giovedì 3 settembre 2009

"I fascistelli che aggrediscono un ragazzo gay stanno difendendo la nostra identità. Il nostro onore. Ci stanno difendendo, Dio ci aiuti"


Un mio amico gay (sapete la frase: "Non ho niente contro l'omosessualità, ho anche un amico gay") mi dice che non sa bene che cosa voglia dire questa recrudescenza di odio e violenze omofobe, e nemmeno quanto sia reale.

Può darsi, dice, che la differenza principale stia nella reazione: oggi non siamo più disposti a passarle sotto silenzio e a lasciarle impunite. La violenza omofoba non si è mai fermata. Può darsi, dice, che l'incattivimento generale del nostro tempo la irriti di più: dopotutto, gli omosessuali sono da sempre lì a fare da bersaglio, loro e gli altri diversi per eccellenza, votati a far da capri espiatori, ebrei, zingari. Roma poi, dice, è la magnifica città d'elezione delle discriminazioni e dei razzismi. I fascistelli (grazioso diminutivo, quasi vezzeggiativo, come Svastichella) si trovano il piatto servito al giorno d'oggi: c'è la Gay Street, si va a tirare un paio di bombe, poi quando ti inseguono si tira fuori una pistola (una pistola intera, non una pistolella) e si torna al calduccio del proprio covo. Il mio amico vive in una grande città del centro in cui l'ultima aggressione a gay, peraltro fortuita, risale, dice, a due anni fa. Poi si scusa di dover chiudere la telefonata: sta uscendo per andare a una manifestazione contro la violenza omofoba.

Non mi accontenta la sua opinione, dubbiosa del resto. Non che sia un'opinione ottimista, al contrario. Vuol dire che l'odio contro i gay non ha mai conosciuto tregua, e non ne conoscerà per molto tempo ancora. Non mi convince l'idea della continuità. Mi pare che tutti i fenomeni del peggiore arcaismo e patriarcalismo, a cominciare dagli ammazzamenti di donne, abbiano un carattere modernissimo, siano insieme avanzi di passato e sintomi del mondo nuovo. Il futuro ha un cuore antico, diceva un bel titolo di Carlo Levi (che lo trovava uguale a se stesso, quel cuore, in Lucania o in Unione Sovietica). Si può anche paventare un futuro che non abbia più un cuore, ma ce l'abbia decrepito. Gli assalti premeditati ai luoghi conviviali gay, o la coltellata improvvisata a un angolo di strada - secondata o ignorata dalla viltà degli astanti - sono fortunosamente coincisi con la decisione di "gridare al mondo" - ha scritto così D'Avanzo - che "il direttore del giornale della Conferenza episcopale è un frocio!". Coincidenza che complica già le cose.

E a complicarle ulteriormente sta l'intreccio fra la posizione assunta dalla Chiesa in questo frangente, la posizione ufficiale e tradizionale della Chiesa sull'omosessualità, e lo speciale riparo di fatto offerto dalla Chiesa all'omosessualità (e, altra questione, alla cosiddetta pedofilia). Non è facilissimo tenere assieme il rigoroso e sdegnato ripudio dell'invadenza nella vita privata delle persone e la condanna delle loro private vocazioni sessuali. Le oscillazioni di questi giorni (ancora lievi, peraltro) nell'atteggiamento della gerarchia cattolica, spiegate acutamente dagli esperti con le diverse linee politiche concorrenti, sono anche in qualche misura legate a quella contraddizione. (Bisognava alla Chiesa esser prudente, ammoniva Messori ieri sul Corriere, e destinare il sospettato di gusti diversi ad altri incarichi). La stessa giudiziosa (a volte troppo) distinzione che la Chiesa ribadisce tra peccato e peccatore, non basta a trovare un equilibrio: oscillando a sua volta fra un'estrema indulgenza (credi forte, e pecca pure più forte ancora, magari a pagamento) e una colpevolizzazione devastante.

