mercoledì 30 settembre 2009

Una sanatoria che dal 30 settembre proietta un’ombra sulla vita di centinaia di migliaia di lavoratori stranieri


L’Inps attendeva tra le 500.000 e le 700.000 domande di emersione dal lavoro irregolare ed invece, le statistiche del Ministero, in attesa dei dati ufficiali di fine procedura, parlano di circa 300.000 moduli inoltrati.

La provincia da cui sono state inviate più domande è quella di Milano seguita da Roma e Napoli.
La regolarizzazione riguarda per la maggiore cittadini provenienti dall’Ucraina, oltre quarantamila, seguiti dai cittadini del Marocco, della Moldavia, della Cina Popolare.

Sono colf circa 150.000, badanti invece, circa 100.000. Non è però ancora possibile sapere (il Ministero non ha reso pubblici i dati) quale sia la distribuzione per sesso delle domande.
Questi i dati diffusi dal Viminale che però non ha diramato alcuna notizia rispetto all’emersione di cittadini italiani o comunitari. Non c’era dubbio, prevedere la loro possibilità di regolarizzazione era apparsa fin dall’inizio come una operazione di facciata.

Ma davvero colf e badanti "in nero" sono solamente 300.000?

Le domande inviate con il decreto flussi 2007 riguardavano per la metà proprio lavoratori domestici. Si trattava di 350.000 richieste di assunzione. Sono passati due anni da quel famoso click day e se è vero che molti nulla osta sono stati consegnati e che alcune di quelle domande riguardavano lavoratori veramente ancora residenti nel loro paese d’origine, è vero anche che moltissimi altri cittadini stranieri, in questo biennio, avranno fatto ingresso nel territorio dello stato italiano.
In più, la previsione della possibilità di emersione legata esclusivamente al settore dell’assistenza alla persona e del sostegno al bisogno familiare, ha sicuramente incentivato molti, magari impiegati in altri settori, ad inserirsi nella procedura figurando come colf o badanti per ottenere il tanto sperato permesso di soggiorno.

Perchè allora così poche domande?

Le risposte sono sotto gli occhi di tutti.
I parametri di reddito per regolarizzare un lavoratore come colf si attestavano sui 20.000 euro, una capacità economica che in pochi possono vantare. Inoltre l’impianto della procedura di regolarizzazione ha funzionato da deterrente verso i datori di lavoro, che spesso si sono rifiutati di mettere in regola i lavoratori.
L’assunzione è sconveniente, mentre invece il mantenimento della situazione di irregolarità, con stipendi ovviamente più bassi rispetto a quelli previsti dal contratto collettivo nazionale e soprattutto senza dover pagare i contributi, insieme all’implicita possibilità di ricatto legata all’introduzione del reato di clandestinità, permette certamente una flessibilità ed una utilità maggiore del rapporto lavorativo a vantaggio del datore di lavoro.
La norma poi, pur prevedendo la sospensione dei reati commessi dal momento dell’invio della domanda, non offre alcuna sicurezza. Solo con il perfezionamento del contratto di soggiorno infatti si avrà l’estinzione dei reati, sia relativi alle norme sull’ingresso ed il soggiorno, sia relativi alla normativa sul lavoro. Ma tra la data di invio della domanda e quella della convocazione presso lo Sportello Unico potrà passare molto tempo durante il quale potranno verificarsi le situazioni più disparate.

In questo senso la sanatoria è stata scritta lasciano spazio a dubbi ed incertezze dai risvolti ovviamente drammatici.
Le uniche precisazioni del Ministero dell’Interno sono arrivate attraverso le faq pubblicate nel sito del Viminale ed in ogni caso non sono sembrate così sufficienti da regalare qualche certezza a datore di lavoro e lavoratore.

