mercoledì 2 settembre 2009

PRECARI DECIMATI: "Arrampichiamoci tutti"!


Oggi riaprono le scuole. Forse, non tutte, vedremo... Una sola cosa è sicura: ci saranno molti meno docenti e Ata (impiegati e bidelli) e tante classi sovraffollate in più. Difficile persino avere le cifre esatte. Vengono avanzate stime che oscillano tra i 42.000 e i 110.000 insegnanti in meno, da oggi (per gli Ata si va dai 10 ai 15.000). Tutte persone che da anni - in molti casi più di dieci - lavorano con contratti annuali di supplenza. Non stiamo parlando di «giovani» in attesa di trovare la propria strada nella vita, ma di persone spesso già oltre la metà della vita lavorativa media.
Una popolazione che, conoscendo tempi e movenze della politica, non ha neppure atteso il tradizionale suono della campanella per cominciare a organizzare proteste in tutta Italia. Le richieste - si veda l'intervento qui di fianco - sono chiare. Le ragioni in difesa di una scuola pubblica di qualità, anche. Forse proprio per questo il governo sembra procedere come un panzer verso lo smantellamento di un'istituzione incaricata di formare cittadini «in grado di leggere, scrivere e far di conto». Cento volte meglio avere sudditi ignoranti ipnotizzati dalle televisioni e una classe dirigente plasmata dalle scuole cattoliche o dalle università private.
Dappertutto, anche ieri, le proteste sono state «presidiate» da ingenti forze di polizia in assetto antisommossa. Una presenza sproporzionata e intimidatoria, a fronte di pacifiche insegnanti, maestre d'asilo, ecc. «Gli agenti non avevano un atteggiamento minaccioso - spiegano per esempio da Catania - ma certo erano così tanti che...». In questa città il sit-in si è trasformato in un corteo dopo che dal provveditorato era stato negato l'ingresso per svolgere un'assemblea.
A Napoli l'iniziativa più clamorosa della giornata. Una cinquantina di precari sono entrati nell'Ufficio scolastico provinciale (Usp, l'ex Provveditorato) nel mentre si stavano completando le procedure di nomina e di immissione in ruolo. Anche qui un numero esagerato di agenti ha cercato di far allontanare i manifestanti, che si sono trattenuti comunque fino alle 17, chiedendo un incontro con il prefetto. Lo stesso direttore dell'ufficio ha espresso comprensione per la protesta, escludendo qualsiasi ipotesi di denuncia nei confronti degli insegnanti. A Benevento, dove da sabato sette docenti - tutte donne - si sono issate sul tetto del Usp, si è avuta una grande manifestazione di solidarietà da parte di altri lavoratori della scuola, famiglie, ecc. Lo striscione agganciato alla balaustra - «Arrampichiamoci tutti» - è già diventato un'indicazione per il movimento di lotta raccolto nel Comitato precari della scuola. Oggi si replica dove già ci si è mossi, mentre entra in gioco anche il «grosso». A Milano è annunciato un presidio sotto l'Usp, con tanto di incatenamento simbolico. Altre iniziative prenderanno corpo in Sardegna. a Bergamo e in cento altre città.
Dal ministero nessun segnale. Non si dice di un'eventuale «retromarcia«, ma persino di instaurare una qualche forma di confronto con i precari e sindacati. Tra questi, peraltro, soltato quelli «di base» (RdB-Cub, Cobas, Sdl) e la Flc Cgil si sono immediatamente schierati al fianco dei precari. «Finora - denuncia Mimmo Pantaleo, segretario dell'Flc - non ci sono state risposte concrete da parte del ministro Gelmini, che invece si diletta a parlar d'altro».
Tra le risposte «concrete», sul fronte governativo (e non solo, purtroppo) viene dato un qualche credito ai cosiddetti «contratti di disponibilità». I precari ne parlano malissimo perché li vedono come una sorta di job on call su scala nazionale («uno scambio tra un minimo di salario e un massimo di sfruttamento»). Ma anche perché hanno imparato a diffidare di questo governo quando giura d'aver introdotto e finanziato «nuovi ammortizzatori sociali» di cui i diretti interessati, di solito, non riescono a vedere gli effetti pratici. Per esempio, denunciano da più parti, «non riceviamo più lo stipendio dal 30 giugno (data di scadenza delle supplenze annuali, ndr), ma l'Inps non ha spedito finora nessuna indennità di disoccupazione». Ovvero un ammortizzatore già regolato da leggi esistenti - un diritto, insomma - non un'idea ancor vaga.