Alfredo Ormando venne dalla Sicilia in piazza San Pietro per darsi fuoco il 22 gennaio 1998. Un "atto inconsulto": come no. Lo aveva scritto lui stesso, qualche giorno prima, a Natale. "Vivo con la consapevolezza di chi sta per lasciare la vita terrena e ciò non mi fa orrore, anzi!, non vedo l'ora di porre fine ai miei giorni; penseranno che sia un pazzo perché ho deciso Piazza San Pietro per darmi fuoco, mentre potevo farlo anche a Palermo". Un atto "innaturale", per definizione: che a lui sembrò il più naturale degli atti: "Spero che capiranno il messaggio che voglio dare; è una forma di protesta contro la Chiesa che demonizza l'omosessualità, demonizzando nel contempo la natura, perché l'omosessualità è sua figlia".

Questione complicata, e insieme semplice fino all'imbarazzo. "Noi eterosessuali" dobbiamo pur pensarne qualcosa. Se non altro, per decidere se stiamo o no uscendo anche noi per andare a manifestare. Una volta, quando eravamo di sinistra e c'era la sinistra (di sinistra siamo ancora, molti di noi, la sinistra però non c'è più, o quasi), ci dicevamo che virilismo e omofobia sono connotati decisivi dei fascismi - magari per mascherare o rimuovere un'omofilia temuta - e dunque battersi per i diritti di gay e lesbiche era un capitolo del dovere antifascista. Oggi la correttezza politica dà così per ovvia la tolleranza nei confronti delle diverse predilezioni sessuali che la questione è pressoché accantonata. Le aggressioni contro i gay si moltiplicano, i gay rispondono, le autorità, per lo più maschie, hanno il gay village e la gay street cui far visita con le telecamere. E così via. A ciascuno il suo.

Agli eterosessuali maschi la loro normalità, spinta ogni tanto all'eccesso colposo di legittima difesa consistente nell'ammazzare moglie e figli, ex fidanzata o prostituta ignota dell'est, e poi tentare, quasi sempre fallendo, il suicidio. Sono dell'altroieri i dati aggiornati sugli omicidi in Italia. Quelli in famiglia hanno il primo posto e superano nettamente gli ammazzamenti di mafia: quanto alle vittime, sono per il 70 per cento donne. Fine della digressione sulla normalità eterosessuale. Torniamo alla violenza omofoba e alla sua eventuale modernità.

Sono persuaso che al fondo della questione dell'immigrazione straniera stia il fantasma della sessualità, lo spettro che si aggira per l'Europa e, più inaspettato e improvviso, in Italia. Evocato, del resto, dalla repellente ingenuità razzista, così facile a tradirsi. Frasi come "vengono a portarci via il lavoro" sono già meno frequenti di quelle: "Vengono a violentarci le donne". Non è vero che ci portino via il lavoro, come spiega la Banca d'Italia, né che ci portino via le donne, come spiegano le statistiche criminali. Gli italiani furono giustamente commossi e sdegnati dall'orribile violenza omicida di Tor di Quinto. Non hanno tratto abbastanza dalla lezione della strage netturbina di Erba. Gli immigrati arrivano alle nostre spiagge, provvisoriamente esanimi, come le avanguardie di un mondo povero e spaventosamente giovane e prolifico. Sono lo specchio rovesciato della nostra senescenza e della nostra demografia azzerata. Un tempo l'omosessualità era dannata come un peccato contro la specie e l'imperativo della riproduzione. Oggi non si può più trattare del "disordine sessuale" come di un attentato alla natalità, non esplicitamente. Ma sentirlo come un tradimento della famosa identità, l'indizio più scoperto della resa effeminata dell'invaso all'invasore, una quinta colonna del mondo povero e giovane e famelico che preme per cancellare i confini, questo può succedere, succede. Come sempre i razzisti, consapevoli o no - come i nazisti, che facevano di nascosto lo sporco lavoro aspettandosi il riconoscimento dell'umanità a venire - i fascistelli che aggrediscono un ragazzo gay stanno difendendo la nostra identità. Il nostro onore. Ci stanno difendendo, Dio ci aiuti.

di ADRIANO SOFRI

Le pesanti cariche della polizia contro i precari alla Mostra del Cinema di Venezia


