domenica 27 settembre 2009

Honduras, la situazione peggiora di giorno in giorno


"La situazione peggiora di giorno in giorno. Sempre più feriti e detenuti, ci sono già diversi compagni dichiarati prigionieri politici e noi corriamo con le delegazioni dei diritti umani da un quartiere all´altro per impedire che la polizia si porti via i giovani, che entrino nelle case sparando lacrimogeni e che facciano tutto quello che gira loro per la testa malata che si ritrovano.
Nonostante tutto, la gente si sta organizzando ogni notte in barricate e contro gli attacchi della polizia e dei militari, sta nascendo una coscienza ormai di classe! Da tutto il paese sta arrivando gente per unirsi alle mega marce della capitale, però ci sono azioni ovunque anche nelle comunità disperse, tutte contro il golpe".
Cooperante italiana in Honduras.
Carlos Umberto Isaguirre, torturato dalla polizia in honduras

E poi ancora. "Un minorenne è stato ferito da un proiettile sparato dagli agenti di polizia che sono arrivati, in sei pattuglie intorno alle otto di sera, per reprimere le proteste tra la 10 e la 27, nel sudest di San Pedro Sula.
Il ferito è stato portato all'ospedale Mario Rivas e adesso è fuori pericolo.
La Resistencia ha bloccato le strade incendiando quel che trovava e gridando contro il governo golpista. I poliziotti hanno sparato per disperderli.
Nei pressi della 23, qualcuno ha sparato contro le pattuglie. Una marea di militari ha circondato la zona e è arrivata una ambulanza, che fa supporre che un agente sia rimasto ferito.
A Juan Ramón Molina, uscita Puerto Cortés, dove la maggioranza dei residenti sono maestri e maestre.
Dopo mezzora, una pattuglia della polizia che seguiva da vicino la protesta, ha sparato per terra, varie volte, senza preoccuparsi della presenza di bambini che stavano giocando lì attorno. A sentire gli spari, sempre più gente si è riversata per la strada e i poliziotti si sono dispersi. Ci sono state proteste a Satelite e Céleo Gonzales, verso La Lima e nei settori Chamelecón e Cofradía, verso Tegucigalpa e verso occidente.
Il giorno dopo, 15mila honduregni si sono riversati nelle strade di tegucigalpa. Ma la repressione è stata forte proprio nei quartieri popolari. Militari e agenti della polizia nazionele, uniti ai Cobras hanno aggredito i manifestanti in pieno centro della capitale. Nelle foto si puo vedere che le vittime sono state colpiti e torturati. È il caso di Walter Javier Rodríguez, 21 anni.
A quanto riferito da Radio Globo, i detenuti sono portati su una collina nei pressi dell'edificio dei pompieri e torturati dalla polizia.
Dall'Honduras, Dick Emanuelsson

di Stella Spinelli

Link: http://it.peacereporter.net/articolo/18016/Honduras.+Storie+di+ordinaria+follia

Ghana, lo sguardo basso e rassegnato tra i NOSTRI rifiuti di materiale elettrico ed elettronico


Soltanto qualche chilometro separa Jamestown, zona turistica segnalata su tutte le guide, da Agbogbloshie. Spostandosi a piedi verso nord, ci si lascia alle spalle il fascino delle vestigia coloniali britanniche per finire quasi senza accorgersene nella desolazione della più grande discarica di materiale elettrico ed elettronico del Ghana. Il primo segnale inquietante lo si ha attraversando il ponte sul corso d'acqua, il Densu River, che si congiunge con la Korle Lagoon. Una melma fatta di buste di plastica, detriti e oggetti di varia natura crea un vero e proprio tappeto galleggiante. Si tratta della fogna a cielo aperto che scorre nel quotidiano vivere dei duemila lavoratori di Agbogbloshie. Un'intera comunità musulmana è emigrata dal Nord del Ghana, zona poverissima, e già all'inizio degli anni '90 ha preso possesso della discarica inventandosi il lavoro di «riciclaggio» dei metalli. Durante il giorno lavorano, poi attraversano il fiume e riposano in uno dei rifugi con vista discarica, una baraccopoli che negli anni è diventata un villaggio.
Una serie di dettagli, più di altri, colpiscono la sensibilità di noi occidentali. Il continuo sciamare di bambini che si recano sulle sponde del fiume per fare i bisogni. Le zone della preghiera, piccole aree ritagliate nella selva intricata di rifiuti, dove ad intervalli regolari i lavoratori si recano per inginocchiarsi rivolti verso La Mecca. Le ragazze che vendono acqua, frutta, dolciumi, trasportandoli sulla testa e che sono l'unica macchia di colore di una distesa uniforme grigio-marrone fatta di vecchi frigoriferi arrugginiti, televisori, computer, parti di automobili, condizionatori.
Agbogbloshie è organizzato per zone. Vicino alla strada si trovano gli specialisti delle automobili. Sono lì per approfittare per primi dei camioncini che portano le parti delle auto che dovranno essere smontate e quindi fare acquisti convenienti. Materiale pesante e ingombrante. Nuru, un ragazzo di 16 anni, si occupa esclusivamente di cerchioni. Ha «la sua ditta», come dice lui. Il suo fratello minore lavora con lui. I cerchioni, una volta smontati e puliti, possono essere venduti come metallo grezzo oppure trasformati in altri oggetti, come i barbecue da campo, molto diffusi in Ghana. Per dieci cerchioni ripuliti 5 dollari.
«A volte riesco a fare fino a 8 dollari al giorno, dipende dai carichi in arrivo», dichiara. E aggiunge di essere molto privilegiato. È alla discarica da tre anni, conosce tutte le dinamiche che ne regolano i traffici interni ed è una guida perfetta. Insieme a lui è possibile attraversare gli altri gironi infernali di Agbogbloshie senza perdersi. Procedendo verso l'interno della vallata si incontra per primo il cimitero dei frigoriferi, che vengono meticolosamente smontati per ricavarne piccoli oggetti fatti con la lamiera. Naturalmente il gas contenuto nel motore, abbandonato con gli altri in enormi mucchi, verrà disperso nell'ambiente, ma in mezzo a una simile devastazione, non è che un dettaglio. Più avanti si vedono muri di batterie di auto usate, mucchi di scarti metallici e, soprattutto, ovunque casse svuotate di computer e televisori. Questi cadaveri plastici ricoprono intere aree ai margini della discarica e resteranno lì per sempre. Sono oggetti senza valore.