Il testo poi è sembato fin da subito lasciare allo stesso datore di lavoro la facoltà di scegliere se regolare o meno il rapporto di lavoro. Questo forse è stato il punto che più di tutti ha contribuito a mantenere così bassi i numeri delle domande inviate.
Ma davvero non vi era l’obbligo di regolarizzare il lavoratore?
Impiegare una persona irregolarmente costituisce un illecito. Vi è sempre un obbigo di formalizzare e regolare un rapporto di lavoro. Tant’è vero che quando i controlli da parte delle autorità competenti verificano l’esistenza di un rapporto di lavoro sommerso, subentra in primo luogo l’intimazione a regolarizzare quello stesso rapporto.
Questo obbligo dovrebbe essere rafforzato proprio nel momento in cui vi è anche una norma, quella di regolarizzazione, che mette in campo una facilitazione.
Più semplicemente: esiste un rapporto di lavoro irregolare, non è lecito, sempre e comunque sarebbe dovuto essere stato regolarizzato, tantopiù nel momento in cui una norma prevede la possibilità di farlo.
In questo senso è stato illuminante il caso sollevato davanti al Tribunale di Brescia da parte di una cittadina straniera che, dopo aver chiesto di essere regolarizzata, si è vista licenziare dal datore di lavoro. Il Tribunale di Brescia ha intimato l’immediata emersione di quel rapporto decretando l’illegittimità del licenziamento proprio perchè legato alla volontà di evitare la procedura di emersione.
Caso però troppo isolato e forse anche verificatosi troppo a ridosso della conclusione dei tempi della procedura, per dare un pò di speranza in più a quei lavoratori che dopo la data del 30 settembre, oltre ad essere impiegati "in nero" e magari sottopagati, dovranno anche guardarsi continuamente intorno per fuggire ai controlli che dall’8 agosto comportano la denuncia per il reato di ingresso e soggiorno irregolare.

Una sanatoria che lascia dunque l’amaro in bocca e dal 30 settembre proietta un’ombra sulla vita di centinaia di migliaia di lavoratori stranieri.

di Nicola Grigion, Progetto Melting Pot Europa

Link: http://www.meltingpot.org/articolo14858.html

Se la società civile sarà compatta, gli uomini come Pecorella non ci sconfiggeranno




Lettera di due cittadini "colpevoli" di "lesa maestà" nei confronti di un esponente politico.

Quando vuole, la giustizia è veloce. Siamo Dario e Alessandro, due cittadini che si interessano alla politica. Vorremmo raccontare quel che può accadere oggi in Italia a chi osi fare una domanda a un parlamentare.
Un nostro dipendente, come dice Beppe Grillo. In questo caso l'onorevole avvocato professore Gaetano Pecorella.
L'abbiamo incontrato lunedì sera a Milano, a una trasmissione di Telelombardia. Lui era ospite di un dibattito su mafia e politica; noi eravamo tra il pubblico in qualità di co-organizzatori di una manifestazione per chiedere verità e giustizia sulla strage di via D'Amelio. Durante la diretta io (Dario) ho rivolto una domanda a Pecorella sul caso Dell'Utri. Non prova imbarazzo, ho chiesto, a sedere in parlamento a fianco a un condannato in primo grado per mafia, uno che per sua stessa ammissione ha frequentato fior di mafiosi? Non dovrebbero scattare, proprio come diceva Borsellino, più severi meccanismi di selezione al momento
delle candidature? Pecorella ha liquidato la faccenda dicendo che il fondatore di Forza Italia è stato eletto democraticamente, quindi lo vogliono gli italiani. Punto e basta. Non c'è stato tempo di replicare: il conduttore ha mandato in tutta fretta la pubblicità. Durante la pausa pubblicitaria, io (Alessandro) ho chiesto conto all'avvocato Pecorella di un episodio della sua carriera che mi aveva paritcolarmente colpito leggendo il romanzo di Roberto Saviano: il fatto che accettò di difendere, mentre era presidente della commissione Giustizia della Camera, Nunzio De Falco, boss di camorra imputato e poi condannato come mandante dell'omicidio di don Peppino Diana. Una figura istituzionale non dovrebbe forse astenersi, per non far perdere credibilità alle istituzioni, da simili esperienze professionali?
Pecorella mi ha accusato di essere un ignorante: "lei con qualla faccia lì non sa niente!". Poi mi ha invitato a leggere gli atti del processo, dai quali a suo dire si apprenderebbe che don Peppino Diana era uno che teneva in casa le armi della mafia. A quindici anni dalla morte evidentemente la demolizione della reputazione di questo martire dell'antimafia non è ancora finita. Nando dalla Chiesa, presente al dibattito, gli ha risposto: "difendi pure Dell'utri, ma non infangare le vittime della camorra!". Al termine della diretta, fuori dagli studi, abbiamo garbatamente chiesto a Pecorella di chiarire meglio il suo pensiero. Pecorella e la signora che l'accompagnava hanno inveito contro di noi, la signora ci ha detto di "andare a chiedere queste cose a Saviano", ci ha dato dei "poveracci" e dei "cretini", ha detto che Gaetano "fa l'avvocato, mica il contabile, e difende chi vuole". Gaetano ha chiuso il discorso con una manata sulla telecamerina accesa. Il giorno dopo ci ha querelati per violazione della privacy! Tre giorni dopo alle 6,30 del mattino io (Dario) ho ricevuto la visita di tre poliziotti (la pattuglia era guidata dall'ispettore capo Vincenzo Calabrese) con un mandato di perquisizione (firmato a tempo di record dal pubblico ministero di Milano Sandro Raimondi). Avevano l'ordine di sequestrare la cassetta. Lo stesso giorno il comando dei carabinieri di Vimodrone ha convocato me (Alessandro) per notificarmi l'indagine in corso a mio carico per la medesima ipotesi di reato: concorso in violazione della privacy di Gateano Pecorella.
Insomma, tira davvero una brutta aria per la libertà di espressione (e per la credibilità delle istituzioni). Certo è che noi non abbiamo fatto nulla di male e non ci lasceremo intimidire.

