domenica 13 settembre 2009

La verità che raffiora dalle profondità dei fondali marini al largo della costa di Cetraro


Fino a ieri si trattava solo di supposizioni. Di storie avvolte da un alone di mistero, più somiglianti a una leggenda urbana che alla realtà. Oggi, grazie al lavoro svolto dal procuratore di Paola Bruno Giordano, la situazione potrebbe capovolgersi e la verità forse riaffiorare dalle profondità dei fondali marini dove era precipitata negli anni Ottanta e Novanta, insieme al suo carico di morte.


Ad aprire nuovi scenari nelle inchieste sulle cosiddette “navi a perdere” – navi carretta che giacerebbero nei fondali del Mediterraneo - la scoperta di un relitto al largo della costa di Cetraro, nel Tirreno Cosentino. In uno di quei tratti di mare su cui si era concentrata l’attenzione degli investigatori nel 2007, quando un notevole quantitativo di metalli pesanti era stato rilevato nel pescato.
I nuovi elementi emersi in questi giorni non sono facili da gestire, ha commentato lo stesso procuratore Giordano, perché il sospetto è che il mercantile rintracciato dalle apparecchiature dell’Arpacal – l’agenzia ambientale della Regione - sia il Cunsky. L’imbarcazione di cui aveva parlato il pentito di ‘Ndrangheta Francesco Fonti, spiegando che fu fatta affondare nel 1992 con a bordo 120 fusti contenenti scorie radioattive secondo un accordo siglato tra la cosca capeggiata da Franco Muto, le ‘ndrine della locride e oscuri faccendieri.
A rendere plausibile l’ipotesi, un profondo squarcio nella prua da cui fuoriescono due fusti schiacciati, almeno per come rilevato dal robot sottomarino della Copernaut Franca di Vibo Valentia, messo a disposizione dalla Regione Calabria e calato a 483 metri di profondità. Uno squarcio che risulterebbe compatibile con il racconto del collaboratore di giustizia secondo il quale l’imbarcazione affondò in seguito allo scoppio di un esplosivo che fu fatto brillare proprio a prua.
Per il momento decifrare il nome dell’imbarcazione, lunga circa 100 metri e costruita sicuramente dopo la seconda guerra mondiale, è impresa impossibile e unico elemento certo è che il relitto non figura in nessuna carta nautica e che quindi mai prima d’ora era stato segnalato. L’imbarcazione, spiega Giordano, risale “agli anni ’60 o ’70 e il suo ritrovamento “costituisce un grosso successo per tutti perché comincia a squarciarsi un velo”. E questo è “un forte punto di partenza”.

Rifiuti tossici: il grande business delle ‘ndrine
Francesco Fonti – ex trafficante di stupefacenti, ex uomo d’onore di San Luca, pentito dal 1995 - è stato il primo a parlare delle navi a perdere che venivano affondate con la dinamite. E da subito ha definito i rifiuti tossici il grande business della ‘Ndrangheta, cosa che il procuratore aggiunto della Dna Vincenzo Macrì oggi conferma: “Dov’è la sorpresa?” – si chiede -. Che la mafia calabrese si è sempre occupata di rifiuti speciali con i quali si è arricchita e internazionalizzata “lo sappiamo da anni”. Anche se nei casi citati da Fonti, come in altri, difficile è trovare i siti in cui i rifiuti sono stati nascosti perché finora “nessun collaboratore di giustizia li ha mai saputi indicare con precisione”. “Forse – continua Macrì - se il rinvenimento di ieri viene confermato per quello che è, siamo davanti ad una prima volta, molto importante. Una scoperta fondamentale per ricostruire il passato”. Quello su cui molti magistrati, prima del pm Giordano, avevano già indagato sin dal 1994, sfiorando anche l’omicidio in Somalia della giornalista di Rai3 Ilaria Alpi e dell’operatore Miran Hrovatin.
Indagini che non erano approdate a nulla perché mancava la prova regina: quella nave affondata di cui Francesco Fonti avrebbe iniziato a parlare nel 2006.

Fonti rivela: forse una trentina le imbarcazioni affondate
Ora ad inquietare sono però le altre dichiarazioni del collaboratore. Il quale ha raccontato di essere a conoscenza diretta dell’affondamento di altre due navi e indiretta di una trentina di imbarcazioni fatte sparire al largo delle coste calabresi.


