mercoledì 23 settembre 2009

Stragi del ‘92 e del ’93: Berlusconi vuole che cali il silenzio?


Certo non è affatto facile. Da una parte dover gestire la responsabilità di un’inchiesta delicatissima legata al periodo più buio della storia recente della Repubblica: le stragi del ‘92 e del ’93.

E dall’altra barcamenarsi tra computer che non funzionano, macchine insufficienti e senza carburante, organico ridotto all’osso e una lotta per il controllo del territorio che non può conoscere distrazione o allentamenti. Perché appena si distoglie l’attenzione le cosche, Cosa Nostra e Stidda in questo angolo tormentato di Sicilia, rialzano la testa per dimostrare che lo Stato non c’è ma loro sì.

Poi, come se non bastasse, arriva la delegittimazione istituzionale.
Un ex magistrato come Alfredo Mantovano, oggi sottosegretario al Ministero dell’Interno, che fa finta di non sapere che l’azione penale nel nostro Paese è ancora obbligatoria quando emergono nuovi indizi di reato. Pochi giorni fa nell’ambito di un convegno a Salemi in compagnia del pregiudicato Sgarbi, il giudice in aspettativa si chiedeva quali fossero le ragioni per “riaprire le indagini relative agli anni 92 e 93 dopo un’archiviazione adottata per la friabilità degli indizi”. Forse prima di parlare avrebbe fatto meglio ad informarsi.
La procura di Caltanissetta guidata da Sergio Lari infatti, non curante degli attacchi e delle polemiche e soprattutto a discapito di tutte le difficoltà sopraelencate, sta facendo del suo meglio per verificare fino all’ultimo dettaglio proprio le novità emerse in modo particolare dalle dichiarazioni del neo collaboratore di giustizia Gaspare Spatuzza. Che sembrano essere assolutamente valide.
Uomo d’onore della famiglia di Brancaccio, dopo 17 anni, ha deciso di parlare e di autoaccusarsi di aver rubato la 126 che imbottita di tritolo ha trucidato Paolo Borsellino e i suoi ragazzi della scorta. La sua confessione ha smentito la ricostruzione finora accertata anche da sentenze passate in giudicato aprendo la possibilità, ad alcuni dei mafiosi condannati, della revisione del processo e soprattutto sollevando quesiti piuttosto inquietanti.
Il pool di magistrati incaricato di seguire le indagini, tra cui l’aggiunto Domenico Gozzo e il sostituto Nicolò Marino, ha voluto sentire uno per uno i protagonisti di quelle vicende: i criminali che si erano falsamente accusati, i politici protagonisti di quel tempo, tra cui l’allora Ministro Mancino, e i poliziotti che svolsero le prime investigazioni.
Salvatore Candura, uno dei falsi testimoni, reo confesso, ha infatti accusato gli uomini del cosiddetto gruppo investigativo Falcone e Borsellino, al tempo al comando del questore Arnaldo La Barbera, scomparso poi nel 2002, di averlo costretto a mentire sotto minaccia.
Su alcuni di questi uomini quindi, fino ad oggi considerati degli eroi antimafia, ora aleggia il tremendo sospetto di depistaggio, un’accusa gravissima e infamante che i magistrati stanno appurando con estrema cautela.
Per il momento è certo soltanto che vi siano state delle lacune nelle prime indagini, ma dimostrarne le finalità appare molto difficile, soprattutto a causa del lungo tempo trascorso.
“L’errore Scarantino” è stato voluto? Oppure si è trattato di superficialità nell’ansia di dare una risposta immediata allo sgomento della gente dopo la morte dei due magistrati?
Non si fanno illusioni Lari e i suoi, 17 anni sono tanti per riuscire a trovare riscontri inconfutabili, ma la battaglia è solo all’inizio. Fino a che la legge è uguale per tutti continueranno ad esaminare ogni singolo dettaglio e ogni possibile risvolto.
Sarebbe l’ideale se dietro la propaganda di regime sui “super risultati” contro la mafia, il “super governo” si ricordasse di dotare questi uomini almeno dei mezzi necessari e sufficienti per accertare la verità su quegli anni bui. A meno che, per qualche ragione a loro nota, è meglio che non si scopra.