Giocando a pallone tra i rifiuti
Nel cuore di Agbogbloshie c'è un campo di calcio. Alcuni ragazzi di Jamestown vengono qui ad allenarsi. In Ghana il pallone è una cosa seria. Poco più avanti si apre una grande vallata dove, ogni giorno, vengono accesi fuochi usando come combustibile la schiuma isolante dei frigoriferi, poliuretano altamente infiammabile. I fuochi servono per bruciare i cavi e le parti interne degli apparecchi elettronici. Questa operazione permette di liberarli tramite fusione dal materiale plastico che li avvolge o li contiene.
Greenpeace ha recentemente condotto una ricerca accurata sulle conseguenze ecologiche di questa pratica, prelevando campioni di terreno da diversi siti dove vengono accesi i fuochi. Dallo studio risulta che la concentrazione di piombo (elemento usato nelle saldature) in quella zona è cento volte superiore alla norma. Cinquanta volte per il cadmio (usato negli interruttori e nei monitor). Il piombo è altamente dannoso per il sistema nervoso, in particolare quello dei bambini. Il cadmio è cancerogeno se inalato. Inoltre la combustione delle parti di plastica, quindi di Pvc, libera il clorobenzene, che insieme ai metalli come rame e ferro reagisce e crea la diossina. Da notare che oltre a creare danni irreversibili alle persone che lavorano sul posto, durante la stagione delle piogge, le alluvioni trascinano tutte le sostanze tossiche nel Densu River e quindi nel mare.
A occuparsi dei fuochi sono per lo più ragazzini. La maggior parte di loro ha dai 12 ai 14 anni, ma ci sono molti bambini che non hanno più di 6 anni. «Raccolgo il metallo e lo porto al mio capo» spiega uno di loro, che avrà a occhio 8 anni. Il volto, le mani e i vestiti consumati che indossa sono completamente ricoperti dalla patina grigia provocata dal fumo dei falò che accende. «Se lavoro sodo riesco a fare anche due cedis al giorno», dice, mentre aggiunge un groviglio di cavi sul fuoco. Due cedis, un euro. Il suo capo non è altro che qualcuno così fortunato da essersi permesso l'acquisto di un mezzo di trasporto.