Dove potrebbero essere quei relitti se lo chiedono in tanti e tra questi l’assessore regionale all'Ambiente Silvio Greco che si rivolge allo Stato chiedendo “che vengano messi in campo tutti i mezzi necessari ad assicurare la difesa della salute dei cittadini calabresi e dell´ecosistema marino”.
Anche se per alcuni di loro è già troppo tardi visto l’aumento di casi di tumore attorno al torrente Oliva, nel comune di Serra d’Aiello dove potrebbero essere finiti i veleni caricati su un’altra nave a perdere utilizzata dai trafficanti di rifiuti: la Jolly Rosso. Anche su questo è intervenuto il pm Giordano. “Sono molto preoccupato per quella radioattività che l'Arpacal e i Vigili del Fuoco hanno rilevato con i loro strumenti nella cava vicino al torrente Oliva”, ha dichiarato, ma finora, da Roma non si è ancora mosso nessuno. Il procuratore di Paola in riferimento alle ultime scoperte ha proseguito: "Se manca la collaborazione esterna siamo perduti". "Noi partiamo da un dato oggettivo: quella ritrovata è una nave clandestina che ufficialmente non è mai naufragata. l'ipotesi concreta è che sia stata fatta affondare per farla sparire insieme al suo carico. Il resto è affidato alla collaborazione dello Stato. Se questo non avviene il problema sarà di difficile soluzione". Attualmente la procura di Paola dispone di soli due magistrati, uno dei quali sarà trasferito a giorni alla Procura generale di Catanzaro mentre al suo posto subentrerà un magistrato che non ha mai fatto il pm. E al problema dell’organico se ne aggiunge un altro: se a bordo della nave sarà riscontrata la presenza di materiale radioattivo "sarà necessario utilizzare attrezzature particolari che certamente noi non abbiamo. Ci vorrà tempo e soldi. Noi andiamo avanti con la politica dei piccoli passi. Staremo a vedere".


di Monica Centofante

Roberto Saviano racconta Marcianise e il riscatto dei ragazzi del Sud


QUI AL FORUM di Assago tutto il chiasso della politica e degli scandali sembra star lontano. Qui sembra essere un'altra dimensione. Qui ci sono i campionati del mondo di boxe. E ora siamo Campioni del mondo. Due pugili, uno di Marcianise, l'altro di Cinisello Balsamo (ma di genitori lucani) sembrano aver risollevato con le loro mani la dignità e l'onore di un paese. Nello spazio del ring, in uno stadio semivuoto di periferia, Domenico Valentino e Roberto Cammarelle, campioni del mondo peso leggero il primo e supermassimo il secondo, hanno mostrato che disciplina, lavoro, impegno e una ossessiva passione possono portare ai massimi traguardi.

Anni passati a modellare il sacco, a guardarti allo specchio, a disciplinare te stesso, "Sono anni che non vedo mai la notte, vado a dormire di sera, alle 22 al massimo", dice il campione del mondo Domenico Valentino, il re di Marcianise, il più forte peso leggero in circolazione in questo momento. Il più elegante e dinamico che abbia mai visto in vita mia. Veloce, tecnico, non dà tregua all'avversario. La sua strategia è semplice: "Tocca e fuggi, tocca e fuggi". Per campare anni fa faceva il parrucchiere per donne poi ha iniziato ad allenarsi a Marcianise, capitale della boxe dilettanti, e ha scoperto di essere un pugile.

Marcianise, poco più di quarantamila abitanti, è una delle capitali mondiali del pugilato, senza dubbio la capitale italiana. Ci sono tre palestre gratuite dove i ragazzi di tutto il Casertano vanno a tirare al sacco. Domenico Valentino è cresciuto nella palestra Medaglie d'oro, allenato da Raffaele Munno. Domenico, ma tutti lo chiamano Mirko. È il nome che la madre aveva scelto, solo che per rispetto verso il suocero gli ha poi messo il nome del nonno. Ma dopo aver pagato il debito all'anagrafe, l'ha subito chiamato Mirko. E Marcianise è da sempre il vivaio storico dei pugili in Italia.

Tutto ha origine dalla guerra. Dall'ultima guerra. Qui gli americani stanziati in Campania chiamavano come sparring partner i carpentieri e bufalari della zona, che si misuravano con i marines per un paio di dollari. E dopo esser riusciti a batterne parecchi, continuarono a combattere e misero su palestre e cominciarono a insegnare ai ragazzi del posto. Valentino è poliziotto, come Roberto Cammarelle e come la maggior parte degli atleti italiani, come la maggior parte dei giovani che si dedicano a sport per cui è sempre più difficile trovare sponsor. Invece la Polizia li arruola e ci crede.

