sabato 19 settembre 2009

Occupazione Afghanistan, i soldati italiani per cosa sono morti?


Per cosa sono morti?
Per difendere la pace, la libertà, la democrazia in Afghanistan e la sicurezza internazionale come dicono i nostri politici? No.
Non per la pace, perché i nostri soldati in Afghanistan stanno facendo la guerra.
Non per la libertà, perché i nostri soldati stanno occupando quel paese.
Non per la democrazia, perché i nostri soldati proteggono un governo-fantoccio che non ha nulla di democratico.
Non per la sicurezza internazionale, perché i nostri soldati stanno combattendo contro gli afgani, non contro il terrorismo islamico internazionale: a questo, semmai, stanno fornendo un pretesto per odiare e attaccare l'Occidente e anche il nostro paese.
E allora per cosa sono morti?
La risposta l'ha data il generale Fabio Mini, ex comandante del contingente Nato in Kosovo, intervenendo la scorsa settimana a un dibattito sull'Afghanistan tenutosi a Firenze e organizzato da Peacereporter:
"Ufficialmente lo scopo fondamentale, il center of gravity, della missione non è la ricostruzione, o la pacificazione né la democrazia: è la salvaguardia della coesione della Nato in un momento di crisi della stessa. Questo è lo scopo dichiarato, scritto nei documenti ufficiali della missione Isaf. La Nato è in Afghanistan esclusivamente per dimostrare che è coesa: lo scopo è essere insieme. Ecco perché gli Stati Uniti chiedono soldati in più: ma pensate davvero che manchino loro le forze per far da soli? Credete davvero che i nostri soldati o i lituani siano importanti? No! L'importante è che nessuno si sottragga a un impegno Nato. Ecco perché vengono chiesti continuamente uomini agli alleati".
"Agli infami, vigliacchi aggressori che hanno colpito ancora nella maniera più subdola diciamo con convinzione che non ci fermeremo", avverte il ministro della Difesa, Ignazio La Russa.
E' stravagante definire ‘vigliacchi' uomini che sacrificano la propria vita per uccidere il nemico. Forse questo giudizio andrebbe riservato ai piloti alleati che da mille piedi di altitudine sganciano bombe che fanno strage di talebani e civili, sapendo di non poter essere né visti né colpiti.
Anche chiamare ‘aggressori' i guerriglieri talebani che colpiscono le truppe d'occupazione Nato è curioso. Siamo noi che abbiamo aggredito loro invadendo il loro Paese.
"Non ci fermeremo", conclude La Russa in tono bellicoso. Altri soldati italiani dovranno quindi sacrificare le loro vite e stroncare quelle di altri afgani, combattenti e non. Da maggio, per la cronaca, le truppe italiane hanno "neutralizzato" almeno cinquecento "nemici" nelle battaglie combattute nell'ovest dell'Afghanistan con il massiccio impiego di carri cingolati ed elicotteri da combattimento. E presto, come annunciato, anche con le bombe sganciate dai nostri Tornado.
Secondo il ministro degli Esteri, Franco Frattini, bisogna "conquistare il cuore degli afgani per fare terra bruciata di ogni complicità e omertà verso i terroristi".
Ma finché l'occupazione e la guerra continueranno, con le stragi di civili, i rastrellamenti, la distruzione dei villaggi, la terra bruciata si allargherà attorno ai nostri soldati e la guerriglia afgana diventerà sempre più popolare. La rabbia e il dolore di chi, a causa delle truppe occidentali, perde un familiare, la casa, una parte del corpo o semplicemente la libertà e la dignità, non fanno che portare acqua al mulino del "nemico". Un nemico che, infatti, più la guerra va avanti, più si rafforza e guadagna consensi.

di Enrico Piovesana

Link: http://it.peacereporter.net/articolo/17868/Per+cosa+sono+morti%3F

Banchieri e padroni sanno bene che in tutta Europa la protesta sta esplodendo




In un comunicato sulla situazione degli insegnanti precari licenziati dal governo Berlusconi (documento che contiene del resto un’analisi del tutto pertinente della situazione dell’insegnamento e in particolare una vigorosa denuncia delle disposizioni "salva precari" ) ho letto :