di Lorenzo Baldo e Anna Petrozzi

Honduras, repressione in atto


Arresti, feriti, forse vittime: sono il frutto della repressione del presidente golpista Micheletti nei confronti dei sostenitori del presidente Zelaya, che si trova nell'ambasciata del Brasile. I golpisti hanno tagliato alla sede diplomatica luce acqua e viveri. E hanno trasformato gli stadi in centri di detenzione. Chiesta una riunione d'emergenza del Consiglio di sicurezza Onu.

Una riunione d’emergenza del Consiglio di Sicurezza dell’Onu è stata chiesta qualche ora fa dal Brasile sulla situazione in Honduras. A Tegucigalpa sarebbero circa 300 i detenuti in due diversi stadi sportivi, almeno dozzine i feriti – e, secondo alcune fonti, una o più le vittime – a causa della dura repressione che il governo «di fatto» di Roberto Micheletti ha attuato ieri [otto ore di differenza con l’Italia] con gas lacrimogeni, cannoni ad acqua e proiettili di gomma, nei confronti di alcune migliaia di sostenitori del presidente José Manuel Zelaya Rosales tornato nel paese lunedì 86 giorni dopo il golpe politico-militare di fine giugno.
Zelaya, un imprenditore liberista che aveva deciso di stabilire rapporti politici ed economici con il Venezuela, il 28 giugno venne prelevato in pigiama nella sua abitazione e costretto all’esilio; oggi, dopo un rocambolesco viaggio su cui circolano più versioni [sia via terra sia in aereo] si trova assediato nell’ambasciata brasiliana di Tegucigalpa, insieme con parenti e sotenitori. Il governo «di fatto» ha deciso di sospendere alla sede diplomatica forniture di ogni genere, dall’acqua all’alettricità, ma sarebbe già in corso un’iniziativa internazionale, con il coinvolgimento dell’Onu, per superare il blocco.
In una nota del «Frente Nacional Contra el Golpe de Estado», citata dall’agenzia di notizie brasiliana «Adital», si afferma che a causa degli scontri di ieri i feriti sarebbero centinaia mentre tra 100 e 200 persone sono detenute nello stadio Hector Chochi Sosa, alla periferia della capitale, lo stesso in cui Zelaya venne acclamato presidente nel gennaio 2006. «C’è stata una serie di detenzioni arbitrarie contro persone che hanno partecipato alle manifestazioni a favore del presidente, accusate di aver violato il coprifuoco in vigore nel paese», ha detto a giornalisti del Costa Rica Bertha Oliva, presidente del Comitato di familiari di detenuti.
La piccola stazione clandestina Radio Liberada, che trasmette in internet, sottolinea: «Lo stadio Chochi Sosa ci ricorda l’Estadio Nacional de Chile», divenuto celebre come campo di concentramento al tempo della dittatura militare di Pinochet. Anche un altro stadio, il Lempira Reyna Zepeda, è stato trasformato in centro di detenzione. «Via campesina», organizzazione dei lavoratori della terra, sostiene che negli scontri di ieri nell’area dell’ambasciata brasiliana sarebbero morte tre persone.
Fonti della MISNA contattate in loco non sono state in grado di confermare né smentire. L’ospedale «Escuela», in cui sono ricoverati non meno di otto feriti, sarebbe stato militarizzato. «Esigiamo la fine della repressione da parte della polizia e dell’esercito – scrive in un comunicato l’ Organización Política Los Necios [Opln] – ripetendo l’appello al popolo dell’Honduras affinché partecipi alla lotta contro i sistemi illegali e illegittimi del regime militare».
La Comisión Interamericana de Derechos Humanos [Cidh] ha ufficialmente chiesto al governo di fatto di garantire il diritto alla vita, all’integrità e alla libertà d’espressione; per l’ Organización de Estados Americanos [Osa], è stato «eccessivo» l’uso della forza pubblica non solo nella capitale ma anche a San Pedro Sula, Choloma, Comayagua e ad El Paraíso, municipio alla frontiera con il Nicaragua.
Mentre circolano slogan del tipo «Micheletti come Pinochet», una vasta anzione internazionale – a cui partecipano in prima fila Brasile, Costa Rica, Spagna e Stati uniti – tende a stabilire il dialogo tra Zelaya e Micheletti, che però, secondo fonti internazionali di stampa, avrebbe detto: «Per quel che mi riguarda Zelaya può restare nell’ambasciata anche cinque o dieci anni», svuotando di qualsiasi significato una precedente proposta ufficiale di dialogo a condizione di uove elezioni. Prorogato intanto il coprifuoco, fino a domani.