Senza le Fiamme Oro non esisterebbe il pugilato dilettantistico. Quindi non esisterebbe più la boxe in Italia. Domenico Valentino in finale si è scontrato contro il pugile portoricano Pedraza che ha iniziato il combattimento chiuso come una persiana blindata. La sua guardia quasi gli impediva di guardare dinanzi a sé. Il primo round si è chiuso 1-1, la seconda ripresa invece si è aperta inaspettata perché Pedraza è riuscito a mettere a segno due punti colpendo il marcianisano; ma Mirko Valentino neanche se n'è accorto e ha cominciato a lavorare di gambe lanciando saette precise e schivando, spesso abbassandosi sulle ginocchia, i colpi del caraibico.

Valentino ha portato 20 colpi e l'altro uno solo, il match è rimasto in bilico fino al 6-4, poi Mirko ha piazzato due destri ed è stata medaglia d'oro. Roberto Cammarelle era carico come mai nella sua vita. Persino più che alle Olimpiadi. Quando sale sul ring questo gigante di cento chili per un metro e novanta, tutto intorno sembra minuscolo. Tutti lo danno già per vincitore: un oro olimpico, due trionfi mondiali, due bronzi e due argenti europei.

Il supermassimo di Cinisello è l'idolo di Assago. Contro l'ucraino Kapitonenko che sembrava assai più forte di quanto le voci lo raccontavano. Cammarelle al primo round è in difficoltà trovando di fronte un avversario veloce, ma poi, come sempre, trova la chiave giusta e già al secondo round sono sul 6-4, e con un gancio destro e un diretto sinistro manda quasi giù l'ucraino.

Nel terzo round Cammarelle ha dimostrato tutta la disciplina che contraddistingue la sua tecnica: non ha umiliato Kapitonenko che per i colpi subiti evidentemente aveva dei giramenti di testa. E così l'oro atteso è arrivato. E sono lì sugli spalti moltissimi immigrati del sud.

Cammarelle è di Cinisello Balsamo, ma il suo sangue è di Rionero in Vulture, cittadella lucana che da sempre subisce l'emorragia dell'emigrazione. La terra di Giustino Fortunato, uno dei più illuminati pensatori meridionalisti della storia. Da lì vengono quelli che stanno ai lati del ring a spronarlo. Solo loro ad esserci e non i colleghi atleti. Solo loro: i marcianisani arrivati con un pulmann, i moltissimi di Cinisello e i lucani di mezza Lombardia. Gli altri atleti italiani non hanno assistito alle finali. E Cammarelle e Valentino soffrono per questo. Valentino dice: "Non ci posso credere, eravamo una famiglia e ora? Cos'è? Invidia, cattiveria? Perché ci hanno lasciati soli gli altri atleti?".

In questa fase talmente complicata per l'immagine dell'Italia lo sport sembra tracciare una strada. E lo fa la boxe, perché non c'è impresa migliore di quella realizzata con le proprie mani. E i pugili concordano con questa frase di Omero. La boxe è rabbia disciplinata, forza strutturata, sudore organizzato, sfida di testa e muscoli. Sul ring o fai di tutto per restare in piedi oppure dai fondo alle tue energie e metti in conto di andare giù. In ogni caso combatti, uno contro uno. Non ci sono altre possibilità e nessun'altra mediazione.

Ogni volta che entri in una palestra di pugilato ti alleni e comprendi che è tutta una pratica incentrata sul renderti insensibile al dolore. ll pugilato rimane l'ultimo sport epico perché si fonda su regole della carne che pongono l'uomo di fronte alle sue possibilità. Anche l'ultimo della terra con le sue mani, la sua rabbia, la sua velocità può dimostrare il proprio valore. Il combattimento diviene un confronto con questioni ultime che la vita contemporanea ha reso quasi impossibile. Solo sul ring capisci chi sei e quanto vali veramente.

Quando combatti non conta il diritto, non conta la morale, non conta nulla se non le tue mani, i tuoi occhi, le tue gambe. Non puoi mentire, nel contatto fisico. Non puoi chiedere aiuto. Se lo fai, accetti la sconfitta. E' tutto lì con te e non hai altro che te. E lì sul ring può accadere davvero di tutto. Forza disciplinata dalla ragione, forza che si piega alla ferrea volontà.

Vedere Mirko combattere, dopo la sfortuna degli ultimi anni, è stata un'emozione fortissima. Gli è capitato di tutto, compreso arrivare secondo ai mondiali di Chicago perché combatteva con una mano rotta. Alle Olimpiadi ha perso la concentrazione e un cubano assai meno bravo di lui l'ha battuto. Ma lui sapeva di valere. Claudio De Camilliis capo del settore Fiamme Oro ci punta da anni: "E' il migliore che abbiamo. E ora il mondo l'ha capito!".