"Banchieri e padroni sanno bene che in tutta Europa la protesta sta esplodendo: dalle occupazioni di fabbriche in Francia e Inghilterra alle barricate nel cuore di Atene (dove è appena caduto il governo), è evidente a tutti che il vento della lotta di classe ha ricominciato a soffiare. Nel nostro Paese, per ora, i focolai di lotta - dalle prime fabbriche occupate nel milanese alle lotte e ai picchetti ad oltranza in alcune province dell'Emilia Romagna - sono ancora piccoli e isolati: ma l'esperienza insegna che, quando soffia il vento, anche un pugno di braci può trasformasi in un incendio."

Si può puramente e semplicemente affermare che le "occupazioni di fabbriche in Francia" sono la manifestazione di un’esplosione che si estende a tutta l’Europa?

Se potessero leggere queste righe, gli operai francesi, che si sono trovati di fronte ai piani di licenziamento, sarebbero probabilmente i primi ad essere molto sorpresi di vedere le loro lotte portate come esempio !

Perché queste, che sono state presentate da alcuni media come lotte vittoriose, si sono concluse, nel migliore dei casi, con un’indennità di licenziamento più considerevole di quella inizialmente annunciata dal padronato!

In compenso, lo stato non esita a mandare la polizia, a perseguire davanti ai tribunali e a far condannare i militanti sindacali e i lavoratori che hanno manifestato la loro collera.

In realtà, la situazione d’isolamento politico in cui sono tenuti i salariati delle imprese che chiudono (o riducono gli effettivi) è a un punto tale che la parola d’ordine « nessun licenziamento » è avanzata solo raramente.

Una situazione d’isolamento che fa sì che le « occupazioni » si siano concluse con una vittoria padronale.

Una situazione d’isolamento di cui la responsabilità incombe interamente sulle direzioni delle organizzazioni sindacali, e in primo luogo di quella che occupa il posto centrale, la CGT.

Bisognerebbe nascondere la realtà delle condizioni della lotta di classe in Francia per “stimolare” gli operai italiani?

Nei fatti, le difficoltà politiche alle quali si confrontano i lavoratori sono simili da un lato e dall’altro della Alpi, e da tale somiglianza si possono trarre utili insegnamenti per gli uni e per gli altri.

Ciò che è nuovo in Francia (e che può giovare alla riflessione di tutti) è che, poiché la CGT deve riunire il congresso nazionale in dicembre, militanti delle sezioni sindacali d’impresa rimettono brutalmente in discussione l’orientamento della direzione, e che i veri problemi cominciano ad essere posti. Il caso più significativo è la dichiarazione di Xavier Mathieu, delegato CGT della Continental : "I Thibault (segretario nazionale della CGT) e compagnia sono soltanto capaci a spianare la strada al governo, a calmare la base. Servono soltanto a questa gentaglia. La sezione CGT di Goodyear lancia un appello alla direzione nazionale della confederazione in cui si legge (tra l’altro) : "(...)Ogni volta che partecipiamo a un picchetto di sciopero, noi intendiamo la stessa cosa: cosa fanno lassù alla CGT? ? (...) non possiamo più accettare che i ragazzi lottino da soli nel loro angolo, quando è necessario un ampio movimento".

Siamo lontani dai problemi posti dalla lotta contro i licenziamenti dei precari della scuola in Italia ?

Si può rispondere a questi problemi come si fa nel comunicato già citato, così?

"In tutte le città raccoglieremo l'appello dei precari di Milano e di Benevento: proseguire la lotta ad oltranza fino al ritiro dei licenziamenti. Inoltre, accanto al ritiro della Legge 133 e della controriforma Gelmini, rivendichiamo che, a partire da questo anno scolastico, le ore di lavoro a scuola vengano ripartite, a parità di salario, fra lavoratori precari e lavoratori già assunti fino all'assorbimento di tutti i precari nelle graduatorie ad esaurimento."