Fonte: www.misna.org

Link: http://www.misna.org/news.asp?a=1&IDLingua=2&id=256269

Comparso su http://www.carta.org/

Link: http://www.carta.org/campagne/dal+mondo/americhe/18350


Izhmash di Izhevsk, “kalashnikov” alla bancarotta


Una procedura per bancarotta è stata aperta da una corte d’arbitraggio russa nei confronti della storica fabbrica che produce il fucile d’assalto più famoso del mondo, il “kalashnikov”. La fabbrica, la Izhmash di Izhevsk (capitale della repubblica autonoma di Udmurtia, nella zona degli Urali) è una delle più antiche aziende produttrici di armi in Russia, ed è diventata celebre producendo i fucili Ak-47 progettati alla fine della seconda guerra mondiale dall’ingegner Mikhail Kalashnikov (nato nel 1919 e tuttora vivente), all’epoca semplice sottufficiale: fucili che hanno avuto un successo straordinario, venendo adottate ufficialmente da una cinquantina di eserciti ma soprattutto diventando l’arma d’ordinanza di ogni guerriglia del mondo – fino a diventare una sorta di simbolo delle lotte di liberazione, riportato su molte bandiere. Il fucile Ak-47 è stato prodotto su licenza (o copiato) in molti paesi, dalla Cina alla Serbia, dalla Finlandia all’Egitto, all’India, alla NordCorea; in molti di questi paesi è tuttora in produzione, con poche modifiche; non è più in produzione invece – se non in versioni molto modificate – nella fabbrica di Izhevsk, che oggi ha in catalogo più armi da caccia che da guerra. La fabbrica – la più importante produttrice di armi da fuoco leggere in Russuia – ha del resto sospeso la produzione già da un paio di mesi, per le gravi difficoltà finanziarie dovute proprio alla mancanza di ordinativi da parte del ministero della difesa. Da notare che la Izhmash è a sua volta di proprietà statale (con una partecipazione minoritaria di privati), essendo per il 57% posseduta dall’azienda di stato per lo sviluppo delle tecnologie militari Rostekhnologia.

La procedura per bancarotta è stata chiesta al tribunale da una piccola azienda locale poco conosciuta, la Gremikha: l’udienza è stata fissata per il 7 ottobre prossimo. Tutto fa pensare che in realtà l’eventuale dichiarazione di bancarotta sia sollecitata dalla Izhmash stessa, per alleggerire il proprio carico debitorio e avviare una pesante ristrutturazione dell’impresa, con forti tagli al personale impiegato: cosa destinata a provocare gravissime ripercussioni sociali in una regione, l’Udmurtia, già colpita duramente dalla crisi e attraversata da una disoccupazione industriale massiccia.