Il bronzo vale 20 cent al chilo
«Chi possiede una macchina, un furgone o un camion, qui può diventare ricco» spiega Nuru. Questi piccoli imprenditori assoldano una serie di ragazzini per fare il lavoro sporco. «Il metallo ricavato dai falò, a fine giornata viene caricato e portato a Tema, a 30 chilometri da qui», continua Nuru. «Lo acquistano delle aziende metallurgiche, sono ghanesi. Si possono ricavare fino a venti o trenta dollari al giorno da un lavoro del genere. Il bronzo, ad esempio, vale 20 centesimi al chilo». Incontrare uno di questi boss è un'esperienza cinematografica. È completamente vestito di bianco, pulito, siede su un motorino di marca orientale. Alle sue spalle c'è un grande camion azzurro con striature arancio, scintillante, segno del suo potere. L'uomo ha un sorriso stampato. È in attesa che la squadra di ragazzi appena ingaggiati finisca di bruciare un carico di cavi, una vera distesa di vermi plastici.
Sono lì a pochi passi. Lui controlla personalmente il lavoro. Poi si alza, fa grandi gesti per incoraggiare la squadra. Devono fare in fretta, è quasi il tramonto. Il fuoco è alto, il fumo denso, impenetrabile. A controllare che tutto si svolga regolarmente c'è un poliziotto in borghese. Siede anche lui su un motorino. È un sì della Piaggio. «Finché ci sono io, qui tutto fila liscio», tiene a dire, mentre la squadra di minorenni comincia a caricare il camion.
Il «capo» dell'intera Agbogbloshie viene chiamato rispettosamente «chairman», presidente. La sua attività principale è il commercio di batterie usate per automobili. Ma si occupa anche di supervisionare le attività di riciclaggio della discarica, risolvere problemi, decidere quanti e quali spazi ognuno può ricavarsi all'interno dell'area. È qui da 14 anni. «Il guaio principale è che c'è un sacco di gente che aspetta senza fare nulla», spiega. «Non hanno soldi per iniziare un'attività, per comprare un piccolo carico di materiale grezzo da lavorare. Quindi se ne stanno tutto il giorno ad aspettare che qualcuno dia loro lavoro. Alcuni sono degli esperti di computer, sono qui per guadagnare soldi sufficienti per comprarsi i libri e proseguire con gli studi».
Per scoraggiare gli occidentali a buttare in modo indiscriminato il loro vecchio computer, che inevitabilmente finisce in queste enormi discariche del Terzo mondo (l'altra discarica africana è in Nigeria), recentemente sono state giustamente segnalate molte storie di hackers africani in grado di usare il contenuto degli hard disk rubando codici e password. In effetti nella parte più esterna di Agbogbloshie, adiacente alla strada, si trovano una serie di bancarelle dove per 50 centesimi di dollaro si possono acquistare dischi rigidi di qualsiasi provenienza. Chiunque con una discreta abilità può far ciò che vuole con i dati che vi si trovano all'interno. Questione di fortuna. Ma per scoraggiare i consumatori dei paesi sviluppati a disfarsi con leggerezza di ogni aggeggio elettronico rotto o passato di moda, in realtà basterebbe la permanenza di qualche ora in questo posto, respirando l'aria tossica della vallata. Le regolamentazioni europee sul trattamento di ciò che si definisce e-waste parlerebbero chiaro: la direttiva chiamata Weee (Waste Electrical and Electronic Equipment) obbliga i produttori ad investire, proporzionalmente alle dimensioni dell'azienda, in sistemi per la raccolta e lo smaltimento dei rifiuti elettronici.
In Europa soltanto il 25% del totale dei rifiuti viene avviato allo smaltimento e di questa percentuale il 75% (l'80% negli Usa) non è tracciabile. Insomma, quasi la totalità di apparecchi elettronici occidentali ha un destino ignoto (a chi non vuol sapere). Lo smaltimento presso Paesi al di fuori dell'Ocse (le nazioni «sviluppate») in Europa è vietato. Negli Stati uniti la Usepa (l'agenzia per la protezione dell'ambiente), invece, lo ritiene legittimo. Secondo Greenpeace, ogni anno riusciamo a produrre dai 20 ai 50 milioni di tonnellate di rifiuti elettronici. Asia e, più recentemente, Africa sono diventate vere pattumiere di questo materiale che spesso è importato in container con scritto «materiale di seconda mano» e non «e-waste». Questo per evitare problemi alle dogane.
L'ultima beffa è che esistono programmi dei paesi ricchi per donare ai paesi in via di sviluppo computer e attrezzature elettroniche; «colmiamo il gap digitale», così viene definita la manovra. Greenpeace ha calcolato che il 75% di queste attrezzature sono inutilizzabili, perché rotte, o perché mancano parti essenziali al funzionamento. Se non bastasse, centinaia di container sono bloccati al porto per problemi doganali. Ma nessuno verrà mai a chiederli indietro. Rimangono lì anni e tutto il contenuto si trasforma inevitabilmente in rifiuto elettronico.
Le giornate ad Agbogbloshie finiscono così come iniziano. Bambini piccoli che vagano per la discarica per recuperare le briciole. Il mattino presto per prendersi gli avanzi di chi ha approfittato dei camion che hanno scaricato i rifiuti. La sera per raccogliere frammenti rimasti dal lavoro degli altri, durante lo smontaggio. Hanno dei sacchetti di plastica che contengono ogni sorta di avanzo metallico. Si aggirano come fantasmi, il loro sguardo è basso, rassegnato. Venti centesimi per un chilo di quella immondizia, quindi una ciotola di riso. Forse per oggi la loro vita sarà in salvo.

di Jean Marc Caimi


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