Un caro saluto, Dario Parazzoli, Alessandro Didoni

Fonte: http://www.antimafiaduemila.com/


Guinea, il massacro senza voce


C'è solo una cosa peggiore di un'esecuzione di massa. Un'esecuzione di massa che passa sotto silenzio. Senza alcuna condanna da parte della comunità internazionale. Senza sanzioni. Senza embarghi. Senza quel genere di attenzione politica che dovrebbe essere garantita alla protezione di ogni essere umano in quanto depositario di diritti civili inalienabili. Uno di questi è consacrato solennemente dall'articolo 19 della Dichiarazione Universale dei Diritti dell'Uomo del 10 dicembre 1948. "Ogni individuo - riporta l'articolo - ha il diritto alla libertà di opinione e di espressione, incluso il diritto di non essere molestato per la propria opinione e quello di cercare, ricevere e diffondere informazioni e idee attraverso ogni mezzo e senza riguardo a frontiere".

In Guinea da lunedì il popolo non solo non ha visto riconosciuto il diritto alla libertà d'opinione senza essere molestato ma è stato addirittura sterminato dalla polizia del capitano Moussa Dadis Camarà, salito al potere in seguito ad un golpe lo scorso 23 dicembre. Motivo? I guineiani non vogliono che il dittatore si presenti alle elezioni presidenziali del prossimo gennaio. Lo hanno detto chiaramente prima di scendere in piazza e, dopo il diktat del governo che aveva minacciato provvedimenti in caso di manifestazione, lo hanno ribadito riunendosi in 25mila di fronte allo stadio della capitale. Un grido di protesta unanime contro la legalizzazione elettorale di una dittatura al quale il governo ha risposto con l'esercito. Manganelli e lacrimogeni sulla folla che ha resistito pacificamente nella sua protesta. Fino al fuoco. "Sparate ad altezza d'uomo" questo sembra essere stata la direttiva dei colonnelli di Dadis agli uomini in pantaloni mimetici, berretti verdi e maglietta nera. L'ultimo bollettino, in perenne stato d'aggiornamento, parla di 157 vittime, migliaia di feriti e decine di arrestati. Tra questi i due principali leader dell'opposizione Cellou Dalein Diallo, capo dell'Unione delle forze democratiche della Guinea e candidato alle presidenziali, e Sidya Tourè, capo dell'Unione delle forze repubblicane.

Nella prima mattina di oggi è arrivata la testimonianza che attribuisce al massacro risvolti, se possibile, ancora più abominevoli. E' la dichiarazione di un medico del pronto soccorso del Centro ospedaliero di Donka, il più grande nosocomio di Conacry. "E' una macelleria, un massacro, ci sono decine di cadaveri". L'immagine è quella di un medico che lotta contro il tempo per salvare vite umane. Un uomo che, forse inconsapevolmente, offre la chiave di ciò che accade in Guinea in una scarna e frettolosa dichiarazione ai media. Alla comprensione dei fatti basterrebbe la sua prima parola: "macello". Si potrebbe pensare al Rwanda o alla Somalia. Il fatto è che in quei posti, seppure con alterne fortune, la comunità internazionale si era mobilitata.
Qui, oggi, a testimoniare e condannare un vero e proprio massacro contro un popolo che protesta pacificamente ci sono solo le foto e gli articoli in rete.
La comunità internazionale, ad esclusione di Usa e Francia, resta immobile a guardare e, forse, ignorare ciò che accade in un paese dove chi protesta va al "macello".
E se l'Eliseo ha condannato "con la più decisa fermezza la violenta repressione" messa in atto dall'esercito della Guinea, da Washington il governo Usa, che in Afghanistan schiera quasi 30 mila uomini, si è limitato a dirsi "profondamente preoccupato" per le violenze e esortando la giunta militare al potere a dare prove di moderazione.
Prove di moderazione che si sarebbero potute chiedere anche a Saddam Hussein a questo punto. Solo che la Guinea non ha le stesse risorse dell'Iraq e, quindi, lo stesso peso nella definizione degli equilibri internazionali. Per questo nessuno parla di fronte a 157 morti. Fino ad ora.

di Antonio Marafioti

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