Si possono esaltare le azioni isolate, le iniziative disperate degli insegnanti licenziati che salgono sui tetti? Incoraggiarli a proseguire queste azioni, scuola per scuola, città per città, ad oltranza? Fino a quando? Fino alla demoralizzazione completa?

La newsletter pubblicata dalla direzione della CGIL (10 settembre) pubblica una lista impressionante di iniziative locali disperse, e questo non sembra preoccuparle oltre misura. Per ciò che riguarda la sua responsabilità annuncia un meeting davanti al ministero dalle 18 alle 13, senza la parola d’ordine dello sciopero e, sicuramente, senza un appello a una manifestazione nazionale. Un comunicato nel quale non leggo né l’esigenza di una riassunzione di tutti i precari licenziati, né la condanna del "salva precari" ma solo formule generali: "abolizione dei tagli". Questa iniziativa si colloca esplicitamente in una serie di “proteste” isolate. E’ chiaro che l’obiettivo della burocrazia sindacale è evitare ogni mobilitazione centralizzata diretta contro il governo.

Cosa bisognerebbe fare?

Che ci ha insegnato la recente esperienza della lotta contro la riforma Gelmini, lo scorso anno ? Una lotta che è stata sconfitta, come ciascuno può vedere al rientro. Ma la disfatta era ineluttabile?

Non bisogna forse rispondere prima a questa questione se si vuole che i precari, i titolari, i genitori degli allievi, i giovani trovino le risorse necessarie per superarla, riunendo gli strumenti per costringere le direzioni sindacali a realizzare il fronte unico per imporre la ritirata del governo Berlusconi? (Una ritirata che aprirebbe alla classe operaia ben altre prospettive politiche che l’abbandono del premier in seguito a rivelazioni sulla sua vita sessuale !)

Non s’era già cominciato, lo scorso anno, a fare un bilancio da cui risultava che la possibilità per la direzione della CGIL di evitare lo scontro frontale col governo era dovuto all’assenza di comitati che organizzassero gli insegnanti, i genitori, i giovani, per città, per provincia e a livello nazionale? Oggi bisogna promuovere l’organizzazione di questa rete di delegati eletti.

Questa forza organizzata potrebbe imporre alla direzione della CGIL (e degli altri sindacati) di mettere come precondizione ad ogni discussione col ministero la riassunzione dei precari, e di chiamare, unitamente ad altri sindacati, tutti gli insegnanti, i genitori e i giovani a una manifestazione a Roma di fronte a Palazzo Chigi, con lo slogan centrale “nessun licenziamento, riassunzione di tutti i precari.

A parte il fatto che gli appelli di una piccola organizzazione non hanno influenza diretta sugli avvenimenti, temo proprio che chiamare alla lotta "ad oltranza", invece di dare gli strumenti di lotta politica per infrangere gli ostacoli burocratici, voglia dire rendere impotenti i lavoratori ai quali ci si rivolge, e in ultima analisi, renderli responsabili delle sconfitte.

*****

Mi sembra che sarebbe un’iniziativa pratica far firmare (per esempio in una scuola) un breve comunicato alle direzioni sindacali (in primo luogo alla CGIL) sulla linea prospettata. In seguito si riuniscono i firmatari, si costituisce un comitato per il Fronte Unico sindacale con la parola d’ordine « nessun licenziamento, reintegrazione di tutti i precari », si fa conoscere il più largamente possibile l’iniziativa, e poi, secondo i risultati ottenuti si possono organizzare delegazioni per le direzioni locali o provinciali dei sindacati.

Penso che in lotte di questa natura, a questa tappa della lotta delle classi, potrebbe cominciare a selezionarsi un’avanguardia rivoluzionaria cosciente degli ostacoli, e capace di acquisire un metodo per superarli.

di Jean-Louis Roussely

Comparso su www.sottolebandieredelmarxismo.it

Link: http://www.webalice.it/mario.gangarossa/sottolebandieredelmarxismo_lavoro/2009_09_jean-louis-roussely_sulle-lotte-operaie-in-francia-e-in-italia.htm

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