di Francesco Piccioni

Carcere di Ganfuda, a Bengasi, le prove (15 foto) di un massacro quotidiano e sistematico


Adesso abbiamo le prove. Sono quindici foto in bassa definizione. Scattate con un telefono cellulare e sfuggite alla censura della polizia libica con la velocità di un mms. Ritraggono uomini feriti da armi di taglio. Sono cittadini somali detenuti nel carcere di Ganfuda, a Bengasi, arrestati lungo la rotta che dal deserto libico porta dritto a Lampedusa. Si vedono le cicatrici sulle braccia, le ferite ancora aperte sulle gambe, le garze sulla schiena, e i tagli sulla testa. I vestiti sono ancora macchiati di sangue. E dire che lo scorso 11 agosto, quando il sito in lingua somala Shabelle aveva parlato per primo di una strage commessa dalla polizia libica a Bengasi, l'ambasciatore libico a Mogadiscio, Ciise Rabiic Canshuur, aveva prontamente smentito la notizia. Stavolta, smentire queste foto sarà un po' più difficile.
A pubblicarle per primo sulla rete è stato il sito Shabelle. E oggi l'osservatorio Fortress Europe le rilancia in Italia. Secondo un testimone oculare, con cui abbiamo parlato telefonicamente, ma di cui non possiamo svelare l'identità per motivi di sicurezza, i feriti sarebbero almeno una cinquantina, in maggior parte somali, ma anche eritrei. Nessuno di loro però è stato ricoverato in ospedale. Sono ancora rinchiusi nelle celle del campo di detenzione. A venti giorni dalla rivolta.

Tutto è scoppiato la sera del 9 agosto, quando 300 detenuti, in maggioranza somali, hanno assaltato il cancello, forzando il cordone di polizia, per scavalcare e fuggire. La repressione degli agenti libici è stata fortissima. Armati di manganelli e coltelli hanno affrontato i rivoltosi menando alla cieca. Alla fine degli scontri i morti sono stati sei. Ma il numero delle vittime potrebbe essere destinato a salire, visto che ancora non si conosce la sorte di un'altra decina di somali che mancano all'appello.
Il campo di Ganfuda si trova a una decina di chilometri dalla città di Bengasi. Vi sono detenute circa 500 persone, in maggior parte somali, insieme a un gruppo di eritrei, alcuni nigeriani e maliani. Sono tutti stati arrestati nella regione di Ijdabiyah e Benghazi, durante le retate in città. L'accusa è di essere potenziali candidati alla traversata del Mediterraneo. Molti di loro sono dietro le sbarre da oltre sei mesi. C’è chi è dentro da un anno. Nessuno di loro è mai stato processato davanti a un giudice. Ci sono persone ammalate di scabbia, dermatiti e malattie respiratorie. Dal carcere si esce soltanto con la corruzione, ma i poliziotti chiedono 1.000 dollari a testa. Le condizioni di detenzione sono pessime. Nelle celle di cinque metri per sei sono rinchiuse fino a 60 persone, tenute a pane e acqua. Dormono per terra, non ci sono materassi. E ogni giorno sono sottoposti a umiliazioni e vessazioni da parte della polizia.

Sull'intera vicenda, i deputati Radicali hanno depositata lo scorso 18 agosto un'interrogazioneurgente al Presidente del Consiglio e al Ministro degli Esteri, chiedendo se l'Italia “non ritenga essenziale, anche alla luce e in attesa della verifica dei fatti sopraesposti, garantire che i richiedenti asilo di nazionalità somala non siano più respinti in Libia”. Probabilmente la risposta all'interrogazione tarderà a venire in sede parlamentare. Ma nella realtà dei fatti una risposta c'è già. E il respingimento dei 75 somali di ieri ne è la triste conferma.