di Astrit Dakli

Link: http://mir.it/servizi/ilmanifesto/estestest/?p=898

E' sempre il Mezzogiorno a pagare di più


Mentre presìdi, accampamenti e cortei attraversano le strade del paese, soltanto l'Istat riesce per ora a restituire un quadro unitario del fenomeno quantificando le perdite occupazionali causate dalla crisi. Ben poche iniziative generali, invece, sia sul fronte sindacale che su quello politico. Fanno eccezione solo lo sciopero dei metalmeccanici proclamato dalla Fiom-Cgil per il 9 ottobre, la manifestazione nazionale -- autoconvocata -- dei precari della scuola e lo sciopero generale indetto per il 23 dal «patto di base» (RdB-Cub, Cobas, Sdl).
Eppure si tratta di cifre ormai paurose, nonostante le cautele e i sottili distinguo propri di un istituto statistico. I dati si riferiscono al secondo trimestre del 2009, ed escono in abbondante ritardo rispetto alle rilevazioni fatte in altri paesi e riassunte comunitariamente da Eurostat. Ma fotografano una situazione semplicemente opposta a quella raccontata dai vari ministri berlusconiani.
Andiamo con ordine. Pur essendo diminuite le «forze di lavoro» (le persone genericamente considerate in età lavorativa, tra i 15 e i 64 anni) grazie al saldo negativo tra neopensionati e adolescenti «impiegabili», gli «occupati» in un anno sono diminuiti di 378.000 unità. Pari all'1,6% in meno, il dato peggiore dal '94. Sembrano già tanti, ma le statistiche possono ingannare. Tra gli occupati, infatti, vengono contati anche coloro che hanno lavorato almeno un'ora nella settimana di riferimento «captata» dalla rilevazione; ma anche quanti erano «assenti» per ferie, malattia o cassa integrazione (purché abbiano ricevuto almeno il 50% della retribuzione normale). Un insieme che pesa 341.000 persone dallo status salariale quanto mai variabile e incerto (la malattia, ormai, è diventata un lusso da evitare): c'è infatti una bella differenza tra il lavorare (ed esser pagati per) 40 ore o il farlo occasionalmente. Anche i più «garantiti» di questo lotto (i cassintegrati) sono comunque «a scadenza», visto che ogni ammortizzatore sociale non può avere il dono dell'eternità.
Un altro dato rende ancora più grave il bilancio potenziale, pur essendo teoricamente un elemento positivo: le donne migranti occupate sono aumentate, ma si tratta chiaramente di un effetto delle regolarizzazioni di badanti e colf, visto che invece anche gli «stranieri» vedono in generale aumenta il proprio tasso di disoccupazione (11%, mentre era all'8,8 un annofa).
Ma non ci si può davvero fermare ai dati nazionali. «Disaggregare» è indispensabile per avere una fotografia più articolata e viva della situazione. A pagare di più è il Mezzogiorno. Non è una novità, ma l'accelerazione stavolta è fortissima. In pratica, nel Sud sono spariti 271.000 posti di lavoro, il 75% del totale, il 4,1% di tutto lo scarso patrimonio a disposizione della parte più disastrata del paese. E questo nonostante la caduta delle «forze di lavoro» sia stata addirittura superiore in cifra assoluta a quella nazionale (298.000 unità). Peggio ancora: soltanto il 10% di quelli che hanno perso il lavoro si considera disoccupato.
Dov'è finita tutta questa gente? Secondo Vera Lamonica, segretario confederale della Cgil, dipende solo in parte «dall'emigrazione al Nord, che in realtà non si è mai fermata. Negli ultimi 10 anni se ne sono andate 700.000 persone». In parte questa «scomparsa» dalle statistiche dipende dal rifugiarsi nel «lavoro nero, statisticamente non misurabile; ma per le donne, il cui tasso di occupazione già basso va calando continuamente, si sommano vari altri fattori: meno disponibilità all'emigrazione, maggior carico delle cure familiari, minore professionalità». In più, il fatto che chi esce dal novero degli occupati esca anche da quello delle «forze di lavoro», sta ad indicare «un peso più alto al Sud dell'effetto scoraggiamento; il contesto generale è qui più chiuso, non dà speranze a chi perde il lavoro».
Al Nord e al Centro la «tenuta» è stata fin qui garantita dalla cassa integrazione (e non sono stati ancora calcolati gli effetti dei tagli alla scuola pubblica, che hanno messo per strada decine di migliaia di precari). Ma diventa sempre più visibile che la crisi sta devastando in primo luogo i «distretti produttivi», quelli che fin qui erano stati considerati il volano della (scarsa) crescita italiana e della tenuta dell'occupazione. Quindi anche della tenuta sociale.
Non c'è perciò da minimizzare. La caduta occupazionale contagia tutti i comparti produttivi e tutte le figure sociali. Per il quinto trimestre consecutivo, ad esempio, diminuiscono gli «indipendenti», tra cui ci sono piccoli imprenditori ma anche tante « partite Iva monocommittenti», in realtà dipendenti mascherati. C'è meno lavoro in agricoltura e nelle costruzioni; perdite gravissime nell'industria in senso stretto (e si attende con timore novembre e le cig in scadenza). Persino il mitico «terziario» cede ormai di schianto.
Nel Mezzogiorno, a questo punto, la stessa «tenuta sociale» sembra ormai molto compromessa. «Negli ultimi anni -- spiega ancora Lamonica -- il Sud è vissuto su un equilibrio malsano tra mancanza strutturale di lavoro, migrazione e welfare familiare intergenerazionale (il nonno pensionato che mantiene il nipote all'università, per esempio). Ora perde struttura produttiva e occupazione, in assenza di politiche del governo che prendano se non altro atto di questa situazione». Nel Sud e in tutta Italia, ormai.