Era dagli anni Sessanta che non si vedevano cariche della polizia alla Mostra
del Cinema di Venezia. Oggi pomeriggio, quando un gruppo di precari e attivisti
di Global Beach ha tentato di entrare all'Hotel Des Bains, uno dei luoghi
simbolici della Mostra e del Lido stesso, per tenere una conferenza stampa, è
stato accolto da pesantissime cariche.
Ieri, Global Beach aveva aperto con una
partecipa assemblea che riuniva diverse esperienze di lotta del precariato
culturale, dello spettacolo e gli studenti dell'Onda.
E' nel contesto di una Mostra del cinema militarizzata come non mai (nemmeno dopo l'11settembre), che il ministro Bondi e gli esponenti del governo sfilano al costo di far manganellare i precari della cultura, quelli stessi che garantiscono l'apertura della Biennale e che sono strozzati nel meccanismo delle agenzie interinali.
Un governo che ai tagli sulla cultura e sull'università, associa oggi, in un
momento in cui lotte e vertenze si moltiplicano, la violenza della polizia che
oggi ha colpito al Lido.
Le cariche sono state violente, non certo volte a
disperdere, ma a fare male. Ai molti contusi si aggiungono uno studente con
tagli alla testa e una giovane ragazza con una ferita aperta alla spalla.

Nonostante ciò, un gruppo di attivisti di Global Beach e di attori e precari
dello spettacolo del Movem, è riuscito a portare la nostra voce fin sul Red
Carpet, disturbando e contestando i rappresentanti del governo.
Il comune di Venezia ha immediatamente preso posizione condannando le pesanti cariche della polizia.

di Orsola Casagrande

La protesta dei precari, una pandemia


A macchia di leopardo, ma con la velocità di una pandemia. La protesta dei precari della scuola docenti e personale tecnico contro i tagli di cattedre e posti decisi dal governo sta montando con il passare dei giorni e le prime verifiche. Dal primo settembre, infatti, è iniziata la riffa che come ogni anno chiama una marea di aspiranti supplenti (alcuni in questa posizione da più di 20 anni) per vedere se c’è un posto disponibile da qualche parte, nella propria provincia o altrove. Il teatro può cambiare - una scuola a Roma, un palasport a Firenze, ecc. - ma la scena è la stessa. Avvilente già nella scenografia.
Le docenti arrampicatesi sul tetto dell’ufficio scolastico provinciale di Benevento sono ormai dopo soli tre giorni delle stelle di prima grandezza in questo firmamento. E i politici fanno a gara per salire su quel tetto e farsi fotografare con loro. Prima il beneventano Viespoli, poi il segretario del Pd Franceschini. Identico l’intento. Al punto che ieri hanno accolto l’ultimo visitatore con uno striscione eloquente: «Cari politici, turni di notte, non passerelle!».
Ma Catania, Palermo, Cagliari, Padova, Milano, Roma, Torino, ecc, offrono un quadro anche più mosso. In qualche caso simbolo dei presìdi sono diventate le catene (Palermo e Milano, dove hanno portato la propria solidarietà ed esperienza anche gli operai dell’Innse), in altri le mutande, per illustrare sinteticamente le condizioni economiche in cui sono state precipitate decine di migliaia di famiglie.
Ma non viene sottolineato solo l’aspetto occupazionale. L’espulsione di oltre 42.000 docenti e 15.000 Ata, infatti, non è dovuta a una diminuzione delle iscrizioni, ma al combinato disposto di diverse linee di intervento accomunate dall’unico scopo ufficiale del «risparmio». Quello non dichiarato, ci spiegano, è «la distruzione della scuola pubblica per favorire quella privata».
Come fanno? Semplice: a) si riducono gli orari di lezione; b) si «abilitano» i docenti a insegnare più materie; c) si aumenta il numero degli studenti per classe (fino a 33-34, violando ogni buona pratica in materia di didattica e sicurezza); d) imponendo il «maestro unico» alle elementari.
A fronte di un problema sociale e didattico enorme, il governo prova a dividere il fronte proponendo i «contratti di disponibilità», una sorta di ammortizzatore sociale vincolato però alla totale soggezione individuale del precario. Stamattina, al ministero dell’istruzione, si terrà un «tavolo tecnico» con alcuni sindacati per vedere di concretizzare questa misura. Fuori, su viale Trastevere, i coordinamenti dei precari e i sindacati aderenti al «patto di base» (Cobas, RdB-Cub e Sdl) terranno un sit-in per chiedere invece la «stabilizzazione» progressiva delle centinaia di migliaia di precari che da molti anni sono la vera stampella su cui regge il normale funzionamento della scuola pubblica.

di Francesco Piccioni

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