Siamo finalmente riusciti a parlare telefonicamente con uno di loro. A bordo erano tutti somali, ci ha detto. E avevano chiesto ai militari italiani di non riportarli indietro, perché volevano chiedere asilo. Inutile. In questo momento, mentre voi leggete, si trovano nel centro di detenzione di Zuwarah. Da quando sono sbarcati, ieri alle tredici, non hanno ancora ricevuto niente da mangiare. Né hanno potuto incontrare gli operatori dell'Alto commissariato delle Nazioni Unite di Tripoli. Li hanno rinchiusi in un'unica cella, tutti e 75, comprese le donne e i bambini. Nessuno di loro ha idea di quale sarà la loro sorte. Ma nessuno si azzardi a criticare l'Italia per la politica dei respingimenti o per l'accordo con la Libia. Tanto meno l'Unione europea e i suoi portavoce...

La stagione del pomodoro nel Sud Italia, una stagione all'inferno



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Schiavitù nella terra di Giuseppe Di Vittorio


Nelle roventi terre di confine tra Basilicata e Puglia la campagna del pomodoro comincia ad ingranare: si rivedono i “caporali” e pure i morti. A Genzano di Lucania, nella giornata di Venerdì, è deceduto un lavoratore rumeno: ferito gravemente dal ribaltamento del trattore che guidava, così è stato detto alla stampa dagli inquirenti, è stato caricato da qualche scagnozzo del padrone ed abbandonato come un pacco davanti al pronto soccorso di Poggio Orsini, provincia di Foggia. Maleducazione post-moderna?

A Lavello, invece, per un frontale sulla “Bradanica” - scontro con un autoarticolato - sono morti sul colpo due immigrati (altri due sono rimasti feriti) del Burkina Faso, diretti da Brescia (dove svolgevano il mestiere di metalmeccanici) nei campi del foggiano. Imprudenza alla guida. Nulla sembra essere cambiato da quando un anno fa, il 29 Agosto 2008, Bance Momini, lavoratore del Burkina, morì nelle campagne di Gaudiano di Lavello “colpito da un fulmine”. Sfortuna?

Ma non è solo “cattiva sorte”: ci sono anche situazioni di “pericolo imminente”, fortunatamente senza conseguenze letali ma dai risvolti tragicomici. Come quanto successo il 25 Agosto nelle campagne di Venosa, sempre per la raccolta del pomodoro, dove i lavoratori immigrati del Burkina Faso (molti dei quali provvisti di permesso di soggiorno), soggiornanti in casolari abbandonati ed in condizioni inumane, sono stati minacciati dal proprietario dell’agriturismo adiacente a colpi di fucile per aria. Sporta la denuncia, casolare chiuso. Si dorme per strada?
Bandite le quisquilie che poco importano ai capitalisti, torniamo alle ormai classicheggianti considerazioni politiche e statistiche, per la verità di un qualche interesse per noi altri:

1- stando ad alcune fonti istituzionali lucane sarebbero alcune migliaia gli immigrati regolari che sono in viaggio dal Nord verso Sud: una novità, in parte ascrivibile alla crisi industriale che coinvolge le opulenti realtà padronali settentrionali, in parte - forse - per via di un clima sociale che si sta facendo sempre più pesante nelle regioni della pianura padana;