di Francesco Piccioni

Siria, contadini alla ricerca di un nuovo lavoro a causa della siccità


Dopo due anni di siccità e di raccolti mancati che hanno fatto seguito a divese stagioni improduttive, migliaia di famiglie di agricoltori siriani sono state costrette a spostarsi in città alla ricerca di un nuovo lavoro.

"Adesso la situazione è diventata davvero grave; stiamo parlando di un deserto, piuttosto che di un terreni agricoli", dice Abdel Qader Abu Awad, coordinatore per la gestione delle calamità in Medio Oriente e Nord Africa per conto della Federazione internazionale della Croce Rossa e della Luna crescente (Ifrc). "La gente non può più vivere in questo ambiente e la loro soluzione ultima è l’emigrazione".

La siccità in Siria è arrivata al secondo anno, colpisce le regioni agricole del nord e dell’est del Paese, in particolar modo il governatorato nordorientale di Hassakeh. Secondo il piano anti-siccità delle Nazioni Unite, redatto in seguito alle ultime due missioni, la produzione di grano arriva solo al 55 per cento del suo rendimento abituale e quella di orzo è stata seriamente colpita.

Gravate da una combinazione di cambiamenti climatici, desertificazione causata dall’uomo e mancanza di irrigazione, secondo l’Onu viene colpito fino al 60 per cento del territorio siriano e 1,3 milioni di persone (su una popolazione di 22 milioni). Secondo l’Onu e l’Ifrc, oltre 800 mila persone hanno perso del tutto la loro fonte di sostentamento.

Nessuno sa esattamente quante persone sono emigrate all’interno del Paese a causa della siccità. La stima di luglio del ministero siriano dell’Agricoltura e della Riforma agraria varia tra le 40 mila e le 60 mila famiglie, di cui 35 mila provenienti solo da Hassakeh. Ma visti i continui spostamenti della popolazione, è probabile che i dati siano stimati al ribasso.

Il piano anti-siccità dell’Onu ha rilevato che c’è stato un "drammatico aumento nella già massiccia emigrazione dalle aree colpite". Stando al rapporto, i migranti si dirigono verso le citta di Damasco, Aleppo e Homs.

"E’ molto difficile monitorare la portata dell’emigrazione, in quanto è in costante svolgimento", dice Awad. "Quando le ong arrivano in un luogo, non è sicuro che trovino ancora qualcuno".