Domenico Valentino ha una regola fondamentale, il profondo rispetto per lo sfidante. Dal suo angolo non sentirai mai frasi tipo "ammazzalo, uccidilo". Mai. Si batte l'avversario. Punto. E' da sempre amico della nazionale uzbeka, però tempo fa mi disse: "Non amo i turchi perché quando vincono ti prendono in giro, ti sventolano la bandiera sotto il naso. Per il resto: tutti fratelli combattenti". I pugili che hanno combattuto in questo mondiale sono portoricani, russi, ucraini, kazaki, uzbeki, bielorussi, cubani. I nuovi combattenti affamati.

I gladiatori che non hanno belle facce e non riescono neanche ad allenarsi in belle palestre. Vengono dalle periferie russe, sono tedeschi dal cognome turco, cubani magri e nervosi. Qui lo sport non ha zeri milionari. Chi vince la cintura di campione mondiale guadagna trentamila euro. Ci si allena in palestre fatte più per addestrare che per pugilare e basta. Ma è questa la forza di una disciplina in cui ormai, almeno in Italia, gli sponsor non investono più. E' questa la forza di uno sport che nel sud Italia non attira l'attenzione delle mafie perché nel giro non circolano più molti soldi. E poi, le regole del pugilato sono incompatibili con quelle dei clan.

Uno contro uno, faccia a faccia. La fatica dell'allenamento, il rispetto della sconfitta. La lenta costruzione della vittoria. Non è l'esito di un incontro a stabilire chi veramente è più forte. Più che la vittoria, conta l'assenza di senso che occorre sostenere per potervi salire e starci, su quel ring. Conta il saperci stare dentro quella vita. Agonismo e agonia.

Un incontro memorabile è stato quello contro Marcel Schinske a Helsinki nel 2007. Il pugile tedesco tentò una strategia d'attacco ma sbagliò tutto e si scoprì, errore fatale se combatti con un pugile veloce che si chiama Valentino. Infatti Mirko gli infilò subito un diretto al mento così forte che Schinske non solo andò a tappeto immediatamente, ma cadde rigido, le braccia bloccate ancora in guardia, gli occhi rivoltati all'insù.

Domenico Valentino non dimenticherà mai più quel diretto. "Ho sentito come una scarica elettrica in tutto il braccio. Mai avevo sentito una cosa così. È come se tutto il suo dolore mi fosse entrato dentro. Mi sono spaventato perché dopo essere andato Ko ha iniziato anche a scalciare come un epilettico". Pensava di averlo ucciso e così iniziò a piangere disperato. Ha singhiozzato per quaranta minuti, solo quando si è assicurato che stava bene s'è calmato. Può sembrare incredibile ma è così: salire sul ring per buttare giù un avversario e una volta buttatolo giù preoccuparsi che non si sia fatto troppo male, che possa continuare a essere uomo e pugile.

Il pugilato, con le sue palestre spoglie, spartane, è in grado di restituire alla parola "onore" il suo significato originario. Di riscattare questa parola, sequestrata dalle mafie. Considerata ormai impronunciabile e che invece fa riferimento a qualcosa che ti porti dentro e che segui al di là delle dinamiche del calcolo dei costi e dei benefici. Agisci perché è giusto. E comprendi che l'onore è qualcosa che esiste dentro di te, al di là delle leggi, della educazione e della reputazione che hai. E sono stato contento di essere testimone delle lacrime di Domenico Valentino, campione del mondo che si è giocato tutto per questo trofeo. Ha rinunciato a tutto per ottenere ciò che per lui contava più di tutto: dimostrare cosa significa essere un pugile, un uomo, e un uomo del sud.

E' facile comprendere che questi due giovani uomini, Valentino e Cammarelle, sanno cosa significa l'onore. Pochi giornalisti qui. I pugili di questa sera non erano divi da reality, non sfilavano, e quindi non attraevano. C'erano molti muratori ucraini, molti operai russi, migranti venuti a tifare dagli spalti per i pugili. Ma lo stadio non era pieno. Ma da questi ragazzi ci sarebbe molto da imparare.

La loro forza e la loro resistenza dicono molto più di cento comizi. E dal forum di Assago, mentre si diffonde l'odore acre del sudore inzuppato nei calzettoni, mi viene in mente che gli incontri li vince sempre chi ha voglia di riscatto, chi ha voglia di migliorare se stesso e il mondo in cui vive. Vince chi sente forte, più di qualsiasi altra cosa, l'esigenza di dimostrare a se stesso e agli altri che tutto può cambiare.

di ROBERTO SAVIANO

Published by arrangement with Roberto Santachiara Literary Agency

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