2- tenendo conto del rapportoUna stagione all’inferno. Rapporto sulla condizione degli immigrati impiegati in agricoltura nelle regioni del Sud Italia”, (clicca qui per il PDF) presentato da Medici Senza Frontiere (MSF) a Roma il 30 Gennaio 2008 e riferito al 2007 - ma i dati sono sicuramente confrontabili con quelli attuali non essendo intervenute, nel frattempo, restrizioni giuridiche nella pratica neoschiavista e strette ispettive degne di nota - dalle interviste fatte si evince come nove immigrati su dieci lavorano in nero, che l’orario di lavoro parte alle 4.30 del mattino per una media di otto/dieci ore nei campi, che il salario orario lordo è compreso dai 3 ai 5 euro (da cui però va sottratta una quota - anche consistente - che il caporale, il luogotenente del padrone schiavista, tiene per sé), che ci si ammala “per via delle durissime condizioni di vita e lavoro” cui si è costretti (“le patologie riscontrate sono principalmente osteomuscolari, a queste si aggiungono malattie dermatologiche, respiratorie e gastroenteriche”), che il 71% è sprovvisto di tessera sanitaria, che si tratta in maggioranza di “uomini giovani provenienti da paesi dell’Africa sub-sahariana, del Maghreb o dell’Est Europa”, che il 90% non ha “alcun contratto di lavoro”, che “il 65% degli immigrati vive in strutture abbandonate, che il 62% non dispone di servizi igienici nel luogo in cui vive, che il 64% non ha accesso all'acqua corrente e deve percorrere distanze considerevoli per raggiungere il punto d'acqua più vicino.

Basta tutto questo per sfatare il mito della gente lucana che non vuole fare più “certi tipi di lavoro”. E’ chiaro: è senz’altro presente una forte componente legata alla legittima aspirazione di ciascuno a trovare un ambito di lavoro afferente al proprio percorso formativo medio-alto, ma trascurare i dati sopra esposti, degradare il lavoro nero a "dettaglio", considerare residuale uno sfruttamento sul lavoro che invece è capillare per lamentare sempre la scarsa voglia del meridionale a faticare - cosa peraltro storicamente e antropologicamente non vera - assomiglia molto all'atteggiamento di chi fiancheggia certi comportamenti mafiosi. A più riprese si sono sentite proposte - avanzate anche da autorevoli esponenti di Confagricoltura Basilicata – secondo cui “il lavoro agricolo ha uno scarso appeal” (sic) e che “sarebbe il caso di espellere dalle liste degli uffici di collocamento quelle persone che rifiutano un’occupazione”. Curioso, anche perché non si capisce per quale motivo quelli che secondo Confagricoltura vogliono lavorare, gli immigrati, sono per la gran parte in nero o sottopagati. Due pesi e due misure a seconda del colore della pelle o profitto puro? Una mano lava l’altra;

3- si riscontra l’assenza cosciente delle Istituzioni nell’adozione di tutte quelle misure tese a garantire standard minimi di accoglienza. Garanzie che, ovviamente, dovrebbero essere un mix positivo di protezione della componente diretta del salario (moltiplicazione delle ispezioni, arresti di padroni schiavisti e caporali anche in funzione deterrente, terreni sottratti alla mafia del pomodoro e consegnati ai lavoratori sotto forma di cooperative), di quella indiretta (accesso gratuito alla sanità, abbattimento dei costi d’affitto nei tanti paesi ormai vuoti della Basilicata – favorendo così anche processi di integrazione sociale) e di quella differita (contributi previdenziali, trattamento di fine rapporto, ecc.), non di certo un toccasana per i padroni.

Un esempio di quello che stiamo dicendo? Il campo di Palazzo San Gervasio (Potenza) - detto anche “centro di accoglienza” sebbene ancora privo dei servizi minimi igienici e sanitari, acqua calda, ecc.., che nel periodo della raccolta del pomodoro scoppia di richieste - è il regalo che le Istituzioni fanno al malaffare, prendendo dalle tasse dei lavoratori (immigrati e non) ciò che invece dovrebbe essere sborsato dai padroni.

Ecco allora un altro esempio di come funziona la politica in Basilicata: al profitto ci penso io che all’assistenza ci pensa…la Giunta Regionale De Filippo. Come si vede, non di solo Campus tecnologico (14 milioni di euro regalati alla FIAT per la costruzione dell’avveniristico centro studi) è provvista l’(ex) Margherita della Basilicata. Di petali, i padroni, da queste parti ne scartano quanti ne vogliono.

di Francesco Fumarola

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