"Lì non ci è rimasto nulla"

A luglio, Hassan Hami Hami e la sua famiglia si sono trasferiti in un sobbborgo di Damasco dopo che egli aveva perso la sua rendita come coltivatore di grano a Qamishle, sul confine nordorientale con la Turchia, a circa 650 chilometri da Damasco.

"Lì non ci è rimasto nulla", dice. "L’agricoltura è ferma e io per un po’ ho fatto il commerciante, ma non era sufficiente. Abbiamo dovuto prendere in prestito un’enorme quantità di denaro solo per sopravvivere".

Trasferirsi – dice – era l’ultima possibilità. "Non è casa nostra, ma con mio figlio e mia nuora che lavorano riusciamo a tirare avanti".

Adesso Hassan e la moglie, con suo figlio, la nuora e i loro quattro bambini, condividono un piccolo e misero appartamento. Il figlio e la nuora guadagnano assieme 9 mila sterline siriane [196 dollari Usa] al mese con i turni di lavoro in una fabbrica locale. Al piano di sotto e negli edifici a fianco vivono altre famiglie che si sono trasferitre a causa della siccità.

Effetto a catena

La migrazione sta causando una serie di problemi sociali per queste famiglie, visto che si sono lasciate alle spalle delle comunità molto integrate. Nelle aree in cui si sono insediati gli emigranti della siccità – dicono le autorità locali - i tassi di criminalità sono in crescita, a causa della povertà.

Il rapporto di luglio della missione Onu afferma che sempre più bambini vengono mandati a lavorare piùttosto che a scuola.

"La siccità sta causando un alto tasso di abbandono (scolastico)", dice Sherazade Boualia, rappresentante locale del Fondo Onu per l’Infanzia (Unicef) in Siria. "E’ fondamentale che i bambini non rinuncino all’istruzione. Stiamo tentando di sostenere le persone in modo che i loro figli non siano costretti a lasciare la scuola per lavorare. A coloro che si trasferiscono stiamo tentando di assicurare l’iscrizione nelle nuove scuole".

La famiglie rimaste nell’area, che non possono permettersi – o non vogliono – emigrare, sono in difficoltà. Il piano anti-siccità dell’Onu elenca i problemi, compreso l’esaurimento dell’acqua potabile; e l’acqua proveniente da fonti inquinate minaccia di causare malattie. Mano a mano che il cibo scarseggia, i prezzi stanno salendo; la gente sta sopravvivendo con pane e tè zuccherato, dice l’Onu.

Aiuti per frenare l’emigrazione

Ad agosto, l’Ifrc ha dato 300.340 dollari Usa del suo fondo di emergenza alla Luna crescente siriana (Sarc) per distribuire cibo alle persone più colpite. Le organizzazioni lanceranno un appello congiunto per finanziare le attrezzature per la depurazione dell’acqua nelle scuole e promuovere l’igiene. In precedenza, il governo e le agenzie Onu hanno distribuito aiuti alimentari e semi.

Le agenzie sperano che le misure di emergenza possano frenare un’ulteriore emigrazione. "Quando arrivi al punto di decidere di abbandonare tutto e trasferirti, vuol dire che le cose sono andate molto oltre", dice Awad. "Ma molte famiglie non vogliono lasciare la loro terra, e coloro che lo hanno fatto vogliono ritornare".

Le agenzie umanitarie affermano che è necessario un piano sostenibile a lungo termine per le aree colpite. "Bisogna condurre degli studi per identificare una strategia di riduzione del rischio-disastri, su come superare i cambiamenti climatici e avviare tecniche agricole più appropriate", dice Awad.

"Queste comprendono la piantagione di nuovi alberi, una buona irrigazione e una legislazione che prevenga il sovrautilizzo delle terre", dice. "Nessuno ritornerà se non ha una fonte di sostentamento per tornare".

Fonte: Irin News

(Traduzione di Carlo M. Miele per Osservatorio Iraq)

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