicizia italo-libico (e del protocollo operativo del 2007 che espressamente richiama), in quella stessa fascia di mare non si sono registrati casi di salvataggio, con successivo trasferimento in un porto italiano, ma numerosi casi di respingimento collettivo, vietato da tutte le Convenzioni internazionali e in particolare dal Protocollo n. 4 allegato alla Convenzione Europea a salvaguardia dei diritti dell’Uomo, Convenzione alla quale sia l’Italia che Malta sono soggette, anche quando si avvalgono della esternalizzazione delle pratiche di respingimento alle autorità libiche. Presto, appena sarà possibile raccogliere tutte le testimonianze ed individuare i parenti delle vittime, arriveranno le denunce alle Corti internazionali, ma è possibile che nessun giudice penale italiano ravvisi in tutto questo un comportamento illecito sanzionabile anche all’interno del nostro ordinamento?

di Fulvio Vassallo Paleologo, Università di Palermo

Alberto Fujimori, il capo che ordinava di non lasciare tracce


“Ho dovuto governare dall’inferno e non dal palazzo presidenziale, nessun presidente ha ricevuto un paese in uno stato peggiore di quello che ho ereditato io”.
Era il 1° di Aprile e Alberto Fujimori, tre volte presidente peruviano, cominciava così la sua difesa finale. Il processo del secolo è durato 15 mesi, 161 udienze, durante le quali l’ imputato ha dovuto rispondere delle stragi di Barrios Altos e la Cantuta e delle torture nei sotterranei dell’edificio dei servizi segreti. Un processo iniziato in realtà 17 anni fa, poi sospeso grazie alle leggi di autoamnistia che hanno fatto seguito all’autogolpe fujimoriano.
Il 7 Aprile la sentenza: 25 anni di carcere, per “i crimini di una politica di stato che si esprimeva nella violazione sistematica e generalizzata dei diritti umani”. Sentenza storica. Dovrebbe far riflettere tutti quelli che governano applicando la filosofia del crimine di stato per combattere ciò che, loro stessi, definiscono terrorismo. Tuttavia non aveva tutti i torti Fujimori riferendosi al periodo della sua prima elezione. Il Perù del 1990 era in ginocchio, Alan García, allora presidente - pupillo dell’internazionale socialista del tempo - aveva deciso di sfidare il mondo, dichiarando che non avrebbe pagato il debito pubblico peruviano. L’economia mondiale si era vendicata e il paese era in una crisi senza precedenti, con un’inflazione del 7000%, che vuol dire che il pane aveva un prezzo la mattina e uno, superiore, la sera. Ogni giorno. Due guerriglie controllavano settori rurali e periferie urbane, il Sendero Luminoso di Abimael Guzmán e l’Mrta (Movimento Revolucionario Tupac Amarú).
In questo scenario si erano svolte le elezioni presidenziali, il candidato destinato alla vittoria era lo scrittore Mario Vargas Llosa.
All’inizio Fujimori contava meno dell’ 1% nell’elettorato. Mentre Llosa parlava di uno shock economico per far riprendere il paese, Fujimori cianciava di “onore, tecnologia e lavoro”, si faceva ritrarre alla guida di un trattore e sfruttava il suo aspetto da cholo, ossia meticcio, amerindio, per far identificare gli strati più bassi della popolazione, aveva anche cambiato modo di parlare e di vestire. La doppia nazionalità (giapponese) gli dava un aspetto laborioso, high tech. Gli accademici cominciarono a parlare di un neo-populismo in America Latina. Ma il populismo in Perù è sempre stato latente in tutti i presidenti. Il partito populista peruviano, l’Apra (Alleanza popolare rivoluzionaria americana), fu fondato a metà degli anni ’20 da Haya de la Torre, ma gli fu impedita la vittoria elettorale per decenni e per molti anni fu dichiarato illegale. Revival e novità nel populismo fujimoriano: leader forte e dialogo diretto con il popolo - tipici del populismo storico - e imposizione delle politiche neoliberali. Simili i metodi, nuovi i fini. Fujimori vinse le elezioni grazie all’ appoggio di gruppi apostolici e alla campagna di discredito contro Vargas Llosa. Appena eletto scatena il così detto fujishock, che sembrava la copia dello shock proposto da Llosa e che tanto aveva criticato. Scende l’inflazione e la sua popolarità cresce. Comincia la guerra alle guerriglie e anche i casi di violazioni dei diritti umani. La notte del 3 novembre del 1991 una decina di paramilitari del gruppo Colina arrivano con due furgoni nel quartiere di Barrios Altos, nel centro di Lima, entrano in un edificio e sterminano, crivellandoli di colpi, 15 persone, incluso un bambino di otto anni: “il capo aveva ordinato di non lasciare tracce”. I furgoni sono proprietà dell’ intelligence dell’esercito e il capo altri non era se non Alberto Fujimori.

di Simone Bruno

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